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Langhe inquiete – intervista a Marco Giacosa di Guido Tiberga su La Stampa

Langhe inquiete – intervista a Marco Giacosa di Guido Tiberga su La Stampa

Quando a Barolo il vino si beveva dai pintoni, non nei calici alla moda

Marco Giacosa è uno scrittore che parte dalle cose piccole per raccontare la grandezza della vita. Lo aveva già fatto anni fa con «L’occhio della mucca» o con la rubrica «Cose che ho visto oggi», prima su Facebook e poi sull’edizione torinese della «Stampa». Piccole storie quotidiane capaci di diventare «narrativa» solo nel momento in cui il narratore sapeva riconoscerle come storie da raccontare. Con «Langhe inquiete» (Miraggi Edizioni), Giacosa compie la stessa operazione su se stesso. Ha recuperato una serie di post usciti sui blog e sui social, li ha cuciti insieme, ne ha fatto un libro che nel sottotitolo definisce «appunti per un romanzo». Una sorta di autobiografia che, attraverso le memorie personali e familiari, diventa anche uno specchio delle Langhe «di prima». Prima del turismo, della moda, delle colline cool e patinate.

Giacosa, attraverso i ricordi della sua famiglia, lei ci riporta alle campagne piemontesi del primo Novecento, quando i bambini andavano a lavorare dopo due-tre anni di elementari, quando la religione era più dei bigotti che dei credenti. Una vita scandita da tradizioni che lasciano tracce ancora oggi. Che cosa è rimasto in lei in tutto questo?

«Molto. A quelle tradizioni sono stato legato in modo quasi malato per molto tempo. Sono cresciuto con il codice del “si fa così” e del “non si fa”, l’ho suburra per anni senza neppure chiedermi se mi piacesse o no. Ci ho sofferto parecchio finché c’ero dentro. Poi me ne sono staccato, e a quel punto ne ho riconosciuto il fascino. Adesso che non ci vivo più sono davvero libero di sentirmi figlio delle Langhe».

Le sue pagine raccontano un rapporto stretto, ma a volte conflittuale con la famiglia. Specie con suo padre, a cui ha dedicato il libro e di cui parla spesso su Facebook. Rimpianti?

«È una cosa che succede a molti: cresci nella convinzione di essere molto diverso da tuo padre, e poi con il passare del tempo ti accorgi di assomigliargli sempre di più: te lo fanno notare, i gesti, gli atteggiamenti, il modo di camminare sono uguali ai suoi. Mio padre aveva la mania di tenere diari, scriveva, raccoglieva fotografie. È come se facesse Facebook prima di Facebook: nei suoi album non ci sono solo le foto, ci sono ritagli di giornale, commenti, poesie che aveva scritto per qualche ricorrenza, appunti dei discorsi che teneva ai matrimoni».

Lei ha scritto che l’anno passato nell’Alessandrino a fare il carabiniere di leva è stato il «migliore della sua vita». Perché?

«Perché per la prima volta ero e mi sentivo legittimato a stare lontano da casa. Mio nonno aveva fatto la guerra negli Alpini, mio padre era veterinario ma era stato ufficiale di complemento. In famiglia c’era l’idea del cittadino che deve rispondere quando lo Stato chiama».

Lei però ha studiato a Torino. Non bastava l’Università per sancire il «distacco»?

«Nel weekend rientravo ad Alessandria, mia mamma mi preparava il cibo e mi stirava i vestiti. C’era sempre l’idea, anche metaforica, del “tornare a casa”».

Lei si descrive come un bambino solitario. Era così?

«Io ho avuto la fortuna di crescere con mio nonno, in una piccola borgata come Pela, a sette chilometri da Alba. Quando da piccolo giochi in un cortile di campagna la tua socialità è data dalle persone che passano in quel cortile. E di bambini, in genere, ne passano pochissimi. Così il mondo lo scoprivo da solo: il muschio, l’uva, gli animali. A volte i contadini pagavano mio padre veterinario in natura, con un cambio-merce: ricordo che un giorno arrivò con un asino. La mia infanzia ha avuto un senso di avventura».

Non le mancava qualcuno con cui giocare?

«No. In fondo io non ho perso qualcosa, non l’ho mai avuta».

Nel libro, però, racconta di una vacanza con altri bambini in cui si sentiva isolato perché lei «non era di Alba, ma di un paese vicino». Bastavano i 7 chilometri tra Pela e la città per sentirsi diverso?

«Era come essere la provincia della provincia. Ad Alba c’erano i figli dei professionisti: a casa parlavamo in italiano, mentre noi usavamo il dialetto. La differenza era evidente, specie più avanti, al liceo: io avevo amici che lavoravano da idraulici o da muratori, molti studiavano negli istituti professionali. Erano i tempi in cui andare a bere il vino non faceva ancora figo: c’erano i pintoni, non i calici».

Le sue Langhe «inquiete» oggi sono diventate un’altra cosa. Viste da Torino, dove vive da anni, che effetto le fanno?

«Da ragazzo andavo a Barolo con i miei amici, in motorino. Ci fermavamo in piazza a parlare, compravamo la focaccia, qualche birra di nascosto al bar. Ci sono passato qualche tempo fa: ogni dieci metri un negozio che vende vino, cantine, qualcosa di turistico».

Meglio allora?

«No, no. Mi fa piacere che ci siano dei piccoli imprenditori, che non siano solo Ferrero e Miroglio ad aver trasformato le terre della Malora di Fenoglio. Però lasciatemi un po’ di orgoglio: io ho visto l’anima di questi luoghi, chi ci passa un weekend e se ne va non la vedrà mai».

Articolo originale:

Il gruppo di lettura ConTesto Diverso legge “Quando i padri camminavano nel vuoto” di Piergianni Curti

Il gruppo di lettura ConTesto Diverso legge “Quando i padri camminavano nel vuoto” di Piergianni Curti

A settembre 2020 è partito il gruppo di lettura “ConTesto Diverso” nuovo progetto targato Periferia Letteraria.

Lo scopo è di approfondire e arricchirsi in un’analisi di lettura non subita ma elaborata dal singolo e sviluppata nella pluralità. Non si tratta di affrontare il testo con pretese tecniche e critiche, ma di maturare il nostro approccio spontaneo alla lettura.

Il primo autore ospite è Piergianni Curti con libro “Quando i padri camminavano nel vuoto” edizione Miraggi, Collana Scafiblù. Padri e figli: uno dei rapporti più complessi in natura. I figli che scrivono dei padri sono molti, sono un tassello importante per ripercorrere scelte esistenziali che si ripetono in tutte le generazioni. Due figure intorno a cui si muove il racconto: in un rapporto delicato un padre formidabile ma duro ed ingombrante e un figlio pieno di buone intenzioni. Tra aspettative e incomprensioni del padre, si assiste alla formazione della personalità dei figli in un rapporto familiare sicuramente interessante e decisivo per la crescita e poi, più tardi, direzioni di vita che prendono corpo in modi diversi attraverso gusti e scelte a volte non condivise. I protagonisti vengono a patti con i loro padri, reali e spirituali, accentandoli anche nelle loro debolezze. L’argomento del padre è sterminato e riguarda tutti noi come figli, come padri o come madri, perché figura in rapido mutamento.

Tea Castiglione

Il contributo di ciascuno allarga, modifica e arricchisce le considerazioni scaturite da questa esperienza di lettura.

Ecco le domande dei nostri lettori:

· Sandrina: “Quando i padri camminavano nel vuoto” – Il vuoto sottintende momenti di assenza dal mondo che ruota intorno? Questo vuoto si ritrova nei figli e nei giovani di quella generazione, quando non si trovavano certezze o risposte a momenti di vita?

· Giovanna: Com’è da intendersi il vuoto del titolo? E i Padri di adesso camminano nel vuoto? Se si è lo stesso vuoto o è un vuoto diverso?

Curti: Quando ero bambino leggevo i fumetti ed ero colpito dal fatto che, nei fumetti, i personaggi potessero camminare nel vuoto fino a che non ne prendessero coscienza. Così avevo almeno due (ma anche più di due) ossessioni: quella di capire come si potessero riconoscere i vivi dai morti (evidente metafora del riconoscere una vita autentica da una vita inautentica), e quella di riconoscere chi cercava di prendere coscienza dei problemi e chi cercava di comportarsi al contrario.

Dunque, camminare nel vuoto significa vivere senza voler prendere coscienza dei problemi per non essere costretto a cadere, cioè a rendersi conto della propria vita fatua, falsa. Che era quello che faceva, secondo me, la maggior parte della popolazione di quella cittadina.

Una precisazione: il libro nasce dalla convinzione che nel dopoguerra, che io ho vissuto, si facesse finta di aver risolto i problemi dell’Italia. Giustamente, la gente cercava di vivere nuovamente, ma contemporaneamente di non porsi molti problemi (almeno in quella cittadina, ma, come si sa, il piccolo è quasi sempre modello in miniatura di quella che succede in grande: quanti problemi irrisolti a partire da quel tempo ci portiamo dietro, addirittura amplifcati? Nella sua presentazione del libro al Circolo dei lettori lo storico Gianni Oliva, concordando con la mia tesi, ci ha gratificati con una splendida Lectio magistralis sul tema). Ne è prova il fatto che il Padre, pur tra tante contraddizioni, cercava di svegliare le coscienze con la sua frenetica attività culturale. Che non ha avuto successo: il successo, temporaneo, era legato all’adrenalina che scatenava con le sue provocazioni, non al fatto che riuscisse a promuovere una seria presa di coscienza nei concittadini.

· Mirella: Innanzi tutto desidero esprimere il mio apprezzamento all’autore per la grazia con cui ha descritto questo padre. A tratti mi è parso di intuire un’inversione di ruoli, il bambino sembrava assumersi il ruolo di genitore. È un’intuizione corretta la mia? Nelle caratteristiche del padre io non vedo la debolezza ma l’unica forza che abbiamo come individui: il coraggio di essere noi stessi e il coraggio di vivere. Che tipo di padre, in senso ampio ovviamente: genitore/educatore è stato una volta cresciuto il bambino? È riuscito a guidare con lo stesso talento, libero da ogni forma di costrizione e pregiudizio?

Curti: Questa è la domanda che negli incontri mi è stata posta con maggiore frequenza. Potrei rispondere che questa domanda si dovrebbe (potrebbe) porre a chiunque, e che chiunque dovrebbe tentare di rispondere a questa domanda. L’educazione è la cosa più complessa della vita umana, inizia alla nascita e termina alla morte, e non è possibile sperimentare personalmente che la propria educazione. Per questo è importante questa domanda: segnala che ciascuno di noi ha bisogno di confrontarla con quella degli altri. Ma torniamo alla domanda specifica: la mia è stata una educazione difficile, ma contemporaneamente esaltante. Intanto mi mi ha insegnato la libertà (condizione difficile). Difficile perché mi ha obbligato alla responsabilità: a non camminare nel vuoto. Difficile. Mi ha posto un mucchio di domande, fin da piccolo, insegnandomi che “le vere domande hanno risposte infinite” (come si legge nel romanzo). Mi ha insegnato a non giudicare frettolosamente, ma a capire: capire significa “obbligarsi a trovare la soluzione, obbligarsi a capire”. Difficile perché era difficile mio padre, che soffriva e lottava, senza rete. Difficile, ma produttiva, perché mi ha messo nella condizione di figlio e di padre. Il che mi ha, credo, fatto diventare un padre amoroso, e mi ha spinto a scegliere nella vita il ruolo di educatore: uno che aiuta a trovare la propria strada. Mi pare, con un certo successo.

