Francesco Forlani, Penultimi/Pénultièmes, Miraggi Edizioni  2019

Traduzione dall’italiano di Christian Abel, Nota critica di Biagio Cepollaro

Francesco Forlani è poeta, cabarettista, traduttore dal francese, conduttore radiofonico, scrittore-calciatore…fondatore di una rivista qua, redattore di un’altra là. Un esempio raro di agitatore culturale. Un performer vulcanico, un folletto che legge benissimo le sue opere (e di quanti autori si può dire davvero?), un fiume di idee costantemente in allerta alluvione. Non dovrei scrivere di questo libro perché non è il mio lavoro (ma qual è, poi?).

Scrivo già di musica, storia, romanzi gialli, tento spericolati approcci culturali tra mondi lontani, mescolo pastiche tuttologi. Scrivere di poesia così, d’emblée? Non dovrei, però sento di volerlo fare perché la vita di Forlani -transfuga in Francia per insegnare in una scuola di banlieue, un universo raggiungibile via metropolitana partendo dal centro della più bella città del mondo- è di per sé una metafora della vita di molti, ovunque. Siamo tanti a essere penultimi. Allora visto che questo libricino, una volta richiuso, mi ha imposto di reagire, salvo la mia bronzea faccia di mestatore culturale affermando con certezza che qui tutte le frasi e i componimenti di Forlani possiedono una propria musica interna. Un lungo blues che attraversa le pagine, che segue le fotografie a corredo del testo, che parla di partenze all’alba e di sfatti rientri serali.

Sono davvero poche le cose che il penultimo

chiede alle cose, a volte solo un segno, un cenno,

da parte a parte della vita, ma inequivocabile

preciso che non solo ti indica il cammino e la distanza

ma sembra quasi che ti tenga la porta al vivere.

Un inizio sommesso che in qualche modo prende di petto l’argomento e invece lo sfiora soltanto, con delicatezza. Un blues dei migliori.

La stanchezza del ménage nella vita globalizzata, nella quale gli essere umani sono sbatacchiati ovunque a faticare in maniera indicibile per guadagnarsi la sopravvivenza. La sera tutta la stanchezza di questo tipo di vita ci piomba addosso e ci impone un esame. Quanto abbiamo combattuto? Quanto ci siamo arresi all’ordine costituito delle cose?

Dovremmo forse smettere di pensare alla vita in modo militare, accet­tare la resa alle cose nell’ordine   naturale in cui ci parlano, generalmente alla fine del giorno.

La vita dei pendolari assume a volte nella descrizione di Forlani una densità dantesca, mentre le persone scendono silenziose nella metro e affrontano il viaggio-purgatorio verso gli inferi lavorativi.

Se ne stanno seduti i penultimi

alle cinque e mezza del mattino

tutti occupati i sedili sulla banchina

prima che il primo treno del giorno

salpi e porti per mari di moquettes

e vetri negli uffici le donne delle pulizie

o gli operai giù in fabbrica, i travet per piani

senza più nulla chiedere né altro domandare

Lavoro, routine quotidiana, ma anche amore. L’amore assume i toni di una ballata lentissima, dall’incedere quasi sfinito nel tentare delle riflessioni di autobiografia metafisica.

Nelle storie d’amore ho a volte come l’impressione che tutta la propria storia, le proprie storie d’amore, non siano altro che il tentativo di forgiare le armi che in quella prima grande storia avrebbero potuto salvarci dalla disfatta.

La ballata sfuma e torna il blues, prepotente:

perché nero è il colore della pelle

e perché fuori l’alba è ancora senza luce

Potrebbero tranquillamente essere le parole cantate da un uomo di colore con la sua chitarra in spalla, all’angolo di una dura strada degli Stati Uniti del Sud. O degli stati di tutto il mondo e di ogni tempo.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

il blues dei penultimi