“Il futuro è sempre incerto. Nessuno sa che cosa ci aspetta o ci toccherà, l’unica certezza che abbiamo nella vita, è la morte”

Karel Kopfrkingl, il protagonista creato da Fuks nel 1962 nel grottesco e quasi surreale libro Il bruciacadaveri, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1972, e oggi con una nuova traduzione a cura di Alessandro De Vito, per Miraggi Edizioni, è semplicemente geniale!

Fuks ha racchiuso nel morigerato e premuroso padre di famiglia e marito amorevole – al limite dello stucchevole – tutta l’atrocità e la contraddizione di uno dei periodi più abietti della storia: la follia delle persecuzioni naziste.

Praga 1938-39, Kopfrkingl è impiegato nel crematorio comunale, il suo Tempio della Morte, ama il suo lavoro a tal punto da giudicarlo un aiuto necessario a Dio per estirpare il male definitivamente, e far tornare in polvere, ciò che il Creatore ha disposto. Ma Karel, come dicevo, è anche un marito presente e innamorato della sua celeste moglie dai capelli neri (un particolare che spesso ritorna nelle sue affermazioni). Ossessivo, logorroico, abitudinario e maniacale, in cerca della perfezione estetica, ama adornare casa con ninnoli (di dubbio gusto), passeggiare con la famiglia, e recarsi spesso da un dottore, suo vicino di casa, specializzato in “malattie veneree”. Ma nell’epoca dei grandi movimenti nazisti per ristabilire e ripulire la razza ariana, Roman/Karel, si lascia soggiogare dalle idee nazionalsocialiste tanto da prendere in considerazione il divorzio da Lakmè/Marie, di origini ebraiche. La sua goccia di sangue tedesco ribolle, mostrando un angelo nero, che armato di cappio, ucciderà la sua celestiale moglie, mentre risuona la grande aria di Lucia.

“Quando Lakmé salì sulla sedia, il signor Kopfrkingl le accarezzò il polpaccio, le gettò il cappio al collo e con un tenero sorriso le disse:

« E se ti impiccassi, cara? »

Lei gli sorrise dall’alto, forse non aveva capito bene le sue parole, anche lui sorrise, calciò via la sedia ed ecco fatto.”

L’atto criminoso di Karel completa la trasformazione, il nazista che è dentro di lui implode, la follia ha raggiunto l’apoteosi riservando un destino crudele  al resto della famiglia.

Fuks ha rappresentato il male in tutto il suo orrore, ha creato un personaggio vestito da uomo perbene, zuccheroso oltremodo ridondante, che si lascia accarezzare dal diavolo (Willie Reinke) persuaso dalle ideologie di purificazione, (in seguito con la creazione delle camere a gas) calandosi, ad esempio, nei panni di un mendicante per spiare i nemici ebrei, inculcato dal suo serpente tentatore.

Sottilmente, Fuks sparge tanti piccoli particolari che riportano al periodo nazista, persino i solenni rituali di Karel, come leggere sempre lo stesso libro sul Tibet, per poi sfociare nella pazzia; anche l’ossessione della stanza da bagno, l’arredamento…

…e ancora, i nomi non hanno valore, la simbologia degli animali, dei capelli neri delle donne tutto meticolosamente orchestrato per dar vita alla morte, una macabra pantomima che porta in scena la ferocia di un leopardo e la subdola destrezza di un serpente, il tutto scandito dall’orario di viaggio della morte.

“La morte libera l’uomo dal dolore e dalla sofferenza”

 Il bruciacadaveri non risponde a nessuna domanda, anzi ne pone come tanti capolavori letterari. Inquietante e stupefacente!

 Ladislav Fuks è stato uno dei più noti e rappresentativi scrittori cechi del Novecento (Praga 1923 – 1994). La nuova traduzione è affidata ad Alessandro de Vito, mentre la

postfazione al noto boemista Alessandro Catalano.

Articolo originale qui: Il bruciacadaveri di Ladislav Fuks