Ancora: il romanzo racconta anche la generazione dei figli, che probabilmente camminavano anch’essi nel vuoto, convinti però di essere su terreno solido. Avevo, almeno dal tempo del liceo, chiaramente la certezza che la mia generazione si stesse staccando dai padri, e questo molto prima del Sessantotto, e che la nuova generazione fosse lanciata alla conquista del potere. Magari, in piccola parte, con coscienza. In gran parte, no. Lo stesso Sessantotto è stato un movimento ambiguo (anche con molte istanze giuste), dove, come si sa, prevalevano narcisismo e ricerca del potere, anche se non solo.

· Donatella: Mi è sembrato di avvertire una differenza non saprei… di tonalità, di atmosfera e forse anche di stile nella IIª e soprattutto nella IIIª parte; il figlio adulto e il padre meno fuori dalle righe. Penso non sia casuale, ma…

Curti: Sì, il padre sconfitto e sofferente cercava, come un guerriero ferito, di riprendere le forze e di salvare il salvabile, scaricando la propria bizzarria nella scrittura del romanzo in latino (comunque autentica bizzarria) e di lottare, nel nuovo mondo, ormai mutato, con le armi che aveva a disposizione. E, con debolezze: il tentativo di prendere scorciatoie e di accettare compromessi, per stanchezza, sfiducia, disperazione, ma tentativo abbandonato perché in realtà in conflitto insanabile con la propria etica. E il finale è in tono minore, per sottolineare anche il grigiore del mondo attorno a lui, che ancora una volta ripeteva gli schemi che aveva conosciuto in precedenza: ma stavolta erano le nuove leve, i giovani post Sessantotto, quelli che avevano fatto la rivoluzione contro quegli schemi, che ripetevano gli stessi errori.

E il figlio? Beh, direi che ha introiettato l’impossibilità di accettare compromessi, di giudicare senza capire, di seguire schemi consolidati e ingiusti. Vive “in modo sperimentale”, si potrebbe dire, come fisico della vita: sospende i giudizi, mette alla prova le proprie credenze, accetta l’idea che le domande hanno risposte infinite, e cerca soluzioni umane, che non facciano male agli altri. Prendendo coscienza dei limiti e accettandoli. E questo non gli rende la vita facile, ma perlomeno, nei limiti umani, ragionevolmente giusta: si spera, almeno, che così sia. Senza pretendere di imporre agli altri la propria visione del mondo, restando possibilista, accettando di metterla in discussione, attento alla sofferenza altrui: come si dovrebbe essere. 

· Gina: L’abbandono del cane, perché questa mancanza di coraggio nel tenerlo?

Curti: Una storia terribile, che ha segnato me per tutta la vita, ma che ha segnato anche mio padre. Che poi per tutta la vita ha avuto cani presi al canile, a cui ha dato il nome di quel cane. 

Il racconto segnala la sua difficile crescita (padre e figlio crescevano, nell’educazione si cresce in due), la sua mancanza di coraggio, che ammetteva, ma, come per il leone del Mago di Oz, ha poi mostrato di avere coraggio per tutta la vita, quando davvero era difficile averlo, nei momenti in cui si sarebbe giocato il futuro, e nei quali avrebbe pagato caramente la scelta coraggiosa. Per cui, nessuno sconto, ma onore al fatto che mio padre ammetteva sempre i propri errori e non pensava di meritare sconti. 

Avrebbe potuto tenerlo? Sì, ma: io credevo di essere colpevole, perché avevo terrore del cane, e non facevo niente (non potevo) per vincere il terrore. Un terrore tale che nessuno riusciva a rassicurarmi. Lui non sapeva come fare. Aveva chiesto a qualcuno che gli aveva detto di farlo ammazzare. In quel mondo non si era teneri con nessuno, tantomeno con gli animali. Lui credeva di rendermi responsabile accollando a me la scelta. Ma era una vigliaccheria. Voleva liberarsi del problema, assillato com’era da tutti i guai che lo assediavano. Certo, lui non sapeva come domare il cane. E anche lui si sentiva colpevole di non sapere come fare: devo dire, nelle cose pratiche era un totale imbranato. Comunque non si è mai perdonato. E io non l’ho mai perdonato. E perfino da grande mi ha chiesto scusa. Chissà se questa è una giustificazione sufficiente? Da quella storia ho imparato molto, comunque: che non si scarica mai sugli altri una tua responsabilità. E che si impara anche dalle cose ingiuste, se si vive in un clima in cui si cerca la verità.

Grazie a tutti per le domande, intelligenti e molto centrate.

Nell’incontro in presenza avremo il piacere di conoscerci, di chiacchierare, di parlare, male o bene, del libro, e di noi, che è quello che conta.

Nota: a proposito di educazione.

Il libro può essere visto, come detto, come incentrato sul problema dell’educazione. E come ho detto, il problema vissuto mi ha spinto ad occuparmi di educazione. Ho insegnato nella scuola per molti anni, in particolare al liceo, poi sono passato all’università. Sono specializzato in didattica della matematica e ho scritto dieci libri di matematica per vari ordini di scuola e uno per l’università, e tre libri di fisica per il liceo scientifico. Per sette anni ho avuto una borsa di studio del CNR, nella facoltà di matematica, in didattica della matematica, e per dieci anni sono stato responsabile della formazione scientifica nei laboratori di pedagogia fondati da Francesco de Bartolomeis e diretti da Piero Simondo. Inoltre sono stato comandato al Piano nazionale per l’informatica e all’Irrsae Piemonte, istituto di ricerca pedagogica.

Questo il frutto della mia educazione? Forse non tanto, o non solo. Il frutto è stata la mia concezione dell’educazione, che ho cercato di praticare sul serio: se non capisci (matematica, fisica) il problema riguarda me e te. E insieme troviamo la strada per capire, in primo luogo, a cosa serve a te, nella tua vita, la matematica. E quale matematica. E se questa fosse per ora poca, l’importante è che tu rimanga aperto alla matematica e che sia pronto quando ti servirà. Tocca al docente, all’adulto, dimostrare che la matematica serve per leggere il mondo, e per te. La risposta, alla domanda implicita che chi non ama, o non crede di amare la matematica, pone, è sempre la stessa: a me, ai miei problemi di adolescente, che serve la matematica? Mi sono posto sempre, di fronte a questa domanda, come un padre che non vuole che il figlio si perda: troviamo insieme la risposta. Proviamo ad avere entrambi pazienza, non perdiamo il contatto. Io cerco di capire te, tu cerca di farti capire. Io aspetto, e non ti perdo. Io non ti giudico, rispetto le tue difficoltà. Tullio De Mauro aveva sperimentato che cinque anni dopo che si è concluso lo studio di una materia si retrocede di cinque anni rispetto alla conoscenza. Io confermo che chi termina il liceo, dopo forse meno di cinque anni, se non ha scelto una facoltà scientifica, non sa più quasi nulla di matematica. Perché ha perso tanto tempo inutilmente? Serve davvero immagazzinare con terrore ricettari da cucina matematica e formule che si squaglieranno in un tempo brevissimo, lasciando una immagine distorta, oppressiva, triste della matematica? Quando ero docente al Piano per l’introduzione dell’informatica (anni ’87-89), alla seconda settimana di corso facevo svolgere un tema ai miei allievi, tutti illustri docenti dei trienni di scuola superiore: che immagine della matematica veicolo ai miei studenti? I risultati erano deludenti e banali per la maggior parte dei casi: una visione impoverita e orrorifica della matematica.

Ho sempre lottato per questo. Se mi guardo attorno, ho perso (ma non con i miei allievi).

Con amicizia e affetto,

Piergianni

Nicola Manuppelli scopre e traduce Aaron Klopstein – intervista e nota del traduttore che accompagna il romanzo!

Nicola Manuppelli scopre e traduce Aaron Klopstein – intervista e nota del traduttore che accompagna il romanzo!

Qual’è stato il particolare e il tuo stato d’animo quando hai scoperto questo libro? Perchè hai deciso di farlo conoscere in Italia?

Ho vissuto la sorpresa di quando si scopre un autore sconosciuto per motivi misteriosi perché la sua opera è invece di grande valore. Klopstein appartiene alla grande tradizione ebreo-americana, anzi ne è uno dei precursori, perché viene prima di Bellow e Roth. Ma in lui echeggia anche Kafka. E non è una sorpresa che i suoi dialoghi surreali affascinassero Chanlder.

Spesso si sente dire che la lettura svolga un ruolo curativo, secondo te la scrittura ha anche lo stesso ruolo? Stesso vale anche per la traduzione?

Credo che la letteratura – parlo di questo tipo di lettura, almeno – debbano essere prima di tutto intrattenimento. Klopstein lo è, anche se poi in tutta la sua narrativa c’è un percorso esistenziale, domande sull’arte e sulla vita

Se questo libro che hai tradotto fosse un medicinale che medicinale sarebbe? E pensando ai bugiardini che accompagnano appunto i medicinali, quali potrebbero essere gli effetti collaterali?

Sarebbe un placebo. Zero effetti collaterali. Semplice acqua che diventa magica per chi ci vuole credere.

C’è una domanda che avresti voluto ricevere e che nessuno ti ha mai fatto sul tuo mestiere? Provi a rispondere a questa domanda?

Vorresti campare con la scrittura? Risposta. Sì.

Sulla base dei libri precedenti che hai tradotto, cosa rappresenta questa traduzione? In fin dei conti tradurre significa anche riscrivere, reinterpretare, pensi che ogni scrittura sia trovare un pezzo di te? Oppure lasciare un pezzo di te? 

Questo è uno dei libri più intimi e personali che ho tradotto. Sento questo autore molto vicino, ogni tanto mi sembra quasi di personificarmi in lui. I libri che scrivo come autore sono molto diversi da quelli di Klopstein, ma anni fa, quando ho iniziato a scrivere, sognavo di realizzare un libro sciolto, diretto e agile come “I perdenti”. Credo di averci messo dentro questo di me, quel pezzo del mio passato che oggi rivive attraverso Klopstein.

Clicca sull’immagine per vedere la scheda libro!

Ecco la postfazione del traduttore che accompagna il romanzo uscito ieri 16 novembre!

