Autostop per la notte – un agile pendant del carattere tipico del romanzo di formazione – Bibliovorax.it

Autostop per la notte – un agile pendant del carattere tipico del romanzo di formazione – Bibliovorax.it

Autostop per la notte di Massimo Anania su BiblioVorax

Il romanzo di esordio di Massimo Anania, Autostop per la notte, edito da Miraggi edizioni nel 2018, si presenta come un thriller, abbastanza classico nella struttura: un ragazzo che si imbatte in una situazione torbida dopo essere stato strappato alla sua quotidianità,  personaggi loschi, giochi di potere, un nucleo malavitoso,  la vittima, il complotto, la risoluzione finale.

Non amo i gialli/thriller perché li trovo tutto sommato prevedibili nella maggior parte dei casi. Tuttavia leggendo questo romanzo, ho avuto la sensazione,  via via diventata più pregnante, che questo testo si muovesse sul crinale di mondi diversi e vari pur mantenendo quelle pose tipiche del genere entro cui è inquadrabile. All’interno di questa contaminazione (di cui fu maestro sommo Simenon), mi hanno colpito degli elementi che sembrano periferici rispetto alla tessitura generale. Partirei dall’ incipit- che è stato scelto appositamente per creare la situazione di rottura e immersione nel flusso di eventi a catena- constatando la sua originalità originale rispetto alle consuete trovate di spionaggio, intrigo politico, di cui abbondano i gialli e noir degli ultimi tempi. Un ragazzo, studente universitario nel cuore della notte chiede un passaggio in macchina, fa autostop per entrare a sua insaputa in una sorta di circuito infernale:

al quinto rosso una macchina tra quelle in coda alza i fari due volte. E un po indietro e aumenti il passo per raggiungerla . Il conducente accende la luce e ti fanno cenno di avvicinarti con la mano destra.  (di solito ti caricano i ragazzi giovani, spesso alla guida di utilitarie scalcagnate che non hanno l ‘aria di poter percorrere tanti chilometri. Questa volta si è fermato qualcuno che guida un Audi .(…) quando la raggiungi ti accorgi che l’uomo alla guida avrà una quarantina d’anni e indossa una giacca nera  e una cravatta rossa sopra una camicia bianca. Tu hai addosso un paio di jeans e una  felpa nera col cappuccio dietro le spalle e capisci subito che non avete niente in comune.

Da questo momento in poi, Maurizio, un tipo un po’ strampalato, si avvia a vivere un’avventura torinese dal sapore estremo, coinvolto in festini a base di coca e sesso, personaggi della malavita, e donne ambigue e  inafferrabili. La città, Torino e provincia, è lo sfondo ideale: architetture come fossero fili di una ragnatela, complici di un disegno avvinghiante ed opprimente, spianano un cammino dai ritmi parossistici e convulsi.

Le strade di Torino poco illuminate i quartieri deserti, un buio lugubre e tentacolare fanno da sfondo anche simbolico a questa densa storia. Procedendo speditamente (il romanzo scorre molto bene), ho avuto la netta sensazione che questo testo fosse stato centrifugato nel grande contenitore del genere “ picaresco” e ne fosse uscito maculato, meticciato. Vale la pena di rilevare qualche analogia: dal Lazarillo de Tormes al  Viaggiatore sfortunato di Nashe, i due capisaldi di questo genere letterario, l’eroe picaro trova la sua canonizzazione: uomo della strada e per strada,  giovane, senza mezzi economici, in cerca di fortuna e inerme preda degli eventi. Tutte caratteristiche che appartengono al protagonista Maurizio e che ne forgiano il carattere, il ruolo, il destino. Questo tipo di scrittura, così  vertiginosa seppure ancorata ad una struttura forte, inaugura il romanzo moderno realista, per quanto riguarda lo spostamento del punto di vista al livello del protagonista. Nel romanzo di Anania in effetti tutto passa attraverso gli occhi della voce narrante in una focalizzazione  interna che viene enfatizzata dalla particolare tecnica della seconda persona. Non di certo una novità, ma probabilmente la scelta più azzeccata per mantenere quella soggettività straniante e allucinata che si addice ad un giovane ragazzo in preda ai colpi del destino. Una sorta di diario interiore snocciolato nella memoria, pezzo per pezzo e rivolto a chi legge con una immediatezza e una velocità che non lascia respiro.

