DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Questo libro è stato pubblicato 25 anni fa ed è tornato quest’anno in libreria in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, per Miraggi Edizioni. È il racconto dello scombussolamento all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato. Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato sulla violenza e sul potere, sull’imposizione al maschile. Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro racconta le distinzioni fra loro. Le più giovani si mostrano diverse da quelle anziane perché sono state determinanti, incoraggianti ed accanto ai loro uomini che avevano deciso di uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti e di diventare collaboratori di giustizia. Sono quelle che possono aiutarli ad intraprendere una vita nuova, libera, con tutte le difficoltà che questa comporta. Sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. Alcune li hanno lasciati , alcune si sono suicidate. L’autrice ne cita molte, io qui cito quelle che mi hanno maggiormente colpita . È Rita Atria, la più giovane. Figlia di un mafioso. Il padre è stato ucciso come anche il fratello Nicola. Aveva 16 anni quando ha deciso di andare a parlare in Procura a Sciacca, di nascosto, invece che andare a scuola. Quando il padre è stato ucciso aveva 11 anni, una grande perdita per lei. Con la madre aveva un pessimo rapporto. Quando anche Nicola, che era il suo unico riferimento affettivo è stato ucciso, ha deciso di raccontare quello che aveva visto e sentito nella sua famiglia. “Il mio compito è vendicare mio padre e mio fratello“.

Inizia così per lei un viaggio doloroso, continuerà ad andare in Procura invece che a scuola. Era convinta che il padre non aveva le mani sporche di mafia, lo credeva un Robin Hood, che aiutava chi aveva bisogno ed è stato un duro scontro il suo, con i magistrati che hanno dovuto dirle la verità. Trovava tutte le giustificazioni per scagionarlo, non voleva credere che fosse un mafioso. C’era anche il giudice Borsellino ad ascoltarla ed è stato proprio lui quello che è riuscito ad avere la fiducia di Rita, che è stata allontanata dalla casa materna e messa sotto protezione. Viene messa in un residence insieme alla cognata Angela e alla nipotina, che aveva deciso di collaborare prima di lei. Dalla Sicilia a Roma, Rita era spaesata, ma convinta della sua scelta, mentre la madre faceva di tutto per farla rientrare a casa, fino a minacciarla di farla ammazzare. Dopo questa minaccia non ci sono stati più incontri tra loro. Scriveva di come avrebbe voluto il suo funerale Rita e soprattutto che la madre non avrebbe dovuto partecipare. In quel periodo viene ucciso Falcone, Rita e Angela sono sgomente, sperdute, insieme a Borsellino, rappresentava la possibilità del riscatto. Rita vuole stare da sola, non vuole più stare nel residence, si intestardisce. Incontra un ragazzo col quale inizia una relazione, una boccata d’ossigeno nella sua vita. Studia. Ma vuole vivere da sola, gli consegnano le chiavi dell’appartamento il 21 luglio,due giorni dopo l’uccisione del giudice Borsellino, quello che aveva scelto come padre putativo. “ Quella strage le squassa. Piera ha avuto un collasso da cui non riesce a riprendersi. Rita è come trasognata, fuori di sé……Borsellino era il suo nuovo padre……Nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita “Al settimo piano del suo mini appartamento, Rita vuole stare sola, riflette e si sente inadeguata e sola. Il 26 luglio apre il balcone e si butta nel vuoto. Su un foglietto lascia scritto “Adesso non c’è più chi mi protegge. Sono avvilita. Non ce la faccio più“. La notizia del suicidio arriva di sera nel carcere di Trapani, c’erano rinchiusi alcuni uomini accusati di mafia, un mormorio riempie il silenzio e una voce più alta di tutte grida “Una di meno“. Un grande applauso risuona per tutto il carcere: si fa festa. Neanche da morta avrà la pietà della madre.