Ci sono pochissime informazioni riguardo ad Aaron Klopstein, scrittore ebreo-americano nato a Tysmenitz in Galizia, oggi in Ucraina, nello stesso paese dove nacque Henry Roth. I due scrittori, di fatto, avevano solo un anno di età di differenza e si incontrarono qualche volta a New York e in seguito a Yaddo, come risulta dalle carte di Henry Roth custodite dall’American Jewish Historical Society. Probabilmente, chissà, chiacchierarono di scrittura e di celebrità, e del perché, per motivi diversi, il mondo delle lettere pareva ignorarli. Henry Roth ebbe un lungo blocco creativo, dopo Chiamalo sonno, che lo portò a mollare la scrittura per decenni e a tornare con il fluviale Mercy of a Rude Stream solo in tarda età, quando alcuni critici importanti già avevano riscoperto quel suo primo romanzo e lo avevano eletto a genio dimenticato. Il percorso di Klopstein fu diverso, ma altrettanto sofferto. Pubblicò sempre in poche copie, gettò via un sacco di idee, non raggiunse mai la fama, eppure per i suoi amici, per le persone che lo conoscevano intimamente (Raymond Chandler, Hedda Hopper, John Houston, e in qualche modo anche Ernest Hemingway), era lo scrittore di maggior talento della sua generazione. Il suo nome comparve solo qua e là saltuariamente, divenne leggendaria la sua abitudine di scrivere i libri “ a memoria ” prima di stenderli su carta. Lavorava a mente, come un aedo, sviluppando le proprie storie attraverso una tradizione orale che lui stesso creava; giorno dopo giorno, nei circoli artistici che frequentava, si presentava narrando nuovi episodi della storia a cui stava lavorando. Tutti gli copiavano idee mentre lui solo saltuariamente si prendeva la briga di battere a macchina quello che aveva elaborato. Furono soprattutto i suoi amici più stretti a insistere e a convincerlo, anche perché Klopstein, con la sua vita estrema, versava sempre in enormi difficoltà economiche.
Si racconta che già a quindici anni, sulle terrazze del Lower East side, la gente si raccoglieva attorno a lui per sentirlo raccontare. Le sue erano storie che partivano dal quartiere ebraico di New York ma poi diventavano altro, diventavano sogni, allucinazioni, favole universali. E presto, dal Lower East Side, si mosse verso gli ambienti culturali più vivi della città per conoscere gli scrittori – i colleghi – che a volte, per lui, si rivelarono una grossa delusione. Hedda Hopper racconta di come Hemingway si impossessò di uno di quei raccontini “ orali ” di un giovanissimo Klopstein per farne una delle sue short story più celebri. Da qui nacque uno scontro, un’antipatia, una gelosia che forse costò la carriera a Klopstein. Per quanto riguarda l’altro grande scrittore americano dell’epoca, F. Scott Fitzgerald, si sa che i due si frequentarono e che c’era simpatia, e poco altro. Si sa che si consigliarono dei libri reciprocamente, e che chiacchierarono un paio di volte di letteratura americana. Questo ce lo racconta la scrittrice del Nebraska Sarah Ferguson, che con Klopstein ebbe una relazione piuttosto tormentata (fu, a tutti gli effetti, la sua femme fatale).
Klopstein comunque scrisse e pubblicò, anche se in poche copie. Tre romanzi (The Chinese Magician, I perdenti e Bay) arrivarono quasi a ottenere una tiratura più alta, ma c’era sempre qualcosa che si metteva in mezzo. Spesso il carattere di Klopstein, dipendente dall’alcol, umorale, non amante dei compromessi, volubile. In ogni caso furono, dei suoi sette romanzi messi su carta (altri ce ne sarebbero stati se fosse stato possibile fermare nel tempo le storie da lui raccontate oralmente) quelli più fortunati (anche se di piccola fortuna si tratta). Anni dopo, quando il nome di Klopstein fu riscoperto per caso grazie a Barry Day e al suo lavoro su Chandler, furono questi romanzi che emersero per primi. Da allora (stiamo parlando solo di una manciata di anni fa) si è creato un piccolo culto attorno all’opera dello “ scrittore maledetto ”. Intanto, è emerso il suo ruolo nel sottobosco della cultura newyorchese prima e di quella losangelina in seguito. Si è parlato molto dei suoi demoni privati. Soprattutto, le sue pubblicazioni originali, come la copia de I perdenti, con appunti a mano di Raymond Chandler, sono diventati pezzi da collezione, da cultori, battuti all’asta per migliaia di dollari. È emerso il suo ruolo a Hollywood, il sogno di fare l’attore, l’amicizia fraterna con John Houston. La morte tragica – suicida al Greenwich Village – già prefigurata prima per scherzo da Raymond Chandler, quasi come se Chandler fosse il Conte di Saint Germain.
Il suo nome ora colpisce gli occhi dei suoi ancora pochi cultori, che lo ritrovano in corrispondenze private, che lo vedono emergere ogni tanto in appunti di autori molto più fortunati. Forse, lentamente, questa fortuna si sta riversando anche su di lui, il più misconosciuto autore ebreo-­americano.
In questo senso, il recente ritrovamento del profilo di Klopstein a opera di Hedda Hopper (manoscritto che ringrazio Diego Bressan per avermi aiutato a decifrare) è una preziosa fonte di informazioni. Chi era Klopstein? Che cosa si nasconde dietro il suo percorso assolutamente anomalo? Forse, come pare sperare Louis Berenstein dei Perdenti, una redenzione c’è e anche per Klopstein ora è il momento di essere recuperato e salvato dal tempo.”

MUSICA SOLIDA – Erika Zini intervista Vito Vita su Bookmania Ciao Radio

MUSICA SOLIDA – Erika Zini intervista Vito Vita su Bookmania Ciao Radio

Quanti di voi conservano a casa dei vinili? E i 78 giri li ricordate? Di CD ne acquistate ancora? La storia dell’Industria discografica italiana ha radici indietro nel tempo e molto è cambiato da quando Ricordi era una edizione musicale di spartiti (sembra incredibile ma senza i supporti fisici, l’unico modo per ascoltare musica era… suonarla!). Ne parliamo a #Bookmania oggi insieme a Vito Vita, esperto musicale, giornalista e musicista, che ha raccolto nel suo libro “Musica Solida” (Miraggi Edizioni) oltre 100 anni di storia, tracciando le tappe chiave di un industria che da “solida” è diventata ora “liquida” (o gassosa 😉 ).

https://www.youtube.com/channel/UCb97TgAyZjIYNDCw3a9CdBg

DI SANGUE E DI FERRO – Marco Quarin intervista Luca Quarin su Quasicultura

DI SANGUE E DI FERRO – Marco Quarin intervista Luca Quarin su Quasicultura

Luca Quarin vive a Udine, dove è nato (1965) e dove si occupa di ambiente, design e architettura.Di sangue e di ferro (Miraggi edizioni, 2020) è il suo secondo romanzo. Il primo, Il battito oscuro del mondo, Autori Riuniti, 2017, vincitore del Premio Letteratura dell’Istituto Italia di Cultura di Napoli e del Golden Book Awards) era ambientato negli Usa, il secondo affonda le radici in patria, in Friuli, terra d’origine dell’autore. Scelta ben ponderata, che mescola realtà e finzione, come egli stesso ci spiegherà.

[Marco Quarin] Cominciamo dal titolo del tuo nuovo romanzo: Di sangue e di ferro. Se permetti lo sfrutterei subito per spiegare l’arcano dello scrittore Quarin intervistato da un altro Quarin: di sangue la lontana parentela, di ferro l’amicizia. Soddisfatta la curiosità del lettore, in breve cosa ci racconta la trama di Di sangue e di ferro
[Luca Quarin] Il protagonista del romanzo, Andrea Ferro, è un quasi cinquantenne che vive ancora come un ventenne: ciondola in un limbo indefinito facendo l’assistente in università, canta canzoni country in un locale di periferia, aiuta un amico a mandare avanti una casa editrice, insegue una vecchia adolescente come lui, Silvia, che lo abbandona in continuazione e fugge in altri luoghi del mondo, con altri uomini. Ma un giorno il suo disequilibrio si infrange. L’amico gli sottopone uno “strano romanzo”, che con il passare dei giorni si intrufola nella sua vita. L’agonia della nonna lo costringe a ritornare nella sua città d’origine. Comincia così la discesa di Andrea in un tempo che si è sempre sforzato di dimenticare. Le vicende della destra eversiva negli anni settanta. L’attentato di Peteano, nel 1972, e il depistaggio che per dodici anni ha impedito di conoscerne i colpevoli.

 
Da dove è venuta la storia? Quando e come è nata? 
L’idea di questo romanzo è nata sei o sette anni fa da una serie di discorsi fatti con Bruna Graziani, la fondatrice del festival Cartacarbone, l’unico festival in Italia dedicato alla scrittura autobiografica, e dalla presentazione del libro di Walter Siti Resistere non serve a niente. Mi era rimasto il desiderio di dire la mia su autobiografia e autofinzione, provando che la prima è impossibile e la seconda immorale.

 
La strage di Petano del 1972, l’eversione nera nel Friuli terra di confine. Perché hanno attirato il tuo interesse? 
Perché è il prototipo di come i fatti diventano storia, a prescindere dalla verità. Le domande suscitate dall’esplosione del 31 maggio 1972 nella popolazione friulana e italiana in generale (che cosa è accaduto? che cosa sta accadendo? chi è stato?) hanno trovato nei mesi successivi una risposta che non aveva niente a che vedere con l’attentato – un attentato contro lo Stato compiuto da una cellula di neofascisti che non accettava la svolta neo-governativa di Almirante -: l’arresto di sei ragazzi goriziani e il conseguente processo. La verità è emersa dodici anni dopo, quando Vincenzo Vinciguerra ha confessato al giudice Casson i retroscena della vicenda, senza però riuscire a incidere sulla memoria storica tanto che ancora oggi si parla di Peteano come un momento della strategia della tensione, quando è stato l’esatto contrario.

 
Da un lato c’è la Storia (le date, gli eventi, i fatti ri-costruiti dagli storici) dall’altro le storie dei singoli che pochi, perlopiù romanzieri, raccontano. Cos’è per te la Storia? Borges sosteneva che fosse uno strumento per riprodurre la realtà, sottintendendo, forse, che realtà e verità difficilmente coincidono. 
Mi pare che la Storia sia una necessità umana di dare ordine e soprattutto significato alle macerie che i fatti lasciano sempre alle loro spalle. Dunque la Storia esiste senza dubbio come necessità ed esiste anche come pratica. Si tratta di una pratica laboriosa, molto artigianale, per cucire insieme i fatti all’interno di un sistema semantico che comunemente chiamiamo “struttura narrativa”, l’unico modo che conosciamo per continuare ad attraversare le ombre che formano la realtà. Un filo di Arianna che apparentemente ci impedisce di perderci nel nulla ma che probabilmente ci trattiene all’interno del labirinto da cui cerchiamo di uscire.

 
Come collocheresti questa tua nuova opera rispetto alla precedente (Il battito oscuro del mondo, Autori Riuniti, 2017)? 
Dopo Il battito oscuro del mondo ho sentito il bisogno di sfidarmi su due temi che non ero stato in grado di affrontare, la mia esperienza personale e i luoghi in cui questa si è svolta. Volevo scrivere una storia friulana che avesse a che fare con me. Ne è venuto fuori un romanzo più intimo del precedente, come era ovvio, che guarda il mondo da un altro punto di vista, quello del racconto che ognuno di noi fa a sé stesso del proprio vissuto.

