“La realtà pura” tra Camus, Mersault, Walser ma soprattutto Kafka! – Martina Carnesciali intervista Riccardo De Gennaro

“La realtà pura” tra Camus, Mersault, Walser ma soprattutto Kafka! – Martina Carnesciali intervista Riccardo De Gennaro

Com’è nata l’idea de “La realtà pura”, qual è stata la scintilla che ha dato via alla storia?

Io credo che nella realizzazione di un romanzo non ci siano mai scintille, o illuminazioni. Ci sono fatti, accaduti o che stanno accadendo. Il punto di partenza è dato da una situazione particolare, nell’ambito della quale si sviluppano delle idee. Direi, anzi, che l’origine di un romanzo è data dall’incrocio tra una situazione e un’idea. La situazione genera un’idea che, a sua volta, determina una nuova situazione. E così via. Per me è così.

Perché la scelta di inserire i temi della paranoia e dell’ossessione, tanto in termini amorosi quanto mentali?

La paranoia e l’ossessione sono due stati mentali, che danno origine a un immaginario allucinato. C’è qualcosa di più importante per un romanzo?

Quanto dei tuoi desideri irrealizzati c’è nell’idea della storia?

E’ chiaro che qualunque romanzo contiene degli elementi autobiografici e il mio non fa eccezione. Il punto, tuttavia, è un altro: quanto c’è di irrealizzato, o meglio, di irraggiungibile nella vita di una persona? Io, ad esempio, una mattina mi dico: bene, vorrei essere Mozart. Ma Mozart non potrò mai esserlo, neppure se studiassi musica e composizione per secoli. Ed è così per un’infinità di desideri, direi quasi tutti. Siamo circondati da ostacoli spesso insormontabili, possiamo fare e ottenere soltanto poche cose. Nel nuovo romanzo cerco di esaminare il problema dell’impedimento. Il romanzo è una metafora dell’impedimento. Che cosa, quali forze, quali cause, ci impediscono di essere altro da quello che siamo? Io queste forze, queste cause, le ho espresse immaginando l’esistenza di una misteriosa organizzazione criminale, che – quando si attiva – condiziona la tua vita.

Quali autori sono stati d’ispirazione, quali storie lette – e a quale età, in quale periodo – sono state fondamentali per la tua poetica? 

Senza dubbio “Lo straniero” di Camus, letto intorno ai vent’anni, ha influito fortemente sul mio stile e sul mio modo di pensare. Qualcuno, a suo tempo, scrisse addirittura che il protagonista del mio primo romanzo, “I giorni della lumaca”, ricorda Mersault. Un altro autore che sento molto vicino per atteggiamento e nitidezza della scrittura è Robert Walser. I primi che hanno letto “La realtà pura” hanno poi detto che c’è molto Kafka.

Hai una produzione letteraria piuttosto eterogenea; hai già pensato al prossimo lavoro?

È vero, la mia produzione è abbastanza eterogenea, ma lo faccio per non annoiarmi. Ho pubblicato tre romanzi, una biografia (di Lucio Mastronardi), un libro–reportage sull’Argentina e un libretto di aforismi. Nel cassetto ho anche un libro di racconti (buona parte dei quali pubblicati su riviste) e una pièce teatrale che fa il verso a “La cantatrice calva” di Ionesco. Se ho già pensato al prossimo libro? Guarda, siccome i miei tre romanzi sono, nell’ordine, un noir atipico, un romanzo storico atipico e, questo nuovo, un romanzo d’amore atipico, sto meditando un romanzo di fantascienza. Anch’esso atipico, naturalmente.

Autostop per la notte – Un libro angosciantemente bello – di Mario Tocci

Autostop per la notte – Un libro angosciantemente bello – di Mario Tocci

Autostop per la notte

Autostop per la notte è il titolo più appropriato per il thriller mozzafiato scritto da Massimo Anania e pubblicato dalla casa editrice torinese “Miraggi”.

La notte è sicuramente il momento temporale in cui iniziano le disavventure, via via culminanti in una spirale di violenza tanto cruenta quanto efferata, del non più tanto giovane ma squattrinatostudente universitario Maurizio, protagonista principale dello story-telling.

Ma la notte è anche la metafora di un vortice apparentemente infinito di guai e sciagure, conditi di fughe disperate e riacciuffamenti insperati indi farciti di alcol e cocaina.

Tutto comincia col passaggio di uno sconosciuto, Rodolfo Roppo, subito calatosi nelle mentite spoglie dell’amico fidato, o, addirittura, del saggio e protettivo fratello maggiore (che alla fine si scoprirà essere stato non tanto casuale), all’altezza del grande spartitraffico di corso Orbassano a Torino.

Proprio la splendida città della Mole e il suo hinterland, magistralmente descritti da Anania (che quasi ci proietta nei luoghi di ambientazione della trama, alla stregua di un vero e proprio proiettore di immagini tridimensionali), fagocitano – mai ombreggiando o nullificando – tutti gli altri personaggi; che sono pochi e possono, come però si scoprirà arrivando con spasmodico e anelante piacere all’ultimo rigo della pagina conclusiva, ben dividersi in buoni e cattivi (rispetto alle sorti del protagonista) senza strane interferenze di improbabili commistioni tipologiche: la bella ma cinica Giovanna Liseo, la seducente seppur ingenua Camilla Roppo (cugina di Rodolfo, ma di tutt’altra pasta), l’anfitrione e faccendiere Antonello Zanza, il rassicurante risolutore di problemi Sandro Corda, l’innominato becero travestito.

Il libro è breve ma angosciantemente bello.

Apprezzabili, sul piano stilistico, l’utilizzo costante della seconda persona singolare (che – a prescindere da qualsivoglia tendenza empatica – induce il lettore a immedesimarsi nel protagonista) e l’esplicitazione, in corsivo, dei flussi mentali del buon Maurizio stesso.