Ci sono donne che non condividono il percorso di collaborazione dei mariti e si schierano clamorosamente contro di loro o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. C’è chi appena saputo che il marito si è pentito ha indossato il lutto come se il congiunto fosse deceduto. Giacoma Filippello ( ‘Za Giacomina) per ventiquattro anni è stata la compagna di Natale L’Ala, e ha potuto assistere a scie di sangue e conosciuto uomini importanti dei clan, era parte del clan e da tale si è comportata a tutti gli effetti. Quando ha capito che volere giustizia è diverso che vendicarsi uccidendo, s’è trovata sola. Le sue notti sono state tormentate da dubbi e nostalgia ma è diventata una “pentita“. Una delle prime donne di mafia che si sono messe a collaborare coi giudici. Ma di tutta la sua vita avventurosa ’Za Giacomina sempre preferisce ricordare i momenti felici del passato e le indicibili tenerezze di cui l’uomo che ha amato, un boss cui sono attribuiti gravi reati, era capace. Glielo hanno ammazzato, il suo uomo, il 7 maggio ’90, e lei s’è fatta pentita. Per amore e per vendetta. Con furore. “Quando vennero a dirmi che avevano ucciso Natale, mi si annebbiò la vista ……Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mala notizia.” Dissi: “Chi deve pagare, pagherà ”» ha raccontato al giornalista della «Stampa» Francesco La Licata, siciliano, esperto di mafia, con il quale – dopo il pentimento, in un periodo che era a Roma – aveva voluto parlare. Felicia Bartolotta Impastato, moglie di un mafioso, cognata di un boss, parente di “amici degli amici“ e madre di Peppino assassinato dalla mafia perché ne denunciava i crimini. Cinisi il suo paese, il marito era un padre padrone, prepotente e autoritario. Peppino aveva scoperto i libri, la cultura, sognava di trasformare il mondo. Da ragazzino aveva assistito all’ uccisione dello zio con un’ auto imbottita di tritolo, ne restò molto scosso e scoprí la mafia e che era una brutta cosa. Felicia soffriva del suo matrimonio, viveva con la paura e il silenzio, non poteva permettersi di avere un’opinione personale .Voleva tornarsene a casa dei genitori quando scoprí che il marito la tradiva, non le fu permesso “ Non si usava”. Quando Peppino ha cominciato ad impegnarsi per denunciare la mafia e i loschi affari, lo scontro col marito si era fatto più duro. Minacciava Peppino il marito e lei perché stava dalla sua parte. Ogni incontro col padre era una lite. Non c’era verso di far cambiare idee a quel figlio che tanto amava, ma si sforzava di capire le sue idee, leggeva quello che lui lasciava a casa e cominciò a riflettere su tante cose che aveva intuito. Finché il marito ha cacciato di casa Peppino. Si vedevano di nascosto. Dell’ attrito tra padre e figlio si parlava molto fuori. Il padre morì investito da un’auto, un caso? Per Peppino non c’era più protezione alcuna, il 9 maggio fu fatto saltare in aria, disintegrato. Le indagini hanno puntato su un suicidio e il caso fu archiviato. Ma Felicia , il figlio Giovanni e gli amici di Peppino, respinsero quella tesi. Il giudice Chinnici riaprí il caso. Sì sentenziò che si trattava di delitto di mafia, ma i colpevoli non sono mai stati condannati. Felicia non è più uscita di casa. Hs sempre parlato coi giornalisti ai quali raccontava di sé della sua storia di mogie e madre “ cioè donna d’altri “, condannata a non esserlo per sé. “La mafia in casa mia “ un libro intervista è stato pubblicato da Anna Puglisi e Umberto Santino che hanno dato vita a Palermo al Centro di documentazione “Giuseppe Impastato “ All’uscita del libro nell’edizione Miraggi l’autrice in un intervista per l’editore ha rilevato che non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.”

Trovo che l’idea di Miraggi di ripubblicare questo libro sia stata una scelta molto coraggiosa e azzeccata. Il libro è la descrizione di un fenomeno che ha coinvolto le donne e che continua a farlo, laddove ancora oggi le donne all’interno delle cosche mafiose continuano a rivestire ruoli di fondamentale importanza. La cronaca più recente è piena di donne che risultano avere ruoli sempre più importanti per la sopravvivenza e la funzionalità dell’organizzazione mafiosa. La loro intraprendenza e capacità di gestire le fila di questo malaffare ha preso sempre più spazio e spesso le abbiamo viste in luoghi di comando. Tutto ciò non giustifica ovviamente il loro operato, sempre di mafia si parla. E di mafia bisogna continuare a parlare per denunciare questa presenza così difficile da sconfiggere. E di mafia bisogna continuare a scrivere e a pubblicare perché non si può abbassare la guardia e nemmeno dimenticare il sacrificio di uomini onesti e di legge che ci hanno lasciato la vita. Oggi la mafia si insinua in tutte le falde scoperte e con modalità sempre più affilate. Falcone ha detto “ Certo dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso . Per lungo tempo,non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine “( Cose di Cosa Nostra) L’evoluzione l’abbiamo vista, quella delle donne e delle modalità. Ora mi auguro tanto di poter vedere la fine, con qualche dubbio. Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché è un libro appassionante, una scrittura che cattura , una ricchezza di testimonianze tutte vere e davvero interessanti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details?post=82749

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Giorgio Ferri su L’Indice

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Giorgio Ferri su L’Indice

Kopfrkingl

Come funziona la mente di chi ha un’opinione su tutto? Quasi sempre è un bacino riarso, che attende la piena del senso comune. Un luogo, o un luogo comune: “la negazione del pensiero: meglio ancora, la sua sostituzione”, la definiva Ortega y Gasset nel 1930, a tre anni soltanto dal cancellierato di Hitler. E, riferendo di un’altra peste, Manzoni ha messo in forma l’incompatibilità fra pensiero e senso comune: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.” L’opinione come la intendiamo qui è un luogo comune camuffato da pensiero autentico. Guidato da grossolane analogie, il signor Kopfrkingl, primo zelatore del crematorio di Praga, rimonta secondo il proprio tornaconto le frasi colte a volo per strada, sui giornali, dalla bocca dell’amico Willi, e vi arreda la sua mente come un decoroso interno borghese. Ha un’opinione per ciascun argomento o situazione, purché qualcuno gliene mostri prima l’utilità. Di fronte al nuovo, all’imprevisto, si blocca. Come leggere il quadro nello studio di Bettelheim, il dottore ebreo che abita a poche pedate di scala sopra la sua testa? Che pensare del montante ardore hitleriano di Willi? Comincerà a capirci qualcosa quando vedrà nel nazismo un’opportunità per fare carriera, e nel dipinto un’immagine del successo.

Karel Kopfrkingl è un melenso. Suoi lontani parenti sono Polonio e Charles Bovary. Ma quando il melenso è nel contempo uno zelante, ecco che diventa un idiota attivo, attivissimo, uno capace di combinare autentici disastri. (Ricordate Bovary? Infallibile con la lancetta per i salassi, ma quando si esce da lì: cancrena e morte.) Inoltre è un melomane, come l’aspirante eugenista di Cuore di cane, e proprio sulla musica si impernia il suo intellettualismo socratico, per cui chi è colto è sensibile, e dunque buono. Ma la sensibilità di Kopfrkingl dà i brividi. Come le battute, in cui già al primo tocco si sente che il suo spirito suona fesso: il contenuto di una facezia senza il contorno intonativo dell’ironia. Come i nomi che affibbia a suo talento a cose e persone.