L’autore dimostra di sapere padroneggiare con maestria questa tecnica mantenedo un ritmo serrato e una sintassi accuratamente costruita per ottenere precisi effetti “scenici”:

premi sulla maniglia e ti ritrovi in quello che ha tutta l’aria di essre un bar di periferia […] ti avvicini al banco dietro al quale due bionde maggiorate preparano cocktail e quattro ragazzi sono seduti sugli sgabelli; […] ti fai preparare un whisky, dai della tirchia alla ragazza che ti sembra abbia usato troppo ghiaccio e poca sostanza e plei er dispetto ti riempie il  bicchiere fin o all’orlo. allora fai il duro e lo svuoti tutto d’un fiato, le sorridi,sbatti il bicchieresul bancone e le ordini di riempirlo. ti giri, vai verso il biliardo con la gola in fiamme e il cuore che segue il ritmo della musica nell’altra stanza.

Se c’è un difetto è proprio questa preponderanza degli eventi a soffocare la personalità e i caratteri del romanzo che risultano a volte schematici e con una opacità psicologica che li appiattisce sullo sfondo. Maurizio ne esce anemico in determinati passaggi; tuttavia densi rivoli di vita riescono ad emergere nelle pause del flusso di coscienza, brevi e illuminanti flash che scavano nel pensiero e privi di filtri :

il bianco del soffitto fa vomitare vorrei che fosse trasparente per vedere le nuvole sarebbe bello avere una casa in mezzo al bosco nessuno che rompe i coglioni […] devo comprare delle tende nuove perchè quelle appese alle finestre sono proprio tristi […] potrei anche comprare dei soprammobili un vaso dove metterci dei fiori quando arriva Gabriella o una qualunque tanto non voglio mettere su famiglia forse starebbero bene delle spighe di grano.

Questo Renzo Tramaglino della Torino moderna che agisce prevalentemente per strada come il personaggio manzoniano si avventura e corre, mai fermo, mai tranquillo; a  metà romanzo si trova immerso in una griglia un po’ ingarbugliata di eventi. I personaggi che si avvicendano sono Rodolfo Roppo e Giovanna Liseo: un “arrampicatore sociale che venderebbe anche sua madre per i suoi interessi e magari venderebbe anche te” e lei, una sconosciuta abbordata per una fugace notte di piacere e poi rivelatasi misteriosamente coinvolta in questo intrigo di gente che prende in carico Maurizio, per motivi che si chiariscono, gradatamente e con il classico colpo di scena finale.

Un personaggio positivo, o apparentemente tale, rompe questo schema dei personaggi. È l’ex- professore di liceo di Maurizio; quest’ultimo, come nel più classico dei thriller, ha un legame con il don Rogrigo della situazione: Antonello Zanna, una sorta di residuo putrido di tangentopoli, riciclatosi ai tempi del bunga bunga. Al centro della faccenda un bellissimo e ingannevole travestito che è stato picchiato da Maurizio e che alla fine restituisce il colpo con tutti gli interessi. La risoluzione finale serve a sigillare un precipitare di eventi che lascia un po’ a bocca asciutta.La sensazione che gli eventi abbiano fagocitato i caratteri è rimasta e si ripresenta. Ma forse da un rocambolesco autostop per la notte di un giovane ragazzo non ci si potrebbe aspettare altro. Una rêverie  al cardiopalma con sottofondo rock.

Un ritratto dell’autore Massimo Anania-

Dirò di piu: la perdizione morale, l’attraversamento dei confini, il passaggio di vari livelli di conoscenza e di “prove” fisiche, morali, ne fanno anche un agile (nel senso della psicologia globale del personaggio) pendant del carattere tipico del romanzo di formazione: prima sprovveduto di fronte al caos degli eventi, poi spaventato e perso nei suoi disordini mentali, sempre più lucido nel dipanare la matassa ed infine come il più bravo dei detective a consegnare a ciascuno dei  personaggi il loro ruolo la loro identità. Il mistero del tipico giallo risulta funzionale a questo nodo centrale di dinamiche e di traiettorie che coinvolgono tutti i personaggi a vari livelli.
Un romanzo apprezzabile più per la sua struttura e per le tecniche narrative utilizzate (con grande precisione) che per lo scavo dei personaggi e per la sostanza umana delle storie narrate. A condire il tutto una sorta di colonna sonora di tutto rispetto che accompagna ogni capitolo e che rende questo testo più polimorfo e dinamico di quello che ci si potrebbe aspettare. Un inno infine alla letteratura on the road,  alla quale Anania strizza l’occhiolino  portando a termine questa buona prima prova che ci fa sperare in un brillante seguito.