Musica consigliata: Luciano Ligabue (Hai un momento, Dio).
Bevanda suggerita: Erbaluce di Caluso passito (ottimo vino del Canavese)

De Roux nella recensione di Gianfranco Franchi per Mangialibri

De Roux nella recensione di Gianfranco Franchi per Mangialibri

Frammenti. Credeva De Roux che il deserto fosse il nulla: un nulla puntinato di miraggi, intervallato da inganni. E sentiva che la scrittura fosse parte del niente, quella parte del niente che addenta l’essere. Il letterato francese considerava la modernità come una concessione alle circostanze: tutte le filosofie condannate a essere soltanto un avvicinamento alla verità; il tradimento complementare al segreto; la disperazione, spesso, una linea retta. Perché “qualsiasi speranza è assolutamente inutile, qualsiasi cosa accada”. Giurava De Roux che non poteva esistere grande cultura se l’uomo non si dava un nuovo senso del mondo: è la condizione della specie, ripeteva, “soltanto all’essere è dato di dire tutto dell’essere”. L’uomo metafisico non poteva che essere, fisiologicamente, reazionario. La parola “nazionalismo” doveva significare: “nascita, natura”. Questo suo quaderno di massime, aforismi, meditazioni e provocazioni nasceva prendendo congedo: “immediatamente. Itinerario nel doppio miracolo dell’apparizione delle cose, da una parte, e della loro sparizione, dall’altra”. Prendendo congedo, de Roux restituiva la sua letteratura: i suoi scrittori. Dante, Ezra Pound, Heidegger, Hölderlin “abitano insieme sotto il cielo, ai piedi della Misura; abitano la misura”. Salutare Ezra Pound significava “inchinarsi davanti alla mirabile essenza della poesia universale”: perché la sua attività di poeta, la sua concentrazione spirituale in quel momento rappresentava “l’autentico tentativo di reintegrazione spirituale di fronte alla disintegrazione della materia”. De Roux non considerava possibile la chiacchiera sui silenzi del poeta dei Cantos. Gombrowicz: tutto era sogno in lui: la sua era “una pratica essenzialmente orfica”. Nei suoi scritti, “la nostalgia di una felicità pagana affrancata dalla coscienza faceva da contrappeso all’utopia”. Foucault, invece, nelle sue acrobazie politiche: “una farfalla che batte il tempo coi piedi”. Malraux? “Un afasico. Ogni tre parole, mentre parla, emette una virgola. È lui il lancio di dadi che abolisce il caso”. Henry James, un maestro: “Rammentare ai giovani scrittori, e a ogni lettore, le parole di Faulkner: ‘Credo che Shakespeare non abbia letto Freud’. E consigliargli Henry James”. James, uno che aveva smesso di scrivere storie di fantasmi perché, diceva, “sono un binario morto”. Credeva de Roux che la letteratura fosse – anche – la distanza tra la realtà che si allontana e il sogno, il sogno che si inventa da sé…

Credeva De Roux che il deserto fosse il nulla: un nulla puntinato di miraggi…

Siamo di fronte alla prima edizione italiana di Immédiatement, originariamente apparso in patria, per la Bourgois, nel 1971, quindi ripubblicato dalla Table ronde, nel 1995 e nel 2009: merito della collana Tamizdat della Miraggi, una collana diretta da Francesco Forlani. Nelle parole di Forlani: “de Roux non solo fa parte della tradizione degli infrequentabili del Novecento, ma potremmo dire che sia stato il primo a intuire, di quelle nature scomode e insieme necessarie alla cultura occidentale (Céline, Artaud, Pound, Gombrowicz, Bernanos, tra gli altri), il ruolo di visionari, una grandezza da proteggere a tutti i costi […]. La vocazione di de Roux è in questa funzione vitale di conservazione, diffusione, traduzione e allo stesso tempo crescita parallela della parola che da materiale diventa quasi subito spiriturale, corpo a corpo, senza risparmiarsi”. Chi era Domininique de Roux? Un romanziere, un reporter, un editore: un letterato estremamente competente e un uomo fragile, morto appena quarantaduenne, nel 1977. Aveva fondato, nemmeno trentenne, la rivista «Cahiers de l’Herne», giocata per monografie dedicate a figure laterali, maledette e rimosse della cultura europea: fatalmente, come ben sappiamo, ciò avveniva (e continua ad avvenire) per lo più per basse ragioni ideologiche e spesso per bieche rappresaglie politiche. Stando a quanto ci riferisce la bandella dell’edizione Miraggi, la pubblicazione di questo suo personalissimo diario frammentario, Immediatamente, irritò il mondo intellettuale ed editoriale francese, in primis sua maestà Roland Barthes, “costringendo de Roux ad abbandonare la Francia per diventare corrispondente giornalistico e autore televisivo”. Che malinconia. Pubblicò l’ultimo romanzo, Le Cinquième Empire, pochi giorni prima di morire; altro apparve postumo. Qui in Italia, pochi anni fa abbiamo potuto apprezzare il suo saggio La morte di Céline, per merito della piccola Lantana di Alessandra Gambetti. Immediatamente è stato pubblicato col sostegno del Centre National du Livre; ritroverà, faticosamente, un suo pubblico, frammentato e irregolare come la sua scrittura. Peccato che i tanti riferimenti a de Gaulle, al Vietnam e alla Cina siano oggi sostanzialmente materiale da storici o giù di lì: difficile che certe battute vengano accolte con la stessa immediatezza. Diverso il discorso per le intelligenti, profonde e amene reminiscenze letterarie (l’arte non invecchia, s’impolvera soltanto).