Zina, la figlia del protagonista, rientra a casa dopo una lezione di piano. In seguito a un errore, “la vecchia” per poco non l’ha bacchettata sulle dita. Kopfrkingl interviene: “Zinuška, non parlare così […] è un’anziana signora. […] Non dobbiamo far torto a nessuno nemmeno col pensiero”. Come non pensare alla nevrotica coniazione di eufemismi negli ambienti del Terzo Reich, dei quali Endlösung, la Soluzione Finale, è la summa beffarda?” Oggi lo definiremmo un campione di political correctness, per come sa rendere ogni elemento della realtà più gradevole. Con perfetta politeness, infatti, chiede ai suoi cari il permesso, prima di sterminarli.

Il bruciacadaveri

Il linguaggio di uno scrittore può avere due direzioni: o descrive il mondo, lo racconta e lo enumera, oppure lo crea, traendolo dal nulla. La seconda è di pertinenza della grande poesia, ma in forma volgarizzata abita anche la mente dei dittatori.

Il bruciacadaveri disvela un meccanismo di epurazione del linguaggio che prelude all’epurazione di esseri umani. La creazione linguistica di un mondo per obliterarne un altro. In questo caso, anzitutto quello ebraico. Come gli artisti eccelsi, Ladislav Fuks cerca e trova una forma di conoscenza nello stile, non nei simboli. È vano, forse, provare a decifrarli e stabilire cosa dicono: la bacheca con le mosche, i ritratti alle pareti, la visita del monaco tibetano, il brillio della fede al dito, il giallo come dominante cromatica. La ragazza dalle guance rosse vestita di nero, o la coppia uomo grasso con farfallino e donna con piuma al cappello, che vanno a spasso come certe figurette di Georg Grosz, sono forse proiezioni del desiderio predace del protagonista, ma in fin dei conti, non importa più di tanto.

Il libro non è metafora di alcunché (ci sono nomi e cognomi), ma un verbum proprium travestito da metafora. Non è un libro sull’invasione tedesca e la persecuzione degli ebrei, ma un libro che fa vedere i processi, anzitutto linguistici, all’origine di tale aggressione. Le ripetizioni di cui è contesto sono una forma di conoscenza della macchinalità (e banalità) dello sterminio.

Il Bruciacadaveri è il libro di due sgomentevoli vigilie. Dell’invasione nazista di Praga e, trent’anni dopo, di quella sovietica. Soffocata la Primavera, il linguaggio burocartico e mortale di ieri tornerà sotto altre spoglie. Col suo gesto, Fuks addita la comune protervia di due ideologie idealmente opposte. In più, la prefigurazione è una tecnica interna. La peste di Praga del 1680, una volta inscenata nel panopticum si riverbera su tutto il libro. E sulle efferatezze cui assiste durante lo spettacolo, Kopfrkingl calcherà i suoi omicidi.

Il bruciacadaveri 2018

Disponendosi a tradurre La metamorfosi, Franco Fortini si chiedeva quale fosse il timbro da imprimere al testo italiano. E trovò che doveva essere “freddo”. Tra “insetto” e “scarafaggio”, l’uno era freddo, l’altro caldo. Anche la nuova traduzione di Alessandro De Vito va in questa direzione.

Il libro che oggi torna a parlarci grazie all’iniziativa di Miraggi non è più quello di allora. Ha da dirci altre cose. Quasi cinquant’anni fa, nella sua prefazione Fuksiana, Angelo Maria Ripellino bollava i personaggi di Fuks come “borghesucci appagati di esigui orizzonti”, che “nella morsa di un tempo demente e devastatore tralignano in mentecatti. La loro rabbrividita marginalità si converte in mostruosa, ghignante forsenneria da panoptikum. L’insicurezza, l’intollerabile assurdo dell’epoca li raggriccia e distorce, gonfiandone le fissazioni”. E in particolare si chiedeva chi fosse il signor Kopfrkingl, dandosi una risposta che oggi non soddisfa pienamente:

“L’immagine calcolatissima di un benpensante ed ipocrita cerimoniere, uno schizòide impigliato nelle consuetudini di un macabro rituale, un saccente becchino-filàntropo, che l’epoca incline alle stragi e la sicumera esequiale e la sciocca ambizione e la flaccidità del carattere e la tenerezza, sì, la tenerezza tramutano in un dispensiere di eutanasia”. Ora pensiamo invece che, al di là delle congiunture storiche, Kopfrkingl sia un atteggiamento mentale in agguato in ciascuno di noi, quando accettiamo passivamente di venire informati; perché senza una curiosità attiva non siamo che un vuoto, in attesa di colonizzatori.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.lindiceonline.com/letture/ladislav-fuks-bruciacadaveri/

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

La forza espressiva della poesia contro la violenza di genere

Un canto di recupero e ricostruzione di sé attraverso la poesia. L’amore malato, il dolore, la violenza e l’abbandono raccontati in versi con un linguaggio originale e potente

Felicia Buonomo nel suo lavoro da giornalista d’inchiesta racconta quotidianamente ciò che accade nel mondo: spesso sono storie dolorose, drammi umani, vere e proprie sciagure. Nella raccolta pubblicata da Miraggi Edizioni‘Cara catastrofe’, sceglie l’arte poetica per affrontare traumi emotivi legati all’Io, a quell’amore che declina in sofferenza, veemenza e distacco. Si entra nella realtà che appartiene a tante donne che vivono relazioni di dipendenza affettiva, amori malati che si concludono, il più delle volte, con un tragico epilogo.

