Attore 2.0, in alcune webseries molto popolari: da “The Pills” a “Freaks”, a “L’amore al tempo del precariato”. Attore classico, protagonista della commedia “Spaghetti Story” di Ciro De Caro, oppure Dylan Dog in “Vittima degli eventi” di Claudio Di Biagio. E attore di strada, come racconta Valerio di Benedetto: “Nasco attore perché un giorno papà mi dice che c’è un corso gratuito, vicino casa. Provo e dopo un mese decido che sarebbe stata la mia strada, senza dimenticare lo studio: laurea in scienze motorie sulla postura degli attori in scienza, tanto per restare in tema. Da dieci anni seguo questo doppio percorso. Sono attore di strada perché io e il mio amico Luca Basile volevamo a tutti i costi vivere di questo lavoro. Lui creò questo format innovativo e insieme fondammo la Kyo Art Productions. E’ un teatro itinerante, con visite guidate a Roma in cui interpretiamo i personaggi di cui si parla. Nell’ultimo abbiamo raccontato la vicende di Bernini e Borromini. Abbiano fatto 39 sold out nei fine settimana, per 1.800 persone”.

In quanti siete?
“Oggi sono coinvolti 17 attori. Ci siamo trasformati in una compagnia stabile, nel vero senso della parola. Il mio piacere sta nel vedere le persone contente di quello che hanno visto e gli attori perché comunque fanno gavetta. E sono pagati… Abbiamo creato una squadra dove ci fidiamo l’uno dell’altro”.

Perché le poesie di “Amore a tiratura limitata”?
“Il libro è nato da una separazione sentimentale, ho provato a canalizzare le sensazioni in altre forme d’arte. Non avevo mai pensato alle poesie, ma ho cominciato a scrivere e alla fine mi sono ritrovato con un volume notevole di materiale. Ho capito che potevo tirarci fuori qualcosa di buono. Non volevo che fosse una forma d’arte fine a se stessa, sterile. L’ho intesa come una missione, per incoraggiare le persone che hanno vissuto una separazione (un amore come un lutto) a riprendere in mano la propria vita. Magari trovando un lato artistico mai approfondito. La separazione è un pretesto per parlare di come ci si rialza, anche facendo cose che si pensava di non saper fare: è una risalita dagli inferi”.

Quando hai cominciato a scrivere?
“La prima è del 2 aprile 2015, il fatto era appena successo. Ho scritto per i primi sei mesi, poi ho cominciato ad aggiustare il tiro, rivedendo il lavoro”.

A quali sei legato?
“A molte: “Itaca”, “Atlante”, “Come formiche”. Oppure l’ultima, la centesima: “Se sapessi farlo ti scriverei una poesia”, è un modo per dire che non voglio prendermi troppo sul serio”.

Ti sei ispirato a qualche autore?
“Michele Mari, ma l’ho scoperto dopo, quando avevo già scritto il settanta per cento del libro… Una mia amica legge una poesia e mi dice: “Sai che mi ricordi tantissimo Mari?”. Mi ha fatto piacere il complimento e mi ha incuriosito. In realtà non conoscevo Mari, ho letto “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, l’unico che ha scritto”. Mi ci sono ritrovato per il percorso interno e per la brevità di testo”.

A chi diresti di leggere il tuo libro?
“E’ per chi abbia voglia di fare un viaggio alla scoperta di sé, un viaggio introspettivo. Sono poesie per chi ha deciso di dare il via a una rivoluzione umana”.

Ti sei mai esercitato in letture pubbliche?
“No, ma sto preparando lo stand up comico “Vale’, ma che ti reading?” per entrare in un’atmosfera più leggera”.