http://www.mangialibri.com/libri/immediatamente

RAI Cutura – Letteratura intervista Nicola Manuppelli

RAI Cutura – Letteratura intervista Nicola Manuppelli

http://www.letteratura.rai.it/articoli/nicola-manuppelli-roma/42820/default.aspx

A sette anni Tommaso batte a macchina con disinvoltura; il padre, che fa il segretario in uno studio legale, gliel’ ha insegnato quando era piccolo e il suo primo regalo importante è una Olivetti portatile. È così che il ragazzo approda alla carriera di giornalista a Milano, mentre è l’esplosione della bomba di piazza Fontana e il ferimento subito in quell’occasione a fargli decidere di partire per Roma per cambiare vita. In Roma, pubblicato da Miraggi edizioni, Nicola Manuppelli affronta una sfida coraggiosa: raccontare la Cinecittà di Fellini, ma anche il Pigneto, Trastevere, piazza del Popolo degli anni 1970-71 attingendo ad aneddoti su aneddoti (su Richard Burton, su Walter Chiari, su Gore Vidal per citare solo alcuni dei personaggi famosi che compaiono nel libro) senza cadere nel bozzettistico. Ci riesce e il suo romanzo fa scoprire al lettore l’epoca d’oro del cinema italiano attraverso gli occhi di un giovane ingenuo ed entusiasta. A Roma, Tommaso conosce Satchmo, un sosia di Louis Armstrong che vive costruendo notizie false sui divi grazie a una rete di collaboratori, tra cui presto annovera anche il nuovo arrivato. Tra cene che si protraggono tutta la notte, bevute interminabili, corse di maiali al Circo Massimo, Tommaso fa gli incontri fondamentali della sua vita. A stregarlo è Judy, un’inglesina di Bath, con la passione per il pettegolezzo sui divi. L’amaro finale oltre a segnare la fine della giovinezza, marca quel confine tra vero e falso che tutta l’atmosfera intorno a Tommaso sembrava voler negare. Manuppelli alterna il lavoro di scrittore a quello di traduttore di classici americani: la sua prosa vivace e appassionata ne trae gran giovamento.

Nicola Manuppelli è nato a Vizzolo Predabissi nel 1977. Scrive, traduce, cura, scopre autori americani e irlandesi (fra i quali Andre Dubus, Charles Baxter, Jane Urquhart, Roger Rosenblatt, A.B. Guthrie, Sara Taylor, Gina Berriault, Don Robertson). Collabora, fra gli altri, con Mattioli, Minimum Fax, Nutrimenti, Aliberti. Suoi articoli sono apparsi su Chicago Quarterly, Numéro, D di Repubblica, Satisfiction, Il Primo Amore, IBS Café. Ha pubblicato i romanzi Bowling (2014, Barney Edizioni) e Merenda da Hadelman (2016, Aliberti), la biografia della scrittrice Alice Munro, La fessura (2014, Barbera) e la raccolta di poesie Quello che dice una cameriera(2017, Miraggi). Dal 2016 conduce il programma radio I fuorilegge con Claudio Marinaccio e dirige una collana omonima di letteratura americana e italiana. Nel 2016 il noir Merenda da Hadelman (Aliberti). È biografo ufficiale dello scrittore americano Chuck Kinder.

 

“Ho scoperto di essere morto”: l’intervista a Cuenca di Giovanni Tosco su Tuttosport

“Ho scoperto di essere morto”: l’intervista a Cuenca di Giovanni Tosco su Tuttosport

GIOVANNI TOSCO

Joao Paulo Cuenca è uno dei più importanti scrittori della letteratura brasiliana contemporanea. Il suo ultimo romanzo, “Ho scoperto di essere morto”, pubblicato in Italia da Miraggi, è stato tradotto in otto lingue e ha vinto il prestigioso Premio Machado de Assis. Cuenca, che è anche opinionista su diverse testate e regista cinematografico, è un grande appassionato di calcio e per questo ha accettato di affrontare diverse questioni: da quelle più strettamente legate alla passione per il Flamengo e per l’Argentina a tematiche politiche, sociali ed economiche.

Quando è nata la tua passione per il Flamengo?
«Credo che il calcio sia un tipo di malattia che ereditiamo dai nostri padri. Il mio, un argentino, è tifoso del Flamengo perché è una sorta di Boca Juniors brasiliano, è una squadra del popolo, e di conseguenza lo sono diventato anch’io. Poi sono cresciuto vedendo Zico vincere tutto. Insomma, non era difficile tifare Flamengo».

Ecco, tuo padre è argentino e tu sei nato a Rio de Jaineiro. Ti senti un’anima divisa in due o non hai dubbi su quale nazionale scegliere tra Argentina e Brasile?
«In campionato tifo Flamengo, ma quando ci sono il Mondiale o la Copa America non ho esitazioni su chi tifare: Argentina».

Qual è il tuo primo ricordo legato al calcio?
«Questo può spiegare la mia precedente risposta. Nel primo ricordo forte legato al calcio c’è mio padre che urla e piange di fronte a un vecchio televisore con il tubo catodico dopo che Maradona ha segnato il secondo gol nella partita contro Inghilterra durante il Mondiale del 1986. Quale altro tipo di spettacolo potrebbe avere un tale effetto su un uomo adulto?».

L’eterna questione: Maradona o Pelé?
«Non ho esitazioni: Maradona!».

Detta da un brasiliano, per quanto di padre argentino, è un’affermazione clamorosa.
«Ne sono convinto. E resto convinto, anche se, proprio in Italia, mi hanno soprannominato il Pelé della letteratura». (Ride).

Quando Socrates arrivò in Italia, gli fu chiesto se preferiva Rivera o Mazzola. Rispose: Gramsci. Credi che oggi ci possa essere un calciatore con questa cultura e questa capacità di guardare oltre gli aspetti quotidiani del suo lavoro?
«Purtroppo no. Una figura come Socrates sembra molto improbabile al giorno d’oggi. La maggior parte dei calciatori brasiliani sono molto lontani dalla politica o addirittura hanno sostenuto Jair Bolsonaro, candidato di estrema destra e vincitore delle elezioni di due settimane fa. Temo che molti di loro non abbiano mai letto un libro nella loro vita».

Il calcio sta diventando sempre più un business e molti tifosi rimpiangono i valori del passato. È un punto dal quale non riusciremo a tornare indietro?
«Temo di sì. Non può essere un caso che sempre più persone si divertano con i videogames o i giochi di simulazione in cui si trasformano in manager che si occupano di soldi, investimenti e profitti. E spesso la stampa dà a certe questioni lo stesso spazio riservato a ciò che avviene in campo. Ma quello che mi preoccupa di più è la corruzione che il denaro porta. In Brasile, la Federazione è coinvolta in diversi scandali».

Nel tuo libro si sottolinea in maniera molto netta la condizione di una Rio de Janeiro colpita dalle speculazioni legate ai Giochi Olimpici e al Mondiale.
«Il Mondiale organizzato nel 2014 si è trasformato in una opportunità per compiere diverse frodi e per aumentare a dismisura i prezzi dei biglietti. E questo è molto peggio del 7-1 subito dalla Germania o del vedere Neymar piangere come un bambino».