 
Da lettore, ho avuto l’impressione che la tua scrittura oscilli tra il diurno, in cui metti in gioco le tue idee, meglio ideali, e il notturno, in cui fai i conti con i demoni, con “i sosia che abitano nel profondo del nostro cuore”, per citare Magris. Se è così, è una scelta consapevole?
La figura del sosia è molto presente nella mia scrittura, dai tre John Ogden de Il battito oscuro del mondo ai due Quarin di Di sangue e di ferro. Come l’identità si forma nel riverbero degli altri, così la scrittura si forma nel sonnambulismo della realtà, tra la luce del sogno e il buio di quello che accade, in un processo che è sempre incomprensibile benché si verifichi in continuazione.

 
Cos’è per te fare letteratura? “Nuotare sott’acqua trattenendo il fiato” (Francis S. Fitzgerarld) come suggerisce la copertina de Il battito oscuro del mondo? E cosa ne pensi dell’assioma calviniano “la letteratura vale per il suo potere di mistificazione, ha nella mistificazione la sua verità”
La letteratura è l’unico modo che conosco per cucire insieme tutto quello che bolle dentro di me e che nella realtà non riesce a trovare un posto comodo dove stare. Ricardo Piglia sosteneva che l’unica cosa reale che ci accade è la letteratura.

Qui l’articolo originale:

https://www.quasicultura.com/2020/10/lucaquarinintervista.html

Česká kultura je rodinné dědictví (La cultura ceca è un’eredità di famiglia) – Štěpán Kučera sull’inserto culturale Salon del quotidiano «Právo» e su novinky.cz

Česká kultura je rodinné dědictví (La cultura ceca è un’eredità di famiglia) – Štěpán Kučera sull’inserto culturale Salon del quotidiano «Právo» e su novinky.cz

«A volte sembra che i libri siano un bene accessorio, come tutta la cultura, il teatro, il cinema, la musica, i concerti, ma in realtà non ne possiamo fare a meno» dice Alessandro De Vito (1971), italiano con radici ceche e allo stesso tempo traduttore e editore della casa editrice Miraggi, che nella collana NováVlna pubblica una serie di autori cechi, da Karel Čapek a Markéta Pilátová. Abbiamo parlato dell’interesse per la nostra letteratura in Italia e di come il mercato librario di quel paese sia stato colpito dalla crisi del Coronavirus.

Come è nato per lei l’amore per la cultura ceca?

La cultura ceca è un’eredità di famiglia, mia mamma è di Ostrava. I miei genitori si sono conosciuti in Bulgaria, al mare, nell’estate del 1967, e si sono visti 2 o 3 volte nel 1968 in Cecoslovacchia e in Italia. Mio padre era un giornalista, e ha avuto la fortuna di vedere e vivere la Primavera di Praga, e allo stesso tempo la sfortuna di ripartire per l’Italia il 20 agosto 1968, il giorno prima dell’invasione. Si sono sposati nel 1969, e da allora hanno sempre vissuto in Italia, dove sono nato. Ogni anno venivamo ad Ostrava dai nonni per le vacanze, e lì da piccolo ho imparato la lingua, in famiglia e dai ragazzi con cui giocavo, a Sleszká Ostrava.

Lei ha studiato Storia del cinema e ama il cinema ceco. In che modo si è occupato della nostra cinematografia?

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Ho sempre vissuto con il mito del cinema cecoslovacco degli anni Sessanta, di quel gruppo di “brillanti giovani uomini e donne”, come li definì Škvorecky, che ebbero un’importanza molto grande in quegli anni e non solo per il cinema ma per l’intera società. Per questo per me è stato naturale, sfruttando un po’ la conoscenza della lingua, svolgere la tesi di laurea sulla Nová Vlna. E non è un caso che, anni dopo, il primo libro che ho tradotto sia statoVolevo uccidere J.-L. Godarddel regista Jan Němec, che ho avuto la fortuna di conoscere poco prima della morte.

Nella collana ceca che pubblica la nostra casa editrice ci sono altri punti di contatto con quella stagione del cinema ceco: Il bruciacadaveridi Ladislav Fuks, La perlina sul fondo di Bohumil Hrabal, e l’anno prossimo tradurremo proprio la storia personale del cinema ceco di Škvorecky, Tutti quei brillanti uomini e donne, che ho citato prima.

Quale è stata in Italia la risonanza della recente morte del regista Jiří Menzel?

Jiří Menzel, come Jan Němec e Miloš Forman, sono stati ricordati sulla stampa, e proprio grazie alla pubblicazione dei nostri libri siamo riusciti a far proiettare alcuni dei film della Nová Vlna al cinema, a Torino e a Trieste. Per ora tutto è interrotto a causa del Coronavirus, ma abbiamo intenzione di ripetere l’esperienza. 

Nella collana NováVlna pubblicate letteratura ceca, da opere di Bohumil Hrabal e Ladislav Fuks fino ai libri di Bianca Bellová e Pavla Horáková. Come scegliete i libri?

Stiamo seguendo due direzioni, è una nostra idea di letteratura. Da un lato autori (più autrici) contemporanei, da un altro il recupero di grandi classici purtroppo dimenticati o mai tradotti in italiano.

Tutti rispondono ai requisiti di qualità e particolarità che li rendono interessanti anche per il lettore italiano, anche se sono molto differenti uno dall’altro. Si tratta di letteratura, e non narrativa di consumo. Bianca Bellová, ma anche Tereza Boučková, Jan Balabán o Ladislav Fuks sono voci uniche e irripetibili.

E nel caso di Pavla Horáková e del suo romanzo La teoria della stranezza mi è piaciuto molto l’uso che fa di un humour intelligente per descrivere il nostro tempo e disillusione della generazione degli odierni quarantenni. Il suo romanzo si può leggere come una serie su Netflix. Il lettore segue la protagonista nelle sue quotidiane e naturalmente “strane” vicissitudini, e in breve se ne innamora.

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Altri temi a cui tengo molto sono la questione femminile nella nostra epoca e l’importanza della libertà, che ci viene ricordata sia dalle storie su guerra, olocausto e nazismo, sia da quelle che ci riportano alla vita sotto il totalitarismo comunista. Credo che sia sempre fondamentale mantenere viva la memoria.

Qual è l’eco delle traduzioni di letteratura ceca nel suo Paese?

Noi siamo una piccola casa editrice, e anche se il nostro progetto è ambizioso non è facile uscire dall’angolo. Direi che la collana è apprezzata, che sta crescendo, e che abbiamo riscontri positivi. Trovavo assurdo che molti dei nuovi talenti e tanti grandi autori classici cechi non fossero disponibili in italiano se non in modo non sistematico.

Credo che la casa editrice stia facendo un buon lavoro; allo stesso tempo è vero che ora per le nostre vendite non si può parlare di grandi cifre. Cerchiamo di fare il massimo del possibile.

Ha cominciato anche a tradurla, la letteratura ceca. Durante la traduzione dal ceco all’italiano, incontra qualche specifica difficoltà?

Se non ci fossero difficoltà non ne varrebbe la pena. Le difficoltà cambiano a seconda degli autori, alcuni hanno una lingua più facile, altri presentano espressioni quasi intraducibili, che mettono in difficoltà anche il lettore ceco, come accade per Hrabal.

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Un caso particolare è stato il libro di Markéta Pilátová Con Bata nella giungla, in cui i personaggi spesso si esprimono nel dialetto dello Slovácko o della Haná. Ma è stato più divertente che difficoltoso. Mi ha aiutato il fatto che metà della mia famiglia ceca ha origini di quelle parti.

Io mi occupo anche della rilettura delle traduzioni degli altri traduttori, come la nostra bravissima Laura Angeloni. Abbiamo poi la possibilità di avere i consigli del disponibilissimo boemista prof. Alessandro Catalano, e credo che sia un fatto abbastanza unico, e ci dia tranquillità per quanto riguarda la qualità.

Come è stato colpito il mercato librario italiano, compresa la sua casa editrice, dalla pandemia?

Il mercato del libro è stato colpito duramente, calcoliamo di aver perso quest’anno circa metà del fatturato, e l’attuale seconda ondata di contagi probabilmente peggiorerà le cose.

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Miraggi, la mia casa editrice, ha limitato i danni proprio perché molto piccola, non abbiamo molte spese fisse e siamo una struttura leggera e flessibile. Dovremo cercare idee nuove e innovative, per poter continuare il nostro lavoro. Credo però che tutto andrà a finire bene.

A volte sembra che i libri siano un bene accessorio, come tutta la cultura, il teatro, il cinema, la musica, i concerti, ma in realtà non ne possiamo fare a meno. Pubblicheremo meno, e meglio. Vogliamo e dobbiamo restare fiduciosi nel futuro. È nella natura dell’uomo. Certamente pubblicheremo meno, ma forse meglio e con ancora maggiore qualità. Dobbiamo restare fiduciosi nel futuro.

Qui potete curiosare la collana NováVlna

Qui l’articolo originale: https://www.novinky.cz/kultura/clanek/vydavatel-alessandro-de-vito-ceska-kultura-je-rodinne-dedictvi-40339412?fbclid=IwAR3E1cRa1oQjeZYgS8eXBm0AZ9OQKHlaONQGiVheMewUVfr67uyznqoY1iY

Il Miraggio della Scrittura, voce agli scrittori per imparare a scrivere! Fabio Mendolicchio intervista Luca Ragagnin.

Il Miraggio della Scrittura, voce agli scrittori per imparare a scrivere! Fabio Mendolicchio intervista Luca Ragagnin.

Fabio Mendolicchio: Buongiorno Luca, spesso e volentieri gli scrittori esordienti o aspiranti scrittori si iscrivono a corsi di scrittura con l’intento di acquisire e conquistare segreti e malizie di un mestiere che prima di tutto è fatto di talento.
Talento o meno, la ricerca sembra andare quasi sempre nella direzione di qualche scorciatoia e con questo non voglio assolutamente affermare che i corsi non servano, anzi! Spesso s’ignora che il miraggio della scrittura possa trovare realizzazione nel suo opposto, ovvero la lettura…
Sappiamo noi addetti ai lavori quanto sia importante la lettura in generale, tu sei lettore di vari generi, oserei dire abbastanza onnivoro, giusto? 

Luca Ragagnin: Consiglierei di non porsi limiti e di andare a curiosare ovunque, nel presente e nel passato. Leggere i classici, partire da lì, anche i classici moderni vanno benissimo. Lasciarsi trasportare, non recintare l’emozione è fondamentale ma altrettanto importante è l’attenzione che richiedono certe opere e le scuole di scrittura, in questo senso, dovrebbero assolvere la loro primaria funzione, e spesso lo fanno, cioè diventano delle scuole di lettura, educano alla lettura, insegnano ad analizzare un testo, ad aprirlo come una scatola magica o un orologio e a mettere sotto osservazione gli ingranaggi, il registro, lo stile, la psicologia, le categorie, il tempo e i tempi, lo spazio e i luoghi, i dialoghi, eccetera. Non sono un fanatico delle categorie ferree della narratologia ma penso che possa essere utile prenderne conoscenza, se si vuole scrivere. Magari poi allontanarsene o ignorarle del tutto. In generale credo che per trovare una propria voce un autore debba leggere tanto e opere molto diverse, cioè accostare l’inaccostabile, che è un’azione che paga sempre dei buoni dividendi. Per me questa è l’unica strada possibile e se, come a volte capita, qualche giovane autore mi chiede un consiglio, non gliene so indicare un’altra.

