“Abitare è un modo speciale dell’avere. A furia di avere qualcosa, l’abitiamo, diventiamo suoi”. Inizia con una citazione di Giorgio Agamben il libro Io e loro di Elena Pugliese, una raccolta di testi brevi nata dalla trascrizione di audio-racconti in cui mensole, cartoline, ricordi e oggetti vari si trasformano in dispositivi narrativi potenti, capaci di svelare il lato imprevisto del reale. Tornano in questo volumetto alcuni temi che da tempo attraversano la ricerca artistica e letteraria dell’autrice, concetti come il lascito, la memoria materiale, il rapporto tra persone e oggetti. In Io e loro, infatti, gli oggetti sono raccontati come mentori, testimoni, giudici, compagni di viaggio, figure silenziose che accompagnano la vita umana fino a quando il loro significato non si consuma e si trasforma. Custodiscono storie, eredità, abitudini, piccole ossessioni che si insidiano negli spazi apparentemente innocui del quotidiano. Non è tanto, dunque, la loro materialità ad interessare, quanto le memorie che trattengono, le vite che li hanno attraversati, le identità che continuano a costruire.
“Ci sono stati anni in cui avevo la netta sensazione che i miei oggetti mi aspettassero a casa. Quando tornavo, tornavo da loro. […] Per anni hanno dettato la legge, i ritmi, le consuetudini, mi hanno addomesticato, hanno fatto di me ciò che volevano”. Ma questo accade fino a quando un indeterminato protagonista sceglie di ricollocarli, di dare loro nuove funzioni, di stravolgere le loro nature. E così il domestico diventa inquietante, il familiare si scopre estraneo e le pagine scorrono attraverso piccole epifanie che ricordano come l’ordinario sia spesso il luogo più fertile per l’imprevedibile. Attraverso una scrittura che si muove continuamente tra reale e immaginario, succede allora che una raccolta di racconti, oggetto dopo oggetto, si trasforma in una riflessione poetica sul modo in cui abitiamo il mondo materiale.
“E con premeditazione avrei preso quella FORCHETTA impugnandola come un coltello”.
“Lo vedevo di schiena soffiare sulla TAZZA fumante”.
“Ho tante PRESINE, le ho messe tutte in un cassetto. Non le uso mai, per me la presina è un oggetto troppo triste”.
“Ma io non sorrido, perché sono troppo occupato a trovare una posizione su questo DIVANO”.
“Sono stato fortunato ad avere un ORSETTO che di notte non mi ha mai lasciato solo”.
“Era il VASO di cristallo, quello pesante, preziosissimo, che non ho mai potuto tenere in mano”.
“Passa tutto. Tutto passa. Passa tutto. Basta che mi metto comodo su quella SEGGIOLA, chiudo un po’ gli occhi e uno via l’altro, passa tutto”.
“Il bello di questa FOTOGRAFIA è che non si sbiadisce mai”.
“Se non faccio attenzione questo SAPONE mi porta via”.
“Quando vado che torno, mentre pedalo, fa un po’ più freddo, è un po’ più giorno”.
Attraverso racconti più lunghi o brevissimi gli oggetti quotidiani si comportano come lenti d’ingrandimento cui osservare tutto ciò che normalmente resta invisibile: il peso delle eredità, la fragilità dei legami, il bisogno di attribuire significato alla materia che ci circonda.
L’originalità di questo libro sta proprio in questo: gli oggetti si comportano come testi da leggere, interpretare, tradurre. E, come tutti i testi, possono essere fraintesi, riscritti, persino traditi. Cambiano significato a seconda di chi li guarda, del tempo che li attraversa, delle storie che vi si depositano sopra. Una forchetta, una fotografia, una tazza o una seggiola non custodiscono un senso definitivo ma lo generano continuamente nell’incontro con chi li usa, li ricorda, li immagina.
E allora forse Elena Pugliese parla di oggetti solo in apparenza. In realtà racconta quel territorio instabile e fertile in cui materia e memoria si incontrano, dove le cose diventano narrazione e le persone si scoprono, a loro volta, raccontate dalle cose.
Perché il senso ultimo non abita né nei soggetti né negli oggetti, ma nello spazio di relazione che li unisce, quel luogo invisibile in cui, ogni giorno, impariamo ad abitare il mondo e a essere abitati da esso.
Per scelta dello stesso Milan Kundera, l’edizione-incoronazione quasi definitiva che la Pléiade gli ha dedicato «non prende in considerazione la parte giovanile della produzione (…), sorvola sulle varianti testuali e ignora affatto la corrispondenza»: lo segnalano, nella loro Premessa a Kundera without Kundera (Miraggi, pp. 400, € 36,00) i curatori Alessandro Metlica e Alessandro Catalano, scegliendo per il loro volume un titolo che sta a dire come, per ritrovarsi adeguatamente collocato nel canone tardonovecentesco, il Kundera autore debba essere studiato affrancandolo dalle limitazioni imposte dalla sua stessa «strategia autoriale».
Sostenuto dal presupposto critico secondo cui una restituzione il più possibile esaustiva dell’opera (vale per chiunque, del resto) deve fare i conti con l’insieme dei depistaggi e delle correzioni apportate dall’autore alla sua fama, il volume dedicato a Kundera – che ha stabilito con certosina ossessione quale immagine di sé intendeva lasciare ai posteri – si vuole «il primo studio a seguire senza pregiudizi e omissioni l’intera carriera dello scrittore» ceco naturalizzato francese.
