Non una biografia tradizionale né un tentativo di risolvere un enigma. Luca Ragagnin sceglie di abitare il silenzio di Nick Drake, trasformando l’assenza in una voce che continua a interrogare chi ascolta.
Come si scrive una biografia? Dalle nostre più o meno variegate esperienze di lettori, un libro sulla vita di un personaggio è quasi sempre un percorso fatto di eventi ed epoche che hanno portato quel personaggio a diventare chi è diventato e ad occupare un ruolo pressoché significativo nella storia umana.
Anche I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Editore, può sembrare una biografia. Parla della vita di un musicista: l’infanzia, la crescita, la morte. Ma il suo autore, Luca Ragagnin, gioca con gli stili e le possibilità offerte dalla scrittura e alla fine lui stesso diventa Nick Drake, restituendo al lettore la possibilità di trovarsi di fronte ai pensieri del musicista inglese morto a 26 anni per overdose di farmaci.
Ragagnin parla in prima persona e si impersonifica in Drake, un cantautore sempre descritto come ermetico, avvolto da un mistero insondabile o appartenente a «un altro mondo», ma che era più umano e terreno di quanto sia stato detto negli anni.
Il libro non cerca di ordinare gli eventi, di spiegare trionfalmente e definitivamente l’enigma di Drake, di trasformarlo nell’ennesima icona tragica della musica contemporanea. Ragagnin accetta il carattere incompiuto del personaggio e ne fa il motore stesso della narrazione. Più che raccontarlo, ne ipotizza i pensieri. Segue delle tracce, ma è consapevole che ognuna di queste possa condurre a nuove strade e nuove domande, spesso orfane di risposta.
L’impossibilità di spiegare Nick Drake
Di fronte a un personaggio come Nick Drake, la scelta di Ragagnin risulta comprensibile e onesta. Questo perché il rischio che accompagna qualsiasi libro o storia dedicata al cantautore degli anni Settanta (e, diciamocelo, a tutti gli artisti morti giovani o che hanno detto «poco» di loro) è quasi sempre lo stesso: ridurre una figura umanamente complessa a una formula.
Il genio incompreso, il poeta malinconico, il musicista maledetto o il giovane fragile divorato dalla depressione.
Ragagnin si serve della fantasia per evitare questa trappola e produce qualcosa di totalmente nuovo. Il suo Nick Drake si muove tra i suoi stessi silenzi e le sue assenze e, forse, proprio per questo il libro deve il suo titolo a un filmato di appena dodici secondi, in cui un presunto Drake si muove tra la folla.
Le immagini mostrano diverse persone in quello che sembra essere un festival musicale. Tra queste, una figura di spalle, alta, allungata, quasi fuori misura rispetto agli altri passanti, si allontana ed esce di scena, mentre la folla viene verso lo spettatore. Non esiste una certezza assoluta che sia davvero Nick Drake, ma molti lo credono.
Poco importa stabilire se quell’uomo sia davvero lui. In quei dodici secondi sembra condensarsi l’intera mitologia drakeiana. Mentre tutti avanzano verso il centro della scena, lui se ne va. Mentre il mondo cerca visibilità, lui sceglie la sottrazione. Mentre la cultura contemporanea costruisce personaggi, Drakesembra dissolversi dentro il paesaggio.
È difficile immaginare una metafora migliore per descrivere il rapporto che il musicista inglese ha avuto con il successo. Durante la sua vita pubblicò tre album straordinari senza riuscire a ottenere il riconoscimento che oggi appare quasi inevitabile. Non amava esibirsi dal vivo, faticava a promuovere il proprio lavoro e sembrava percepire il sistema musicale come un ambiente estraneo.
Eppure, proprio questa distanza ha contribuito a trasformarlo, a distanza di anni, in una figura quasi leggendaria.
Una biografia che diventa voce interiore
Ragagnin attraversa la sua leggenda, ma non ne diviene prigioniero. Ciò che rende interessante il suo libro è anche la struttura con cui l’autore ha deciso di presentare la storia del personaggio Drake.
Visivamente, il volume si articola in paragrafi scritti in stampatello minuscolo e altri in maiuscolo. I primi vedono Nick Drake parlare in prima persona degli eventi della sua vita: una sorta di ordine cronologico che culla il lettore nell’illusione di trovarsi di fronte a una classica biografia del cantautore.
Finché i secondi non destrutturano l’impalcatura della narrazione consequenziale e irrompono come solo i pensieri sanno fare. Ragagnin utilizza il maiuscolo per dare forma a quel che si muoveva dentro Drake, come una voce potente che è lì, presente, e non molla.
Come la proverbiale rana nel brodo, Ragagnin cuoce pian piano il suo lettore: pagina dopo pagina entra nel gioco e sente davvero di leggere le riflessioni, le idee e le angosce del musicista, e sente davvero che a raccontarle sia lui.
Come nel testo di Which Will, scritta da Nick Drake nel 1972 e confluita nel suo ultimo album Pink Moon, il libro di Ragagnin apre spazi di riflessione, ricordandoci che esistono artisti la cui grandezza non nasce dalla quantità di risposte che offrono, ma dalla qualità delle domande che continuano a lasciare aperte dietro di sé.
Nel volume di 400 pagine pubblicato da Miraggi Edizioni tra saggi, documenti e fotografie, si ricostruisce il percorso intellettuale, le contraddizioni e l’attualità dell’autore al di là della sua immagine.
La faccia in copertina viene fuori come un pugno, una faccia pugnace, la fronte aggrottata, lo sguardo severo, intenso, capelli bianchi, maglione nero, mani in primo piano che si intrecciano. Dietro, una ringhiera. Dietro ancora, quello che sembra un tetto. È una foto scattata a Roma quarant’anni or sono. In alto, il titolo: Kundera without Kundera, “Kundera senza Kundera”. Ma eccome se qui dentro c’è Milan Kundera (Brno 1929 — Parigi 2023), il grande mistificatore, colui che attraverso la letteratura si è reinventato la vita.
C’è con i fatti, le parole, le interviste, c’è con i suoi disegni e le fotografie, c’è con la sua vita, le sue opere e le sue omissioni. Un volume di 400 pagine, con più di 500 immagini fra disegni, fotografie, documenti, pubblicato da Miraggi Edizioni, a cura di Alessandro Catalano, docente di Letteratura ceca all’Università di Padova, e Alessandro Metlica, che sempre a Padova insegna Letterature comparate e Letteratura e cultura visuale.