LEGGI MOLTO 

«Se vuoi fare lo scrittore, devi fare due cose sopra le altre: leggere molto e scrivere molto. Non conosco stratagemmi per aggirare questa realtà, non conosco scorciatoie.»

Se vuoi migliorare la tua scrittura, leggi molto anche tu. Leggi ogni volta che puoi, esci portando sempre con te un libro e leggi ciò che ti piace. Leggi per il piacere di farlo e vedrai che comunque imparerai da ciò che leggi, più di quanto pensi.

Anzi, paradossalmente si impara più dai libri che non ci piacciono che da quelli belli.

D’altra parte i libri belli insegnano a uno scrittore lo stile, i meccanismi più efficaci per lo sviluppo della trama e la creazione dei personaggi, la sincerità narrativa.

«Sentirsi travolti da una grande storia magistralmente raccontata, esserne schiacciati, rientra nella necessaria formazione di ogni scrittore. Non puoi sperare di travolgere qualcuno con la forza della tua penna se non ci sei passato prima tu.»

SCRIVI CIÒ CHE AMI LEGGERE

Puoi scrivere di qualunque cosa, purché tu scriva la verità.

SCRIVI CIÒ CHE AMI LEGGERE

Allora è meglio partire da ciò che ami leggere, perché probabilmente lo conosci meglio e comunque, amando quel genere, ti piacerà lavorarci così come ti piace leggerlo.

SCRIVI

CIÒ

CHE

AMI

LEGGERE

LIBERATI

DALLA

PAURA

E DALL’

OSTENTAZIONE

Scrivere bene significa prima di tutto liberarsi dalla paura: paura di non essere capiti dal lettore, di non saper trasmettere i propri concetti esattamente come li sentiamo dentro di noi, paura di essere fraintesi o sottovalutati.

Scrivere bene significa però anche liberarsi dall’ostentazione, dalla voglia di dimostrare quanto si è bravi, mettendo lo stile al di sopra della storia.

Ecco, toglitelo dalla testa. Se pensi di accontentare tutti, alla fine non accontenterai nessuno.

Se pensi che uno stile sia migliore di un altro solo perché lo dice qualche critico importante, lascia stare. Tu devi usare il tuo stile, quello che senti giusto per te, per le tue pagine, per le tue parole.

Con questo ovviamente non soddisferai tutti i lettori, ma l’importante è che tu ti sforzi di soddisfare almeno una parte dei tuoi lettori.

NON PUOI SODDISFARE TUTTI I LETTORI 

Quello che ti voglio chiedere ora è: quale libro e/o autore consiglieresti di leggere e rileggere per imparare a scrivere? Chiesto così sembrerebbe un pro’ generico; proviamo a individuare qualche elemento della scrittura che possa interessare diversi scrittori, come per esempio il ritmo e/o il lessico, oppure lo stile, la forma e perché no qualcosa che abbia a che fare con quelle regole che ogni scrittore dovrebbe avere in mente? Il tuo punto di vista noi lo conosciamo bene ma chi ti legge o chi non ti conosce probabilmente no!

Luca Ragagnin: Per lo stile indico “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un’opera-manuale divertentissima e utilissima (splendidamente resa in italiano da Umberto Eco) in cui si narra un insignificante accadimento di vita quotidiana in 100 stili letterari differenti. Fondamentale. 

Per il registro (forma e contenuto, l’abilità di maneggiare le varie lingue della vita, dei personaggi, etc) i Maestri sono tanti. Scelgo Hemingway, tutti (o quasi) i racconti.
Dialoghi? Anche qui scelta enorme (be’, lo stesso Queneau è un maestro indiscusso). E il gusto personale la fa da padrone, Scelgo invece un manuale di scrittura di Stephen King, On Writing. Me ne parlava l’altro giorno Enrico Remmert. Ogni aspirante scrittore dovrebbe leggerlo, al di là di cosa scriverà e di quanto si allontanerà dalla narrativa di King (peraltro inimitabile), perché è semplice, diretto, pratico e esaustivo, dice tutto quello che bisogna sapere. 
E con questo chiudo, un caro saluto all’affollato mondo degli scrittori in erba.

QUASI TUTTI –  recensione di Gianluca Garrapa su Nazione Indiana

QUASI TUTTI – recensione di Gianluca Garrapa su Nazione Indiana

La presente versione di Quasi tutti (Miraggi ed., 2018), da considerare definitiva, emenda qualche ingenuità e refuso della prima edizione, e si presenta in alcuni punti riveduta, a livello macro- e microtestuale.

Gianluca Garrapa: ci racconti la genesi del testo? E dei microscopi e telescopi testuali come fanno direzionati per curarsi del reale e simbolizzarlo sulla pagina?

Marco Giovenale: Il libro cerca di mettere insieme molti materiali nati quasi essenzialmente per spazi web a partire dal 2005, grosso modo. L’intenzione era ed è quella di fissare su carta esperimenti di googlism, cut-up, eavesdropping (=ascolto e trascrizione di frammenti di conversazione altrui). 

Forse più che della composizione del libro può essere interessante parlare del click che scatta – sperabilmente – nella ricezione o manipolazione di materiali che poi entrano nel libro: si tratta sempre di qualcosa di indefinito e allo stesso tempo certissimo. Si ascolta qualcuno che sta organizzando banalmente il proprio discorso intorno a una routine quotidiana, per esempio, e non ci si riesce a staccare dall’esperienza di produzione di senso che contro tutte le aspettative quella banalità emette. Una simile esperienza percettiva, per niente dolorosa, e poi di alta o bassa manipolazione, e infine scrittura o semplice trascrizione, non è affatto lontana dalle esperienze e dal modo di operare del primissimo Joyce, quello delle Epifanie, brevi prose “drammatiche” o “narrative” (a seconda se formalmente strutturate come dialoghi o come frammenti di racconto) scritte nei primi anni del secolo scorso.

Quanto ho appena detto vale in particolare per l’eavesdropping. C’è poi ovviamente una diversa (più forte) intenzionalità o aggressività autoriale, verso il testo, nel manovrare googlism e cut-up, ma la sostanza non cambia: il testo stesso a un certo punto comunica di essere compiuto, e ci si ferma. Non è definibile, credo, come e perché, né quando (you know, “come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore”, Prima lettera ai Tessalonicesi, V, 2). (Una cosa simile, insomma).

Questi modi di scrittura (ma Quasi tutti ne contiene anche altri; e anche scrittura diretta, senza procedure, senza ‘macchine’) vengono talvolta scambiati per incongrui con la poesia, o la prosa, o la scrittura tout court. A me sembra semplicemente miope questa critica. (Per la poesia, passi: penso ci si trovi in tanti oramai, e gioenti, in un territorio post-poetico, e per me amen: bene così).

Però quel che voglio dire è che:

si tratta sempre e principalmente (se il lavoro è fatto con serietà) di dislocare il proprio inconscio, metterlo in un punto non (interamente) governabile e sovrascritto dal superIo, dall’ipoteticamente adamantino Moi lacaniano, o da quel che si vuole.

Si tratta cioè di tagliare il guinzaglio al soggetto dell’inconscio. Lasciarlo andare. A suo modo (un modo ancora altro) Carmelo Bene spiegava la ‘normalità’ (geniale) di constatare e mettere a valore e al lavoro un “linguaggio che si articola come un inconscio”.

Io dico che bisogna proprio dislocare l’inconscio, piazzarlo in un’altra scatola, far parlare l’Altro come altro. Per quanto possibile. Ovviamente la pesantezza della mano che poi agisce sul materiale che arriva, giocoforza, agisce e cambia il flusso e cristallizza frasi passaggi fraseggi e paraggi. Ma questa inevitabilità si applica a un materiale i cui vieti addentellati con l’ego sono smussati o proprio cancellati in incipit da quella dislocazione.

Delocalizzare l’inconscio. Sbatterlo con infame protervia in un quarto mondo a cucirsi il buio.

Poi, certo, in più, possono essere applicate slogature, fantascienze varie di movimentazione della pagina. Però se in partenza l’inconscio sta da un’altra parte, “io” credo, è meglio.

Nella ipercaverna di google, nella altrui chiacchiera da bar, in una pagina di giornale. Eccetera.

“Fons amoris.”

dentro hai molto ed i soldi sono essenzialmente il freddo.

stare fuori dai ratti. penso al bisogno delle cose, che tutti vogliono.

G.G.: che rapporto c’è tra la tua pratica plurima e non narrativa e una visione politica anti-razzista? A proposito… per moltissimi aspetti il tuo è un poema che cerca oggetti narrativi non identificati, la natura aliena del reale, impossibile, è il filo, o meglio il nastro di Moebius della tua non narrazione: non v’è altro che soggetto che scrive intorno al non so cosa del non prestabilito. È quello che sento, ascoltando le tue forme narrative: un altro a proposito: che oralità ci si aspetta da tali strutture non letterarie?

M.G.: Il rapporto è personale, probabilmente. Nel senso che negli anni Novanta ho svolto diversi lavori – diciamo così – “nel sociale”. E questo, oltre ad altre esperienze, ha inciso in modo netto sulla mia identità e sui suoi rami e rametti.

Poi dal punto di vista anche (volendo) teorico, e relativo alla plurivocità delle scritture, e alla loro non-narratività, bisogna dire due cose. Innanzitutto, che lo spostamento dell’inconscio nell’altrove, nell’Altro, volendo, è una buona ginnastica per la prassi dell’“imparare la lingua degli altri”, che (anche) è cosa che mi viene dai primissimi anni dell’università, dalle lezioni di Letterature comparate, dal lavoro redazionale per la rivista “Babele”, tra fine anni Ottanta e primi Novanta. In secondo luogo, la non-narratività è sempre relativa (e avversa) a quello che si può con una certa oggettività considerare il pensiero unico della letteratura, specie nella sua versione e pesantezza occidentale. Non dunque una narratività generica, ma quella delle marchese che escono alle cinque, e quella, in particolare, di un certo tipo cristallizzato di romanzo.

Il romanzo, lo ricordo sempre, è un predatore. Dove fa la sua comparsa (cito Franco Moretti) fa anche strage delle forme minori, delle leggende, delle fiabe, delle novelle, delle fantasie da tradizioni micronarrative, delle contraddizioni implicite nel racconto mitologico. Eccetera. Magari le ingloba, e così – coccodrillo che piange – assicura loro una ‘continuazione’. Ma a quale prezzo? La pulizia etnica è tecnicamente già avvenuta. (Moretti cita il caso dell’America del sud, del patrimonio di storie e tradizioni, orali o meno, che un intero continente vede erose o sommerse a favore dell’emergere e diffondersi virale del mostro romanzo).