Non c’è apologia, in Kundera, semmai incriminazionedella storia, in linea con quanto dichiara in Un Occidente prigioniero,quando dice che vorrebbe incidere «sulla porta d’ingresso dell’Europa centrale» la frase di Gombrowicz: «Non scordiamo che solo opponendoci alla Storia in quanto tale possiamo opporci a quella dell’oggi». Ciò che spiega forse il suo desiderio di disincarnare l’opera dalla propria vicenda personale, per testimoniare di una «sfida» che – come sottolinea in autocommento allo Lo scherzo – «non era politica, ma estetica».
La moglie Véra lo punzecchiava ripetendo che «era arrivato a Parigi come un vincitore sui carri armati russi»; di certo, Kundera – com’è ovvio per ogni scrittore – teneva a che l’insieme di quelle drammatiche contingenze non facesse passare in secondo piano il valore letterario dei suoi libri.
Benché i suoi romanzi fossero stati vietati in patria, non smise mai di opporsi a quella «soluzione di comodo» – così scrisse a Michel Foucault nel 1980 – che consisteva nel «ridurre il mondo al suo significato politico».
Il volume è incorniciato tra due informate sezioni a cura di Alessandro Catalano (Praga, romanzo, Europa e Cronologia) che ripercorrono integralmente l’opera e la vita di Kundera, con cospicuo corredo d’immagini, documenti inediti e giudizi critici accuratamente selezionati. Nel mezzo, una mappatura esaustiva di materiali da scoprire: Giorgio Pinotti scrive sull’arte del romanzo; Jakub Česka indaga sul déjà vu come metafora dell’esperienza onirica, aprendo lo sfondo psicoanalitico di questo atelier narrativo; e sul sogno torna anche Noemi Quarenghi, svelando la «fitta rete di riferimenti intertestuali» che legano L’identità alla famosa novella per cinefili di Schnitzler; Adélie Huguenin ci accompagna invece nella biblioteca personale dell’autore, dove si serve di alcune annotazioni (su Gombrowicz, sul nostro Malaparte) per mettere a fuoco il tema della relazione tra l’uomo e la propria animalità.
Inoltre, al rapporto tra Kundera e Philip Roth è dedicato il saggio di Alessandro Metlica, che descrive le corrispondenze tra gli alti e bassi nell’amicizia dei due scrittori con la rielaborazione dell’articolo di Kundera – «L’ironie de Philip Roth» – più volte riscritto dal ’79 al 2011. Ad ogni revisione, stralcio o integrazione corrisponde un mutamento essenziale: a smentita di quella dichiarazione di poetica per la quale «Non c’è niente fuori dal testo».
Non una biografia tradizionale né un tentativo di risolvere un enigma. Luca Ragagnin sceglie di abitare il silenzio di Nick Drake, trasformando l’assenza in una voce che continua a interrogare chi ascolta.
Come si scrive una biografia? Dalle nostre più o meno variegate esperienze di lettori, un libro sulla vita di un personaggio è quasi sempre un percorso fatto di eventi ed epoche che hanno portato quel personaggio a diventare chi è diventato e ad occupare un ruolo pressoché significativo nella storia umana.
Anche I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Editore, può sembrare una biografia. Parla della vita di un musicista: l’infanzia, la crescita, la morte. Ma il suo autore, Luca Ragagnin, gioca con gli stili e le possibilità offerte dalla scrittura e alla fine lui stesso diventa Nick Drake, restituendo al lettore la possibilità di trovarsi di fronte ai pensieri del musicista inglese morto a 26 anni per overdose di farmaci.
Ragagnin parla in prima persona e si impersonifica in Drake, un cantautore sempre descritto come ermetico, avvolto da un mistero insondabile o appartenente a «un altro mondo», ma che era più umano e terreno di quanto sia stato detto negli anni.
Il libro non cerca di ordinare gli eventi, di spiegare trionfalmente e definitivamente l’enigma di Drake, di trasformarlo nell’ennesima icona tragica della musica contemporanea. Ragagnin accetta il carattere incompiuto del personaggio e ne fa il motore stesso della narrazione. Più che raccontarlo, ne ipotizza i pensieri. Segue delle tracce, ma è consapevole che ognuna di queste possa condurre a nuove strade e nuove domande, spesso orfane di risposta.
L’impossibilità di spiegare Nick Drake
Di fronte a un personaggio come Nick Drake, la scelta di Ragagnin risulta comprensibile e onesta. Questo perché il rischio che accompagna qualsiasi libro o storia dedicata al cantautore degli anni Settanta (e, diciamocelo, a tutti gli artisti morti giovani o che hanno detto «poco» di loro) è quasi sempre lo stesso: ridurre una figura umanamente complessa a una formula.
Il genio incompreso, il poeta malinconico, il musicista maledetto o il giovane fragile divorato dalla depressione.
Ragagnin si serve della fantasia per evitare questa trappola e produce qualcosa di totalmente nuovo. Il suo Nick Drake si muove tra i suoi stessi silenzi e le sue assenze e, forse, proprio per questo il libro deve il suo titolo a un filmato di appena dodici secondi, in cui un presunto Drake si muove tra la folla.
Le immagini mostrano diverse persone in quello che sembra essere un festival musicale. Tra queste, una figura di spalle, alta, allungata, quasi fuori misura rispetto agli altri passanti, si allontana ed esce di scena, mentre la folla viene verso lo spettatore. Non esiste una certezza assoluta che sia davvero Nick Drake, ma molti lo credono.