«È il coronamento di ciò che Miraggi fa da una decina d’anni con l’unica collana italiana dedicata alla letteratura ceca — spiega Alessandro De Vito, una delle anime della casa editrice torinese — Oltre all’interesse personale, poiché mia madre è ceca, mi interessa creare un ponte europeo fra le due culture che mi hanno formato, quella italiana e quella ceca. Per questo mi sento profondamente europeo. E quando è arrivata la proposta dell’Università di Padova di pubblicare il libro, mi sono detto: chi meglio di Kundera è un autore veramente europeo? Mette insieme spirito e cultura ceca con spirito e cultura francese, avendo vissuto la sua vita fra questi due paesi».
Il volume è diviso in tre parti. La prima illustra la figura dell’autore dell’“Insostenibile leggerezza dell’essere”, il suo pensiero, la sua idea di letteratura, la ricerca sul e del romanzo durata sessant’anni, nonché il suo essere praghese ed europeo. Nella seconda sono raccolti diciotto saggi di altrettanti studiosi che spaziano dall’idea di romanzo universale ai film cechi tratti dalle sue opere, dai lavori teatrali alle analisi cromatiche dei suoi libri, dal rapporto con lo scrittore statunitense Philip Roth ai personaggi femminili nei suoi primi testi in prosa. La terza raccoglie una esauriente cronologia.
«È un tentativo di ripensare e inquadrare il percorso di Milan Kundera attraverso ciò che ha scritto — spiega Alessandro Catalano — a partire dal periodo ceco, quello che va dal 1953 al 1973, di cui ben poco si sa. È un autore che si interfaccia benissimo con le nuove generazioni, conserva una enorme capacità di parlare al nostro presente. Riesce a dare ai personaggi e alle storie un carattere universale. Peraltro, si è sempre saputo che aveva una passione per le mistificazioni, ma avere scoperto, studiando i documenti, l’estensione del suo mistificare è stata una vera sorpresa».
Figlio di un progetto dell’Università di Padova realizzato lo scorso anno (una mostra, una rassegna cinematografica, un allestimento teatrale e un convegno), Kundera without Kundera è un libro unico, una sorta di catalogo, di enciclopedia attorno a un’opera e al suo autore. «C’è una strana frizione — nota Alessandro Metlica — tra la fama di Kundera come uno dei più importanti autori del Novecento europeo e gli scarsi studi a lui dedicati. Questo è il primo libro che prova a riconsiderare tutta la sua carriera di scrittore senza l’influenza e il rigido controllo che lui stesso ha esercitato sulla diffusione e lo studio della sua opera». Un lavoro approfondito che in quarta di copertina riporta un pensiero di Kundera. Suona come monito e incoraggiamento ai naviganti del tempo presente: «Lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda o la escludono».
Come viatico, infine, per affrontare questa lettura, tre titoli imperdibili consigliati dall’editore e dai due curatori. Nell’ordine: “La vita è altrove”, il romanzo che descrive lo slancio rivoluzionario, ma avverte il rischio che poi si finisca nel totalitarismo; “Lo scherzo”, il libro che racconta lo stalinismo con le arti della letteratura, riuscendo a illuminare la Storia pubblica attraverso una privata vicenda d’amore; e i racconti di “Amori ridicoli”, dove, secondo l’amico americano Philip Roth, c’è il vero Kundera, ironico e autoironico.
Da tre anni scrive della propria vita in forma di diario/romanzo. Gli eventi vissuti divengono scene, le persone incontrate personaggi: un “lungo romanzo in tempo reale, una specie di calco dell’esistenza”. Della faccenda informa chiunque lei incontri. Di solito la cosa suscita curiosità, interesse. Poi però, davanti alla rivelazione che l’incontro verrà narrato e che l’interlocutore sarà trasformato in personaggio, in molti restano turbati. Del resto, a lei non interessa scrivere una storia che non contenga, davvero, il qui e ora. Se guardata nel modo giusto, riflette, ogni inezia diventa piena di significato. Forse, pensa, sarà il caso di iniziare un percorso psicoanalitico: ha già individuato la persona giusta, una professionista di eccezionale caratura a cui verserà un sostanzioso anticipo, 5000 euro, per sentirsi vincolata a non abbandonare la terapia. Ogni seduta le verrebbe a costare 70 euro. È anche vero che con 70 euro può permettersi pedicure, nuovo smalto, depilazione completa dalla cinese che per quella cifra saprà benissimo ascoltarla e annuire persino con la giusta cadenza. Avanzano anche i soldi per le M&M’s, e potrà sempre registrare i monologhi e riascoltarli. O riversarli su carta, sbobinando le registrazioni. Proprio in una di queste trascrizioni ha iniziato a raccontare di Lorenzo, un amico che “c’è e non c’è”. Uno la cui presenza è “intermittente”. Uno che scompare di punto in bianco e giustifica poi le sparizioni con motivazioni assurde, palesemente false, tipo essere stato via per partecipare a una campagna archeologica in Perù. Col tempo qualunque attrazione, non solo fisica, per quell’uomo è venuta a mancare, scrive. Ma sarà vero? In fondo lui è convinto che non esista la persona amata, e che sia l’amante a crearla, con la forza del suo desiderio. Forse le è in realtà difficile comprendere il confine tra i pensieri di Lorenzo e i suoi, la verità delle sue parole. “Per questo Lorenzo le sembra così necessario, e così affascinante, perché è il residuo di se stessa”. Lo definisce “un gemello, ma anche un avversario. Una nemesi”. Come se fosse scaturito da lei stessa. Lei legge il Journal dei fratelli Goncourt e forse ne trae ispirazione, affascinata dalla loro peculiare modalità di scrittura – uno dettava, l’altro scriveva: lavoravano la sera prima di andare a dormire -, e il diario di Sof’ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj, per la quale prova pena. Si commuove guardando il video di una donna quasi deforme a cui un noto chirurgo estetico è riuscito a tirar fuori la vera bellezza. Ora, pensa, lei non avrà più scuse, e la sua disperazione sarà pura. Anche questo, riflette, è letteratura…