 

“Autismi”: la recensione di Luigi Preziosi su vibrisse.wordpress.com

“Autismi”: la recensione di Luigi Preziosi su vibrisse.wordpress.com

Luigi Preziosi

Autismi di Giacomo Sartori potrebbe essere preso come esempio della non del tutto serena relazione tra pubblicazione via web e pubblicazione cartacea, oggetto di tante dissertazioni in materia che ormai da una ventina d’anni occupano i siti letterari. Sarebbe facile pensare che una raccolta di racconti in volume pubblicati in prima versione su una delle riviste on line più autorevoli tra quelle in circolazione possa incontrare un largo favore ed una altrettanto ampia diffusione. Diversa la storia di questi racconti. Usciti dal 2008 al 2010 su Nazione indiana, di cui l’autore è tra gli esponenti più autorevoli (e più appartati), sono stati antologizzati a fine 2010, quando, come si legge nella Nota dell’autore, “un microeditore ha stampato centotredici eleganti copie della versione rivista della raccolta, che non sono mai arrivate in libreria, forse perché si sentivano incomprese e sole.”
Per contro, il volume è stato finalista al premio Settembrini, e alcuni dei testi hanno trovato la fortuna che meritano in forma di monologo teatrale o grazie a traduzioni su riviste americane e francesi. Finalmente, qualche mese fa Autismi compare in libreria, per merito di Miraggi editore.
Ma che cos’è Autismi? Una raccolta, pregevole per intensità espressiva e densità concettuale, composta da sedici episodi correlati per formare altrettante tappe di un percorso di esplorazione e di descrizione del mondo di un unico personaggio, che si intuisce avere parecchio in comune con l’autore: una prova di autofiction (la lunga permanenza dell’autore in Francia può avere a che fare con questa scelta narrativa) per frammenti, che danno conto di un io coerente, per quanto strambo possa apparire.
Significativa del genere di autofiction che l’autore ha in mente è del resto la citazione da Marguerite Duras posta ad esergo del libro, in cui la scrittura è avvicinata a “un altro individuo che fa apparizione e avanza, invisibile, dotato di pensiero, di collere, e che qualche volta con i suoi maneggi si mette in pericolo, anche di morte”. Sartori oggettivizza l’altro se stesso che opera nel libro, lo rende autonomo, facendone un altro da sé, di cui però conosce i pensieri, le impressioni e le ossessioni più riposte.
L’autismo del protagonista si esprime con un desidero di inapparenza periodicamente ritornante, una tendenza al confinamento di sé, al nascondimento, come si desume dai testi iniziale e finale della raccolta. ”Il mio lavoro consiste nel fare buche nella terra. Buche grandi e profonde, in cui ci entra comodamente una persona. Poi appunto ci entro dentro. Mi ci seppellisco, si potrebbe dire”: questo l’incipit del primo racconto (Il mio lavoro), mentre si direbbe non casuale che l’ultimo testo sia Il mio testamento biologico. Il senso di chiusura che percorre almeno parte, se non tutti, i racconti genera a tratti effetti claustrofobici, già esplorati dall’autore in alcuni suoi romanzi, come Sacrificio (Italic e Pequod, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011) e Rogo (Cartacanta2015). Il campo di analisi è però qui diverso da tutti gli altri precedenti: la patologia è più esistenziale che fisica, l’inquietudine si manifesta nel martellante arrovellarsi del protagonista su questioni apparentemente minime, ma capaci di dilatarsi progressivamente sino a saturarne la coscienza.
A volte la materia dell’ossessione tende a superare i confini della ordinaria narrabilità, almeno quella misurabile in un contesto di decoro borghese (che l’autore, nonostante l’eleganza della scrittura, o forse, in deliberato contrasto con questa, non pare voler rispettare). E’ il caso delle vicende raccontate in Il mio organo di riproduzione, in cui il membro dell’io narrante pare vivere di vita propria, acquisendo lo statuto di protagonista di un particolare tipo di scissura della personalità (echi del moraviano Io e lui?). La mia cacca è altrettanto intenzionalmente anticonvenzionale. Il protagonista constata con stralunato stupore che l’umanità nel corso di millenni di evoluzione, non ha affrontato né tanto meno risolto il problema della pessima qualità dei propri escrementi, non essendo riuscita “a creare una cacca di qualità omogenea, puntuale e affidabile, e di odore sopportabile, se non proprio profumata”. Inizia uno studio meticolosamente condotto, al termine del quale ha modo di capire che l’uomo “è un lunghissimo tubo digerente, al quale l’evoluzione ha attaccato le gambe, indispensabili per la locomozione, le braccia, utilissime per procacciare il cibo e avvicinarlo alla bocca, e gli altri organi che servono a far funzionare il lungo budello digerente, assicurandogli tra le altre cose la riproducibilità nel tempo.”
L’egocentrismo che pare filtrare la percezione del mondo dell’io narrante non si limita ovviamente agli aspetti più materici dell’esistenza, ma abbraccia con eguale acribia anche le relazioni umane e si sentimenti che suscitano le diverse condizioni esistenziali. Investe così i rapporti familiari, dei quali il protagonista insiste a ricercare le crepe, anche quando si abbandona a riflessioni esistenziali depurate da quella sovrabbondanza di cinismo, che altrove si dimostra straordinariamente efficace per reggere la narrazione sul filo sottile del paradosso. E’ il caso di Mio figlio, in cui la descrizione di un figlio amato, ma in certo senso costantemente distante, sfocia in una rivelazione finale da non anticiparsi al lettore, in cui si leggono riflessioni come questa: “I figli servono ai genitori per capire se stessi. Guardandosi riflessi nelle loro pupille dove sfavillano scintille di amore ma anche di odio capiscono che non sono come hanno sempre creduto di essere, o che comunque possono essere visti in maniera radicalmente diversa. Il che apre pur sempre un deleterio varco. Si rendono soprattutto conto che il mondo è già intrinsecamente diverso da come sono abituati a pensarlo, e che in altre parole sono già vecchi. Non occorrono le frasi, bastano gli occhi. Tramite mio figlio ho avuto per la prima volta la certezza che ho fallito: una cognizione cristallina, un cancro inoperabile.”