Dai funambolismi di Agenzia Pertica alle parole per Mina: i mille volti di Luca Ragagnin

Dai funambolismi di Agenzia Pertica alle parole per Mina: i mille volti di Luca Ragagnin

Poeta, narratore, romanziere insolito. Non si può racchiudere Luca Ragagnin in una definizione unica e completa, come racconta il suo percorso di autore multiforme, che non poteva restare indifferente a una casa editrice come Miraggi: dall’esordio nel 2012 con Musica per orsi e teiere, al passaggio di Capitomboli del 2013, alla perla rappresentata dalla trilogia Imperdibili Perdenti di fine 2015 scritta per i Totò Zingaro, fino al recente Agenzia Pertica del 2017, racconto di una improbabile agenzia investigativa che ha appassionato i lettori per la scrittura funambolica e sorprendente.

La musica per l’appunto. Ragagnin ha realizzato testi per parecchi interpreti: il rapporto solido e proficuo con i concittadini Subsonica, cominciato nel 1997 con il primo album del gruppo torinese. E poi canzoni per Garbo, Mao e la Rivoluzione, Antonello Venditti e, oggi, Mina. Quella che è considerata la più grande interprete italiana ha pubblicato a fine marzo Maeba, disco interamente realizzato con brani inediti. L’ultima canzone della tracklist è “Un soffio”, con musica di Davide “Boosta” Dileo – tastierista dei Subsonica – e testo di Ragagnin. Una canzone descritta come eterea e destrutturata, apparentemente lontana dal mondo della cantante per la traccia elettronica e le atmosfere psichedeliche. Ma la collaborazione tra Boosta e Ragagnin ha saputo regalare un’atmosfera insolita, resa ancora più unica dalla voce inimitabile di Mina.

Coriandoli a Natale: Poetarum Silva ospita Tomas Bassini

Coriandoli a Natale: Poetarum Silva ospita Tomas Bassini

Me la prendo comoda, per quanto possibile. Cerco di rintracciare ogni prova tangibile che testimoni quello che c’è stato fra me e Lei. Sono diventato quello che si potrebbe chiamare un “topo da biblioteca”, mi sono messo a studiare come non ho mai studiato in vita mia: con diligenza, con regolarità, pure con una certa pignoleria da primo della classe. Voglio recuperare ogni materiale disponibile, dagli scontrini dei negozi dove siamo stati ai conti dei ristoranti, dai biglietti del cinema alle lettere d’amore; voglio avere tutto sopra al tavolo senza saltare i capitoli e senza dare per scontato anche il più limitato particolare, voglio fare il bravo studente, per una volta, e non puntare solamente sulla faccia tosta. Me la prendo comoda nel senso che ci metto tanto; è da non credere quanto materiale probatorio si possa accumulare in soli tre anni di relazione, quanto ne venga fuori anche all’ultimo momento quando si pensava il lavoro oramai finito. Ecco appena rintracciato, in questo preciso istante (ore 5.18) un documento scritto di mio pugno di cui mi ero completamente dimenticato:

G.* dov’è che sei? G. cos’è che vuoi? G. ma come faccio a farti innamorare? Tu dormi mentre io rimango in poltrona e ti mando saluti vari ed eventuali. Ecco, vediamo un po’. Ti saluta la lampada a luce gialla di questa portineria, ti salutano le chiavi delle camere, i porta-chiave, i numeri attaccati, le cassette della posta. Ti salutano i registri da compilare, le schede di notifica, i numeri progressivi, le assenze e le presenze. Ti salutano le foresterie, le federe dei cuscini, la biancheria e il cambio biancheria. Ti saluta lo stanzino dei portieri e il frigo-bar che mi rimproveri, i biglietti attaccati ai vetri, gli avvisi e il telefono che rimane zitto. Ti saluta qualcuno che di tanto in tanto passa e non dice niente. Ti saluta la segnaletica e il piano d’evacuazione d’emergenza, gli estintori rossi. Ti saluto soprattutto io, cara G., che qua non sembra ma mi faccio stanco, mi prendo tutte le occhiaie e divento scorbutico, più del dovuto. Ti saluto io che ugualmente mi mantengo e di nuovo ti saluto. Buonanotte G. P.S. Sono quello nella fotografia. Il primo da destra ma anche da sinistra.
P.P.S. Ma quanto posso essere scemo qualche volta?