Quando si vive nel tormento, quella situazione diventa familiare a tal punto che ci si culla dentro. Felicia Buonomo con quel dolore, di cui è testimone, dialoga: la “catastrofe” narrata diviene cara e il lettore diventa partecipe. È soltanto affrontandolo, guardandolo in faccia – il dolore –, che si può superare. Negarlo significherebbe smarrirsi in un vortice senza via d’uscita.

All’inizio di ogni legame con l’altro c’è l’incanto, il potere che l’amore produce quando emana la sua energia: “m’innamori/come il gelo sul lungolago di Mantova,/le luci dei lampioni di Milano,/le onde sul porto di Genova”. Qui la bellezza dei luoghi va a coincidere con l’armonia dei sentimenti: ne esce una sorta di geografia emotiva che, nella fluidità dei versi, rende il testo efficace e vibrante.

tormenti assumono le fattezze delle foglie, la sofferenza si poggia come una piuma: “Reggo le foglie dei miei tormenti/su cui ti adagi leggera”. Nella simbologia, le foglie richiamano il senso della fragilità dell’esistenza e indicano una ciclicità di morte, pur mantenendo un sottile filo di speranza. In questo caso è il verbo reggere a ricondurre alla resilienza di fronte alla frattura interiore.

Con una scrittura tagliente, incisiva, essenziale e chiara, Felicia Buonomo costruisce un’opera originale in cui la poesia è l’ancòra di salvezza, la luce in fondo al tunnel, la cura al male, che non è un male lontano da sé e dagli altri, ma concreto, plurale, condiviso. Pur toccando tematiche del mondo femminile, chiunque può riconoscersi al di là del genere, perché l’angoscia ha radice profonda e prima o poi tocca tutti.

Fa piuttosto male l’indifferenza di chi si volta dall’altra parte e non si sente direttamente coinvolto dalle situazioni. È così che le liriche si riempiono di corporalità: lividi; clavicole; braccia molli; occhi rossi; carne debole; pelle tumefatta. Ogni ferita è un colpo inferto all’umanità e la potenza dei versi è tale da diventare grido che vuole scuotere le coscienze.

L’autrice compie un carteggio con la catastrofe intima, si confronta con l’Io e la sua ombra: è un percorso corale, che abbraccia le molteplici voci di un universo femminile, il tormento viene percepito, superato e rielaborato con la forza espressiva. Ci si salva dall’inferno con la bellezza delle parole.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Martino Ciano su l’Ottavo

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Martino Ciano su l’Ottavo

Kopfrkingl è un uomo buono, mite, dedito alla sua famiglia, affettuoso verso la moglie e i figli. Le sue parole sono auliche, i suoi pensieri sono trascendentali, non sembra che abiti la Terra, eppure, rispetta le leggi, perché queste sono state create per far vivere meglio gli uomini.

Kopfrkingl è dedito al lavoro. Passa le sue giornate vicino a un forno crematorio. Svolge il suo compito in maniera impeccabile, perché grazie alla sua opera i morti diventano cenere in settantacinque minuti, quindi, ognuno di loro potrà raggiungere velocemente il Regno delle Anime, evitando così perdite di tempo. Infatti, un cadavere seppellito nella nuda terra impiega vent’anni per decomporsi.

Kopfrkingl è un appassionato lettore del Libro Tibetano dei Morti, perché la morte apre le porte della vera vita e l’uomo, dopotutto, deve aspirare solo al raggiungimento del Nirvana.

È enigmatico il signor Kopfrkingl, uomo con una goccia di sangue tedesco che si aggira leggiadro per la Praga di fine anni Trenta; per l’esattezza, del 1938, anno in cui i nazisti annettono la Cecoslovacchia al Reich con la scusa di voler proteggere i tedeschi dei Sudeti. Ed è proprio in questo periodo che il buon borghese Kopfrkingl, così pieno di spirito e di necrofilo fervore, si lascia trascinare dall’amico Willi nel vortice della religione hitleriana.

Ladislav Fuks (Fota da Miraggi.it)

Il bruciacadaveri di Ladislav Fuks è stato stampato per la prima volta negli anni della Primavera di Praga. A distanza di più di cinquant’anni, la casa editrice Miraggi lo riporta in vita. Un’opera surreale, come surreale è la vita di Kopfrkingl, uomo malato, perturbato, in costante dialogo con la morte, perso in un’estasi grottesca. Fuks non ci descrive i connotati del signor Kopfrkingl, tantomeno quelli di sua moglie e dei suoi figli, ma riusciamo a immaginarli con un costante sorriso stampato sul viso, avvolti in una atmosfera melensa, così nauseante da innervosirci, ma dietro cui appare prepotentemente quella sporcizia delle intenzioni che ha bisogno solo di un piccolissimo pretesto per tramutarsi in azione.

In Kopfrkingl troviamo tutte le contraddizioni del nazismo, tutte le tracce di una follia collettiva che ha saputo sfruttare l’indifferenza delle masse. Indifferenza generata dal tacito consenso. Così, Fuks è stato capace di raccontare attraverso un uomo ligio alle leggi, educato, premuroso e in odore di santità, la storia di una tragedia senza fine dietro cui si cela la folle necessità di unire in un solo simbolo la vita e la morte.

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UNO DI NOI – recensione di Maria Anna Patti su Casa lettori

UNO DI NOI – recensione di Maria Anna Patti su Casa lettori

Una baraccopoli in fiamme.

L’odio perde la consistenza oleosa di un pensiero e diventa azione.