Altrove, come in Mia sorella, il racconto della relazione familiare si fa più duro, svela quasi subito una ferocia che solo il più vieto senso del rispetto borghese delle forme riesce a contenere, salvo deflagrare all’improvviso, senza una causa proporzionata alla violenza dell’esplosione. Un alternarsi sapiente di registri tonali caratterizza un altro ritratto familiare, Mio suocero, arguta descrizione della veglia funebre del padre della moglie, in cui in poche pagine si concentrano compiute descrizioni di diverse figure, colte nei loro tratti caratteriali più significativi, dal cognato, sospettoso e preoccupato per dover dividere l’eredità con un estraneo, al miglior amico del morto, “persona con importanti responsabilità a livello nazionale”, ad un altro amico, ex terrorista, alle due sorelle del morto, che portano un contributo di autenticità alla situazione proprio perché dolenti (“non avevano bisogno di mostrarsi tristi, visto che erano tristi davvero. Dicevano quello che avevano voglia di dire, trasformando la veglia funebre in un allegro e toccante chiacchiericcio”) ed anche per via di una certa vena di anticonformismo latente sotto le apparenze perbeniste. Il finale si modula su una tonalità ancora diversa, laddove il protagonista scopre di conoscere il defunto “tramite la figlia, tramite gli atomi della figlia che ritrovavo nella sorella omosessuale, tramite i geni indomiti che vorticavano in quel ramo della famiglia, e che erano sciamati anche in mia moglie. Quei barlumi di follia che amavo. Il fatto che lui fosse morto e io fossi ancora vivo non mi appariva più la differenza così fondamentale che mi era sembrata quel mattino.” Diversa modulazione rivela, invece, Il mio migliore amico, ritratto appassionato e tragico di un’amicizia duratura, nata sui banchi del liceo e alle svolte della vita riaffiorante in forme diverse ma con un’intensità che, per una volta tra tutti gli altri autismi, mette la sordina all’ironia e consente lo sfogo al racconto di emozioni.
Alla moglie (presente in più racconti), l’autore dedica il ritratto più definito in Terapia di copulazione, raffinata satira delle terapie (e dei terapeuti) per coppie in crisi, in cui la soluzione per la riconquista di una moglie diffidente e prevenuta (a dire del marito) si trova in una sana raffica di risate, di cui il racconto comprova effetti miracolosi nella ricostituzione di una complicità perduta. Anche del rapporto con la madre il protagonista evidenzia le zone d’ombra, con debiti per i quali non è facile ottenere risarcimenti: “Come ogni angioletto che si rispetti amavo di amore corrisposto mia madre. Insomma, abbastanza corrisposto. Prima di me venivano pur sempre gli amici ricchi, la pelliccia, le sue sorelle, la sua asma, l’anello con il diamante, l’anello con lo smeraldo, la batteria di scarpe con i tacchi, le vacanze, l’organizzazione delle vacanze, il suo amico omosessuale, l’estetista, i costosissimi lavori nella casa di famiglia, la pedicure, la pettinatrice, i problemi con le donne di servizio, l’antiquario, le fatture del telefono, le altre fatture, il preside della scuola dove insegnava, la sanguinosa guerra con mio padre, gli esami per diventare di ruolo, i nervosismi ingiustificati, la guerra di posizione con mia sorella, le visite mediche per capire se mio fratello era o non era pazzo. Ma insomma vivevo pur sempre un grande amore abbastanza corrisposto.”
Ben più di un’ ironia irriverente Sartori spende nella descrizione feroce della sua città d’origine (La mia città), dove “ogni misfatto locale – a patto beninteso che venga perpetrato da criminali autoctoni – viene travestito con un eufemismo appropriato, e archiviato” e “l’adesione incondizionata al fascismo … viene definita fredda accoglienza, la zelante collaborazione con i nazisti viene chiamata Resistenza, il giogo della religione viene chiamato tradizione cattolica, gli affaristi e i governanti colpevoli di ogni sorta di corruzioni e furti vengono chiamati Egregio Direttore ed Egregio Presidente, i luna park sciistici vengono definiti parchi naturali, i preti pedofili colti in flagrante Padre Tale o Padre Tal Altro, il genocidio delle specie animali e vegetali sviluppo della viabilità e delle infrastrutture, i vigneti e i frutteti avvelenati per l’eternità dai pesticidi zone rurali di pregio, e via dicendo.”
L’oltranza della satira deborda a volte in episodi di autentica crudeltà, espressa sempre con forme di rara eleganza. Il nitore della scrittura lascia trasparire sia le meschinità dei singoli sia il degrado dei rapporti umani generato dalla somma di queste meschinità nelle comunità (famiglia, amicizie, cittadina) che il protagonista frequenta. E da un punto di vista in apparenza orientato su vicende personali, lo sguardo dell’autore si allarga verso prospettive più ampie, fino a scrutare con inesorabile lucidità la progressiva disgregazione di un impianto di valori sempre meno socialmente condivisi. Ma la pars destruens della critica sociale che l’autore riesce sorprendentemente ad accennare in via implicita, raccontando casi così squisitamente privati, non trova compensazione nell’invenzione di alternative. Gli Autisminon inclinano affatto a particolari compiacimenti verso costumi e assetti sociali che il conformismo dell’anticonformismo propone come nuovo. Piuttosto, l’auscultazione di sé in essi ampiamente praticata ci immette nel cuore della contemporaneità, e tutto ciò che di essa appare consunto dall’uso, banale, ordinario, nella vita e nei rapporti umani per Sartori non solo nasconde una vena di bizzarria, ma segnala, nel suo piccolo, il senso del limite che affligge il nostro tempo.