(*G. sta per l’iniziale del cognome che nel documento è scritto per esteso.) Così vado avanti, in questa maniera che (e non so se l’ho già detto ma credo di sì) è sicuramente poco salutare, fa male ai nervi, alle ossa, alla circolazione e soprattutto a ciò che ruota attorno al tratto gastrointestinale. È una roba mica da ridere, o se non altro a me non fa ridere per niente, tranne qualche volta, quando magari sono in vena e mi esce una risata isterica, a strattoni, come la marmitta un poco andata di quei motorini che inspiegabilmente si riprendono in salita. Sono le cuciture interne che per qualche strana ragione di tanto in tanto vanno su di giri e fanno un po’ come gli pare, poi tornano giù e si sta peggio di prima visto che quello scatto repentino da centometrista ha sbagliato tipo di corsa e non è servito a niente, se non a finire quel poco di fiato che rimaneva e che sarebbe stato molto meglio centellinare. Ho la sensazione che in qualche modo sia Lei ad aspettarselo da me. Credo che dal suo punto di vista io non abbia mai concretamente fatto niente e, sempre dal suo punto di vista, sarebbe ora che cominciassi a fare qualcosa, qualsiasi cosa. Tuttavia non è per questo che mi sono infilato in una faccenda che sta risultando molto più complicata di quanto pensassi all’inizio. Sarà che ero partito bene, anche troppo, con tutti quei buoni propositi che mi facevano apparire la cosa semplice o per lo meno naturale. Però mi sta venendo il dubbio che non ci sia niente di naturale, e sicuramente niente di semplice, nel crogiolarsi fra quegli scatoloni di vecchi discorsi e discussioni il cui sunto finale è quasi sempre lo stesso: D’accordo, è appurato che il più delle volte non ci sopportiamo, però non diciamo che ci siamo sbagliati, diciamo che sarebbe stato meglio organizzarci. Organizzarci meglio.

(…)