Poco importa stabilire se quell’uomo sia davvero lui. In quei dodici secondi sembra condensarsi l’intera mitologia drakeiana. Mentre tutti avanzano verso il centro della scena, lui se ne va. Mentre il mondo cerca visibilità, lui sceglie la sottrazione. Mentre la cultura contemporanea costruisce personaggi, Drakesembra dissolversi dentro il paesaggio.
È difficile immaginare una metafora migliore per descrivere il rapporto che il musicista inglese ha avuto con il successo. Durante la sua vita pubblicò tre album straordinari senza riuscire a ottenere il riconoscimento che oggi appare quasi inevitabile. Non amava esibirsi dal vivo, faticava a promuovere il proprio lavoro e sembrava percepire il sistema musicale come un ambiente estraneo.
Eppure, proprio questa distanza ha contribuito a trasformarlo, a distanza di anni, in una figura quasi leggendaria.
Una biografia che diventa voce interiore
Ragagnin attraversa la sua leggenda, ma non ne diviene prigioniero. Ciò che rende interessante il suo libro è anche la struttura con cui l’autore ha deciso di presentare la storia del personaggio Drake.
Visivamente, il volume si articola in paragrafi scritti in stampatello minuscolo e altri in maiuscolo. I primi vedono Nick Drake parlare in prima persona degli eventi della sua vita: una sorta di ordine cronologico che culla il lettore nell’illusione di trovarsi di fronte a una classica biografia del cantautore.
Finché i secondi non destrutturano l’impalcatura della narrazione consequenziale e irrompono come solo i pensieri sanno fare. Ragagnin utilizza il maiuscolo per dare forma a quel che si muoveva dentro Drake, come una voce potente che è lì, presente, e non molla.
Come la proverbiale rana nel brodo, Ragagnin cuoce pian piano il suo lettore: pagina dopo pagina entra nel gioco e sente davvero di leggere le riflessioni, le idee e le angosce del musicista, e sente davvero che a raccontarle sia lui.
Come nel testo di Which Will, scritta da Nick Drake nel 1972 e confluita nel suo ultimo album Pink Moon, il libro di Ragagnin apre spazi di riflessione, ricordandoci che esistono artisti la cui grandezza non nasce dalla quantità di risposte che offrono, ma dalla qualità delle domande che continuano a lasciare aperte dietro di sé.
Nel volume di 400 pagine pubblicato da Miraggi Edizioni tra saggi, documenti e fotografie, si ricostruisce il percorso intellettuale, le contraddizioni e l’attualità dell’autore al di là della sua immagine.
La faccia in copertina viene fuori come un pugno, una faccia pugnace, la fronte aggrottata, lo sguardo severo, intenso, capelli bianchi, maglione nero, mani in primo piano che si intrecciano. Dietro, una ringhiera. Dietro ancora, quello che sembra un tetto. È una foto scattata a Roma quarant’anni or sono. In alto, il titolo: Kundera without Kundera, “Kundera senza Kundera”. Ma eccome se qui dentro c’è Milan Kundera (Brno 1929 — Parigi 2023), il grande mistificatore, colui che attraverso la letteratura si è reinventato la vita.
C’è con i fatti, le parole, le interviste, c’è con i suoi disegni e le fotografie, c’è con la sua vita, le sue opere e le sue omissioni. Un volume di 400 pagine, con più di 500 immagini fra disegni, fotografie, documenti, pubblicato da Miraggi Edizioni, a cura di Alessandro Catalano, docente di Letteratura ceca all’Università di Padova, e Alessandro Metlica, che sempre a Padova insegna Letterature comparate e Letteratura e cultura visuale.
«È il coronamento di ciò che Miraggi fa da una decina d’anni con l’unica collana italiana dedicata alla letteratura ceca — spiega Alessandro De Vito, una delle anime della casa editrice torinese — Oltre all’interesse personale, poiché mia madre è ceca, mi interessa creare un ponte europeo fra le due culture che mi hanno formato, quella italiana e quella ceca. Per questo mi sento profondamente europeo. E quando è arrivata la proposta dell’Università di Padova di pubblicare il libro, mi sono detto: chi meglio di Kundera è un autore veramente europeo? Mette insieme spirito e cultura ceca con spirito e cultura francese, avendo vissuto la sua vita fra questi due paesi».
Il volume è diviso in tre parti. La prima illustra la figura dell’autore dell’“Insostenibile leggerezza dell’essere”, il suo pensiero, la sua idea di letteratura, la ricerca sul e del romanzo durata sessant’anni, nonché il suo essere praghese ed europeo. Nella seconda sono raccolti diciotto saggi di altrettanti studiosi che spaziano dall’idea di romanzo universale ai film cechi tratti dalle sue opere, dai lavori teatrali alle analisi cromatiche dei suoi libri, dal rapporto con lo scrittore statunitense Philip Roth ai personaggi femminili nei suoi primi testi in prosa. La terza raccoglie una esauriente cronologia.
«È un tentativo di ripensare e inquadrare il percorso di Milan Kundera attraverso ciò che ha scritto — spiega Alessandro Catalano — a partire dal periodo ceco, quello che va dal 1953 al 1973, di cui ben poco si sa. È un autore che si interfaccia benissimo con le nuove generazioni, conserva una enorme capacità di parlare al nostro presente. Riesce a dare ai personaggi e alle storie un carattere universale. Peraltro, si è sempre saputo che aveva una passione per le mistificazioni, ma avere scoperto, studiando i documenti, l’estensione del suo mistificare è stata una vera sorpresa».