Distruggere, annientare perchè

“nostre le strade

nostri i confini

nostri i cieli

sopra gli aquiloni.”

La cronaca diventa poesia e sfuma il nostro senso di impotenza di fronte ad una dilagante paura della diversità.

L’altro, il nemico anche se ha le sembianze di una bambina.

Giovanissima innocente su un letto di ospedale mentre i gemiti si alzano in cielo come preghiere.

“Uno di noi”, pubblicato da Miraggi Editore, fa percepire il pregiudizio, lo esaspera, lo scompone in frasi fatte.

Descrive il nostro tempo feroce dove nessuno si salva.

Daniele Zito ci invita ad ascoltare i colpevoli, gli indifferenti, le vittime.

“Giustizia sociale, Identità, Orgoglio nazionale” tornano come un ritornello stonato, mostrando il volto turpe di una società che non conosce più la compassione.

Il ritmo sincopato crea dei vuoti necessari, bisogna fermarsi, riflettere, accostarsi al testo senza perdere nemmeno una parola.

Il coro costruisce l’attesa, invoca la speranza di un cambiamento.

Il pentimento riuscirà a scavare le radici profonde di tanto insensato patriottismo?

Il rimorso sarà cammino verso la redenzione?

Si spengono le luci, resta un corpo che finalmente può osservare le stelle e un padre che di fronte alla morte si ostina a cercare le ragioni di tanto rancore.

“Con voce roca e fiato corto

Il tempo del sacro si fa strada

Lungo i nostri rosari

Seme dopo seme

Salmo dopo salmo

Espiazione dopo espiazione.”

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IL LAGO – recensione di Geraldine Meyer su l’Ottavo

IL LAGO – recensione di Geraldine Meyer su l’Ottavo

Nami vive in un piccolo paese fatto di case che si affacciano su un’unica via chiamata Via dei pescatori. Boros è il nome del paese affacciato su un lago attorno a cui gira tutta la vita, reale e leggendaria. Un allevamento di storioni e una piccola fabbrica in cui si lavora il pesce. In lontananza le ombre scure di pozzi petroliferi che sembrano fare da contrasto all’unico chioschetto del paese in cui si vendono aringhe e semi di girasole. Nella piazza la statua dello Statista.

In questo scenario defilato cresce Nami, insieme ai nonni. Del padre non si sa nulla e della madre, il ragazzino, conserva l’indelebile ricordo di un’ombra rivestita da un costume da bagno e una voce che, in riva al lago, lo consola dal suo dolore allo stomaco. È un ricordo vago ma che prende, nell’animo del ragazzo, il posto del vuoto lasciato, mentre si addormenta sul ventre della nonna che gli racconta le storie dello Spirito del Lago e dell’Orda d’Oro i cui guerrieri aspettano di essere risvegliati da un altro guerriero. E mentre il lago si prende anche i nonni Nami comprende la durezza della vita, le ferite e le cicatrici di troppi strappi. Cresce lui mentre il lago si svuota sempre più. E in questo speculare procedere, lui parte alla ricerca di sua madre, tra incontri, dolori, fatiche e la “colpa” dell’essere chiamato figlio di puttana. Fono a un epilogo tanto bello quanto doloroso.

Il lago, di Bianca Bellova, tradotto in quindici lingue e vincitore di due importanti premi come il Premio Unione Europea per la Letteratura e il Premio Magnesia Litera, nella bellissima traduzione di Laura Angeloni, ci si presenta quasi come un libro a più livelli in cui, a quello della ricerca della verità da parte di Nami, si affianca quello simbolico ma anche quello di denuncia verso un sistema che sfrutta e uccide il lago il cui spirito sembra essere ridotto a fango e inquinamento e denuncia verso un potere politico assoluto e violento.

Bianca Bellova (Foto da miraggiedizioni.it)

Ma è anche un libro in cui, alla conclusione, si inserisce l’accettazione delle vite altrui, la sospensione del giudizio, da parte di Nami, non tanto su chi fossero i suoi genitori ma sul perché abbiano fatto ciò che hanno fatto. Nami, nei momenti davvero importanti per il suo percorso, non è solo. E questo, credo, è uno dei motivi su cui mi sembra insistere la Bellova: la vecchia Dama che gli dirà che sua madre è viva e l’anziano genitore del ragazzo accusato, diciotto anni prima, di avere violentato sua madre, sono lì a dirci che un punto di domanda (da cui parte necessariamente una ricerca) può, girandosi a gambe all’aria, diventare un gancio.

Attorno a tutto questo un lago, il lago (con un articolo determinativo non casuale) che è un immaginario collettivo attorno a cui c’è la vita ma anche la morte, soprattutto quando inferta per placare uno spirito che sembra quasi una enorme nemesi, e dentro il quale ci sono fantasmi ma anche oggetti e corpi pronti ad essere restituiti. Tutto sorretto da una scrittura dentro la quale l’autrice sparisce per lasciare posto e attenzione alla storia, alle voci e ai sussurri dei protagonisti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

PENULTIMI – recensione di Maria Anna Patti su Repubblica

PENULTIMI – recensione di Maria Anna Patti su Repubblica

Le poesie di Francesco Forlani, per Miraggi edizioni, parlano di un universo di abitanti silenziosi, tra strade deserte e lo sferragliare dei tram

La strada non è per persone sole, il cammino è sempre e comunque di tutti”.

Penultimi di Francesco Forlani, pubblicato da Miraggi in edizione bilingue, francese e italiano, è lo sguardo attento di un universo sommerso, abitante silenzioso e senza diritti.