Schiena. Mi ricordo che aveva una schiena lunga, e credo ce l’abbia tuttora. Una schiena come un muro bianco, però morbido e con un buon odore di frutta mista. Soprattutto cocco, kiwi e banane. – Nei. Quanti ne aveva? Diamine, non mi riesce di ricordare il numero esatto. Chissà se si offenderebbe se la chiamassi appositamente per chiederglielo? Comunque ne aveva un bel numero. A me piacevano soprattutto quelli finali, più bassi, meridionali. Ne aveva sicuramente tre o quattro intorno alla natica destra. – A proposito: natiche. In fondo al muro bianco ci trovavo sempre questi due meravigliosi affari a cui non so dare un nome. Non so perché, ma a me le sue natiche hanno sempre fatto pensare alla porta di un saloon: semplice, basilare, povera, eppure uno spettacolo. È il modo in cui si aprono e si chiudono che è uno spettacolo a cui non riesco a dare un nome. Dire natiche è riduttivo, dire culo non è proprio esatto. Lo so che anche la porta di un saloon non rende bene, è un poco stupida come immagine, ma è la prima a cui mi viene di pensare quando penso alle sue natiche. E poi c’è da dire che le porte di un saloon quando si aprono si aprono sempre o su di una bella rissa o su di una bella sbronza, o almeno così mi piace immaginare. – La prima volta che l’ho portata qui, dentro al gabinetto, è stato il giorno che mi ha aiutato a fare il trasloco. Era di lunedì. Non abbiamo fatto niente ma ci abbiamo pensato, soprattutto Lei. – Abbiamo rimediato la seconda volta che ci è venuta. In piedi, davanti al lavandino, molto svelti ma convinti. C’era una lampadina fulminata che rendeva la luce ancora più perfetta. – Le volte dopo sono state molto spesso sotto la doccia. Era che l’acqua calda giocava a nostro favore. – L’ho vista farsi tanti di quei bidet che se adesso mi abbasso sono convinto di trovarci ancora un pelo incastrato sotto al tappo. Legato col doppio nodo. Ma è meglio non rischiare. – L’unica cosa su cui qui dentro non ho capitolato è stata quella di pisciare, seduto sulla tazza, mentre Lei si lavava i denti. Su questo argomento non ho voluto sentir ragioni, le cose erano due: o io pisciavo o Lei si lavava i denti. – Adesso però credo che raggiungerei volentieri un compromesso, anzi, le farei tutte le pisciate che vuole, anche quelle acrobatiche, se solo si decidesse a lavarsi ancora i denti qui dentro. – Adesso. Adesso. Adesso chissà cosa diamine sta facendo. Adesso magari niente, dorme. Ma prima di dormire qualcosa avrà fatto, e non saperlo è più che fastidioso. – Aveva un maglione bianco che era di tre misure sopra la sua. Io glie ne ho lasciato uno mio, blu, dopo che mi si era ristretto in lavatrice. Adesso sono sicuro che le starà benissimo. I pigiama. Me ne ricordo soprattutto due. Uno bianco con i pallini rossi, che si sbottonava come una camicetta. E uno metà bianco e metà rosso, molto invernale, con sopra disegnati tanti gatti. – Andava matta per i pois e per i fiocchi. A volte anche per le acconciature da cinquantenne o sessantenne. – Le piacevano le vecchie collane e i vecchi braccialetti, gli orecchini giganteschi che metteva sua nonna. Anche a me piacevano ma mi sa che non gliel’ho detto troppo spesso. – Dovrei decidermi a scriverle almeno una poesia senza finale tragico. O se non altro almeno una totalmente positiva, senza nessun sottinteso catastrofico. – Dovrei riuscire a fare più di una cosa contemporaneamente. Ma forse no. – Probabilmente dovrei perdere due chili e se c’è tempo scolpire gli addominali bassi. – Sicuramente dovrei fumare meno. – Dovrei anche bere meno vino bianco e smettere completamente con la birra. Prima nemmeno la bevevo la birra. – Dovrei smettere d’aver paura dei supermercati e smettere d’andarci solamente in orari improponibili. – C’è da dire però che l’ultima volta che mi ha abbracciato dentro a un supermercato eravamo davanti al reparto frigo, settore latticini. E ci siamo abbracciati parecchio. – C’è da dire soprattutto che quella volta lì, che è stata la nostra ultima volta insieme in un supermercato, non ci siamo solo abbracciati. Lei mi ha anche detto una cosa all’orecchio, una di quelle cose che non passano inosservate. Mi ha detto, testuali parole: «Oddio, quanto ti amo». Non è tanto per il ti amo ma per l’Oddio: Oddio, Oddio quanto ti amo, non è una cosa che si sente tutti i giorni quell’Oddio. Lì, al supermercato, davanti ai formaggi semi stagionati e alle mozzarelle quell’Oddio ha fatto nel mio orecchio lo stesso rumore che farebbe un palazzo di quindici piani se venisse giù, dopo scarica di dinamite, per fare posto a un altro più bello, non di quindici ma di centoventicinque piani. – Oddio. Oddio. Oddio. Oddio. Oddio. Oddio… Oddio, quanto ti amo. Bisognerebbe avere il porto d’armi per permettersi di dire una cosa del genere. Può essere pericoloso dirlo così su due piedi, soprattutto se non si avverte l’altro che lo stiamo per dire. Oddio. Non so se è normale ma per me questa è una di quelle parole che se messe davanti a quanto ti amo stanno a significare che oramai i giochi sono fatti e che non è più possibile tornare indietro per nessuna, e dico nessuna, ragione al mondo. Oddio, quanto ti amo. – E poi qualcuno si stupisce se ho il terrore dei supermercati…

© Tomas Bassini

Il pranzo di nozze di Renzo e Lucia – Cooking Show di Chef in Valigia Fabio Mendolicchio

Il pranzo di nozze di Renzo e Lucia di Marco Giacosa diventa un cooking show con menu originale del ‘600 di Chef in Valigia Fabio Mendolicchio (Kitchen mon amour).
Una cena itinerante, proposta nei luoghi più disparati, come ci ha abituati lo “Chef in valigia”, una serata in cui gustare un menu antico, preparato dal vivo, godendosi i racconti, le curiosità e i divertenti aneddoti manzoniani di Marco Giacosa.

