di Andrea Cabassi
Stiamo vivendo un periodo molto drammatico. Papa Francesco diceva spesso che stavamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi. E adesso, dopo l’attacco all’Iran, è ancora così o siamo a un passo, stiamo camminando ai margini della terza guerra mondiale? Ai margini o ci siamo già dentro? Quello che è certo è che non soffiano venti di pace e quei venti, quando soffiano, sono poco più di un refolo. Del resto, negli anni novanta, ci furono segnali inquietanti che non so quanto sapemmo cogliere nella loro drammaticità e che furono un preludio a quanto sarebbe accaduto dopo. Parlo della guerra in Jugoslavia. Quando scoppiò sottovalutammo il pericolo, non accettammo fino in fondo che una guerra sarebbe divampata nel centro dell’Europa. Eppure sarebbe bastato seguire le trasmissioni sportive di Tele Capodistria, soprattutto le partite di calcio, per comprendere cosa sarebbe accaduto: le tifoserie opposte che si scontravano non erano semplici tifoserie composte di ultras, erano croati contro serbi, bosniaci contro serbi e croati, insomma era un becero nazionalismo che dava mostra di sé negli stadi, quel nazionalismo che avrebbe provocato la guerra fratricida, un nazionalismo che, nel giro di pochi anni, si sarebbe trasformato in sovranismo.

Molti saggi e romanzi sono stati scritti sulla guerra in Jugoslavia. Molti di notevole valore. Del resto la Jugoslavia ha sempre avuto una grande tradizione letteraria. Basti pensare ad autori come Miroslav Krleza, il Premio Nobel Ivo Andric, il grande Danilo Kis. Si innesca in questa tradizione letteraria Magdalena Blazevic, nata in Bosnia nel 1982, con il suo romanzo “In tarda estate”(Miraggi 2025) con la bella e appassionata traduzione di Anita Vuco. Un romanzo di grande valore testimoniale e letterario.
Magdalena Blazevic è laureata in lingua e letteratura croata e inglese. Ha esordito pubblicando racconti che sono stati tradotti in varie lingue e premiati a livello nazionale. “In tarda estate”, uscito nella sua edizione originale nel 2022, è il suo primo romanzo. Nel 2023 ha ottenuto il Premio Tportal come miglior romanzo croato dell’anno e il Premio della Fondazione Petar-Kocic.
Oggi Magdalena Blazevic è considerata una delle autrici più significative della letteratura balcanica.
Ma di cosa parla il libro?
Prima di addentrarmi nella trama, peraltro difficile da riassumere per la particolare struttura del romanzo, ritengo indispensabile soffermarsi sulla dedica:
Agli abitanti del villaggio di Kiseljak,
in memoria del 16 agosto 1993.
Il libro è dedicato, dunque, agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak che il 16 agosto 1993 furono massacrati dalle forze bosniache.
Fatta questa doverosa premessa mi addentro ora in questo romanzo poetico e evocativo, potente e tragico allo stesso tempo.
La protagonista del romanzo è Ivana che fa parte di una famiglia misera ma unita in cui, ognuno a modo suo, si prende cura degli altri. Quella di Ivana è una voce poetica e lirica; narra degli affetti e dell’amicizia, soprattutto quella con la cugina Dunja; narra dei sapori delle mele tipiche della zona croato/bosniaca; narra della luce delle campagne che, pur nella sua semplicità, sembra avere qualcosa di fiabesco; narra degli animali che quelle campagne popolano; narra delle case che si spopolano e ripopolano secondo l’andamento della guerra; narra degli oggetti che arredano le case e che sono caricati di affettività: L’autrice stessa, in una presentazione alla Libreria Diari di Bordo di Parma a cui ero presente, ha sostenuto che, per lei, gli oggetti delle case di Kiseljak sono stati importanti, che sono stati oggetti che avevano una storia importante e che avevano un’anima per l’investimento affettivo che su di essi era stato fatto. Oggetti apprezzati e che possono portare ad avere per loro un senso di nostalgia.
Tutta questa nostalgia, affetto, poesia per le cose minute termina con l’arrivo dei soldati, con il rumore che fanno i soldati già da una certa distanza, un rumore che porta la morte, la annuncia, annuncia la tragedia incombente. Non è neppure necessario descriverli i soldati. Basta il rumore che fanno i loro stivali, il fruscio mortifero delle loro divise.
In realtà Ivana ha vissuto solo quattordici anni. In realtà Ivana è morta e l’io narrante del romanzo è morto. Questo provoca uno stravolgimento della temporalità, non c’è cronologia, il tempo è un andirivieni di passato presente futuro. Tutto è visto e narrato dallo sguardo da morta, uno sguardo dall’altrove di Ivana, anche lei uccisa, come tanti altri abitanti del villaggio, dai soldati bosniaci.
L’incipit è potente e originale:
“Guardate; queste siamo io e la mia bambola Julija. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia. La sera mia madre tira fuori dal vano contenitore le coperte e le lenzuola. Clic-clac”(Pag. 9).