Il buon auspicio. Ovvero vita reale e onirica/immaginaria di Lorenza Ronzano, scrittrice – il suo romanzo d’esordio, Zolfo (Italic, 2013), è stato selezionato al premio Campiello opera prima e al premio Alvaro. Classe 1977, già consulente filosofica presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Alessandria, esperienza di cui ha scritto anche nel saggio La variabile umana (Eleuthera, 2019), e consulente psicologa presso la Procura di Milano, ha firmato testi su riviste come “Meer”, “Minima & moralia”; passi da Zolfo sono stati riportati sulla rivista internazionale “World Literature Today”. Un flusso di coscienza, un diario, un racconto autobiografico senza filtri, quasi in presa diretta: Antonio Moresco (La lucina, Canti del caos, La cipolla, Il grido, L’addio), amico della scrittrice, lo ha definito “un libro inclassificabile, debordante, scorretto, impudico, lacerante, temerario, traumatico”. Il buon auspicio è la restituzione in forma letteraria di una parte del percorso esistenziale labirintico e dei pensieri di una personalità complessa le cui origini affondano probabilmente nei traumi dell’infanzia, raccontati con lucidità dolorosa, tra la “sadica indifferenza” della madre e una figura paterna assente (“mio padre non c’era, quando c’era non parlava”), ritratta nel testo negli ultimi anni di malattia e ricovero in una casa di cura, culminati con un suicidio che costituisce uno dei centri di gravità del romanzo, il quale prende così le forme anche del tentativo di elaborazione del trauma subito. A diciannove anni, a Lorenza Ronzano viene diagnosticata una schizofrenia paranoide, malattia da cui era affetto anche il padre. È lei stessa a raccontare l’episodio, con una certa autoironia: non appena uscita dallo studio medico – riporta – venne assalita da “una schiera di voci beffarde e autorevoli che irridevano il parere medico”. Obbedendo a quelle voci gettò via la ricetta medica che le era stata rilasciata, e fece a sé stessa la promessa di rimettere piede in un reparto psichiatrico soltanto dall’altra “parte della sponda”, ovvero “come spia/professionista/infiltrata e non come paziente”. E tuttavia il testo, pur presentando passaggi decisamente estremi, non può essere targato come un delirio organizzato in forma letteraria. Il romanzo testimonia invece una rappresentazione vivace e – a tratti – brutalmente onesta, senza traccia di autoindulgenza, della tensione costante di una vita vissuta non nella declinazione del “giusto mezzo”, ma in quella di un’accettazione totale del mondo, del tutto, estremi compresi, “merda e stella”, bellezza e aberrazione, tra loro legate in modo indissolubile. “Il bello e il sublime passano anche attraverso il loro opposto, ovvero la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo e impresentabile”, scrive l’autrice nelle ultime pagine di un romanzo che non esita a definire “brutto”. In questo aggettivo, nella declinazione già esplicitata, che non riguarda certo la qualità della scrittura, è da ritrovare la chiave di volta su cui si regge l’opera: Ronzano svela, in modo brutale, la tragicità della commedia umana, la tela fragile della società e delle sue convenzioni, le sue ipocrisie, le sue liturgie, i suoi tentativi di segnare linee di demarcazione nette tra quel che è considerato sano, morale, regolare e quel che è definito insano, immorale, patologico, come appare ancor più evidente nelle pagine in cui la scrittura viene usata per dar voce ai frequentatori del day hospital psichiatrico, quelli targati come matti, quelli che la diagnosi l’hanno accettata, subita, di cui Ronzano restituisce storie e prospettive. Nella sua narrazione feroce, senza filtri, senza reticenze, Ronzano supera senza troppe remore – e con una certa trasparente soddisfazione – i limiti dell’autofiction: “È inutile che apponga quella vomitevole scritta all’inizio di ogni romanzo, Ogni personaggio e fatto è puramente casuale. Puramente una minchia. No, ogni personaggio, ogni fatto non è per nulla casuale, ed è per questo che scrivo, per questo reputo che vi interessi qualcosa”. Da questo punto di vista appare più chiara la presenza di Lorenzo, quasi un co-protagonista dell’opera, ambiguamente dipinto come alter ego e controparte dell’autrice, figura a contorni sfumati, resa con consapevole indeterminatezza, il “senza volto”, “il doppio”, enigmatica miscellanea di tratti reali e proiettati (“credevo che Lorenzo fosse una mia creazione. Che non esistesse […] Lorenzo in carne e ossa, naturalmente, esisteva, e di lui potevano testimoniare gli altri che come me lo incontravano e lo frequentavano, ma Lorenzo, quel particolare Lorenzo che era per me, e per me soltanto, ecco quel Lorenzo non esisteva, l’avevo creato io con la mia esaltazione […] una declinazione dello spirito quale io lo intendevo, che prendeva in prestito il corpo di Lorenzo per mostrarsi a me”). Nella lettera all’editore allegata al manoscritto Ronzano precisa: “… Ho scritto questo romanzo per emulare una delle primissime impressioni che il mondo lasciò nella mia mente bambina, sfregiandola indelebilmente. Avevo sei anni, giocavo con una mia coetanea in un ampio giardino colmo di fiori e di piante rigogliose. La mia coetanea, per divertimento, aveva riempito il suo secchiello con una gran quantità di petali, ramoscelli, fiori recisi, bacche e insetti che popolavano il giardino. Ricordo nettamente l’impressione che ebbi alla vista di quel secchiello stracolmo di vegetazione recisa e di piccoli animali già morti o agonizzanti (la bambina aveva aggiunto anche una farfalla cui aveva appositamente spezzato le ali): lo trovai ricco e desiderabile, e allo stesso tempo ripugnante. Più tardi capii che quel secchiello colmo e così impudicamente offerto era l’emblema del mondo, il simbolo della nostra esperienza terrena, un misto di crudeltà, lusso, spreco e marcescenza. Con questo romanzo volevo imitare quel secchiello raccapricciante, volevo anch’io il mio secchiello mostruoso, simbolo di questa esistenza mondana. Ce l’ho fatta, ho il mio secchiello, sono stata la bambina crudele che ha raccolto, che ha divelto e reciso, e profanato con la promiscuità, e ora – al completo – sono anche la farfalla dalle ali spezzate”. L’ultima frase è forse legata alla malattia che l’avrebbe segnata negli ultimi anni della sua vita. Lorenza Ronzano non ha avuto la possibilità, infatti, di vedere pubblicato Il buon auspicio. È venuta a mancare prematuramente nell’ottobre 2021. Con la sua scomparsa, il panorama letterario, non solo italiano, ha perduto troppo presto una voce originalissima, difficilmente catalogabile.
