Chiedi a papà – Gianfranco Franchi per Mangialibri

Papà Jan Nedoma, medico, ha combattuto per parecchio tempo con una tremenda malattia: i suoi figli Jan jr. (detto Hans), Emil e Kateřina hanno assistito alla sua decadenza e alla sua fine, così come la moglie, la compagna di una vita, Marta. Nella malattia di Jan, a un certo punto, non c’è stato più segno di luce e di speranza: in lui cominciava a essere la morte, e la morte è la tenebra degli uomini, quando sono dimentichi di un’autentica spiritualità. Testimoniare quel precipizio paterno era stato abbacinante; infine non esisteva più conforto. Morto Jan, Marta e i suoi figli fanno i conti con l’assenza, col nulla rimasto dopo di lui. Non se n’è andato soltanto lui, ma poco alla volta è finito nel nulla tutto ciò che avevano insieme, tutto ciò che erano stati insieme; ciò che avevano rappresentato. I fantasmi del passato si nascondono dappertutto: la memoria pretende più di un tributo, con imprevedibile frequenza; la coscienza fa sprofondare in più di un rovinoso esame. Hans dice che uno rimane bambino finché ha i genitori in vita. Forse è così. Intanto, la famiglia continua a ricevere lettere, scritte da un vecchio amico integerrimo; lettere che ripetono che papà Jan non era l’uomo che sembrava, era stato sleale, s’era ammantato d’un’aura di cristianità che non corrispondeva ai suoi comportamenti – ciò che aveva fatto per il regime comunista era criminoso. “Corrompere non è solo ingannare e pagare, nel suo significato principale vuol dire distruggere. In questo modo è stato distrutto tutto ciò a cui con tuo padre abbiamo aspirato per tutta la vita […]. La malattia è solo una parte della condanna che deve scontare in eterno, per espiare forse il sangue sulle sue mani”. Come accogliere parole così pesanti e inattese? Sono reali, è tutto reale? Siamo qui? “È possibile, per un istante, non morire? Per un istante, non fare del male? Per un solo istante non pensare alle lettere che cercano di convincerti che tuo padre era un uomo malvagio e meschino, che fingeva di essere un cristiano mentre prendeva parte ad autentici crimini? Un’accusa così tremenda che a causa sua ti cominciano a fare male proprio quei reni che tuo padre per tutta la vita ha curato […]. E le pareti ondeggiano e i rami si muovono, la sigaretta finisce”…

Jan Balabán, classe 1961, nativo del borgo di Šumperk, vicino Olomouc, Moravia, cresciuto nella grigia città industriale di Ostrava, laureato in Filosofia, è considerato tra i maggiori scrittori cechi del secondo Novecento e degli anni Zero. Apprezzato soprattutto come autore di racconti (premio Magnesia Litera per l’acclamata raccolta Možna že odcházíme, vale a dire Forse ce ne andiamo, nel 2005), come romanziere è stato particolarmente elogiato per libri come Kudy šel anděl, cioè Dov’è andato l’angelo (2003) e per questo Zeptej se táty, cioè Chiedi a papà, apparso postumo, in patria, nel 2010, salutato nuovamente col prestigioso Magnesia Litera, poi tradotto in Svezia, Serbia, Polonia, Bulgaria, Macedonia. Si tratta di un cupissimo, terribile e parzialmente autobiografico romanzo esistenzialista, scritto nell’arco di tre, lancinanti anni per meditare sul senso della vita, sul peso dell’assenza e sull’irrimediabilità della morte; è stato considerato un libro maudit, perché l’artista è venuto a mancare poco prima di completare la revisione del manoscritto, soltanto quarantanovenne, senza essersi nemmeno ammalato. Nella nota all’edizione italiana, in appendice, il suo storico sodale Petr Hruška osserva che in questo lavoro, così come in tutti i libri di Balabán, “troviamo l’incessante ricerca di una stabilità interiore, della dignità della vita in una ‘verità emotiva’ e in una fede in Dio informale”: i testi dell’artista ceco, infatti, “mettono insieme immagini della vita di persone che si trovano in crisi esistenziale, che brancolano in stati di abbandono di vario genere oppure in procinto di affogare, colpite dalle impreviste ondate della fatica di vivere”. Considerando che Chiedi a papà è il primo libro di Balabán tradotto in lingua italiana, la visione d’insieme offerta da Hruška è particolarmente utile: niente sapevamo della sua estetica e della sua poetica. “Balabán” – spiega ancora il suo sodale – “fa parte degli autori in cui ogni angoscia viene infine riscattata da una certa partecipazione, preoccupazione per la vicenda del prossimo. Era consapevole che questa partecipazione al destino degli altri ha, in fin dei conti, un potere enorme, e da sola può renderci migliori di quello che siamo mai stati”. Quanto ai maestri e in generale agli artisti più considerati da Balabán, il suo vecchio amico ci riferisce che era particolarmente ispirato da William Faulkner, Raymond Carver e dal poeta John Donne; tra i russi, i più amati erano il Nobel Ivan Alekseevič Bunin e il prevedibile Dostojevskij. Dalla pagina di wikipedia english, appuriamo che aveva tradotto parecchio, dall’inglese al ceco; soprattutto pagine di Lovecraft e del critico letterario Terry Eagleton. Chiedi a papà è la terza uscita della seducente collana di letteratura ceca «NováVlna», diretta da Alessandro De Vito; è stato pubblicato col sostegno del Ministero della Cultura della Repubblica Ceca.