Anno 1630, ci si ritrova seduti al banchetto di nozze della coppia letteraria più famosa d’Italia. Mangiando con loro un menù dell’epoca, ripercorreremo che cosa è successo in quei due anni, riscoprendo i momenti più importanti della vicenda che ha tenuto col fiato sospeso intere generazioni.

Il pranzo di nozze di Renzo e Lucia di e con Marco GiacosaChef Mendo Fabio Mendolicchio

È facile innamorarsi dei Promessi sposi se sai come farlo.
Manuale di seduzione per lettori disaffezionati.

C’è di che riconciliarsi con I promessi sposi. Quel signore era forse poco simpatico, malgrado i buoni uffici di Natalia Ginzburg. Ma il libro di quel signore, che bello! Leggetelo e rileggetelo, ragazzi, sotto il banco, mentre il professore parla d’altro. Vi invito a una lettura clandestina di Manzoni, come se fosse un libro proibito.

(Umberto Eco, 1985)

Non c’è nulla di più concreto che ripartire, a distanza di circa 400 anni, proprio da ciò che all’epoca si mangiava. Il cibo, la tavola, il bisogno di sfamarsi tra carestie e povertà. Gli alimenti che erano facilmente recuperabili ci raccontano molto di quell’epoca, narrano meglio le storie delle famiglie, inquadrano bene le esigenze dei diversi ceti sociali. Sarà il format del cooking show di Fabio Mendolicchio, popolarmente conosciuto con L’IBRIdaCENA, che curerà la preparazione delle portate che riporteranno i commensali in un’epoca lontana, attraverso il gusto.
Sarà invece lo scrittore Marco Giacosa che condurrà il gioco dell’immaginazione, stuzzicando il vostro appetito narrativo con un racconto incantevole e coinvolgente de I Promessi Sposi e di quel tanto atteso finale.

“Gentili signori,
siete qui convenuti, a questo pranzo di nozze, con due anni di ritardo.
Avevate ricevuto l’invito per il giorno 8 novembre 1628, che era un mercoledì; purtroppo però molto in quella settimana andò storto, e non se ne fece nulla.
Per tanto tempo il destino si è frapposto tra i nostri cari Lucia e Renzo, ma quando tutto sembrava ormai perduto, ecco la Divina Provvidenza posare su di loro la sua mano santa.
E finalmente eccoci, tutti assieme, a festeggiare l’unione di Renzo e Lucia!
Io vi auguro buon appetito, di cuore.”

E spero apprezzerete, tra un piatto e l’altro, il racconto che andrò a fare delle grandi e gravi cose accadute negli ultimi due anni, che hanno tenuti lontani gli innamorati, che non sono riuscite, tuttavia, a vincere il loro amore!

Marco Giacosa

Menù

  • aperitivo d’epoca
    • Ricottine in salsa di lenticchie, miele e noci
    • Macedonia salata di cicerchie, uva e mais a tocchi
    • Crostino di pane con pollo e funghi
    • Farinata di ceci all’antica e quartirolo lombardo
  • Zuppetta di cipolle con pane accomodato
  • Mono crostatina degli sposi di frutta fresca sciroppata
  • Crema dolce di mais con mele, muesli e ostie

Chef Mendo

Miraggi Edizioni al Book City 2016 di Milano

Miraggi Edizioni al Book City 2016 di Milano

 

Domani inizia la quinta edizione di BookCity Milano. Come ogni anno il primo giorno è dedicato alle scuole e ai progetti ad esse collegati. Quest’anno BookCity per le Scuole ha coinvolto 1300 classi di Milano e dell’hinterland che hanno aderito a più di 160 progetti proposti da editori, associazioni e professionisti del mondo del libro.
I progetti di BCM Scuole non si fermato ai quattro giorni della manifestazione, ma continuano tutto l’anno in tutti gli ordini scolastici per portare libri e lettura tra i banchi di scuola.

appuntamenti:
Sabato 19 novembre 2016
ore 12.00 Una stroia tedesca
Con Roger Salloch, Francesco Forlani
e Davide Reina

Ore 15.30 Tombola letteraria
Tanti modi per leggere
Teatro Franco Parenti – Digital Studio Dove? Al Castello Sforzesco – Biblioteca d’Arte piazza Castello 1

ore 21.00 Opinioni da clown e Romanzo musicale di fine millennio
di e con Giangilberto Monti
Dove? Alla Libreria Caffè Colibrì via Laghetto 9/11

Domenica 20 Novembre 2016
Les chansonniers. Le traduzioni e gli adattamenti della chanson française, tra parole e musica.
Con Giangilberto Monti e Fabrizia Parini

Dove? Alla Fondazione Milano – Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli
via Francesco Carchidio 2

Alessandro De Vito presenta Tamizdat, la nuova collana di Miraggi

di Alessandro De Vito

Perché, oggi, una nuova collana di libri? Di traduzioni, per giunta. Non c’è già TUTTO?