Immaginate l’incipit di un film in cui invece dell’autopresentazione di un cadavere galleggiante sulla superficie di una piscina, “hanno trovato un giovanotto con due pallottole nella schiena […] sono io”, ascoltiate la voce narrante dire: “Guardate. Queste siamo io e la mia bambola Julja. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia […]. Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati e questa storia racconta l’ultima”.
In tarda estate, esordio di Magdalena Blažević (premio nazionale per il miglior romanzo croato 2023), non cattura solo per la tecnica del narratore post mortem, chiamata a rinnovare un modus fabulandi, da Memorie postume di Bras Cubas (1881) di Machado de Assis sino ad Amabili resti (The Lovely Bones, 2002) di Alice Sebold (nell’omonimo film del 2009 di Peter Jackson l’adolescente protagonista, Saoirse Ronan, struggente, così si presenta: “Avevo quattordici anni quando mi hanno assassinata”), ma anche per altri tre inconsueti aspetti “formali”: lo stile, la scrittura, l’orizzonte storico-culturale.
Roland Barthes ritiene che lo stile . una sorta di impulso quasi biologico, diverso dalla scrittura, ossia dal punto di vista, o “presa di posizione” (secondo Daniele Giglioli). Entrambi qui scorrono parallelamente, spesso intrecciandosi, come sentieri nei boschi della Bosnia centrale, dalle parti di Kiseljak, tra prosa, poesia e implicite sequenze filmiche. Tutto delicatamente, drammaticamente, incorniciato dal silenzioso e spietato irrompere della guerra.
Stile. Blažević segue l’impulso dell’ispirazione paratattica, con frasi scomponibili nel comun denominatore di una metrica variabile. “I miei occhi sono due biglie azzurre. / Il cielo è l’ultima cosa che vedo”. La scelta lessicale rispetta i diversi materiali (una strada di campagna di terra battuta e fondo di pietra, dissestata, è “carrareccia”; un muro di cemento mostra “la tempera appena pressata”); ogni specie botanica (stiancia, astro amello, occhi di gatto, menta poleggio, tagete), gli alberi (salici, castagni, abeti argentati, conifere nere). Ed eccoci catturati da una struttura eminentemente visiva (nella limpida traduzione di Anita Vuco), grondante di figure retoriche – la sinestesia è torrenziale – “Le finestre imperlate di rugiada sbattono le palpebre lentamente, come occhi;” / […] “La terra tace nera e bagnata […] / Il morbido piumaggio del gufo reale ne attutisce il frullo. Avanzando veloce in ampie volute, trasforma l’aria in un vortice”.
Scrittura. La visione del mondo di Blažević si manifesta tramite l’accelerazione dei sensi: colori, odori, sapori. Inquadrature alla Sergej Paradžanov: “L’aria salata frinisce. La crema protettiva al cocco, il gelato rosa. Il blu non ha confini. / Noi, intanto, fluttuiamo e dimentichiamo”. E poi gli oggetti animati. I cancelli aperti dei cortili abbandonati per via della guerra ci aspettano; gli “occhi delle finestre muti”; i materassi aggrumati: ci parlano come nei versi di Wisława Szymborska.
L’orizzonte. La vita felice prima della guerra. Poi, l’arrivo della Morte dal “viso dolce, ma con il berretto calato sugli occhi”: ti spara. Eppure la vita amata, sognata e vissuta di In tarda estate, ossia colori e profumi, quando chiudete il libro, hanno vinto anche sulla ovattata e tragica carneficina alla Quentin Tarantino: “Gli occhi inceppati. / I capelli dappertutto. / Il cotone bianco impregnato di sangue. / I polmoni esplosi. / I frammenti di cervello immersi nelle pozze bollenti. / I buchi tra i seni. / […] Ogni cosa si è trasformata in un sanguinoso acquarello!”.
L’astrattismo della vita secondo Blažević. Cosa unisce stile, scrittura e orizzonte storico-culturale? Una tecnica una e trina: il montaggio in sottrazione. Un flusso joyciano di dissolvenze pressate una sull’altra. Passato e presente; qui e là; cielo e terra: tutto fuso. Una medesima azione “girata” dagli occhi di un personaggio . completata dalla “zoomata” di un altro: devi tornare indietro e rileggere per focalizzare. Un montaggio alla Sergej Loznitsa. L’unico, insieme a Martin Scorsese, che potrebbe portare lo struggente Balcan Beauty di Blažević, a Cannes, Berlino o Venezia.
E. Ciccotti è esperto di Balcani e insegna storia del cinema all’Università di Foggia.
Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato
Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.
I dieci passi di Nick Drakeè uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.
Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.
È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.
Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.
Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.
La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink Moon, Place to be, Parasite, River man, Cello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.
Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.
E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.
Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.
Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.
Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.
Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.
Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.
I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.
Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.
Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.
Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.
Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.
E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.
Nelle cornici delle mie finestre. Poesie e appunti, che comprende poesie e brevi prose tratte da diverse raccolte del poeta Petr Borkovec,
si inserisce in un percorso editoriale nel quale era già apparso il volume Volevamo salvarci di Petr Hruška. Entrambi i poeti, insieme a Pavel Kolmačka, rappresentano oggi i nomi maschili più noti della poesia ceca contemporanea nel contesto internazionale. Se Hruška incarna il volto della città di Ostrava, sigillando nei suoi testi le caratteristiche proprie della cosiddetta “poesia ostraviana”, Borkovec è invece una figura centrale della scena letteraria praghese.
Questo ruolo è dovuto soprattutto alla sua attività di editore presso l’importante casa editrice indipendente Editions Fra, che quest’anno ha pubblicato la prima raccolta di Lubomir Tychý, vincitore del premio Jiři Orten per giovani poeti.
La voce poetica di Borkovec era già giunta in Italia attraverso pubblicazioni in rivista, canali editoriali che spesso veicolano la prima
ricezione dei testi poetici. Tuttavia, questa raccolta, curata dalla boemista Gaia Seminara, rappresenta il primo tentativo di offrire una panoramica organica e completa della produzione del poeta, capace di restituire i principali nuclei tematici ricorrenti della sua opera.