 

“Brace”: l’intervista a Jacinta Kerketta su il manifesto

“Brace”: l’intervista a Jacinta Kerketta su il manifesto

Daniela Bezzi

«Fin da bambina, era come se nel mio intimo ci fosse un tizzone di brace ardente. Crescendo, fui testimone della violenza domestica su mia madre e già in giovane età questa brace prese la forma di poesie…» Così si presenta Jacinta Kerketta nell’incipit alla sua prima raccolta di poesie dal titolo Angor, appena pubblicata dalla Miraggi Edizioni di Torino, con il titolo appunto Brace. Una quarantina di poems vibranti di tensione per quel continuo stupro di terre (oltre che di corpi) del quale è stata testimone fin da bambina nelle zone tribali del sud Jharkhand, in cui è nata. Land grabbing, sfollamenti, regolamento di conti tra minatori e caporali, dispute regolarmente risolte in favore del più forte, foreste teatro di ogni genere di saccheggio – e poi la fame, “che diventa fuoco”; campi impunemente sacrificati, magari a una diga. E la città che avanza, annulla/rimescola ogni identità: questi i temi che ricorrono nel lavoro di Jacinta, fortemente intriso di determinazione al riscatto e impegno a tutto campo, come animatrice di workshop di scrittura creativa nei villaggi, come role model per tante donne (e anche maschi) più giovani di lei, come esploratrice di quell’infinito field work che è il personale/politico – e quindi appunto scrittrice.

In questi giorni Jacinta è in Italia, protagonista di un lancio degno di una star: ieri era alla Ca’ Foscari di Venezia, per unalecture dal titolo quanto mai intrigante, Voices of Nature, Voices of Human Beings. Milano la vedrà oggi ospite della Libreria delle Donne, e lunedì dell’Università Statale; e poi Torino, Roma (tutti i dettagli nel Box) «e senza alcun bisogno di crowdfunding, perché ci sono situazioni, come questa che siamo riusciti a mettere in moto, dove bastano e avanzano le relazioni» commenta il suo editore/agente/amico Johannes Laping, che da anni frequenta quelle zone in rivolta in cui lei è nata, come attivista della piccola Adivasi Koordination che ha contribuito a fondare in Germania nel 1993 – quando le popolazioni indigene dell’India non se le filava nessuno…

Quel che segue è il succo di una lunga chiacchierata telefonica con Jacinta Kerketta qualche giorno fa, in attesa di incontrarla di persona.

Il tuo CV racconta di uno strepitoso debutto professionale come giornalista: borse di studio, premi, promettente carriera da inviata nelle zone calde del centro India, che poi interrompi per darti alla poesia…

Avevo deciso di diventare giornalista, iscrivendomi alla Facoltà di Mass Communication di Ranchi (e per questo devo ringraziare mia madre), dopo essere stata testimone di tanti abusi nella totale disattenzione dei reporters locali, e sarebbe fuorviante parlare di corruzione, spesso si tratta solo di pigrizia. Avevo voglia di raccontare come stavano veramente le cose e sono stati anni straordinari, prima come apprendista, poi inviata di qua e di là, e poi i Premi, alcuni importanti… al punto da farmi decidere a un certo punto di lasciare il quotidiano Prabhat Khabar (testata in lingua hindi con enorme seguito, ndr) e continuare come free lance. Una gioia alzarmi presto la mattina, fiondarmi dove mi pareva a bordo del mio scooter, il pomeriggio tutto per me, pubblicare quel che volevo, magari solo sulla mia pagina Facebook – ed è stato in quel periodo di totale libertà che la poesia ha cominciato a guadagnare spazio, non in alternativa al giornalismo, semmai come trasmissione più immediata di ciò che mi stava a cuore, e dritto al cuore di chi mi leggeva. Ha influito in questo cambio di registro la consapevolezza che il giornalismo, a determinati livelli, ha le mani legate – difficile non ricevere pressioni nella regione ricchissima di risorse minerarie, dove vivo io… Il che ha reso ancor più semplice la mia ritirata dalla stampa. I socials mi hanno aiutato.

 

Ho dato uno sguardo alla tua pagina FB: non c’è componimento che non registri centinaia di condivisioni, ti ho visto nominata “ambasciatrice della causa adivasi fuori dal Jharkhand”…

Sorprendente anche per me. L’unica spiegazione è che la poesia risuona con un’intimità speciale, in immediata sintonia con la musicalità rapsodica della gente per cui scrivo, che magari è inurbata da due generazioni ma nel suo intimo non ha perso il ricordo di ciò che nutre anche il mio scrivere: e parlo del sarna, quello che voi tradurreste come animismo, e che per noi è proprio un sentirsi dentro, ritrovarsi nella propria essenza dentro il creato, immaginare ciò che certi alberi o pietre hanno visto, in dialogo con il profilo delle colline, con la voce dei fiumi… un senso di viscerale appartenenza che nei miei versi si intreccia a fatti di inaudita brutalità, di cui tutti ormai sanno (grazie ai social networks) senza bisogno dei giornali. L’ultimo è di pochi giorni fa: decine di morti ammazzati, contadini innocenti, nell’ennesima battuta di caccia contro i naxaliti, in Bastar. Una guerra di cui nessuno parla da voi e che ha di nuovo traumatizzato quella terra di foreste da cui provengo.

 

Di tutto questo scrivi in hindi, che non sarebbe la tua lingua madre…

Ti sorprenderà sapere che l’hindi è la mia prima lingua, benché io appartenga all’etnia Oraon la cui lingua sarebbe ilkuruk. Ero piccola quando i miei genitori si spostarono dal villaggio di Khudpos alla più vicina cittadina, Manoharpur. Mio padre era entrato nei ranghi della polizia (un sogno per un giovaneadivasi di allora, come per tanti giovani di oggi, ahimè) e la mia educazione fu in hindi e poi in inglese, neppure a casa si parlava il kuruk. L’ho dovuto quasi imparare, quando ho cominciato a tenere i miei corsi di scrittura creativa per le ragazzine del villaggio di Kacchabari, nella zona di Khunti. Esperienza straordinaria, dalla quale ho ricevuto moltissimo, che mi ha messo a confronto con un mondo di cui sapevo ma di cui non immaginavo la felicità, per quella totale consonanza con la natura, e una natura che ovunque guardi letteralmente ti parla… e poi le feste, per ogni momento del ciclo agrario, con le danze, donne e uomini, tutti in circolo, al suono dei tamburi, fin dentro la notte, unica luce quella della luna che non hai idea quanto riesce a illuminare. Letteralmente una gioia scappare dalla città per sentirmi a casa lì, perché è lì che so di avere le mie radici…

 

Su questo tema è appena uscita infatti la tua seconda raccolta poetica, Land of the Roots, Terra di Radici,che presenterai in Germania subito dopo questo tour italiano.