Figlio di un progetto dell’Università di Padova realizzato lo scorso anno (una mostra, una rassegna cinematografica, un allestimento teatrale e un convegno), Kundera without Kundera è un libro unico, una sorta di catalogo, di enciclopedia attorno a un’opera e al suo autore. «C’è una strana frizione — nota Alessandro Metlica — tra la fama di Kundera come uno dei più importanti autori del Novecento europeo e gli scarsi studi a lui dedicati. Questo è il primo libro che prova a riconsiderare tutta la sua carriera di scrittore senza l’influenza e il rigido controllo che lui stesso ha esercitato sulla diffusione e lo studio della sua opera». Un lavoro approfondito che in quarta di copertina riporta un pensiero di Kundera. Suona come monito e incoraggiamento ai naviganti del tempo presente: «Lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda o la escludono».
Come viatico, infine, per affrontare questa lettura, tre titoli imperdibili consigliati dall’editore e dai due curatori. Nell’ordine: “La vita è altrove”, il romanzo che descrive lo slancio rivoluzionario, ma avverte il rischio che poi si finisca nel totalitarismo; “Lo scherzo”, il libro che racconta lo stalinismo con le arti della letteratura, riuscendo a illuminare la Storia pubblica attraverso una privata vicenda d’amore; e i racconti di “Amori ridicoli”, dove, secondo l’amico americano Philip Roth, c’è il vero Kundera, ironico e autoironico.
Da tre anni scrive della propria vita in forma di diario/romanzo. Gli eventi vissuti divengono scene, le persone incontrate personaggi: un “lungo romanzo in tempo reale, una specie di calco dell’esistenza”. Della faccenda informa chiunque lei incontri. Di solito la cosa suscita curiosità, interesse. Poi però, davanti alla rivelazione che l’incontro verrà narrato e che l’interlocutore sarà trasformato in personaggio, in molti restano turbati. Del resto, a lei non interessa scrivere una storia che non contenga, davvero, il qui e ora. Se guardata nel modo giusto, riflette, ogni inezia diventa piena di significato. Forse, pensa, sarà il caso di iniziare un percorso psicoanalitico: ha già individuato la persona giusta, una professionista di eccezionale caratura a cui verserà un sostanzioso anticipo, 5000 euro, per sentirsi vincolata a non abbandonare la terapia. Ogni seduta le verrebbe a costare 70 euro. È anche vero che con 70 euro può permettersi pedicure, nuovo smalto, depilazione completa dalla cinese che per quella cifra saprà benissimo ascoltarla e annuire persino con la giusta cadenza. Avanzano anche i soldi per le M&M’s, e potrà sempre registrare i monologhi e riascoltarli. O riversarli su carta, sbobinando le registrazioni. Proprio in una di queste trascrizioni ha iniziato a raccontare di Lorenzo, un amico che “c’è e non c’è”. Uno la cui presenza è “intermittente”. Uno che scompare di punto in bianco e giustifica poi le sparizioni con motivazioni assurde, palesemente false, tipo essere stato via per partecipare a una campagna archeologica in Perù. Col tempo qualunque attrazione, non solo fisica, per quell’uomo è venuta a mancare, scrive. Ma sarà vero? In fondo lui è convinto che non esista la persona amata, e che sia l’amante a crearla, con la forza del suo desiderio. Forse le è in realtà difficile comprendere il confine tra i pensieri di Lorenzo e i suoi, la verità delle sue parole. “Per questo Lorenzo le sembra così necessario, e così affascinante, perché è il residuo di se stessa”. Lo definisce “un gemello, ma anche un avversario. Una nemesi”. Come se fosse scaturito da lei stessa. Lei legge il Journal dei fratelli Goncourt e forse ne trae ispirazione, affascinata dalla loro peculiare modalità di scrittura – uno dettava, l’altro scriveva: lavoravano la sera prima di andare a dormire -, e il diario di Sof’ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj, per la quale prova pena. Si commuove guardando il video di una donna quasi deforme a cui un noto chirurgo estetico è riuscito a tirar fuori la vera bellezza. Ora, pensa, lei non avrà più scuse, e la sua disperazione sarà pura. Anche questo, riflette, è letteratura…
Il buon auspicio. Ovvero vita reale e onirica/immaginaria di Lorenza Ronzano, scrittrice – il suo romanzo d’esordio, Zolfo (Italic, 2013), è stato selezionato al premio Campiello opera prima e al premio Alvaro. Classe 1977, già consulente filosofica presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Alessandria, esperienza di cui ha scritto anche nel saggio La variabile umana (Eleuthera, 2019), e consulente psicologa presso la Procura di Milano, ha firmato testi su riviste come “Meer”, “Minima & moralia”; passi da Zolfo sono stati riportati sulla rivista internazionale “World Literature Today”. Un flusso di coscienza, un diario, un racconto autobiografico senza filtri, quasi in presa diretta: Antonio Moresco (La lucina, Canti del caos, La cipolla, Il grido, L’addio), amico della scrittrice, lo ha definito “un libro inclassificabile, debordante, scorretto, impudico, lacerante, temerario, traumatico”. Il buon auspicio è la restituzione in forma letteraria di una parte del percorso esistenziale labirintico e dei pensieri di una personalità complessa le cui origini affondano probabilmente nei traumi dell’infanzia, raccontati con lucidità dolorosa, tra la “sadica indifferenza” della madre e una figura paterna assente (“mio padre non c’era, quando c’era non parlava”), ritratta nel testo negli ultimi anni di malattia e ricovero in una casa di cura, culminati con un suicidio che costituisce uno dei centri di gravità del romanzo, il quale prende così le forme