Senza ambire in questa sede a un commento puntuale di ciascuna sezione dell’antologia, è comunque possibile soffermarsi su alcune caratteristiche rilevanti. In Espansione nel silenzio ricorre più volte il tema della notte, intesa come momento privilegiato di riflessione poetica: “mi sono seduto e sono rimasto sotto una stella / finché la città non si è spenta”. In contrasto, emerge il giorno, “di tristezza vestito”, a cui l’io lirico è chiamato a non arrendersi. Nella sezione successiva, Camminamento, si osserva una maggiore sperimentazione
nella disposizione del testo: il verso non è più rigidamente allineato a sinistra, ma si muove, peregrinando sulla pagina. I versi di Borkovec sono abitati da figure animali che rivelano la sua passione per l’ornitologia, presenze che emergono anche nella loro assenza: “Alla finestra, / spalancata, / nessuno viene, / niente arriva in volo”. In Tra la finestra, il tavolo e il letto prende forma una poesia del quotidiano, che si sviluppa attraverso un ampio ricorso al linguaggio diretto nel verso: “Alzarsi, chinarsi, domandare: / – è ora? – No. – Quando?”. Naturalmente, gli elementi qui indicati come dominanti di ciascuna sezione attraversano l’intera antologia, riaffiorando costantemente e mostrando la loro complessa intercompenetrazione nel discorso poetico di Borkovec. A questa stratificazione tematica fa da contrappunto la semplicità degli oggetti dell’osservazione poetica. L’autore offre infatti un’immagine profondamente introspettiva della quotidianità, confrontandosi con interrogativi che spesso sfuggono, travolti dalla frenesia del tempo. Lo sguardo si posa su ciò che circonda l’io lirico, che a sua volta incornicia quanto gli si presenta davanti in attimi contemplativi in cui osservatore e osservato si fondono nell’atto poetico stesso: “Perdermi nelle cose, perdere le cose. / Perdermi nel paesaggio, perdere il paesaggio. / Scrivere gli occhi”.
M. Mecco è ricercatrice al centro Modernitas, Université libre de Bruxelles
Molto originale la scelta dell’autore (paroliere per Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, e scrittore, con decine di pubblicazioni all’attivo) di raccontare la tribolata vita di NICK DRAKE attraverso un’immaginaria autobiografia, in cui il musicista si riguarda post mortem.
Un libro che si muove dall’unico filmato (probabile) di Drake, una manciata mentre cammina (per dieci passi, da cui il titolo del libro) di spalle in uno sconosciuto festival folk degli anni Settanta e scorre poi attraverso flash riflessivi (riportati in maiuscolo) e la narrazione biografica.
Il tutto trattato con leggerezza e buone dosi di ironia. Un ritratto di uno dei più importanti cantautori di sempre, scarsamente considerato quando era in vita, fino al 25 novembre 1974 quando chiuse la sua esistenza con un (probabile, mai effettivamente accertato) suicidio.
Anche chi conosce poco dell’artista troverà la lettura coinvolgente e avvincente.
Una storia che parte da un video brevissimo, in cui si vede una sorta di fantasma di spalle che potrebbe essere Nick Drake. Un eroe musicale tra i più misteriosi ed enigmatici, che rivive di inedite parole grazie alla fantasia intensa e ardita di Luca Ragagnin.
Riassumere l’opera di Luca Ragagnin in poche righe è una sfida. La vastità del suo lavoro e la sua capacità di muoversi tra generi diversi rendono difficile racchiudere tutto in uno schema preciso. Ragagnin si è cimentato in romanzi, racconti, opere teatrali, saggi e poesie, mostrando una versatilità rara. A questo va aggiunta la sua attività come paroliere per artisti del calibro di Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, Mao e molti altri. Il suo ultimo libro, I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Edizioni nella collana Scafiblù, è un esempio lampante del suo talento e della sua capacità narrativa.
Eppure, viene naturale chiedersi: ha davvero senso scrivere un’altra biografia su Nick Drake? Dopotutto, sembra che tutto ciò che c’era da dire su uno dei cantautori più iconici degli anni Settanta sia già stato ampiamente trattato. Dalla pubblicazione dell’importantissimo libro di Nick Humpries nel 1997, passando per il lavoro di Gabrielle Drake (sorella di Nick) e Cally Callomon nel 2014, fino alla più recente biografia di Richard Morton Jack nel 2023, la parabola del musicista inglese è stata analizzata, esplorata e raccontata in tutte le sue sfumature. Anche in Italia, opere come il saggio di Ennio Speranza del 2020, Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione, sembravano aver messo un punto definitivo su questa storia. Quando le biografie sono accurate e attente alla verità storica, è difficile immaginare margini per l’innovazione.
Eppure, Ragagnin riesce a ribaltare questa premessa. Non si tratta semplicemente di scrivere una biografia; I dieci passi di Nick Drake è più di questo. È un romanzo storico, una narrazione che esplora la vita di Drake attraverso un’angolazione mai vista prima. La vera forza del libro sta nella scelta coraggiosa di raccontare la vita dell’artista inglese dalla prospettiva della prima persona, dando voce direttamente a Nick stesso. Il risultato di questo esercizio di immedesimazione è sorprendente; il lettore si ritrova travolto da un’esperienza quasi ipnotica che trasforma l’iniziale straniamento in un legame magnetico con il testo.
Il libro crea l’illusione di trovarsi faccia a faccia con Nick Drake, come se fosse lui a sussurrare i suoi pensieri all’orecchio di chi legge. A tratti si ha persino la sensazione che le pagine siano state composte con l’aiuto di una tavola ouija, evocando la figura dell’artista tramite un atto quasi esoterico. Questa opera di Ragagnin trascende i confini della classica biografia e diventa qualcosa di unico, come se fosse un dialogo intimo con un genio eterno che continua a ispirare generazioni intere.
Per comprendere a fondo l’opera di cui ci accingiamo a parlare, è necessario soffermarsi su due aspetti fondamentali. Il primo riguarda un elemento enigmatico e quasi incredibile: la totale assenza di filmati che ritraggano Nick Drake da adulto, salvo uno. Questo unico frammento, della durata di appena tredici secondi, è reperibile su YouTube e lo potrete vedere alla fine di questo articolo. Si tratta di un video che mostra un giovane uomo ripreso di spalle mentre cammina durante quello che sembra essere un festival musicale, di cui tuttavia non si conosce il nome. E nonostante non vi sia certezza assoluta che quel ragazzo sia effettivamente Nick Drake, le probabilità sono alte. Da qui parte Luca Ragagnin, utilizzando quella breve sequenza in cui Drake compie dieci passi come punto centrale attorno al quale si sviluppa l’intera narrazione. Quei dieci passi diventano il simbolo di una vita segnata dalla malattia e spezzata troppo presto, nella notte del 25 novembre 1974, quando calò il sipario sul giovane artista per sempre.