“Basta davvero poca cosa, ma preziosa, al penultimo
Per sentirsi seppur minima parte, un pezzo di questo mondo
Così i tre boccioli di rosa, sulla piattaforma, in pieno inverno”.

Il verso è una brezza leggera, ritmata, incessante. Fa intravedere analogie per poi tornare al quotidiano scandito dallo sferragliare dei tram, da “ascensori non verticali ma obliqui”, da strade deserte. Le forme degli oggetti assumono contorni vaghi nel tentativo di esplorare il disagio sociale. Le panchine offrono riparo sostituendo gesti amorevoli che non arriveranno.

Francesco Forlani passa dalla poesia alla prosa mantenendo rigore narrativo. Non deraglia cercando l’aneddoto. La sua scrittura è affollata da volti e voci che dispendono i loro respiri in una nenia dolorosa. Figure che “a schiena dritta” provano a correre continuando ad immaginare un futuro. Esistenze rappresentate da coperte invecchiate, da sacchetti di plastica semi vuoti. Conoscono “la poetica della distanza”, ne sperimentano l’aspra dissonanza che arriva da case illuminate dove la luna ha lo sguardo benevolo.

Le immagini, in bianco e nero, si aprono lasciando spazio ad altre storie immaginate. I tratti decisi mostrano la notte dell’umanità, quella notte che non conoscerà l’alba se non sentiremo “rinascere dentro un soffio di vita nova, il gorgoglìo, la misura della forza”. Ritrovare le parole per urlare insieme: “vita, ehi vita mia, grazie”.

“Fino a quando ci saranno i penultimi questo vorrà dire che c’è ancora margine per l’umanità, che non siamo giunti alla fine del viaggio”.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.repubblica.it/robinson/2020/05/15/news/la_scelta_di_casalettori_penultimi-256647645/?fbclid=IwAR0K3HyHDwJ1shR4ruVydEBhTMJ02-BC5aCXo2h0Ep3bFOm02K2gfDO34yg

LA PERLINA SUL FONDO. L’ANIMA DEGLI UOMINI COMUNI – recensione di Luigi Colucci su La Repubblica

LA PERLINA SUL FONDO. L’ANIMA DEGLI UOMINI COMUNI – recensione di Luigi Colucci su La Repubblica

Esordio letterario tardivo ma folgorante di un quarantanovenne che fino a quel momento svolse i lavori più disparati e meno lirici, da manutentore ferroviario a capostazione, assicuratore, commesso viaggiatore, operaio in acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale. “La perlina sul fondo” di Bohumil Hrabal esce per la prima volta in italiano, con una postfazione di Alessandro Catalano. Tradotto da Laura Angeloni per la collana dedicata alla letteratura ceca, è il regalo di compleanno della casa editrice torinese Miraggi ai suoi lettori, per festeggiare il decennio della sua nascita.

Considerato uno degli autori più importanti del Novecento, lo scrittore ceco raccoglie in questa sua prima antologia di racconti, datata 1963, i ritratti di uomini comuni, che nascondono in fondo all’animo, come tra le valve di un’ostrica, una perla, una scintilla di essenza umana. Personaggi marginali, sbruffoni e sinceri, scovati nei bassifondi e ai margini, in luoghi affollati e vitali, tra officine e birrerie, la fabbrica, le strade, le bettole malfamate. Ognuno coinvolto in situazioni che appaiono spontanee e nelle quali il dialogo, un lessico variopinto, tra slang e dialetto, prosa moderna e a tratti surreale, è investito dal potere straordinario che solo la realtà sa conferirgli.

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DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Barbara Codogno sul Corriere della Sera

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Barbara Codogno sul Corriere della Sera

I misteri di Peteano

Una tragica pagina di storia italiana che parte dalla provincia friulana. Il 31 maggio 1972 a Peteano, un tranquillo paesino in provincia di Gorizia, esplode una bomba che ucciderà tre carabinieri. La «Storia» di quel periodo buio – il periodo del terrorismo e il conseguente stragismo – fa da cornice al nuovo romanzo di Luca Quarin, Di sangue e di ferro recentemente uscito per la casa editrice torinese Miraggi, collana Scafiblù. Quarin fa partire la sua indagine dalla bomba collocata nella Fiat 500 lungo le rive dell’Isonzo. Gli inquirenti all’inizio sospettano alcuni militanti di Lotta Continua. Due di loro, un ragazzo e una ragazza, che frequentano la facoltà di sociologia a Trento, finiscono con l’automobile nel lago di Levico, cercando di sfuggire all’arresto. Il loro figlio, di appena tre anni, rimane orfano. Alcuni mesi dopo vengono arrestati sei balordi goriziani che non c’entrano nulla con l’attentato. Poi vengono scarcerati. Per dieci anni le indagini brancolano nel buio, depistate dagli inquirenti che le conducono. Che ruolo hanno avuto i genitori del piccolo? E i nonni che si sono presi cura di lui? Sono stati vittime o sono i colpevoli? Il libro poggia sulle vicende storiche, sui retroscena dell’attentato e sulle trame della destra eversiva degli anni Settanta, raccontando la storia di Ferro, vittima di un ingranaggio politico che faticherà a conoscere e a capire.

