Boros è un paesotto poggiato su un lago. Il lago è la ragione di vita del paese. Dalle parti del lago c’è un allevamento di storioni, e poco oltre c’è una fabbrichetta, per la lavorazione del pesce. Nel paese c’è una strada principale, la chiamano Via dei Pescatori, puntinata da casupole di uno o due piani, in muratura. Alla fine della via ci stanno un chiosco con le aringhe e un altro coi semi di girasoli. In una di quelle casette sta il piccolo Nami. Sta crescendo coi suoi nonni. Di suo padre non c’è traccia, di suo padre nessuno parla. Di sua madre nemmeno l’ombra, i nonni non vogliono dire niente – ma qualcosa della madre Nami se la ricorda. Si ricorda qualcosa di quando era piccolissimo, si ricorda che una volta aveva un costume rosso e lo consolava mentre stava male con lo stomaco. Se ne ricorda abbastanza per rifiutare l’idea che sia morta. Se n’è andata, chissà dove, tanto tanto tempo fa. Sua nonna ha fianchi ampi e ossuti e una pancia morbida morbida. Su quella pancetta Nami spesso s’addormenta, e allora la nonna gli accarezza i capelli e gli racconta le storie. Le storie dello Spirito del Lago e dei guerrieri dell’Orda d’Oro, che dormono da un pezzo sulla rupe di Kolos e aspettano che un grande guerriero torni a svegliarli. “Sono io il grande guerriero?”, si domanda Nami. “Sì, piccolo”, risponde sempre la nonna. “Sarà la provvidenza a mostrarti la strada”. A quel punto Nami s’addormenta tranquillo. Per quanto tranquillo puoi essere quando cresci senza mamma, si capisce. Ogni tanto, al mattino, si sveglia col sole che batte sul letto. Se si siede sul letto, può vedere il lago. Poi un giorno il nonno prende la barca, con altri pescatori, e si ritrova disperso, nel lago, e non torna più indietro. E la nonna fa tanta fatica in più a crescere quel bambino. E quando Nami è adolescente capisce bene che c’è qualcuno che tende a chiamarlo “figlio di puttana”, ed è tanto dolce quando un giorno una signora gli dice che sua mamma invece era meravigliosa, che sembrava di porcellana, e che non sa proprio cosa possa esserle capitato, magari se ne è andata in città, lontana dal lago, perché tutti se ne vanno in città. “Dovresti andartene da qui, finché puoi”…

Il lago, nelle parole della traduttrice, Laura Angeloni, “è un romanzo di ferite e cicatrizzazioni, perdite e riscatti, brutalità e tenerezza”. È un lavoro profondamente simbolico, probabilmente più psicanalitico che onirico; è narrativa che gioca su due piani, uno di ricerca pura della verità, un altro di scandaglio dell’inconscio. È un libro che descrive un lago che s’ammala, per via della stupidità e dello sfruttamento dell’uomo, e nel tempo si vuota, si fa come deserto di vita; e intanto è la storia d’un bambino che diventa uomo, e per diventare uomo deve superare una formazione dal retrogusto iniziatico; deve accettare che i russi si prendano il suo primo amore, sfregiandolo, e deve accettare che suo padre e sua madre siano persone con una storia e caratteristiche di un certo genere, lontanissime dai suoi sogni di bambino. Deve accettare la loro storia e rispettarne l’essenza, e l’epilogo – deve essere superiore alla sua gente, che ha profanato il lago perché ha perduto il senso della misura, e del limite. E dallo spirito del lago è stata punita; e dal lago non potrà che essere rifiutata, peggio dei soldati russi. L’opera, già tradotta in quindici lingue a soli due anni di distanza dalla prima pubblicazione, è stata salutata dal “Premio dell’Unione Europea per la Letteratura” [2017] e dal prestigioso “Premio Magnesia Litera”, in patria. L’artista, Bianca Bellová, classe 1970, era sin qua inedita in Italia; in bandella troviamo traccia della sua bibliografia: ha esordito nel 2009 con Sentimentální román (Romanzo sentimentale), seguito a ruota, due anni più tardi, nel 2011, da Mrtvý muž (L’uomo morto). Quindi, nel 2013, Celý den se nic nestane (Non succede niente tutto il giorno) e nel 2016 il nostro Jezero (Il lago). A livello editoriale, il libro è felicemente e naturalmente posizionato: si tratta della seconda uscita della fascinosa collana NováVlna, “onda nuova” consacrata alla letteratura ceca, diretta da Alessandro De Vito, anima italo-ceca della Miraggi Edizioni di Torino; la collana intende affiancare recuperi di testi ingiustamente dimenticati ad altri di recente pubblicazione, puntando, qua e là, a restituirci lavori “incredibilmente mai giunti al pubblico italiano”. Il ministero della Cultura della Repubblica Ceca ha dato opportuno sostegno alla traduzione e alla pubblicazione dell’opera.