Un romanzo-diario: la storia di due sorelle, con Berlino sullo sfondo. Intorno a loro animali parlanti, un musicista, una senzatetto voce narrante. “La vita è stanca” racconta un desiderio comune a tutti, quello di trovare un senso alla propria esistenza. “È nato da un’esigenza filosofica – spiega Batsceba Hardy –. Volevo raccontare quello che avevo nella testa attraverso pensieri, dando vita a storie fantastiche. Mi sentivo come se stessi scrivendo le Affinità elettive di Goethe con uno spirito “Anime” giapponese, un misto di magia e – al tempo stesso – di filosofia”.

Parliamo di Annalia e Andrea, i protagonisti.
“Sono sorella e fratello, che poi diventa sorella dopo essersi sottoposto a un intervento chirurgico. So benissimo di che cosa parlo, perché ho approfondito l’argomento prima di scriverne. So quali siano i tempi e le sofferenze di un’operazione di questo tipo. Ma non mi interessano i valori sociologici, le identità di genere. Il personaggio per me resta un individuo unico, anche se in trasformazione. E’ molto più mia, più mentale come cosa. Il resto lo lascio dire agli altri”.

Può apparire come una storia senza uno sviluppo cronologico.
“E invece c’è. Si comincia con Andrea che parte da Milano e raggiunge Annalia a Berlino. Lo stacco finale è invece aperto, può succedere come non succedere. C’è pure una vecchia homeless, che è la voce narrante: è un personaggio vero, che soggiornava davanti a una banca e che ho conosciuto. L’ho chiamata Elfriede. La sua è una storia che già c’era e che è entrata dentro “La vita è stanca”.

Perché la vita è stanca?
“Perché si può morire per stanchezza come andare avanti. E’ un ossimoro, come io mi penso un ossimoro vivente. Una stanchezza non solo fisica ma quella per cui, alla fine, ti chiedi se sei ancora vivo. In questa società siamo ormai oltre l’alienazione. C’è chi tenta di sopravvivere drogandosi: di potere, di televisione, di cose da fare. E c’è chi resta ucciso da questa performance continua”.

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