«Peteano è un momento molto particolare del processo storico – spiega lo scrittore – è il momento in cui i membri più radicali della destra eversiva si rendono conto di essere manovrati dallo Stato e si ribellano contro di esso. Lo racconta in modo molto lucido Vincenzo Vinciguerra, uno degli esecutori della strage, nell’intervista che ho riportato integralmente nel romanzo. Peteano è la fine del sogno dice Vinciguerra, è la presa di coscienza che il fascismo e poi la Repubblica sociale sono finiti per sempre e che anche i valori che li hanno alimentati non trovano più spazio nella società industriale italiana». Ma questo di Quarin è soprattutto un romanzo e Ferro diventa espediente letterario, protagonista anche in questo caso – e sempre suo malgrado – di una seconda storia che al lettore racconta invece la genesi stessa del romanzo. Quarin lo scrittore entra nel romanzo, apparentemente come comprimario, e comincia a tessere una relazione, un dialogo sempre più fitto col protagonista del romanzo. Realtà, finzione, Storia si mescolano, portando il lettore a riflettere anche su altri temi: «Mi interessava capire – racconta l’autore – se c’è un modo per sapere davvero che cosa è successo nel passato o se la verità ci è preclusa per sempre». Ma seguendo unicamente questo fil rouge potremo mancare il nodo centrale della seconda grande prova letteraria dello scrittore udinese, collaboratore del Festival Letterario trevigiano «Carta Carbone» e che, col suo primo romanzo, Il battito oscuro del mondo edito da Autori Riuniti, ha vinto il Premio Letteratura dell’Istituto Italiano di Cultura e il Golden Book Awards 2018, come migliore romanzo del 2018. Lo scrittore crea i personaggi e li colloca nel romanzo, li mette al mondo, dà loro la vita in una determinata storia. Ma i personaggi vivranno o resteranno confinati in quella storia romanzesca? Questa domanda letteraria è per Quarin il detonatore che consente di rileggere la Storia. E forse di interrogarsi in profondità sull’incerto, talvolta ipocrita, procedere umano, che costruisce verità comode, utili, pronte all’uso. Quarin però si schiera senza incertezza e infatti Ferro non solo vive ma, vivendo, testimonia il trionfo della verità. O forse siamo ancora dentro a… una storia?

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CARA CATASTROFE – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi libri e non solo

CARA CATASTROFE – recensione di Loredana Cilento su Mille Splendidi libri e non solo

Cara Catastrofe,
guardarti è come entrare in scena,
senza aver mai provato la parte.

Cara Catastrofe, la silloge poetica della giornalista Felicia Buonomo, Miraggi Edizioni 2020, si muove in una dimensione ricca di immagini e di assonanze. Sono soprattutto versi ispirati all’universo femminile, all’amore che sempre troppo spesso ne assume un altro volto, quello della violenza e degli abusi, dove la vita delle protagoniste procede per sottrazioni , dove l’amore  viene portato via dall’amore.

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Felicia sottolinea che molti spunti sono reali, “sottratti”se così vogliamo dire, alla vita, alle storie che ha vissuto come testimone trasferendo i fatti in versi.

Felicia ha tessuto con un grande afflato, armonizzando i vari fili delle storie incontrate e rendendo il lettore partecipe del dolore, della violenza e dei segni che un amore neutralizza l’amore.

E così si incartano le tristezze ordinate alfabeticamente…piegando le inquietudini.

Un amore che si insinua dentro per diventare figlia della paura.

Sono storie dolorose dove anche l’indifferenza ha la sua colpa, donne che vivono il supplizio all’interno delle pareti domestiche e dove le grida si soffocano nel dubbio della colpa, ci si domanda sempre se tutto questo male, la sua fonte mortale risieda dentro quei corpi martoriati dall’amore.

Ogni corpo ferito è il simbolo di un passato violento, di un presente agonizzante e di un futuro incerto.

Nel bene e nel male.
Finché morte – mia,
per mano tua – non ci separi.

I Versi di Felicia mi sono rimasti attaccati dentro, si sono insinuati sottopelle, hanno percorso ogni singolo tratto del mio corpo per arrivare nella parte più recondita della mia anima e sono implosi in un abbraccio catartico.

Valerio Di Benedetto nella sua postfazione a Cara catastrofe scrive:

“Lo amerete questo libro e a Felicia vorrete un bene smisurato, ne sono certo, perché lei è quell’eroe romantico che abbiamo sempre sognato di essere da bambini, una Lancillotto moderna che non ha paura di rompere gli equilibri, i silenzi, di gridare la verità.”

Ed è così…vi garantisco!

La poesia di Felicia è turbamento, è ossessione, è silenzio, è dolore, ma è soprattutto una voce, un grido sussurrato di speranza che purifica il tormento e il dolore.

Felicia Buonomo Dopo la laurea in Economia Internazionale, nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Nel 2011 vince il “Premio Tv per il giornalismo investigativo Roberto Morrione – Premio Ilaria Alpi”, con l’inchiesta “Mani Pulite 2.0”. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24. Successivamente pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore). Del 2020 è il libro “I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni), diario di un reportage giornalistico sullo sfruttamento del lavoro minorile.

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Grand Hotel – recensione su Goodreads

Grand Hotel – recensione su Goodreads

Cosa succede quando una forza inarrestabile incontra un oggetto inamovibile?
Questa è la domanda che ci si fa, quando eventi drammatici travolgono la vita di ciascuno di noi.
A questo paradosso prova a dare una risposta Fleischman, il protagonista di questo romanzo, rimasto orfano dei genitori quando era ragazzo.
E dalle ceneri della sua giovane vita, prova a guardare in alto, per emergere, come se lui stesso fosse nei rami di un albero radicato nella sua città, che non riesce ad andare altrove, ma che è sempre teso verso l’alto.

“Quel che so, è che il centro del sistema solare è il Sole. Il centro di un uragano è il suo occhio. Il centro di un temporale è il cumulonembo. Quel che so, è che il centro dell’alta pressione si trova solitamente sopra le Azzorre. E il centro della bassa pressione più a nord, da qualche parte tra l’Islanda e la Scandinavia. La maggior parte delle volte.”