anche del tentativo di elaborazione del trauma subito. A diciannove anni, a Lorenza Ronzano viene diagnosticata una schizofrenia paranoide, malattia da cui era affetto anche il padre. È lei stessa a raccontare l’episodio, con una certa autoironia: non appena uscita dallo studio medico – riporta – venne assalita da “una schiera di voci beffarde e autorevoli che irridevano il parere medico”. Obbedendo a quelle voci gettò via la ricetta medica che le era stata rilasciata, e fece a sé stessa la promessa di rimettere piede in un reparto psichiatrico soltanto dall’altra “parte della sponda”, ovvero “come spia/professionista/infiltrata e non come paziente”. E tuttavia il testo, pur presentando passaggi decisamente estremi, non può essere targato come un delirio organizzato in forma letteraria. Il romanzo testimonia invece una rappresentazione vivace e – a tratti – brutalmente onesta, senza traccia di autoindulgenza, della tensione costante di una vita vissuta non nella declinazione del “giusto mezzo”, ma in quella di un’accettazione totale del mondo, del tutto, estremi compresi, “merda e stella”, bellezza e aberrazione, tra loro legate in modo indissolubile. “Il bello e il sublime passano anche attraverso il loro opposto, ovvero la degradazione, la contaminazione con ciò che è basso, lercio, sozzo e impresentabile”, scrive l’autrice nelle ultime pagine di un romanzo che non esita a definire “brutto”. In questo aggettivo, nella declinazione già esplicitata, che non riguarda certo la qualità della scrittura, è da ritrovare la chiave di volta su cui si regge l’opera: Ronzano svela, in modo brutale, la tragicità della commedia umana, la tela fragile della società e delle sue convenzioni, le sue ipocrisie, le sue liturgie, i suoi tentativi di segnare linee di demarcazione nette tra quel che è considerato sano, morale, regolare e quel che è definito insano, immorale, patologico, come appare ancor più evidente nelle pagine in cui la scrittura viene usata per dar voce ai frequentatori del day hospital psichiatrico, quelli targati come matti, quelli che la diagnosi l’hanno accettata, subita, di cui Ronzano restituisce storie e prospettive. Nella sua narrazione feroce, senza filtri, senza reticenze, Ronzano supera senza troppe remore – e con una certa trasparente soddisfazione – i limiti dell’autofiction: “È inutile che apponga quella vomitevole scritta all’inizio di ogni romanzo, Ogni personaggio e fatto è puramente casuale. Puramente una minchia. No, ogni personaggio, ogni fatto non è per nulla casuale, ed è per questo che scrivo, per questo reputo che vi interessi qualcosa”. Da questo punto di vista appare più chiara la presenza di Lorenzo, quasi un co-protagonista dell’opera, ambiguamente dipinto come alter ego e controparte dell’autrice, figura a contorni sfumati, resa con consapevole indeterminatezza, il “senza volto”, “il doppio”, enigmatica miscellanea di tratti reali e proiettati (“credevo che Lorenzo fosse una mia creazione. Che non esistesse […] Lorenzo in carne e ossa, naturalmente, esisteva, e di lui potevano testimoniare gli altri che come me lo incontravano e lo frequentavano, ma Lorenzo, quel particolare Lorenzo che era per me, e per me soltanto, ecco quel Lorenzo non esisteva, l’avevo creato io con la mia esaltazione […] una declinazione dello spirito quale io lo intendevo, che prendeva in prestito il corpo di Lorenzo per mostrarsi a me”). Nella lettera all’editore allegata al manoscritto Ronzano precisa: “… Ho scritto questo romanzo per emulare una delle primissime impressioni che il mondo lasciò nella mia mente bambina, sfregiandola indelebilmente. Avevo sei anni, giocavo con una mia coetanea in un ampio giardino colmo di fiori e di piante rigogliose. La mia coetanea, per divertimento, aveva riempito il suo secchiello con una gran quantità di petali, ramoscelli, fiori recisi, bacche e insetti che popolavano il giardino. Ricordo nettamente l’impressione che ebbi alla vista di quel secchiello stracolmo di vegetazione recisa e di piccoli animali già morti o agonizzanti (la bambina aveva aggiunto anche una farfalla cui aveva appositamente spezzato le ali): lo trovai ricco e desiderabile, e allo stesso tempo ripugnante. Più tardi capii che quel secchiello colmo e così impudicamente offerto era l’emblema del mondo, il simbolo della nostra esperienza terrena, un misto di crudeltà, lusso, spreco e marcescenza. Con questo romanzo volevo imitare quel secchiello raccapricciante, volevo anch’io il mio secchiello mostruoso, simbolo di questa esistenza mondana. Ce l’ho fatta, ho il mio secchiello, sono stata la bambina crudele che ha raccolto, che ha divelto e reciso, e profanato con la promiscuità, e ora – al completo – sono anche la farfalla dalle ali spezzate”. L’ultima frase è forse legata alla malattia che l’avrebbe segnata negli ultimi anni della sua vita. Lorenza Ronzano non ha avuto la possibilità, infatti, di vedere pubblicato Il buon auspicio. È venuta a mancare prematuramente nell’ottobre 2021. Con la sua scomparsa, il panorama letterario, non solo italiano, ha perduto troppo presto una voce originalissima, difficilmente catalogabile.
Immaginate l’incipit di un film in cui invece dell’autopresentazione di un cadavere galleggiante sulla superficie di una piscina, “hanno trovato un giovanotto con due pallottole nella schiena […] sono io”, ascoltiate la voce narrante dire: “Guardate. Queste siamo io e la mia bambola Julja. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia […]. Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati e questa storia racconta l’ultima”.