Pur senza andare a citare i dati numerici della produzione libraria italiana, è evidente anche al profano che escono e continuano a uscire libri in grandissima quantità, anche con la flessione dovuta all’aggravarsi della crisi del settore negli ultimi anni.
A che serve allora aggiungere ancora altra carne al fuoco? Il perché ci appare evidente, nella posizione di piccolo editore quale Miraggi è, ma spesso anche in quella di lettori, grandi lettori, appassionati lettori. Migliaia di novità, e non trovare poi molto sale, tra gli scaffali delle librerie, come se si avesse spesso la sensazione che manchi qualcosa. E forse è proprio compito del piccolo editore, un po’ più libero, un po’ meno vincolato dalla dittatura dei grandi numeri, alla velocità usa e getta con cui si consumano e si soffocano le novità, continuare a cercare anche quelle “cose che mancano”. Da anni, ci sono editori che lo fanno, con senso etico, rischio personale e un successo non trascurabile. Non faccio nomi, il vero lettore sa.
Ci si chiede perché, allora, alcuni libri non vengano tradotti. O perché altri non siano più reperibili, a volte da decenni. La risposta, per noi, è venuta un po’ per caso parlando di libri, suggestioni e passioni  con l’amico scrittore e traduttore e altre mille cose (Nazione indiana) Francesco Forlani, riecheggiando discorsi ripetuti tante volte con i miei soci Davide Reina e Fabio Mendolicchio. Aleggiano nell’aria le parole “Samizdat” e “Tamizdat” che, come sapete, erano le pubblicazioni clandestine che sfidavano la censura nei paesi d’oltrecortina. Samizdat, quelle “autopubblicate” di autori del posto, russi, cechi, polacchi ecc.; Tamizdat (dalla radice “tam”, là, altrove), quelle tradotte e importate clandestinamente di autori occidentali, o specularmente quelle di autori del blocco realsocialista portate in qualche modo fuori, nel mondo “libero”. Essendo di origine ceca, ovviamente mi sento subito a casa.
Certo, non siamo in una dittatura, e quei termini sono solo suggestivi. Però accade. Tornando alla domanda iniziale, accade ancora, e spesso, che libri che vorremmo, di cui possiamo ammettere di “aver bisogno”, libri che arricchirebbero il nostro dibattito pubblico, la nostra idea di letteratura, semplicemente non ci siano. In un momento storico non particolarmente grandioso del nostro paese, anche dal punto di vista dell’influenza culturale, ci sembra giusto e doveroso provarci, oltre che bello.
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Così nasce Tamizdat, più progetto che semplice collana, che amplia l’orizzonte di Miraggi, che si è fatta conoscere per altro, e includerà testi molto differenti tra loro. Siamo partiti con un romanzo, Una storia tedesca, di Roger Salloch, e per il 15° anniversario dell’11 settembre è uscito un pamphlet incredibilmente negletto in Italia: Cari jihadisti, di Philippe Muray. Tra le prossime uscite, un testo, come gli altri della collana mai pubblicato nel nostro paese, di Venedikt Erofeev (Diario di uno psicopatico), la splendida prosa poetica del ceco Petr Král (Nozioni di base), e i racconti caustici del grande regista praghese Jan Nemec (Volevo uccidere JL Godard).
Nel 2017 partirà la collana gemella di autori italiani, che non poteva chiamarsi che Samizdat.

riportato sul blog di Giacomo Verri, chi non lo conoscesse può approfondire https://giacomoverri.wordpress.com/2016/09/16/alessandro-de-vito-presenta-tamizdat-la-nuova-collana-di-miraggi/

 

Finalmente on line!

Finalmente on line!

Questo Miraggio è un miraggio di prova e che sta a significare che il nuovo sito di Miraggi Edizioni è finalmente on line!