Il percorso per la felicità è costellato di paure, angosce e un bel po’ di buio.

Che poi cosa sarebbe sta felicità?

Credo abbia a che fare con l’essere liberamente se stessi. Non è cedere a chi ti vuole nascosto, non è inseguire un ideale imposto che non senti tuo, non è cancellare timori e debolezze, non è aver paura del dolore. È imparare a stare soli, è far cadere le nostre barriere solo quando siamo pronti, è essere diversi senza sentirsi sbagliati, è correre per sentire il proprio corpo vivo, è leggere le storie negli occhi degli altri, è cercare qualcuno in un posto sconosciuto per fargli sentire che ci sei. È essere vivi magari incasinati ma liberi di scegliere la propria strada verso la libertà. È l’incontro più difficile da realizzare: quello con sé stessi.

I trentatré racconti di “Tutto dovrebbe essere migliore” di Alessandra Perna (Miraggi edizioni) sono tutto questo e molto di più. Sono le tracce di una colonna sonora che accompagna chi sta per spiccare il volo.

Mi sono fatta raccontare da Alessandra quali sono i libri e la musica che hanno ispirato il suo libro.

La cosa che più mi ha colpito della musica di Salmo, oltre ai beat grassi e ad un flow stupendo, è l’assenza del concetto di perdono: le cose peggiori e migliori si pensano e si fanno senza nessuna retorica. Forse è per questo che ti apre la testa come se ci fosse appena esplosa una bomba dentro.

“Ogni maledetto giorno” di Mostro è un disco dalle emozioni forti, vissute senza mezza termini. Ero viva solo mentre scrivevo, ma fra un racconto e un altro non rimaneva nulla, e questo mi spaventava a morte. Mi ricordo che lo ascoltavo mentre camminavo, e avevo la sensazione che qualcuno cercasse di spingermi in avanti.

Ho ricordi vaghi della stesura di questo libro, mi ricordo che per lunghi giorni era difficile anche alzarmi dal letto. Mi ricordo che ascoltavo hip hop mentre stava esplodendo, e mi ricordo che ad un certo punto mi apparse davanti agli occhi Happy Days di Ghali. Non so perché ma l’ascolto di quel disco è legato a quelle poche cose belle che avevo in quei giorni: l’odore della coperta del letto dove mi nascondevo, l’odore del caffè che mi preparavano, la luce che entrava dalla porta d’ingresso, una sigaretta fumata sotto il sole del giardino.

La Trilogia di K. è un libro glaciale. I due personaggi principali t’insegnano ad uccidere tutto ciò che è superfluo nella vita: piangere, soffrire, spaventarsi, stancarsi. La storia ti spezza il cuore: tu non puoi far altro che accettare che sia così e basta. La prosa è perfetta, non c’è mai una parola in più o in meno. Mi sono rivista in quei due gemelli che cercano in tutti i modi di non soffrire, stringendo i denti e ignorando il sapore del sangue fra le gengive.

Il mago di Earthsea di Ursula Le Guin è un personaggio dolcissimo, furioso e pieno di ambizione, ma anche gentile e intelligente. Nella saga di Terra Mare impara a capire cosa sia il male, e impara che ci vuole grande pazienza per saper gestire la propria forza. È un personaggio che mi ha letteralmente abbracciato in un momento in cui volevo solo che qualcuno mi stringesse a sé.

La danza della realtà di Jodorowsky è uno di quei libri che hanno la capacità di cambiare i meccanismi del cuore. Ci sono troppe cose che interpretiamo in maniera sbagliata, affidandoci all’intelletto senza tener conto dell’istinto e dell’intuito. Ci insegnano a vivere in un certo modo, ma non è detto che quel modo sia adatto a noi: ecco perché dobbiamo imparare a spezzare quei meccanismi imparando a vivere secondo le nostre regole. Anche il suo film, “Poesia senza fine” racconta questo: non siamo colpevoli di vivere come vogliamo.