In tarda estate, esordio di Magdalena Blažević (premio nazionale per il miglior romanzo croato 2023), non cattura solo per la tecnica del narratore post mortem, chiamata a rinnovare un modus fabulandi, da Memorie postume di Bras Cubas (1881) di Machado de Assis sino ad Amabili resti (The Lovely Bones, 2002) di Alice Sebold (nell’omonimo film del 2009 di Peter Jackson l’adolescente protagonista, Saoirse Ronan, struggente, così si presenta: “Avevo quattordici anni quando mi hanno assassinata”), ma anche per altri tre inconsueti aspetti “formali”: lo stile, la scrittura, l’orizzonte storico-culturale.
Roland Barthes ritiene che lo stile . una sorta di impulso quasi biologico, diverso dalla scrittura, ossia dal punto di vista, o “presa di posizione” (secondo Daniele Giglioli). Entrambi qui scorrono parallelamente, spesso intrecciandosi, come sentieri nei boschi della Bosnia centrale, dalle parti di Kiseljak, tra prosa, poesia e implicite sequenze filmiche. Tutto delicatamente, drammaticamente, incorniciato dal silenzioso e spietato irrompere della guerra.
Stile. Blažević segue l’impulso dell’ispirazione paratattica, con frasi scomponibili nel comun denominatore di una metrica variabile. “I miei occhi sono due biglie azzurre. / Il cielo è l’ultima cosa che vedo”. La scelta lessicale rispetta i diversi materiali (una strada di campagna di terra battuta e fondo di pietra, dissestata, è “carrareccia”; un muro di cemento mostra “la tempera appena pressata”); ogni specie botanica (stiancia, astro amello, occhi di gatto, menta poleggio, tagete), gli alberi (salici, castagni, abeti argentati, conifere nere). Ed eccoci catturati da una struttura eminentemente visiva (nella limpida traduzione di Anita Vuco), grondante di figure retoriche – la sinestesia è torrenziale – “Le finestre imperlate di rugiada sbattono le palpebre lentamente, come occhi;” / […] “La terra tace nera e bagnata […] / Il morbido piumaggio del gufo reale ne attutisce il frullo. Avanzando veloce in ampie volute, trasforma l’aria in un vortice”.
Scrittura. La visione del mondo di Blažević si manifesta tramite l’accelerazione dei sensi: colori, odori, sapori. Inquadrature alla Sergej Paradžanov: “L’aria salata frinisce. La crema protettiva al cocco, il gelato rosa. Il blu non ha confini. / Noi, intanto, fluttuiamo e dimentichiamo”. E poi gli oggetti animati. I cancelli aperti dei cortili abbandonati per via della guerra ci aspettano; gli “occhi delle finestre muti”; i materassi aggrumati: ci parlano come nei versi di Wisława Szymborska.
L’orizzonte. La vita felice prima della guerra. Poi, l’arrivo della Morte dal “viso dolce, ma con il berretto calato sugli occhi”: ti spara. Eppure la vita amata, sognata e vissuta di In tarda estate, ossia colori e profumi, quando chiudete il libro, hanno vinto anche sulla ovattata e tragica carneficina alla Quentin Tarantino: “Gli occhi inceppati. / I capelli dappertutto. / Il cotone bianco impregnato di sangue. / I polmoni esplosi. / I frammenti di cervello immersi nelle pozze bollenti. / I buchi tra i seni. / […] Ogni cosa si è trasformata in un sanguinoso acquarello!”.
L’astrattismo della vita secondo Blažević. Cosa unisce stile, scrittura e orizzonte storico-culturale? Una tecnica una e trina: il montaggio in sottrazione. Un flusso joyciano di dissolvenze pressate una sull’altra. Passato e presente; qui e là; cielo e terra: tutto fuso. Una medesima azione “girata” dagli occhi di un personaggio . completata dalla “zoomata” di un altro: devi tornare indietro e rileggere per focalizzare. Un montaggio alla Sergej Loznitsa. L’unico, insieme a Martin Scorsese, che potrebbe portare lo struggente Balcan Beauty di Blažević, a Cannes, Berlino o Venezia.
E. Ciccotti è esperto di Balcani e insegna storia del cinema all’Università di Foggia.
Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato
Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.
I dieci passi di Nick Drakeè uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.
Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.
È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.
Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.
Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.
La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink Moon, Place to be, Parasite, River man, Cello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.
Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.
E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.
Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.
Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.
Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.
Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.
Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.
I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.
Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.
Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.
Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.
Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.
E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.
Nelle cornici delle mie finestre. Poesie e appunti, che comprende poesie e brevi prose tratte da diverse raccolte del poeta Petr Borkovec,
si inserisce in un percorso editoriale nel quale era già apparso il volume Volevamo salvarci di Petr Hruška. Entrambi i poeti, insieme a Pavel Kolmačka, rappresentano oggi i nomi maschili più noti della poesia ceca contemporanea nel contesto internazionale. Se Hruška incarna il volto della città di Ostrava, sigillando nei suoi testi le caratteristiche proprie della cosiddetta “poesia ostraviana”, Borkovec è invece una figura centrale della scena letteraria praghese.
Questo ruolo è dovuto soprattutto alla sua attività di editore presso l’importante casa editrice indipendente Editions Fra, che quest’anno ha pubblicato la prima raccolta di Lubomir Tychý, vincitore del premio Jiři Orten per giovani poeti.
La voce poetica di Borkovec era già giunta in Italia attraverso pubblicazioni in rivista, canali editoriali che spesso veicolano la prima
ricezione dei testi poetici. Tuttavia, questa raccolta, curata dalla boemista Gaia Seminara, rappresenta il primo tentativo di offrire una panoramica organica e completa della produzione del poeta, capace di restituire i principali nuclei tematici ricorrenti della sua opera.