Importanti le radici, questo ho scoperto rivivendomi nella mia identità più ancestrale di donna adivasi – questo cerco di trasmettere con le mie poesie. Esattamente come per quegli alberi secolari, quei campi che sono stati ricavati disboscando solo alcune zone, quegli esseri che armonicamente ci vivono dentro, partecipi di quello stesso humus che continuamente si arricchisce proprio in virtù di quella infinitamente rinnovata convivenza, l’umanità dovrebbe capire che, nel profondo, we are all one, figli della stessa terra. La politica cercherà sempre di dividerci, per dominarci meglio: hindu contro mussulmani, dalits contro adivasi,e all’interno del mondo adivasi ecco che stanno fomentando il risentimento contro i cristiani. Anche la violenza contro le donne rientra in questa strategia: non è solo violenza di genere, è violenza istigata per dividere ancor meglio uomini di comunità diverse che fino a ieri riuscivano a convivere e oggi conviene che siano in guerra, perché in questo modo ci si appropria più facilmente di territori che magari fanno gola – ed ecco che anche il corpo delle donne diventa campo di battaglia. Ma come dimostrano i corpi rimasti sul terreno nel massacro di pochi giorni in Bastar, questa è una guerra che non risparmia nessuno.

(il manifesto, 5 maggio 2018)

 

 

“Roma”: la recensione di Stefania Nix su la Libertà

“Roma”: la recensione di Stefania Nix su la Libertà

Stefania Nix

La labile linea che separa realtà e finzione, e la possibilità che i due piani s’intreccino e si scambino di posto, sono i temi chiave dell’ultimo romanzo di Nicola Manuppelli, milanese trapiantato a Piacenza, traduttore dall’inglese coon già due libri di narrativa alle spalle. “Roma”, pubblicato da Miraggi edizioni, è ambientato nel mondo di Cinecittà all’inizio degli anni Settanta e racconta di una sgangherata banda di giornalisti sui generis che scrivono, ma molto più spesso creano, notizie di gossip su attori famosi. Come quando Satchmo – capo e anfitrione della compagnia, un moderno Trimalcione, come lo stesso autore lo definisce, alto poco più di un metro e somigliante a Louis Armstrong -, per poter scattare una foto che documenti di una fantomatica riconciliazione tra Richard Burton e Liz Taylor, non esita a far travestire il suo eclettico collaboratore Calabria, facendogli vestire i panni dell’attrice hollywoodiana, con esiti grotteschi ed epilogo rovinoso. Protagonista del libro è Tommaso che, partito da una Milano descritta come stoica e polverosa, si ritrova travolto da una città epicurea, gaudente, dissacrante, una città stracciona e felice. Il libro attinge all’immaginario felliniano, s’inspira al regista riminese fin dal titolo, e vedrà, al suo culmine, la sguaiata cricca guidata da Satchmo sul set di “Roma”, in una scena acquatica e quasi orgiastica la cui pellicola, naturalmente, andrà persa. Se felliniano è il libro, ancor più felliniana è stata la presentazione piacentina a palazzo Ghizzoni Nasalli, organizzata dalle librerie Fahrenheit e BookBank. Infatti, insieme a Manuppelli e al giornalista di Libertà Paolo Marino, c’era l’attore americano Peter Gonzales Falcon, che nel film “Roma” impersonò un giovane Fellini che lascia la Romagna e, guarda caso, approda in una Roma fantasmagorica. Gonzales ha raccontato in maniera suggestiva la forza dello spirito felliniano e la città che visse in quegli anni magici tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo. «Tanti pensano che la Roma rappresentata da Fellni fosse tutta un’invenzione, invece era proprio come lui la racconta, un’immensa festa dove si viveva assieme e ci si divertiva. Gli americani fanno fatica a capirlo».

Il romanzo di Manuppelli è soprattutto un libro di storie che si affastellano una sull’altra, di invenzioni e di avventure bizzarre. Ed è attraverso il gioco del racconto che Tommaso trova infine se stesso. A Roma Tommaso riesce a liberarsi dalla corazza «di uno nato in un posto freddo», una corazza, dice, che «invece di difendermi, mi isolava». A Roma Tommaso scopre la vita. «Lì dentro, a Cinecittà, era come tornare bambini. Era esaltante, era gratificante. Inventare. Costruire mari di plastica, teatri di marionette, ombre cinesi. Partecipare gioiosamente a quell’attività semidivina che è la creazione. Giocare. Giocavano tutti. Io mi sentivo fortunato, mi sentivo eletto e mi sentivo Tommaso del presente che aveva fatto pace con tutti i Tommaso precedenti. E in quel giardino dell’Eden non c’era più nulla da riconciliare, non c’era più nemmeno il tempo. C’erano le infinite possibilità delle storie».

“Torneremo ad Amsterdam”: la recensione su Tuttosport

“Torneremo ad Amsterdam”: la recensione su Tuttosport

Due amici, Ettore e Paolo, e un viaggio attraverso l’Europa. Si comincia in Islanda, si arriva a Torino, al Filadelfia. Apparentemente sembra un tour senza una filo conduttore, alla ricerca di incontri improbabili con personaggi famosi oppure di una scazzottata con un gruppo di danesi sovrappeso. Eppure c’è una logica di fondo in “Torneremo ad Amsterdam” (Miraggi edizioni, 107 pagine 12 euro), il romanzo scritto da Fabio Selini. Ed è una logica granata, nel senso di Torino. Di quei tifosi che hanno sognato di conquistare l’Europa con la Coppa Uefa nel 1992 e vennero fermati nella doppia finale da traverse e decisioni arbitrali controverse. Ettore e Paolo hanno in mente di prendersi una rivincita, nel nome di chi lottò contro tutto e tutti, come Emiliano Mondonico e la sua famosa sedia sollevata al cielo. E questa rivincita riparatrice arriva. Come? Lo scoprirete nelle ultime pagine.