Ivana continua la sua descrizione e ritorna sulla bambola che le è stata regalata dal padre (guida un camion) in un suo viaggio di ritorno.
In queste pagine Ivana ha sette anni e andrà a scuola in autunno. Mangia una caramella da sdraiata, disobbedendo alla madre. La caramella le rimane incastrata in gola e il padre interviene scuotendola con violenza. Senza risultato. Ma Ivana riflette che questa non può essere la fine:
“Questa non è la fine. Non può esserlo. Ho ancora davanti a me sette anni di vita. Mio padre mi infila un dito in gola e tira fuori la caramella al gusto di ciliegia. Tossisco a lungo, il suo dito mi ha irritato la gola e la schiena mi duole ancora per i colpi ricevuti. Perché mia madre piange? Sono viva!” (Pag. 10).
Poi uno spostamento dell’attenzione su altro di fortemente minaccioso:
“Lo sentite anche voi lo scricchiolio del legno?
Non sotto il peso del mio corpo. No! Sono leggera come un pulcino. Scricchiola sotto uno scarpone nero allacciato ben stretto. Solo la Morte indossa scarponi simili. Oh, che scampanellio produce il suo corpo!” (Pag. 11).
Alla fine del capitolo Ivana si presenta ai lettori:
“Mi chiamo Ivana, Ho vissuto quattordici estati, e questa storia racconta l’ultima” (Pag. 15)
E l’ultima estate narrata è la tarda estate. La tarda estate è del tutto diversa dall’estate incipiente. Nella tarda estate i colori della natura sono forti, difficilmente hanno sfumature delicate. Nella tarda estate si respira un’aria densa, afosa e i frutti hanno qualcosa di marcio come se fossero giunti alla fine di un ciclo. I colori della tarda estate non sono certo quelli della primavera o della prima estate quando la canicola non è ancora esplosa per consumare tutto. Nella tarda estate si consumano anche le vite delle persone e il marcio incombe su tutto l’ambiente. Sono colori – e , forse, il paragone potrà sorprendere – che mi hanno ricordato la descrizione di campagne ad altre latitudini, quelle delle Langhe. Sono descrizioni che mi hanno ricordato quelle di Pavese quando le dipinge con i colori accesi, le emozioni accese ed esacerbate ne “La luna e i falò”, ne i racconti di “Feria d’agosto”. Fermo restando che nel romanzo di Magdalena Blazevic è incancellabile la presenza della guerra ( in verità la guerra e le sue conseguenze è presente anche ne “La luna e i falò”), la presenza della morte che miete le sue vittime senza badare alla loro età.
E, a proposito di questo e di Ivana, ci sono pagine molto toccanti e mai retoriche, con una capacità dell’autrice di mantenere un registro narrativo drammatico senza mai cadere nel melodrammatico.
Si approssimano i funerali di Ivana. Arriva il fotografo per scattare l’ultima foto:
“Il fotografo si avvicina e si asciuga con la manica il miscuglio di sudore e di lacrime. Mi inquadra attraverso l’obiettivo e mette a fuoco l’immagine. Scatta la mia ultima fotografia con un solo clic. A differenza di quella fatta con la Polaroid di mio padre, questa è nitida e si vede ogni dettaglio. Mio fratello e mio padre stanno davanti al garage. Aspettano che il fotografo esca. Non si può parlare con il groppo in gola. I loro occhi si sono prosciugati” (Pag. 129).
Poi una specie di appello che è rivolto al lettore che funge da testimone per tutto quello che accade:
“Per favore non dite niente, qui anche i rumori più lievi risuonano come un’eco.
Dalle grandi finestre si vedono il bosco e la strada, il lungo filo per i panni sul prato dietro casa. Il fumo esce ancora dai buchi neri nel bosco, la strada è deserta. Le tende sono ormai diventate stracci anneriti e laceri. Non vanno più bene come velette da sposa” (Pag. 130)
Malgrado la voce continui a narrare dall’oltre si ha la terribile impressione dell’irreversibile perché l’irreversibile è già accaduto, continua ad accadere in ogni istante per tutti coloro che hanno amato Ivana, continua ad accadere perché anche la natura non può fare passi a ritroso. Restano le foto a testimoniare di un’esistenza che è stata recisa troppo presto. Restano le foto, unica consolazione per coloro che sono sopravvissuti. Restano le foto, le ciabatte in un angolo della casa, le scarpe che non saranno più indossate. Restano le foto, gli oggetti, la memoria.
E qui ci troviamo di fronte, ancora una volta, alla morte che la guerra causa, all’assurdità della guerra, un’assurdità che pare non finire mai malgrado lo straziante dolore che provoca:
“Ci ricopre il fazzoletto a lutto della nonna.
I capelli di mia madre si disperdono in fitti sciami di enormi mosconi.
Si nutrono delle nostre ferite aperte.
Sa l’estate tutto questo?
Manderà al loro posto almeno una farfalla?
Qualcuno ha detto all’estate che sono morta?” (Pag. 108).