Senza ambire in questa sede a un commento puntuale di ciascuna sezione dell’antologia, è comunque possibile soffermarsi su alcune caratteristiche rilevanti. In Espansione nel silenzio ricorre più volte il tema della notte, intesa come momento privilegiato di riflessione poetica: “mi sono seduto e sono rimasto sotto una stella / finché la città non si è spenta”. In contrasto, emerge il giorno, “di tristezza vestito”, a cui l’io lirico è chiamato a non arrendersi. Nella sezione successiva, Camminamento, si osserva una maggiore sperimentazione
nella disposizione del testo: il verso non è più rigidamente allineato a sinistra, ma si muove, peregrinando sulla pagina. I versi di Borkovec sono abitati da figure animali che rivelano la sua passione per l’ornitologia, presenze che emergono anche nella loro assenza: “Alla finestra, / spalancata, / nessuno viene, / niente arriva in volo”. In Tra la finestra, il tavolo e il letto prende forma una poesia del quotidiano, che si sviluppa attraverso un ampio ricorso al linguaggio diretto nel verso: “Alzarsi, chinarsi, domandare: / – è ora? – No. – Quando?”. Naturalmente, gli elementi qui indicati come dominanti di ciascuna sezione attraversano l’intera antologia, riaffiorando costantemente e mostrando la loro complessa intercompenetrazione nel discorso poetico di Borkovec. A questa stratificazione tematica fa da contrappunto la semplicità degli oggetti dell’osservazione poetica. L’autore offre infatti un’immagine profondamente introspettiva della quotidianità, confrontandosi con interrogativi che spesso sfuggono, travolti dalla frenesia del tempo. Lo sguardo si posa su ciò che circonda l’io lirico, che a sua volta incornicia quanto gli si presenta davanti in attimi contemplativi in cui osservatore e osservato si fondono nell’atto poetico stesso: “Perdermi nelle cose, perdere le cose. / Perdermi nel paesaggio, perdere il paesaggio. / Scrivere gli occhi”.
M. Mecco è ricercatrice al centro Modernitas, Université libre de Bruxelles
Molto originale la scelta dell’autore (paroliere per Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, e scrittore, con decine di pubblicazioni all’attivo) di raccontare la tribolata vita di NICK DRAKE attraverso un’immaginaria autobiografia, in cui il musicista si riguarda post mortem.
Un libro che si muove dall’unico filmato (probabile) di Drake, una manciata mentre cammina (per dieci passi, da cui il titolo del libro) di spalle in uno sconosciuto festival folk degli anni Settanta e scorre poi attraverso flash riflessivi (riportati in maiuscolo) e la narrazione biografica.
Il tutto trattato con leggerezza e buone dosi di ironia. Un ritratto di uno dei più importanti cantautori di sempre, scarsamente considerato quando era in vita, fino al 25 novembre 1974 quando chiuse la sua esistenza con un (probabile, mai effettivamente accertato) suicidio.
Anche chi conosce poco dell’artista troverà la lettura coinvolgente e avvincente.
Una storia che parte da un video brevissimo, in cui si vede una sorta di fantasma di spalle che potrebbe essere Nick Drake. Un eroe musicale tra i più misteriosi ed enigmatici, che rivive di inedite parole grazie alla fantasia intensa e ardita di Luca Ragagnin.
Riassumere l’opera di Luca Ragagnin in poche righe è una sfida. La vastità del suo lavoro e la sua capacità di muoversi tra generi diversi rendono difficile racchiudere tutto in uno schema preciso. Ragagnin si è cimentato in romanzi, racconti, opere teatrali, saggi e poesie, mostrando una versatilità rara. A questo va aggiunta la sua attività come paroliere per artisti del calibro di Subsonica, Delta V, Venditti, Mina, Mao e molti altri. Il suo ultimo libro, I dieci passi di Nick Drake, pubblicato da Miraggi Edizioni nella collana Scafiblù, è un esempio lampante del suo talento e della sua capacità narrativa.
Eppure, viene naturale chiedersi: ha davvero senso scrivere un’altra biografia su Nick Drake? Dopotutto, sembra che tutto ciò che c’era da dire su uno dei cantautori più iconici degli anni Settanta sia già stato ampiamente trattato. Dalla pubblicazione dell’importantissimo libro di Nick Humpries nel 1997, passando per il lavoro di Gabrielle Drake (sorella di Nick) e Cally Callomon nel 2014, fino alla più recente biografia di Richard Morton Jack nel 2023, la parabola del musicista inglese è stata analizzata, esplorata e raccontata in tutte le sue sfumature. Anche in Italia, opere come il saggio di Ennio Speranza del 2020, Nick Drake e Pink Moon. Una disgregazione, sembravano aver messo un punto definitivo su questa storia. Quando le biografie sono accurate e attente alla verità storica, è difficile immaginare margini per l’innovazione.
Eppure, Ragagnin riesce a ribaltare questa premessa. Non si tratta semplicemente di scrivere una biografia; I dieci passi di Nick Drake è più di questo. È un romanzo storico, una narrazione che esplora la vita di Drake attraverso un’angolazione mai vista prima. La vera forza del libro sta nella scelta coraggiosa di raccontare la vita dell’artista inglese dalla prospettiva della prima persona, dando voce direttamente a Nick stesso. Il risultato di questo esercizio di immedesimazione è sorprendente; il lettore si ritrova travolto da un’esperienza quasi ipnotica che trasforma l’iniziale straniamento in un legame magnetico con il testo.
