Fabio Selini, “Torneremo ad Amsterdam” è un libro a forti tinte granata. Quando è nata l’idea?
«Quella notte ha segnato intere generazioni: perdere una finale senza perdere, colpire tre legni in un’unica partita, storie che soltanto un tifoso del Toro può vivere e immaginare. Non superare, perché comunque quella rimane una ferita ancora aperta. E così ho deciso di raccontare la splendida cavalcata senza lieto fine: ho sentito come una fitta 15 anni fa, quando in viaggio ad Amsterdam andai al museo dell’Ajax e vidi quella coppa che doveva essere nostra. A 40 anni era giunta l’ora di fare i conti con la realtà e cercare di superare quel trauma».

Chi sono i protagonisti?
«Ettore e Paolo sono due grandi amici uniti dalla stessa passione, il Toro. La vita non è particolarmente felice per loro, hanno tanti problemi, ma quando vedono correre i granata su un prato verde dimenticano tutto. E allora partono per un viaggio per tutta Europa, proprio come fecero i ragazzi di Mondonico: Reykjavik, Atene, Madrid, e poi Amsterdam, tappe che un tifoso granata conosce a memoria. Tutto, però, non finisce all’Olympic Stadium, ma al Filadelfia: la nostra casa è rinata, quello è il luogo dove potersi ritrovare tutti insieme. E pensare a un futuro migliore, alzando lo sguardo e vedendo in lontananza la collina e Superga, altro luogo sacro per noi granata. A me è capitato proprio il 25 maggio 2017, all’inaugurazione del nuovo Fila con tutta la mia famiglia».

Come hai vissuto le serate delle due finali?
«All’andata per cause di forza maggiore ero rinchiuso in una casa di riposo a Mantova: mi isolai in un enorme stanzone vuoto con tre amici, mi diedero tanto supporto durante quel botta e risposta tra noi e l’Ajax fino al 2-2 finale. Al ritorno, invece, ero a casa con pochi intimi. Superai il primo palo di Casagrande, sopportai a malincuore quello di Mussi, ma alla traversa di Sordo non ce la feci più: mi inginocchiai davanti alla televisione, non ci volevo credere. Non ci potevo credere. E invece era tutto vero, e ancora oggi, nonostante abbia superato i 40 anni, fa ancora tanto male».