Una opzione non-narrativa, antiromanzesca, può avere valore di alterità e spostamento (dagli andamenti suddetti del predatore) anche in aree, come quella europea, nelle quali la distruzione è avvenuta ormai da tempo, e la storia ha attraversato più innesti e mutazioni. (E il romanzo stesso si è adattato per farsi accettare. Ha messo la maschera della sperimentazione, dell’incongruo, del complesso. Il vile, il porco).

Sempre e in ogni caso, tipico della macchina romanzesca e anche di altre entità schiacciasassi, è il gesto divorante, a ganasce aperte, il flusso largo, la verbigerazione, l’andare avanti per paginate e paginate senza misericordia.

Seicento pagine. Seicentocinquanta. Prima di salire sul treno il viaggiatore si àncora a terra comprando in edicola l’ultimo o il primo foratino della nota saga. Settecento pagine, mille. Leggi, leggi: ti coinvolge nella riproduzione mondana, speculum mundi, e nell’immedesimazione. Sei suo dalla genesi.

Mentre al contrario è proprio svellendosi violentemente da sé, dallo schiacciamento del sogno e dal Wille del flusso, che ci si ricolloca e rimodula nell’Altro. (Anzi: si disloca l’inconscio, con tutti i suoi echi di empatia).

L’altro delle strutture ampie è, al contrario, il medesimo. Una calamita. Ore di viaggio che non sai di star facendo, cullato dai ritmi, dalle vicende, e già sei al delta, hai percorso tutta la stolidità del fiume, ti sei letto (in) un romanzo. Senza guadagnare altro che acqua, altra acqua, imbarcandone, affondando, affondandoci. Fidandoti.

Non si tratta della disindividuazione, si tratta semmai al contrario dell’esser colonizzato e mangiato. Usato come specchio altrui. Stai fermo, non muoverti, lasciati andare, facciamo tutto noi, le parole. Tante, troppe.

Leggiti questo romanzo, guardati questo bel film.

Sulla esecuzione dei testi di Quasi tutti: da qualche anno ho assunto una postura che sottolinea vocalmente alcuni passaggi, con inflessioni colori scivolature, perfino gesti. Ma devo asciugarla ulteriormente. Togliere orizzonte e dare orizzontalità. Sottrarre spazio alla tentazione dello spettacolo, senza per questo far morire di noia chi ascolta.

provo un’infinita malinconia e uno schietto desiderio di suicidio. e un ragionamento che ha portato i ricercatori ad una soluzione molto drastica.

G.G.: scrittura desiderante : scrittura immaginaria dell’io = non assertivo : assertivo? E quanto importa il desiderio nel soggettivo percorso? Inconscio dilatato, quasi la scrittura fosse una protesi o i tentacoli di una medusa che si allunga all’esterno per osmosi, per riempire, per poco, la realtà, attratta dal reale impossibile. Non ho ben capito quel che ho scritto ma sento che è questo quel che volevo dire: cosa è la volontà dell’io in una scrittura di genere Marco Giovenale?

M.G.: La proporzione mi garba abbastanza: la scrittura desiderante sta alla scrittura immaginaria del Moi come il non assertivo sta all’assertivo.

Cosa aggiungere?

Penso, certo, di aver parlato più di inconscio – e di soggetto dell’inconscio – che di Io o SuperIo. E non credo si possa fare altrimenti, lavorando con la parola scritta e parlata. Scritta ed eseguita. (E perseguita, e perseguitata).

Tutta la scrittura che non si rende conto di questo passaggio copernicano è, a mio avviso, tolemaica. Ma va bene (forse il mondo occidentale gira, e gira così, precisamente perché si fa centro: si punta il compasso addosso).

Cfr. https://slowforward.net/2020/07/30/copernicovstolomeocarmelobene/

Ossia tutta la scrittura di grande distribuzione e grande accoglimento è scrittura di genere. Alza il cartello “Qui poesia” come altre scritture alzano il cartello “Qui giallo” o “Qui fantascienza”. Fanno le mossette, i lettori le riconoscono, e si accodano al cartello.

Sulla scrittura di ricerca non ci sono scritte, perché tutti i tentativi più o meno abbozzati di darle una vestina per coprire le curve falliscono e in tanti lo ammettono. Quindi sono felice quando mi dicono “anatema! scrittura di ricerca no, scrittura di ricerca non significa una fava!”, oppure “non-assertivo no! ἀνάϑεμα n’ata vòta, categorizzatore esecrando! tutto è assertivo, come fai a non asserire?” (Eh. Pensa tu che allora uno non potrebbe nemmeno dire “incolore”, perché ovviamente per la meninge di genere, generosa, “tutto ha colore”). Che fioritura flarf! che rigoglio di contumelie. E io sono contento: soprattutto quando queste “critiche” vengono dall’interno più comico della sperimentazione. Proprio noi che sperimentiamo, hélas, nescimus?

Già già.

Benedetti, come pensate possa essere diversamente, se serissimi s’è nel ricercare?

E allora: nella scrittura di genere (all’ingrosso, spaccando tutte le formine della critica da spiaggia o da cattedra: fantascienza, poesia, giallo, fantasy) è del tutto evidente che l’io con la “i” maiuscola, l’Io, spanda e spalmi la propria volontà – e il proprio irraggiare istruzioni & istituzioni su come debba il lettore specchiare l’auctor – nell’opera. Era un’opera. Fu. L’hanno or ora operata per piantarci dentro un ripetitore: un riferitore, un riproduttore, che al dicitore o scrivitore rimandi il suo medesimo detto e medesimo scritto. Mai il dire, mai lo scrivere, sempre il già stabilito, il detto, ri-detto, scritto, ri-scritto.

il governo sembra puntare sull’approva l’antimateria. il pacchetto arrivato alle camere ha risolto. prima di passare al senato. basta che tocchi la materia. fine dei problemi. che gli ci vuole al mediterraneo per rimarginare? da nizza alla dalmazia fai il giro o salti. e uguale. e l’uovo.

G.G.: è un estratto da «differx.it»: che rapporto hai con l’antimateria?

M.G.: Ah, guardi, ognuno a casa sua.

La sera andavano in via Veneto. Lì un distributore di uranio aperto giorno e notte. Si diventava brillanti senza saperlo.

G.G.: Quasi tutti: con quale criterio hai suddiviso la tua raccolta? E perché non scrivi come tutte le persone normali, invece di usare prose che non sono prose e poesie che non sono poesie? Prima di congedarci… in che direzione sta proseguendo la tua scrittura?

M.G.: La divisione interna, come spesso mi accade dando di lama ai libri, è istintuale e lascio un po’ fare alle insofferenze che saltano su mentre leggo o rileggo il dattiloscritto. A un certo punto metto punto. Segmento. Qui finisce pinco e inizia pallino. Cose così.

A posteriori, purtroppo, devo constatare che questo bassissimo grado di professionalità non è stato in grado di arrivare a rovinare veramente la partizione, rendendola aleatoria. Sembra infatti che ahimè la suddivisione interna della raccolta segua abbastanza fedelmente la divisione delle fonti: eavesdropping per cominciare, poi cut-up, materiali da film, eccetera. Per arrivare alla sezione grande (una specie di secondo tempo del libro) intitolata “differx.it”, che semplicemente mette insieme materiali scelti da un blog che avevo fino a non molti anni fa. C’è dunque una regola in tutto ciò, ho sbagliato anche stavolta.

Perché non scrivo come tutte le persone normali? Perché vivaddio tutte le persone normali, o quasi tutte, non sono normali. E se le lasciassero libere di sbattere in pagina quello che veramente le costruisce e le impalca tutti i giorni, non farebbero né il diarietto né l’instagram, bensì la prosa in prosa. Anzi già la fanno qualche volta, magari.

Dove vo? – domandi.

La mia scrittura prosegue grosso modo sui canali di Quasi tutti. Ma con una virata verso il sillogismo e la finta narrazione, sgretolata, che al momento sto concentrando in due o tre raccolte, di cui la più ampia è Oggettistica.

È stato molto bello

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M.G.: Il frontespizio dello Speculum Mundi (“Speculum Mundi or a Glasse Representing the Face of the World; Shewing Both that is Did Begin, and Must Also End: The Manner How, and Time When, Being Largely Examined. Wheretunto is Joyned an Hexameron, or a Serious Discourse of the Causes, Continuance, and Qualities of Things in Nature”) di John Swan, 1635, è immagine ripresa dal sito d’aste Bonhams: https://www.bonhams.com/auctions/18847/lot/137/

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

VIT(AMOR)TE – intervista a Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine a cura di Emma Fenu

VIT(AMOR)TE – intervista a Valeria Bianchi Mian su Oubliette Magazine a cura di Emma Fenu

Vivere è appartenere a un altro. Morire è appartenere a un altro. Vivere e morire sono la medesima cosa. Ma vivere è appartenere a un altro dal di fuori, e morire è appartenere a un altro dal di dentro. Le due cose si assomigliano, ma la vita è il lato di fuori della morte. Perciò la vita è la vita, e la morte la morte, perché il lato di fuori è sempre più vero del lato di dentro, tanto che è il lato di fuori che si vede.” – Fernando Pessoa

Valeria Bianchi Mian
Valeria Bianchi Mian

Valeria Bianchi Mian è straordinaria. Esula dall’ordinario grigio e sfumato, dallo stereotipo, dal serioso e dal melenso, dal banale e dal già visto e già sentito.

È una donna rossa di capelli e di utero, filosofa bambina, psicoterapeuta e psicologa di formazione junghiana, scrittrice, poetessa, saggista, fautrice di psicodrammi e di pièce teatrali, illustratrice, artista, insegnante di Scienze Umane, blogger. Collabora per “Psiconline” e per il nostro “Oubliette Magazine”, ha pubblicato “Favolesvelte”, silloge di poesie; “Non è colpa mia”, un romanzo noir; ha curato (con me) l’antologia di racconti “Una casa tutta per lei” e “Vit(amor)te”, una silloge di quarantaquattro poesie dedicati ai ventidue arcani maggiori, disegnati dall’autrice stessa.

Ho raccontato molto, eppure è poco rispetto alla sua biografia, e nulla rispetto alla sua essenza.

Perché, se volete conoscere Valeria, dovete specchiarvi, guardarvi negli occhi ed essere pronti a salire sulla sua giostra, scalzi e scarmigliati. E poi lanciarvi nell’abisso di animus e anima, mentre lei vi sorride.

E.F.: Chi è Valeria? Chi è la donna, la psicoterapeuta, la scrittrice, la poetessa, l’artista, la madre, la figlia, la bella e la bestia?