Fleischman comincia il suo percorso di cura, con una dottoressa che gli consiglia di scrivere tutto su un quaderno: desideri, sogni e bisogni. Il potere taumaturgico della scrittura.

“Dovete avere la forza di prendere in mano carta e penna e riversare sul foglio tutti i vostri problemi, come sto facendo io con voi, anche se non ho intenzione di suicidarmi. Voglio solo volare via. Dovete avere la forza di dare una leccata alla busta, di chiudere la lettera e di imbucarla, dovete avere la forza di riuscire a immaginare l’espressione di chi la leggerà dopo un paio di giorni. Dovete avere la forza di trasmettergli ciò che vi pesa, una parte del vostro infinito. Innanzitutto, però, dovreste avere qualcuno a cui spedirla una lettera così.”

Fleischman si sente costretto a stare nella sua terra, che è la sede anche del Grand Hotel di famiglia: “Pensai che anche attorno alla nostra città c’era una specie di cortina di ferro. La mia cortina di ferro, che non mi vuol lasciar andare via, ma che io supererò.”

La dottoressa lo incoraggia a trovare la sua strada e che ci vuole tempo se le ferite sono profonde, ci vuole tempo per guarire, ci vuole tempo per risolvere il proprio passato. Ci vuole tempo, cura e anche il coraggio di lasciar andare quei dolori famigliari che hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza. E bisogna imparare a guardare il cielo e a trarre dal cielo gli insegnamenti necessari per crescere. Fleishman lo fa e ci lascia questo in dono: “Durante il viaggio di ritorno mi disse che ogni cosa ha bisogno del suo tempo, che ci saremmo riusciti, che un giorno tutti i muri di ghiaccio si sarebbero sciolti. Non so se nel mio caso si tratta di ghiaccio.

[.]

Ma la dottoressa disse che quello era solo un esempio. Una metafora. Che sapeva che ce l’avrei fatta. Che avrei trovato la mia strada. E che lei mi avrebbe aiutato. E se non fosse stata lei, l’avrebbe fatto qualcun altro. Io questa la chiamo certezza.”

Duc in altum, semper!

“Ce l’ho fatta. La vita vi offre solo due direzioni. Una porta in alto. E anche l’altra porta in alto. Ma con una deviazione verso il basso. Attraverso il vostro personale infinito. Il problema è che non sapete mai in quale direzione vi state dirigendo.”

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https://www.goodreads.com/review/show/3315995006?book_show_action=false&from_review_page=1

LA VITA MOLTIPLICATA – recensione di Lara Santini su Read and Play

LA VITA MOLTIPLICATA – recensione di Lara Santini su Read and Play

Quante volte abbiamo cercato di fuggire, scivolando tra le pagine per giungere laddove non saremmo mai riusciti ad arrivare da soli?
E quante altre abbiamo invece mendicato conforto, provando a cogliere gli scorci di una quotidianità troppo spesso data per scontato?

Il titolo di questa raccolta di racconti, pubblicata da Miraggi Edizioni a ottobre 2019, potrebbe apparire emblematico, ma smetterà di esserlo dopo poche pagine.
La vita moltiplicata è la storia di Livio, di Ascanio, di Marcello, e di tutti quelli che davanti a una vetrina hanno smesso di guardare solo il proprio riflesso.
Molteplici i protagonisti, molteplici le vicende, in equilibrio tra realtà e mondo onirico.

L’autore, Simone Ghelli, non è uno scrittore al suo esordio ma già autore di altre opere, come Non risponde mai nessuno, e racconti pubblicati su varie riviste letterarie, tra le quali Cadillac Magazine.
Se siete curiosi di saperne di più, troverete recensioni e altro alla pagina: https://genomis.wordpress.com/.

Con la sua scrittura, Simone Ghelli avvicina il lettore a piccoli passi per poi catturarlo completamente, attraverso un lessico fluido ed essenziale.

Nel suo racconto, chiaramente autobiografico, Grossi si dipinge come un grumo di rabbia e disperazione conficcato nella carne di una città ormai marcia. Non è l’unico, ne vede tanti intorno a sé, pronti a rivalersi sui vecchi, sui bambini, sui brutti, sui grassi, sui poveri di tasca e di spirito. Grossi si vede così perché sta diventando così; anzi, è già così. È il prodotto precotto di una società che li ha ingozzati di sogni, che li ha tirati su come polli da batteria per poi farli sedere a una tavola apparecchiata con gli avanzi. Grossi vede la sua vita come il resto di qualcos’altro e ogni giorno si sente come se avesse i postumi senza essersi preso una sbronza”.

Per la playlist ringraziamo l’autore, che ha accettato con grande disponibilità di crearla e condividerla con Read and play.
I brani sono quasi tutti strumentali: “Anche se non corrispondono esattamente ai racconti rispecchiano le atmosfere dilatate e oniriche”.

Ascolta la colonna sonora.

La soundtrack de “La vita moltiplicata” di Simone Ghelli
  1. Pavane pour une infante défunte – Maurice Ravel
  2. Claire de lune – Claude Debussy
  3. The girl with the sun in her head – Orbital
  4. Orion – Metallica
  5. Hunted by a freak – Mogwai
  6. Penguin Serenade – Giardini di Mirò
  7. Tatàna – Moltheni
  8. Glass museum – Tortoise
  9. Hoppìpolla – Sigur Ròs
  10. Autumn’s in the air – Mercury Rev

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