 

Non ti spegnere – Recensione di Fioralba Focardi

Non ti spegnere – Recensione di Fioralba Focardi

Vorrei iniziare un percorso nuovo, raccontandovi le mie emozioni nel leggere autori emergenti, e oggi inizio con Marco suo NON TI SPEGNERE la sua terza silloge poetica.

https://screpmagazine.com/non-ti-spegnere-di-marco-polani/?fbclid=IwAR1GCd3JLo_4ZmMl0IfYN9MdwIDoOgmFT1g6Kp1mV74JKOsK4ZskvMRq4gQ

Scusa Marco parlavi a me?

Non ti spegnere di Marco Polani

Di Fioralba Focardi (https://screpmagazine.com/author/fioralba-focardi/) – 18 Dicembre 2018

Ecco in questa silloge ci si ritrova!

Non ti spegnere chissà perché a volte le parole non salgono alle labbra, ma restano dentro al cuore. Marco ha un incredibile

capacità: i suoi pensieri poetici, questi dialoghi fra Lui e chi decide di leggerlo hanno una semplicità interiore che scalda

veramente l’anima.

Non è retorica la mia.

Non è solo amicizia.

Marco lo sa che se non mi piacessero le sue poesie glielo direi tranquillamente. Dicevo chi decide di leggerlo sa che troverà quotidianità che ognuno di noi vive, parole negate, sogni frantumati, poesie appese al cuore.

Ma non si ha il coraggio di scriverle.

Ecco, Marco scrive per tutti, non solo per le Donne, scrive davvero per tutti. Mi piace questo suo modo d’interpretare la

quotidianità. Ma ora dopo aver fatto l’elogio iniziale voglio parlarvi di ciò che ho provato leggendo le sue poesie.

Marco, sembra che qui tu sappia bene ciò che molte donne nascondono e credo anche gli uomini, le delusioni sanno essere

prigioni, la violenza psicologica ci deturpa l’anima e la mente. Le ho lette tutte d’un fiato, le tue poesie, poi le ho riprese

leggendole poco alla volta, sorseggiandole come un buon vino per comprenderle bene, ma sono così vere che non c’è bisogno andare nei meandri della mente.

All’inizio credevo parlassi davvero a me, a un’altra donna, a tutte le donne, ma poi piano piano ti sei aperto in questo tuo

dialogare e hai buttato te stesso dentro i tuoi scritti, forse mi sbaglio, perciò aspetto una tua smentita, ma sai la poesia la legge. E questa silloge, credo che farà parte di molti cuori in cerca di Poesia.

Fioralba Focardi

La notte in cui il Toro sfiorò la Coppa Uefa: “Torneremo ad Amsterdam” su La Stampa/Torino

La notte in cui il Toro sfiorò la Coppa Uefa: “Torneremo ad Amsterdam” su La Stampa/Torino

Una sedia alzata diventata simbolo di appartenenza. E ora anche un libro che ricorda la notte più coinvolgente della storia recente granata. Il Toro non poteva che fare da sottofondo alla nuova fatica di Fabio Selini, bresciano che si è innamorato del Torino grazie a Pulici e Graziani. “Torneremo ad Amsterdam”, edito da Miraggi e nelle librerie dal prossimo 15 dicembre al prezzo di 12 euro, è stato presentato ieri al Circolo della Stampa-Sporting.

Non è un’opera storiografica però, ma un romanzo che racconta la storia di due amici quarantenni, Ettore e Paolo, che nel loro viaggiare senza una destinazione precisa per l’Europa – apparentemente, perché tutte le tappe coincidono con la cavalcata granata: dall’Islanda fino all’Olanda – si ritrovano come ultima metà nella città dei tulipani, dove 26 anni fa il Torino guidato da Emiliano Mondonico si giocò la finale di ritorno di Coppa Uefa contro l’Ajax mancando il successo a causa di tre pali (dopo il 2-2 dell’andata). «A quella partita, l’unica finale del Toro, penso dalla notte del 13 maggio 1992», le parole di Roberto Cravero, storico capitano granata, al quale è stata affidata la prefazione.

In quella squadra giocava anche Silvano Benedetti, oggi responsabile della Scuola Calcio del club di Cairo. «Fu un’esperienza bellissima, nonostante la delusione – le parole dell’ex difensore, allora però non ci rendemmo pienamente conto dell’occasione di entrare ancora di più nella storia. L’abbiamo capito dopo».

Francesco Manassero

“Il lago”: la recensione di Alice Pellegrini su Borghi Magazine

“Il lago”: la recensione di Alice Pellegrini su Borghi Magazine

Considerata una delle voci più significative della letteratura ceca contemporanea, Bianca Bellová ha scritto una storia che è, al tempo stesso, un romanzo di formazione e una discesa negli inferi delle bestialità umani e degli orrori che il progresso può infliggere. “Il lago” – tradotto in quindici lingue, pubblicato in Italia dalla torinese Miraggi all’interno della collana NováVlna e vincitore di diversi premi – racconta la storia di Nami, il bambino cresciuto con i nonni che diventa uomo nella ricerca della madre, una ricerca che rappresenta lo spunto di partenza ma che via via si trasforma in qualcosa di più grande e definitivo: la necessità di trovare un proprio luogo all’interno di una realtà dura come quella di un paese dell’ex sfera sovietica.

La vicenda si dipana in una terra che sta al confine tra Uzbekistan e Kazakistan, attorno al lago di Aral, prosciugato a causa di politiche dissennate. A fare da cornice è un piccolo villaggio che sopravvive grazie alla pesca e che si ritrova sconvolto dall’improvvisa moria della principale fonte di sostentamento, provocata, nella credenza comune, dallo Spirito del lago, figura maledetta facilmente identificabile. Nami parte così per la capitale, dove si dedicherà ai lavori più disparati, mentre l’acqua del bacino diventa fango putrefatto e su tutto continua ad aleggiare lo Spirito del lago, che ha punito la gente incapace di rimanere al di qua del limite con una violenza sconosciuta perfino agli invasori russi. «Un romanzo di ferite e cicatrizzazioni, perdite e riscatti, brutalità e tenerezza», l’ha definito con felice sintesi Laura Angeloni, autrice di una traduzione efficace e convincente.

Alice Pellegrini