Il secondo aspetto cruciale risiede nella struttura narrativa adottata dall’autore: due linee narrative si intrecciano, contraddistinte da caratteri tipografici differenti. La parte scritta in carattere normale segue una sorta di cronaca dei fatti, pur mantenendo la narrazione in prima persona. Al contrario, il testo in maiuscolo mette in scena l’inconscio: un flusso di pensieri onirico e frammentato, ricco di visioni e suggestioni interiori.
È proprio questa dimensione inconscia a coinvolgere intensamente il lettore, proiettandolo nel turbinio caleidoscopico delle immagini confuse che attraversano la mente del protagonista. Con un aspetto peculiare: man mano che le pagine scorrono, il linguaggio si disgrega progressivamente, rispecchiando simbolicamente il deterioramento mentale del personaggio, sino a culminare nella sua tragica fine a soli ventisei anni, per un’overdose di farmaci. Questa decadenza linguistica non è casuale, bensì scelta con intelligenza narrativa. Non solo restituisce l’involontaria immedesimazione dello scrittore con il suo soggetto, ma trascina il lettore a vivere quasi empaticamente nei panni di Nick Drake.
Colpisce profondamente la meticolosità con cui l’autore cesella ogni dettaglio, frutto evidente di uno studio approfondito delle biografie già pubblicate sulla figura di Drake. Ancora più sorprendente è l’equilibrio perfetto tra le due voci che animano il romanzo. Ragagnin non si limita a raccontare Nick Drake, ma diventa Nick Drake. Ed è complesso distinguere dove finisca la narrazione dell’artista e dove inizi l’identificazione personale dello scrittore con lui, soprattutto sul piano psicologico.
Infine, ciò che davvero rende quest’opera memorabile è l’impressione vivida e intensa che le immagini evocate trasmettono al lettore. Si percepisce chiaramente che provengono da una dimensione altra, situata oltre i confini della vita stessa. E forse è proprio questo il tocco finale di una creazione letteraria che sembra guidata da un’ispirazione rara e potente. L’autore ha saputo fondere estro creativo e profonda competenza letteraria in un racconto che colpisce diretto al cuore e lascia un segno duraturo.
TORINO – Arriva il 28 gennaio, nella collana Scafiblù di Miraggi Edizioni, I dieci passi di Nick Drake, il nuovo romanzo di Luca Ragagnin, autore e paroliere noto per le sue collaborazioni con alcuni tra i più importanti nomi della musica italiana.
Il libro dà voce a Nick Drake (1948-1974), figura cardine del folk-rock inglese, rimasto inascoltato in vita e divenuto, dopo la morte, un riferimento imprescindibile. Ragagnin sceglie una narrazione originale: Drake racconta sé stesso da una dimensione postuma, in un flusso di coscienza che attraversa infanzia, musica, solitudine, incapacità di adattarsi alle regole del mercato e fragilità emotiva.
Il romanzo alterna una cronaca biografica intensa e asciutta a una voce “altra”, collettiva e perturbante, che riflette sul ruolo dell’artista nella società, sulla violenza della sensibilità estrema e sulla funzione primordiale dell’arte. Ne emerge un ritratto delicato e feroce, capace di interrogare il lettore sul senso stesso della creazione artistica.
Dieci passi, un destino
Il titolo prende spunto da un brevissimo filmato degli anni Settanta: dodici secondi in cui Nick Drake si allontana di spalle durante un festival mai identificato. Dieci passi prima di uscire dall’inquadratura, dieci passi che diventano metafora di una vita breve e di un’eredità destinata a durare nel tempo.
Arte, cancellazione, memoria
Attraverso riflessioni oniriche e frammenti poetici, Ragagnin affronta temi centrali come la fama, la morte, la memoria e l’arte intesa non come mestiere, ma come necessità e, al tempo stesso, come gesto di cancellazione di sé. Un libro che parla di Nick Drake, ma anche di tutti coloro che ascoltano, creano e si interrogano sul valore ultimo dell’arte.
“Nami suda. Si aggrappa alla mano grassoccia della nonna. Le onde del lago sbattono a ritmo regolare contro il molo di cemento. Dalla spiaggia di paese arriva un grido, uno strillo piuttosto. Dev’essere domenica, se sta lì sulla coperta col nonno e la nonna. C’è qualcun altro, Nami ricorda le tre macchie rosse di un costume, i tre triangoli di un bikini, e sopra, un fascio di capelli neri ben pettinati, una coda di cavallo, e due ciuffi di peli neri sotto le ascelle. I tre triangoli si muovono lenti, girandosi e rigirandosi sotto il sole finché non ne resta uno solo. Non lontano dalla riva un pesce gatto fa guizzare pigramente la coda”.
Inizia da questo ricordo il racconto della vita di Nami, prima bambino poi ragazzo e infine giovane uomo la cui vita cambia nel corso del romanzo, proprio come il lago. All’inizio Nami ha tre anni, è sulle sponde del lago con i nonni e una ragazza in bikini. La ragazza è sua madre, l’unico genitore che conosca, e questi sono gli unici momenti che gli restano di lei che da quel giorno scompare.
All’epoca, chi si immerge se la cava con una semplice irritazione della pelle, il lago non è ancora diventato la putrida tomba inquinata dove viene mandato a morire chi non si sottomette al volere degli usurpatori russi e nemmeno la sottile lingua ipersalina circondata da una secca distesa di sabbia, dove sono rimasti incagliati alcuni relitti di imbarcazioni.
Man mano che Nami cresce, la vita sull’isola si fa sempre più difficile. La memoria e la cultura del posto vengono cancellate, le acque del lago sono sempre più inquinate, nascono cuccioli di animali e di uomo deformi, gli abitanti vivono in povertà e vengono espropriati delle loro abitazioni e le donne vengono stuprate dai militari che pattugliano il territorio.
Il nonno di Nami muore durante una battuta di pesca, ma finché la nonna resta in vita lui è al sicuro. È quando la nonna cade e non è più autonoma che per Nami la vita diventa difficile. Il presidente del Kolchoz manda la nonna non più produttiva a morire nel lago e poi si insedia con la famiglia nella loro casa. Nami viene trattato alla stregua di un animale.