Valeria Bianchi Mian: Mi metto a nudo, Emma. Lo voglio fare. Valeria è una donna che dimostra meno anni della sua età. È una psicoterapeuta in gamba ed è una personalità decisamente creativa con un’energia pazzesca che si esprime a più livelli: scrittura, disegno, teatro. Valeria è Anima unita a uno Spirito indomito che solo a tratti si lascia ingabbiare e sottomettere. E perché mai, in quei “tratti”, il suddetto Spirito scivola nell’inganno? Osservando Valeria come se fossi ‘l’io narrante’ che rimane un po’ a distanza, vedo l’insieme delle concause e dico: “Questa persona è stata disponibile nei confronti degli altri. Voleva, è vero, pensare anche a se stessa mentre al contempo dispensava gratuitamente bellezza e stimoli, idee e tempo prezioso. Offriva il suo oro al mondo, Valeria. Un piccolo lucente barlume aureo, stelle e stelline, le lune e i pianeti, lei regalava qua e là, finendo (quante volte!) per mettersi in fondo alla lista o, se non proprio alla fine, trovando all’ultimo la possibilità di farsi avanti insieme agli altri, quasi a giustificare timidamente la richiesta di un giusto compenso, di una cassa di risonanza, di un podio, di un traguardo tagliato al momento opportuno, di una coppa ricca di fortuna. Insomma, ci sono anch’io, sembrava dichiarare. Sarebbe stato meglio dirlo subito. Sarebbe stato bene pronunciare più spesso dei no e pestare qualche piede in più.” Non è possibile mutare atteggiamento, trasformare Valeria in una perfetta egoista. Quel che si può fare, in accordo tra l’Io e le zone più profonde della personalità, è convincerla a canalizzare la luce del suo lavoro, a mettere un po’ più in risalto i figli di carta che ha partorito nel viaggio alchemico che l’ha condotta alla creazione di tanti libri, di idee e progetti professionali. Si potrebbe trovare un accordo: se l’Io si impegna a seguire i comandamenti del marketing, il Sé porterà nuove storie da scrivere fino a che Morte non separi Valeria da se stessa, sperando che quel momento arrivi molto tardi. Calcolando che la sua bisnonna è vissuta fino a 107 anni, direi che c’è ancora tempo per imparare a sgomitare un po’.

E.F.: Ci presenti i tarocchi come se fossimo alla fine di uno spettacolo, davanti alla platea che applaude e con il sipario in attesa di chiudersi?

Valeria Bianchi Mian: Non andrete via, Signore e Signori, prima di conoscere i nostri ospiti! Salgano sul palco le carte dei Tarocchi! Applausi! Ecco a voi i ventidue simboli antichi che fungono oggi da suggerimenti creativi. Nati nell’Italia delle Corti, gli Arcani Maggiori incedono adesso attivando suggestioni lontane, attraversano il tempo per stimolarci ancora al futuro.

Io li ho scoperti vent’anni fa e mi ci sono tuffata dentro nei Tarocchi, nell’acqua della Temperanza e della Stella, in fondo al mare lunare; ho corso con il Carro, ho girato la Ruota più e più volte. Ho incontrato Imperatrice e Imperatore sorseggiando il tè con l’Innamorato. Ho cantato follie con il Matto, ho declamato poemi insieme al Bagatto, rimescolando nell’alambicco il nucleo del mio essere, fino a disegnare (nel 2019) le illustrazioni per la silloge “Vit[amor]te. Poesie per arcani maggiori.”. Con i Tarocchi ci possiamo giocare. Possiamo inventare storie come nipotini di Italo Calvino o scoprire versi come farebbe un bambino dal Matto al Mondo, e viceversa. Alejandro Jodorowsky li ha portati nel mondo a voce alta, così come vuole il suo genio. Moltissimi sono gli artisti che nei secoli li hanno dipinti, scolpiti e fotografati.  La compagnia dei Tarocchi è disponibile per meditazioni guidate, per giochi di Psicodramma, per azioni sceniche e collane di sogni.  Insieme alla burattinaia Marta Di Giulio, qui lo dico e non lo nego, ho inventato il Teatrino dei Tarocchi: alla mia lettura immaginale si sposa la sua performance con oggetti, piume, pupazzi.

E.F.: Amore e morte sono un topos dell’arte e della letteratura: cosa ci attrae?

Valeria Bianchi Mian
Valeria Bianchi Mian

Valeria Bianchi Mian: Lo stesso Eros, bellissimo dio dell’amore, compare nel mito sotto mentite mortifere spoglie alla giovane Psiche curiosa. L’Amore “mostro” si svela soltanto attraverso il sacrificio della fanciulla, si cela affinché il suo lungo viaggio possa diventare vita congiunta e unione. Mircea Eliade ci racconta le storie di amanti invisibili nello sciamanesimo, e questi “sposalizi soprannaturali” portano sempre elementi di contatto con l’Altro e Oltre, perché l’amplificazione e l’approfondimento della personalità, il completamento di Sé richiede sempre una Morte simbolica. Gli alchimisti conoscevano il segreto del regicidio, ed è lo stesso “dover morire” che il nostro Io deve accogliere se vogliamo crescere. Ogni rinuncia, ogni sacrificio dell’Io è una piccola morte.

Altre immagini simboliche della danza tra i due principi psichici, e tra le due realtà, Amore e Morte, hanno un sapore medioevale. Penso all’abbraccio tra lo Scheletro e la ragazza, per esempio, iconografia vicina al richiamo affascinante dell’amato assassino in letteratura, il cavaliere che conduce la protagonista al talamo mortale – e che ha come controcanto al maschile la keatsiana Belle Dame Sans Merci.

Nella Totentanz, è ovvio, ci finiremo tutti: belli e brutti, ricchi e poveri, re e regine e cavalieri. Saremo im-mort-alati in un affresco che vede come protagonista assoluta la nostra Nera Signora che ci tiene per mano e ci fa fare il girotondo fino al cascar del Mondo.  

Negli Arcani Maggiori la Morte ci chiama alla trasformazione: è albero in inverno che cela le sue gemme come spunti per la Primavera, è taglio di Atropo, è falce nel campo.

Non mi soffermo qui sul richiamo di Thanatos nei pazienti che ho incontrato in questi anni di lavoro come psicoterapeuta. Penso ai ragazzi tossicodipendenti innamorati della “sostanza”, intrappolati nell’abbraccio di ossa e denti, sepolti (in)felicemente insieme alle spoglie del loro stesso Io non-morto. Non è accogliere la trasformazione, sopravvivere in quel modo: è, piuttosto, optare per la versione Zombie.

E.F.: Le parole cambiano il mondo? Lo faranno? Tu ci credi?

Valeria Bianchi Mian: Io direi piuttosto che le parole cambiano insieme al mondo, in un reciproco nascere crescere e morire culturalmente. Le culture meticciano i termini e le credenze, le pelli, i colori e confini. Se non trascuriamo le nostre radici, possiamo giocare con le parole o prenderle seriamente, e possiamo conservarle per le generazioni future, riscoprirle. Penso ai dialetti, penso a mio marito che ride con mio figlio suggerendo espressioni in piemontese. Ricordo l’alfabeto segreto che inventavo bambina tra le bambine. Con le parole ci lavoro, nelle parole mi avvolgo e poi cambio parole. Verba volant ma a volte attecchiscono i significati e allora le lettere diventano parole chiave. Le parole feriscono più delle spade ma occorre coglierne il significato, altrimenti ci si travisa, ci si ingarbuglia e scattano gli insulti in quest’epoca di “fake-news” e di facili “flame”.

Mi piace stare sopra sotto dentro fuori e in mezzo alle parole e alle azioni, amo i performativi, le parole vive. Nei Tarocchi, a volte, la Morte non ha nome, eppure arriva lo stesso. Così come l’Amore, senza troppi discorsi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://oubliettemagazine.com/2020/06/24/intervista-di-emma-fenu-a-valeria-bianchi-mian-fra-amore-morte-alambicchi-e-tarocchi/?fbclid=IwAR1_1I0J_mBFYrYLL83vq6S1AZOjUMV657FQDNKbUntfmoy0Wg_XOE0WpPQ

DI SANGUE E DI FERRO – intervista a Luca Quarin di Iuri Lombardi su YAWP

DI SANGUE E DI FERRO – intervista a Luca Quarin di Iuri Lombardi su YAWP

Luca Quarin, Di sangue e di ferro, l’interrogatore della storia

Sono i fatti a nascondere la verità storica e forse, senza tanti preamboli, possiamo affermare che la verità sta ai margini dove il messaggero addetto al racconto e all’epica racconta ciò che non è narrabile. Lo scrittore dice infatti la verità mentendo, attraverso l’uso della menzogna.

A parlarci di questo, in piena libertà, è Luca Quarin, autore friulano, da sempre narratore di verità scomode che molto chiaro ha il ruolo dello scrittore: il privilegiato della narrazione.

L’occasione dell’intervista che segue, che vuole essere una conversazione senza pretese tra di noi, è motivo di poter discutere del suo ultimo romanzo Di sangue e di ferro (Miraggi Edizioni, 2020) https://www.miraggiedizioni.it/prodotto/di-ferro-e-di-sangue/, una storia particolare sul destino della nostra Italia, un viaggio tra i misteri, su ciò che non si può dire o semplicemente riferire.

Luca che da sempre si occupa come narratore di questo, già conosciuto come scrittore di racconti e al pubblico con il suo precedente romanzo Il battito oscuro del mondo ( Autori Riuniti, 2017), e attraverso le pagine della sua ultima fatica letteraria si incorona lui stesso mediante la tecnica della finta-fiction.

Il narratore di fatto facendo narrazione, sviluppando una certa epica nei fatti che racconta, diventa un cronista estraneo alla storia e adottando un comportamento distaccato in lei si immedesima, si inabissa come in un oceano.

Che cosa è la letteratura? Cosa la storia? L’interrogativo forse non trova risposta. E allora forse possiamo solo soffermarci a fare supposizioni, a teorizzare sull’impossibile come Quarin ci suggerisce.

Intervista a cura di Iuri Lombardi

YAWP: “Di Sangue e di Ferro è un romanzo sulla storia nera d’Italia, in particolare vista dal Friuli, apparentemente una terra di confine, ricca di storia, linguisticamente interessante ma che pare nascondere qualcosa. Ci potresti raccontare come nasce questa idea e soprattutto quale è stato il ruolo del Friuli nella storia d’Italia?”

LUCA QUARIN : “Per quanto riguarda il Friuli direi che è proprio il termine confine ad averne scandito la sua storia e anche la mia storia, il suo essere al margine delle vicende storiche e il mio essere al margine di quello che accadeva nel mondo. Essere al margine è sempre una condizione privilegiata, vuoi perché nessuno si interessa a te e sei libero di percorrere le strade che ti interessano, vuoi perché puoi osservare le cose da lontano, vuoi perché gli eventi attraversano i margini ma non si fermano mai sui margini, finiscono sempre per svolgersi altrove, vuoi perché hai l’impressione di dover colmare la distanza che ti separa dal cuore della Storia e di conseguenza ti muovi continuamente, oscillando al di qua e al di la del confine, come il protagonista del mio romanzo rispetto alle vicende del suo passato o come il Quarin che scrive rispetto al Quarin che viene scritto”.