Il libro crea l’illusione di trovarsi faccia a faccia con Nick Drake, come se fosse lui a sussurrare i suoi pensieri all’orecchio di chi legge. A tratti si ha persino la sensazione che le pagine siano state composte con l’aiuto di una tavola ouija, evocando la figura dell’artista tramite un atto quasi esoterico. Questa opera di Ragagnin trascende i confini della classica biografia e diventa qualcosa di unico, come se fosse un dialogo intimo con un genio eterno che continua a ispirare generazioni intere.
Per comprendere a fondo l’opera di cui ci accingiamo a parlare, è necessario soffermarsi su due aspetti fondamentali. Il primo riguarda un elemento enigmatico e quasi incredibile: la totale assenza di filmati che ritraggano Nick Drake da adulto, salvo uno. Questo unico frammento, della durata di appena tredici secondi, è reperibile su YouTube e lo potrete vedere alla fine di questo articolo. Si tratta di un video che mostra un giovane uomo ripreso di spalle mentre cammina durante quello che sembra essere un festival musicale, di cui tuttavia non si conosce il nome. E nonostante non vi sia certezza assoluta che quel ragazzo sia effettivamente Nick Drake, le probabilità sono alte. Da qui parte Luca Ragagnin, utilizzando quella breve sequenza in cui Drake compie dieci passi come punto centrale attorno al quale si sviluppa l’intera narrazione. Quei dieci passi diventano il simbolo di una vita segnata dalla malattia e spezzata troppo presto, nella notte del 25 novembre 1974, quando calò il sipario sul giovane artista per sempre.
Il secondo aspetto cruciale risiede nella struttura narrativa adottata dall’autore: due linee narrative si intrecciano, contraddistinte da caratteri tipografici differenti. La parte scritta in carattere normale segue una sorta di cronaca dei fatti, pur mantenendo la narrazione in prima persona. Al contrario, il testo in maiuscolo mette in scena l’inconscio: un flusso di pensieri onirico e frammentato, ricco di visioni e suggestioni interiori.
È proprio questa dimensione inconscia a coinvolgere intensamente il lettore, proiettandolo nel turbinio caleidoscopico delle immagini confuse che attraversano la mente del protagonista. Con un aspetto peculiare: man mano che le pagine scorrono, il linguaggio si disgrega progressivamente, rispecchiando simbolicamente il deterioramento mentale del personaggio, sino a culminare nella sua tragica fine a soli ventisei anni, per un’overdose di farmaci. Questa decadenza linguistica non è casuale, bensì scelta con intelligenza narrativa. Non solo restituisce l’involontaria immedesimazione dello scrittore con il suo soggetto, ma trascina il lettore a vivere quasi empaticamente nei panni di Nick Drake.
Colpisce profondamente la meticolosità con cui l’autore cesella ogni dettaglio, frutto evidente di uno studio approfondito delle biografie già pubblicate sulla figura di Drake. Ancora più sorprendente è l’equilibrio perfetto tra le due voci che animano il romanzo. Ragagnin non si limita a raccontare Nick Drake, ma diventa Nick Drake. Ed è complesso distinguere dove finisca la narrazione dell’artista e dove inizi l’identificazione personale dello scrittore con lui, soprattutto sul piano psicologico.
Infine, ciò che davvero rende quest’opera memorabile è l’impressione vivida e intensa che le immagini evocate trasmettono al lettore. Si percepisce chiaramente che provengono da una dimensione altra, situata oltre i confini della vita stessa. E forse è proprio questo il tocco finale di una creazione letteraria che sembra guidata da un’ispirazione rara e potente. L’autore ha saputo fondere estro creativo e profonda competenza letteraria in un racconto che colpisce diretto al cuore e lascia un segno duraturo.
TORINO – Arriva il 28 gennaio, nella collana Scafiblù di Miraggi Edizioni, I dieci passi di Nick Drake, il nuovo romanzo di Luca Ragagnin, autore e paroliere noto per le sue collaborazioni con alcuni tra i più importanti nomi della musica italiana.
Il libro dà voce a Nick Drake (1948-1974), figura cardine del folk-rock inglese, rimasto inascoltato in vita e divenuto, dopo la morte, un riferimento imprescindibile. Ragagnin sceglie una narrazione originale: Drake racconta sé stesso da una dimensione postuma, in un flusso di coscienza che attraversa infanzia, musica, solitudine, incapacità di adattarsi alle regole del mercato e fragilità emotiva.
Il romanzo alterna una cronaca biografica intensa e asciutta a una voce “altra”, collettiva e perturbante, che riflette sul ruolo dell’artista nella società, sulla violenza della sensibilità estrema e sulla funzione primordiale dell’arte. Ne emerge un ritratto delicato e feroce, capace di interrogare il lettore sul senso stesso della creazione artistica.
Dieci passi, un destino
Il titolo prende spunto da un brevissimo filmato degli anni Settanta: dodici secondi in cui Nick Drake si allontana di spalle durante un festival mai identificato. Dieci passi prima di uscire dall’inquadratura, dieci passi che diventano metafora di una vita breve e di un’eredità destinata a durare nel tempo.
Arte, cancellazione, memoria
Attraverso riflessioni oniriche e frammenti poetici, Ragagnin affronta temi centrali come la fama, la morte, la memoria e l’arte intesa non come mestiere, ma come necessità e, al tempo stesso, come gesto di cancellazione di sé. Un libro che parla di Nick Drake, ma anche di tutti coloro che ascoltano, creano e si interrogano sul valore ultimo dell’arte.
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