Alla sera, quando il presidente e la moglie dormono, lui però scappa per incontrare Zara, la ragazza di cui è innamorato. E pur di non perderla sarebbe disposto ad andare avanti così. Ma una sera succede una cosa che Nami non può accettare: alcuni soldati russi molestano Zara e lui, impotente, è costretto ad assistere allo stupro della ragazza. Così, Nami parte alla ricerca della madre, deciso a svelare il mistero della sua nascita. E quando finalmente la trova, dopo avere affrontato innumerevoli prove, il loro incontro non sarà come lo aveva immaginato.
Il lago di Bianca Bellová è un romanzo di formazione tragico e simbolico. La crescita del protagonista è una metamorfosi segnata dalla perdita, dalla violenza e dalla cancellazione della memoria individuale e collettiva. Bianca Bellová usa una lingua essenziale, dove non c’è spazio per le spiegazioni psicologiche, sostituite e rese attraverso i gesti e i silenzi dei personaggi. La storia di Nami è calata in un mondo in cui crescere significa dover decidere la verità meno dolorosa e assumersi il compito fragile, ma necessario, di non lasciar scomparire ciò che resta del proprio passato.
L’originale struttura narrativa è divisa in quattro parti: Uovo, Larva, Crisalide e Imago, che nel romanzo sono le fasi di crescita del protagonista, e in natura corrispondono alla metamorfosi che dal bruco sviluppa la farfalla: un essere con la stessa entità biologica che cambia radicalmente “abito” e funzione per sopravvivere e riprodursi. Attraverso questa metafora, l’autrice ci mostra come la nostra identità, come quella di Nami, non si sviluppa in modo lineare, ma attraverso rotture irreversibili.
Sebbene la narrazione non fornisca coordinate storiche e logistiche, è facile individuare le prime nella vicende che hanno segnato l’Europa centrale e i fatti dolorosi raccontati nelle ferite lasciate dalle occupazioni e dalle guerre. Il lago, l’altro protagonista principale del racconto che nel romanzo è senza nome, è facilmente identificabile con il Lago di Aral, ai confini tra Uzbekistan e Kazakistan, vittima tra gli anni ’60 del Novecento di un vero e proprio disastro ecologico.
Il lago di Bianca Bellová, scrittrice ceca tra le voci più originali della narrativa europea contemporanea, è stato una lettura impegnativa ma allo stesso tempo formativa. In meno di duecento pagine condensa un buon numero di temi molto attuali sui quali invita a riflettere. Durante la lettura ho trovato molti riferimenti che mi hanno ricordato America, il romanzo incompiuto scritto da Franz Kafka tra il 1911 e il 1914.
In entrambe i romanzi, i protagonisti sono giovani che, pur spinti da diverse motivazioni, compiono un viaggio in cerca di un’identità. Sia Nami che il Karl Rossmann di Kafka si trovano, infatti, spesso coinvolti in situazioni paradossali lungo un cammino irto di difficoltà. Costretti per non morire di fame a sottomettersi ai ritmi disumani di lavori usuranti, entrambi devono imparare a proteggersi dalle angherie in un mondo segnato dalle disparità sociali e la loro maturazione è segnata dal confronto con adulti di cui non ci si può mai fidarsi fino in fondo.
Stiamo vivendo un periodo molto drammatico. Papa Francesco diceva spesso che stavamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi. E adesso, dopo l’attacco all’Iran, è ancora così o siamo a un passo, stiamo camminando ai margini della terza guerra mondiale? Ai margini o ci siamo già dentro? Quello che è certo è che non soffiano venti di pace e quei venti, quando soffiano, sono poco più di un refolo. Del resto, negli anni novanta, ci furono segnali inquietanti che non so quanto sapemmo cogliere nella loro drammaticità e che furono un preludio a quanto sarebbe accaduto dopo. Parlo della guerra in Jugoslavia. Quando scoppiò sottovalutammo il pericolo, non accettammo fino in fondo che una guerra sarebbe divampata nel centro dell’Europa. Eppure sarebbe bastato seguire le trasmissioni sportive di Tele Capodistria, soprattutto le partite di calcio, per comprendere cosa sarebbe accaduto: le tifoserie opposte che si scontravano non erano semplici tifoserie composte di ultras, erano croati contro serbi, bosniaci contro serbi e croati, insomma era un becero nazionalismo che dava mostra di sé negli stadi, quel nazionalismo che avrebbe provocato la guerra fratricida, un nazionalismo che, nel giro di pochi anni, si sarebbe trasformato in sovranismo.
Molti saggi e romanzi sono stati scritti sulla guerra in Jugoslavia. Molti di notevole valore. Del resto la Jugoslavia ha sempre avuto una grande tradizione letteraria. Basti pensare ad autori come Miroslav Krleza, il Premio Nobel Ivo Andric, il grande Danilo Kis. Si innesca in questa tradizione letteraria Magdalena Blazevic, nata in Bosnia nel 1982, con il suo romanzo “In tarda estate”(Miraggi 2025) con la bella e appassionata traduzione di Anita Vuco. Un romanzo di grande valore testimoniale e letterario.
Magdalena Blazevic è laureata in lingua e letteratura croata e inglese. Ha esordito pubblicando racconti che sono stati tradotti in varie lingue e premiati a livello nazionale. “In tarda estate”, uscito nella sua edizione originale nel 2022, è il suo primo romanzo. Nel 2023 ha ottenuto il Premio Tportal come miglior romanzo croato dell’anno e il Premio della Fondazione Petar-Kocic.
Oggi Magdalena Blazevic è considerata una delle autrici più significative della letteratura balcanica.
Ma di cosa parla il libro?
Prima di addentrarmi nella trama, peraltro difficile da riassumere per la particolare struttura del romanzo, ritengo indispensabile soffermarsi sulla dedica:
Agli abitanti del villaggio di Kiseljak,
in memoria del 16 agosto 1993.
Il libro è dedicato, dunque, agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak che il 16 agosto 1993 furono massacrati dalle forze bosniache.
Fatta questa doverosa premessa mi addentro ora in questo romanzo poetico e evocativo, potente e tragico allo stesso tempo.
La protagonista del romanzo è Ivana che fa parte di una famiglia misera ma unita in cui, ognuno a modo suo, si prende cura degli altri. Quella di Ivana è una voce poetica e lirica; narra degli affetti e dell’amicizia, soprattutto quella con la cugina Dunja; narra dei sapori delle mele tipiche della zona croato/bosniaca; narra della luce delle campagne che, pur nella sua semplicità, sembra avere qualcosa di fiabesco; narra degli animali che quelle campagne popolano; narra delle case che si spopolano e ripopolano secondo l’andamento della guerra; narra degli oggetti che arredano le case e che sono caricati di affettività: L’autrice stessa, in una presentazione alla Libreria Diari di Bordo di Parma a cui ero presente, ha sostenuto che, per lei, gli oggetti delle case di Kiseljak sono stati importanti, che sono stati oggetti che avevano una storia importante e che avevano un’anima per l’investimento affettivo che su di essi era stato fatto. Oggetti apprezzati e che possono portare ad avere per loro un senso di nostalgia.
