Praga, fine anni Trenta, nei giorni prossimi all’occupazione dei Sudeti. Il signor Karel Kopfrkingl non è il buon padre di famiglia che vuole sembrare. Formalmente è uno che tiene ad apparire ineccepibile: solerte impiegato, astemio, niente vizi, ripete spesso di amare sua moglie e i suoi due figli adolescenti, e di fare ogni cosa per loro (“È solo un compito, un mio sacrosanto dovere”). Non guarda avanti: non crede nel futuro. Esegue rigorosamente la sua vita. “Non c’è nulla di certo nella vita. Il futuro è sempre incerto e questa incertezza è la fonte di ogni paura” – ripete. “Ma almeno una cosa nella vita è certa, ed è la morte. Per cui in effetti, davvero, Dio sia lodato per essa…”. L’oscuro piccolo borghese Kopfrkingl di mestiere fa l’impiegato: l’impiegato al crematorio. Della cremazione sa ogni cosa: interpreta quel suo ruolo con incresciosa perfezione. Crede che la dichiarazione di morte sia un atto burocratico sublime, di massima responsabilità. Crede che sia fondamentale che l’uomo possa ridursi in cenere, “perché possa tornare in pace rapidamente dove ha avuto origine”. E poi, c’è poco da fare, per Kopfrkingl la cremazione, a ben guardare, “è più automatica e meccanica, velocizza il processo del ritorno nella polvere, da cui l’uomo è stato creato, e in questo aiuta l’opera di Dio. Ma principalmente aiuta l’uomo stesso. La morte libera l’uomo dal dolore e dalla sofferenza”. Karel Kopfrkingl predica la bontà della cremazione e ingaggia, en passant, altri impiegati perché procaccino clienti (“Nessuna assicurazione, nessuna polizza, qualcosa di completamente diverso”). Nessuna remora. Nessuno scrupolo. Nessun sentimento. No, forse non è la persona perbene che vuole sembrare. È ossessivo. È morboso. È abulico. Per Kopfrkingl “i nomi non significano nulla” e così si fa chiamare Roman da sua moglie Marie, che a sua volta lui chiama Lakmè. Perché? “Perché sono un romantico e un amante della bellezza, cara”. È uno che per svagarsi e distrarsi porta la moglie a vedere uno spettacolo sulla peste a Praga nel 1680. Uno che è sprofondato in un tetro e sinistro fatalismo, fraintendendo la lezione tibetana. È uno che si troverà poco a poco a suo agio con il nuovo ordine nazista, subito in cerca di impiegati solerti come lui e di uomini estremamente rispettosi della forma e della disciplina, disposti a sacrificare tutto…

Secondo libro di Ladislav Fuks [1923-1994], originariamente pubblicato in patria nel 1967, Il bruciacadaveri [Spalovač mrtvol] venne presentato al pubblico italiano da Ripellino, in Einaudi, nel 1972: nelle parole del padre di Praga magica, siamo di fronte a “un benpensante e ipocrita cerimoniere, uno schizoide impigliato nelle consuetudini di un macabro rituale, un saccente becchino-filantropo, che l’epoca incline alle stragi e la sicumera esequiale e la sciocca ambizione e la flaccidità del carattere e la tenerezza, sì, la tenerezza tramutano in un dispensatore di eutanasia”. Nella notevole postfazione alla nuova edizione Miraggi, 2019, Alessandro Catalano ci informa che, originariamente, il romanzo “era stato scritto in prima persona ed era basato sui monologhi interiori di un protagonista che esplicitava le sue idiosincrasie e la sua trasformazione in delatore e assassino”, mentre nella versione poi pubblicata la metamorfosi di Kopfrkingl “resta celata a lungo nella mente del protagonista”. Rispetto al suo buon esordio [Pan Theodor Mundstock, 1963; IT, Il signor Theodor Mundstock, Einaudi, 1997] si apprezzano diversi aspetti in comune; la dedizione della narrazione all’assurdo, o al grottesco; il disordine mentale del protagonista, là terribilmente paranoico, qui più o meno schizoide; il buon passo dell’artista, capace di tenere in piedi un romanzo con pochissimi movimenti di macchina; l’ambientazione, nel tenebroso periodo della dominazione nazista. Il bruciacadaveri è più spietato nella sua satira della borghesia, una satira crudele e radicale; si spinge al parossismo di stabilire una continuità e una coerenza tra rigido e stolido perbenismo piccolo borghese e vacua adesione alla omicida formalità teutonica; è un libro nerissimo e allucinato, zavorrato da una violenza non sempre latente. Questa nuova edizione de Il bruciacadaveri è la quinta uscita della fascinosa e singolare collana di letteratura ceca NováVlna, “Onda Nuova”, diretta da Alessandro De Vito, anima italo-ceca della Miraggi Edizioni di Torino, qui nelle vesti del traduttore, come già nei casi di Jan Němec e Jan Balabán. La collana affianca recuperi di testi ingiustamente dimenticati ad altri più o meno recenti. Il Ministero della Cultura della Repubblica Ceca ha, sin qua, regolarmente dato sostegno alla traduzione e alla pubblicazione delle opere. Onore al merito.