YAWP: “Un altro interessante aspetto che emerge dal tuo romanzo è che i fatti nascondono la verità. Intendo non la verità spicciola, ma la grande verità, il segreto della storia, la dinamica che si cela dietro a certi eventi, e questo porta a formulare un nuovo romanzo, o meglio un inedito, per certi versi, genere, quello della finta fiction. Qual è quindi l’esigenza di uno scrittore: ricostruire i fatti – sapendo di mentire- o dire la verità?”

L.Q: “Manganelli sosteneva che non ci fosse altra possibilità di dire la verità se non attraverso l’uso della menzogna. Auden invece faceva un discorso diverso e diceva che ci sono due momenti in cui l’autore dialoga con il proprio libro. Mentre lo sta scrivendo, lo scrittore interroga il suo progetto come la madre interroga il bambino che cresce nella sua pancia. Si domanda e gli domanda come sarà, che cosa gli piacerebbe diventare, che cosa faranno insieme. Il libro e il bambino sono pura possibilità, pura ipotesi. Né uno né l’altro posseggono una risposta. Quando ha finito di scrivere il romanzo, l’autore può continuare questo dialogo soltanto con sé stesso. Il libro ormai è nelle mani del lettore, non risponde più a lui, come il bambino è nelle mani del mondo e non risponde più alla madre (le madri ci mettono un po’ a comprenderlo e spesso anche gli scrittori ci mettono un po’ a comprenderlo). Lo scrittore, se è onesto, deve chiedersi che cosa ha fatto bene e che cosa ha fatto male, che cosa potrebbe migliorare in futuro, che cosa ha imparato scrivendo quel libro, come si colloca quel lavoro all’interno della sua opera e che rapporto ha con quello che lo precede e con quello che lo segue. Deve prendere le distanze. Deve allontanarsi. Si tratta, con tutta evidenza, dell’esatto contrario di quanto avviene nel mio romanzo. Qui la scrittura e la riflessione sulla scrittura si intersecano e si sostituiscono (come il vero Quarin e il finto Quarin, come la verità e la finzione in generale), oppure si escludono, dipende dal punto di vista, comunque sempre coesistono, in una forma che è tipicamente modernista ma anche postmoderna. Il romanzo scompare parlando di sé stesso e lascia spazio al vero protagonista della scrittura, che è sempre il silenzio”.

YAWP: “A questo punto ti chiedo: ma la storia esiste oppure è solo un’invenzione degli storici?”

L.Q: “Ho l’impressione che la Storia sia una necessità umana di dare ordine e soprattutto significato alle macerie che i fatti lasciano sempre alle loro spalle. Dunque la Storia senza dubbio esiste come necessità ed esiste come pratica, anche quotidiana. Si tratta di una pratica laboriosa, molto artigianale, per cucire insieme i fatti all’interno di un sistema semantico che comunemente chiamiamo struttura narrativa, che è l’unico modo che conosciamo per continuare ad attraversare le ombre che formano la realtà. Un filo di Arianna che apparentemente ci impedisce di perderci nel nulla ma che probabilmente ci trattiene all’interno del labirinto da cui cerchiamo continuamente di evadere”.

YAWP: “La mia sensazione, leggendo il tuo romanzo, è che la storia può esistere solo attraverso un discorso di avanzamento dell’epica; voglio dire dal momento che faccio epica probabilmente faccio la storia. Ma se così fosse quale è il senso del divenire?”

L.Q: “Ho dei dubbi sull’idea di progresso illimitato nata con l’illuminismo e diventata il dogma del capitalismo neoliberista. Non vorrei che anche il divenire finisse per sottostare all’effetto Flynn, secondo cui i figli devono essere sempre più intelligenti dei genitori, altrimenti sono destinati a soccombere. Nelle ultime pagine del romanzo ho ripreso il ragionamento che Borges fa sull’idea della storia di Cervantes, attraverso il personaggio di Pierre Menard, usando le medesime parole del grande autore spagnolo, il padre assoluto del romanzo. Stando a Cervantes la storia è uno strumento per interpretare la realtà, stando a Borges la storia è uno strumento per riprodurre la realtà”.

YAWP: “D’altronde gli storici nascondono la verità e forse gli unici a svelarla, potenziali messaggeri, sono gli scrittori e il popolo che è costretto a subire certi eventi ma che essendo folla non riesce a spiegarli. Gli storici hanno nascosto per lungo tempo la questione della P2 in Italia, i depistaggi di certe trame occulte, per non dire atlantiche, a cominciare da quella fantomatica (e mi scuso se sembro poco patriottico in questo) unità della nazione dove la questione del brigantaggio non viene citata per ragioni politiche (una guerra civile di tanti morti e che la letteratura ne ha parlato attraverso Alianello, Nigro ecc..). Ora i fatti vengono nascosti, secondo te, per ragioni politiche o perché il fatto di per sé nasconde segreti?”

L.Q: “I fatti mi sembrano sempre inspiegabili. Sono come la carcassa di un animale abbandonato sul bordo della strada. Non si sa chi o che cosa lo abbia ucciso né per quale ragione. E così ognuno è libero di cibarsene come preferisce. Ecco, in questo naturale cibarsi dei fatti ci stanno le manipolazioni della politica, quelle della storia, quelle dei media, quelle delle persone comuni. Ognuno ha bisogno di una storia che sia coerente con la sua cultura e ognuno costruisce la propria storia a partire da un brandello della carcassa, strappandolo dal corpo degli eventi e innestandolo nel corpo del racconto. Dunque, con il trascorrere del tempo, la carcassa si dissolve sempre di più fino a scomparire, lasciando dietro di sé soltanto un alone iridescente che è quello della memoria”.

YAWP: “In Italia chi fa letteratura e non prodotti editoriali rimane al margine, costretto quindi a rivolgersi a un gruppo, a una élite e il tuo romanzo è alta letteratura. Ma questo decadimento culturale- quasi da basso impero, da storia quasi da non raccontare– come cantavano alcuni versi di De André, a cosa è dovuto?

L.Q: “Mi sembra una questione che ha molto a che fare con l’evaporazione delle élite, che è un punto cieco del nuovo millennio ma direi che è anche un punto cieco della cultura illuminista. Questo scollamento tra élite e popolo ha trasformato probabilmente le élite in una oligarchia molto ristretta e il popolo in una massa silenziosa e omogenea. Il romanzo mi sembra sia rimasto stritolato in questa disinter-mediazione, passando da strumento per comprendere la realtà a strumento per sostituire la realtà. Uno vale uno. Lo scrittore non può più mettersi in mezzo tra il lettore e la realtà, deve soltanto riprodurla attraverso una storia. Di conseguenza è terminata l’epoca del modernismo e delle avanguardie e si è restaurato il romanzo ottocentesco, quel viaggio dell’eroe di Vogler che è diventata l’ossatura delle “storie” tanto amate dalla grande editoria”.

YAWP: “Gli editori sono al servizio delle lobby e loro stessi – parlo della grande editoria- sono il potere, ma non credi che a questi detentori del potere manchi un coraggio culturale?”

L.Q: “Il coraggio manca sempre, purtroppo. Manca nella società, manca nel mercato, manca nelle relazioni umane. Il coraggio ha a che fare con il nuovo, con ciò che ancora non esiste, con ciò che si trova nell’oscurità e potrebbe uscire dal buio avventandosi su di noi. Tieni conto che il tempo di big data, il nostro tempo, è il tempo della reiterazione, dove i dati del passato servono per costruire le forme del futuro, un futuro analogo al passato ma con un’altra pelle. Anche l’editoria partecipa a questo grande spettacolo consolatorio, facendo un enorme sforzo per realizzare abiti nuovi sopra corpi che invece sono vecchi, incapaci di tramontare. Detto questo, direi che si tratta anche di valutare quale sistema narrativo debba utilizzare il romanzo contemporaneo per assemblare le informazioni in un flusso logico che rappresenti l’esperienza e allo stesso tempo la superi, costruendo un ponte tra quello che è stato e quello che sarà. Ne sapeva qualcosa Proust che ha sempre posto l’accento sui tempi verbali, utilizzando il passato prossimo per confinare il tempo perduto in un spazio lontano ma al tempo stesso accessibile, un’idea brillante per includere sia il trascorrere del tempo che il suo essere perpetuo”.

YAWP: “Tu vieni da una terra particolare, una volta, sino a pochi decenni fa era considerata il meridione del nord; una regione storica che dalla Carnia scende al mare, divisa da un fiume, il Tagliamento, e che ha partorito grandi geni come Pasolini, Sgorlon, in Friuli nasce la Gladio; ci parli di questo evento storico?”

L.Q: “Gladio è stata un’organizzazione segreta nata negli anni cinquanta, su sollecitazione della Cia e dei servizi segreti delle nazioni atlantiche, per contrastare una possibile invasione nell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica e dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia. La sua esistenza è rimasta segreta fino al 1984 quando Vincenzo Vinciguerra, nell’ambito delle rivelazioni sulla strage di Peteano, ha svelato per la prima volta il ruolo di questa organizzazione e i suoi meccanismi di funzionamento. Senza entrare nei dettagli di una vicenda di enorme interesse che suggerisco a tutti quanti di approfondire, direi che la storia di Gladio e la storia del Friuli si sono talmente intrecciate nel dopoguerra, proprio per il discorso sul confine che facevamo prima, da dover essere sempre raccontate insieme. Nel mio romanzo i personaggi si muovono proprio su quel palcoscenico, ovviamente in una dimensione finzionale e non giornalistica, per raccontare un frammento di quella vicenda”.

YAWP: “Alla fine si potrebbe dire ancora cose, fare nomi che non faccio, nascondo la verità come puoi intuire. Tuttavia, che differenza fa tra la narrazione e la descrizione?”

L.Q: “Ho l’impressione che la “descrizione” abbia ancora a che fare con il Novecento e continui nel tentativo di guardare da fuori la realtà, cercando di raccontarla, mentre la “narrazione” mi pare più incardinata nel presente, anche in virtù del ritorno della scrittura attraverso i media, e dunque sia un po’ più indistinguibile dalla realtà, visto che contribuisce a generarla. Ecco, questa impossibilità di separare la realtà dall’immaginazione che l’ha generata mi pare una interessante forma di verità”.

YAWP: “Quali sono i tuoi progetti futuri?”

L.Q: “Mi mancano pochi capitoli per terminare una storia ambientata di nuovo negli Stati Uniti, come il mio romanzo d’esordio, che racconta di un guru della robotica che nel 2011 scompare improvvisamente insieme alla sua famiglia e di una capanna che nel 2013 viene risparmiata da un enorme incendio che devasta lo Stanislaus National Park. La storia si conclude nel Pando, detto anche “gigante tremante”, l’organismo vivente più grande e più antico del mondo, che si trova nella foresta nazionale di Fishlake, in Utah. Il protagonista è un giovanissimo giornalista italiano, Ferrante Savorgnano, che inseguendo un’adorabile attivista della Rainforest Alliance, cerca di fare luce su entrambi i misteri”.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.barbaricoyawp.com/post/intervista-luca-guarin-di-sangue-e-di-ferro-l-interrogatore-della-storia