Tutta questa nostalgia, affetto, poesia per le cose minute termina con l’arrivo dei soldati, con il rumore che fanno i soldati già da una certa distanza, un rumore che porta la morte, la annuncia, annuncia la tragedia incombente. Non è neppure necessario descriverli i soldati. Basta il rumore che fanno i loro stivali, il fruscio mortifero delle loro divise.
In realtà Ivana ha vissuto solo quattordici anni. In realtà Ivana è morta e l’io narrante del romanzo è morto. Questo provoca uno stravolgimento della temporalità, non c’è cronologia, il tempo è un andirivieni di passato presente futuro. Tutto è visto e narrato dallo sguardo da morta, uno sguardo dall’altrove di Ivana, anche lei uccisa, come tanti altri abitanti del villaggio, dai soldati bosniaci.
L’incipit è potente e originale:
“Guardate; queste siamo io e la mia bambola Julija. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia. La sera mia madre tira fuori dal vano contenitore le coperte e le lenzuola. Clic-clac”(Pag. 9).
Ivana continua la sua descrizione e ritorna sulla bambola che le è stata regalata dal padre (guida un camion) in un suo viaggio di ritorno.
In queste pagine Ivana ha sette anni e andrà a scuola in autunno. Mangia una caramella da sdraiata, disobbedendo alla madre. La caramella le rimane incastrata in gola e il padre interviene scuotendola con violenza. Senza risultato. Ma Ivana riflette che questa non può essere la fine:
“Questa non è la fine. Non può esserlo. Ho ancora davanti a me sette anni di vita. Mio padre mi infila un dito in gola e tira fuori la caramella al gusto di ciliegia. Tossisco a lungo, il suo dito mi ha irritato la gola e la schiena mi duole ancora per i colpi ricevuti. Perché mia madre piange? Sono viva!” (Pag. 10).
Poi uno spostamento dell’attenzione su altro di fortemente minaccioso:
“Lo sentite anche voi lo scricchiolio del legno?
Non sotto il peso del mio corpo. No! Sono leggera come un pulcino. Scricchiola sotto uno scarpone nero allacciato ben stretto. Solo la Morte indossa scarponi simili. Oh, che scampanellio produce il suo corpo!” (Pag. 11).
Alla fine del capitolo Ivana si presenta ai lettori:
“Mi chiamo Ivana, Ho vissuto quattordici estati, e questa storia racconta l’ultima” (Pag. 15)
E l’ultima estate narrata è la tarda estate. La tarda estate è del tutto diversa dall’estate incipiente. Nella tarda estate i colori della natura sono forti, difficilmente hanno sfumature delicate. Nella tarda estate si respira un’aria densa, afosa e i frutti hanno qualcosa di marcio come se fossero giunti alla fine di un ciclo. I colori della tarda estate non sono certo quelli della primavera o della prima estate quando la canicola non è ancora esplosa per consumare tutto. Nella tarda estate si consumano anche le vite delle persone e il marcio incombe su tutto l’ambiente. Sono colori – e , forse, il paragone potrà sorprendere – che mi hanno ricordato la descrizione di campagne ad altre latitudini, quelle delle Langhe. Sono descrizioni che mi hanno ricordato quelle di Pavese quando le dipinge con i colori accesi, le emozioni accese ed esacerbate ne “La luna e i falò”, ne i racconti di “Feria d’agosto”. Fermo restando che nel romanzo di Magdalena Blazevic è incancellabile la presenza della guerra ( in verità la guerra e le sue conseguenze è presente anche ne “La luna e i falò”), la presenza della morte che miete le sue vittime senza badare alla loro età.
E, a proposito di questo e di Ivana, ci sono pagine molto toccanti e mai retoriche, con una capacità dell’autrice di mantenere un registro narrativo drammatico senza mai cadere nel melodrammatico.
Si approssimano i funerali di Ivana. Arriva il fotografo per scattare l’ultima foto:
“Il fotografo si avvicina e si asciuga con la manica il miscuglio di sudore e di lacrime. Mi inquadra attraverso l’obiettivo e mette a fuoco l’immagine. Scatta la mia ultima fotografia con un solo clic. A differenza di quella fatta con la Polaroid di mio padre, questa è nitida e si vede ogni dettaglio. Mio fratello e mio padre stanno davanti al garage. Aspettano che il fotografo esca. Non si può parlare con il groppo in gola. I loro occhi si sono prosciugati” (Pag. 129).
Poi una specie di appello che è rivolto al lettore che funge da testimone per tutto quello che accade:
“Per favore non dite niente, qui anche i rumori più lievi risuonano come un’eco. Dalle grandi finestre si vedono il bosco e la strada, il lungo filo per i panni sul prato dietro casa. Il fumo esce ancora dai buchi neri nel bosco, la strada è deserta. Le tende sono ormai diventate stracci anneriti e laceri. Non vanno più bene come velette da sposa” (Pag. 130)
Malgrado la voce continui a narrare dall’oltre si ha la terribile impressione dell’irreversibile perché l’irreversibile è già accaduto, continua ad accadere in ogni istante per tutti coloro che hanno amato Ivana, continua ad accadere perché anche la natura non può fare passi a ritroso. Restano le foto a testimoniare di un’esistenza che è stata recisa troppo presto. Restano le foto, unica consolazione per coloro che sono sopravvissuti. Restano le foto, le ciabatte in un angolo della casa, le scarpe che non saranno più indossate. Restano le foto, gli oggetti, la memoria.
E qui ci troviamo di fronte, ancora una volta, alla morte che la guerra causa, all’assurdità della guerra, un’assurdità che pare non finire mai malgrado lo straziante dolore che provoca:
“Ci ricopre il fazzoletto a lutto della nonna.
I capelli di mia madre si disperdono in fitti sciami di enormi mosconi.
Si nutrono delle nostre ferite aperte.
Sa l’estate tutto questo?
Manderà al loro posto almeno una farfalla?
Qualcuno ha detto all’estate che sono morta?” (Pag. 108).
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