Praga, fine anni Trenta: il signor Kopfrkingl non fuma e non beve, rispetta lo Stato, apprezza la lettura (anche se la sua biblioteca si riduce a un volume sui monasteri tibetani e alle poche pagine della legge sulla cremazione del 1921), adora la sua famiglia, ama la bellezza, ma sopra ogni cosa ama il proprio lavoro presso un crematorio. Kopfrkingl è un fervente sostenitore di “sora nostra morte corporale” poiché «La morte libera l’uomo dal dolore e dalla sofferenza, elimina il muro che lo circonda durante tutta la vita impedendogli la vista, e lo illumina». La sepoltura mediante cremazione è vantaggiosa «perché è più automatica e meccanica, velocizza il processo del ritorno nella polvere, da cui l’uomo è stato creato, e in questo «aiuta l’opera dì Dio». Kopfrkingl è consapevole di vivere in tempi difficili, ma è confortato da due certezze: tutto ciò che vive deve necessariamente morire; nonostante gli ostacoli, il Führer sta costruendo una “nuova, felice Europa”. E per queste due certezze il modesto impiegato lotterà. A modo suo.

Pubblicato da Einaudi nel 1972 grazie all’officina Ripellino (introduzione di Angelo Maria, traduzione di Ela), dopo una lunga assenza Il bruciacadaveri di Ladislav Fuks (1923-1994) ritorna da Miraggi edizioni (rimarchevoli la traduzione di Alessandro de Vito e la postfazione di Alessandro Catalano) all’interno di una collana intitolata NováVlna, come lo straordinario movimento cinematografico ceco degli anni Sessanta (il film L’uomo che bruciava i cadaveri, diretto da Herz e sceneggiata da Fuks, ne è uno dei capolavori). Il romanzo, in cui Fuks racconta con maestria la resistibile ascesa di un borghese piccolo piccolo, ruota attorno ai deliranti monologhi del mostruoso e melenso protagonista, interrotti a tratti da altre figure (una coppia di borghesi che sembra uscita da una commedia di Ionesco; un vecchio amico, diventato un fervente nazista, nelle vesti del diavolo tentatore; un dottore ebreo, forse l’unica figura positiva). A poco a poco il lettore entra in un labirinto claustrofobico che accoglie gli psicopatici creati da Hitchcock e Lang, il teatro della minaccia di Pinter, le riflessioni sulla banalità del male di Arendt, l’umorismo grottesco di Hasek e gli incubi di Kafka. In questa Praga, di magico non c’è nulla.