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“La dolcezza violenta di alcuni passaggi ti stordisce come un gancio di Muhammad Ali e tu vai a terra sfiancato senza capire se sei stato appena investito da un tir, o ti hanno solo confessato il più vero di tutti i segreti.”

Cara Catastrofe di Felicia Buonomo
Cara Catastrofe di Felicia Buonomo

Così nella postfazione al libro Valerio Di Benedetto accoglie “l’arduo compito di saper ascoltare, osservare ed essere grati“, e lascia che la silloge di Felicia Buonomo voli “nel firmamento senza l’aiuto di Pegaso” perché lo spirito nei suoi versi “la fa arrivare fino al sole, dove si scotta, si brucia, arde, ma non cade mai, perché non c’è cera a tenere insieme le sue piume, ma versi, immagini, coltellate a tradimento, speranza, umanità, in una sola parola: poesia.”

Rovina: è il sinonimo che mi viene in mente, parola allo specchio riflesso che si fa uguale e contraria all’amore ideale e, giocando ancora a immaginare, fa sì che l’affetto degli amanti diventi eromaSe la catastrofe della poetessa è l’amica interiore alla quale rivolgersi come in un diario, i relitti della storia sono narrazione, frammenti di una relazione. Ed ecco che il risultato è ‘uno fratto’ il bacio tra le macerie, arcano numero VI dei Tarocchi tra pietre ed edera, la coppia archetipica in nigredo nel dipinto di Burne-Jones “Love among the ruins”.

Storia di una co-dipendenza con ritorno a sé” potrebbe essere il sottotesto tesoro nascosto, ed è un racconto che apre i diari segreti di tanti esseri umani, trovando nessi e risonanze nel passato o nel presente degli affetti negati, sviliti, frustati a sangue. Chi non si è innamorata almeno una volta di un narcisista?

La storia di qualsiasi privata Catastrofe si fa universale quando l’annosa questione della sofferenza amorosa non può risolversi mutando aspetto e abito, attraversando il Romanticismo e il Decadentismo, ma trova nella psicoanalisi un salvagente tra le onde per poi lottare e urlare i diritti delle donne e giunge quasi indenne nel ‘qui e ora’ tra violenza domestica e femminicidio e si tuffa nel testo poetico a dire di avere ancora – nonostante tutto – un po’ paura. Nonostante tutto, si va avanti per tentativi ed errori. Verso ipotesi di comprensione e cambiamento.

Catastrofe, cara, dico io, accendi romantiche assonanze. Dona ai lettori risoluzioni drammaturgica (possibile!), il capovolgimento dal rosso al nero, parole vive che mi svelino come l’Appeso dei Tarocchi (carta numero XII) sia impegnato a trasmutarsi in Torre (il Trionfo numero XVI). Ed è una Torre che scoppia e sputa fiamme sopra il paesaggio noto, quella che la poetessa mi porge sopra il piatto d’argento del suo libro.

La poetessa e la sua anima gemella Catastrofe – ormai fattasi Persona sul palco della vita – procedono in carteggio univoco, traccia unidirezionale o ricamo monologo, coinvolte nello stesso sguardo omopsichico.

È incontro e resa dell’Io all’Ombra. Pensando al rapporto tra queste due istanze, non posso scacciare dalla mente la memoria di un’opera che ho amato tanto.

La prosa poetica che abita “La casa dell’incesto” emerge nel ricordo con passo d’acciaio e leggerezza di piume.

È il femminile simbolo dell’Altra-in-se-stessa tra le pagine di Anaïs Nin – seppur distante dal tema chiave del libro della Buonomo, basato su altre storie in altri Diari.

È una pennellata, forse, un tocco leggero di quella stessa casa animica che mi fa annodare il filo al femminile di tutte le epoche, che mi porta a ricongiungere i pezzi sparsi, a rimettere insieme frammenti di sé, voci e volti dell’interiorità.

È un’opera alchemica, indubbiamente. Vedo l’autrice e la sua Catastrofe come la poetessa e la sua Musa, coinquiline della stessa ispirazione.

“Cara Catastrofe,/ guardarti è come entrare in scena,/ senza aver mai provato la parte./ Improvviso, inciampo, goffamente mi rialzo./ E di nuovo inciampo./ Nei tuoi occhi, il mio sold out./ Non c’è spazio per replicare./ E io continuo a improvvisare.”

Felicia Buonomo
Felicia Buonomo

Per soccombere alla propria strada senza lasciarci la vita, l’unica reazione possibile sembra essere quella della poesia. ‘Fare anima’ – Hillman insegna – fare il verso nello spazio di accoglienza del disastro, consapevoli della co-dipendenza dal buio. La Catastrofe, a scavare nella terra nera della psiche, si rivela proiezione sull’Altro. Ed è un Altro-da-sé che si rivela adesso declinato al maschile: “spazio nella linea del mio sguardo,/ uno sguardo/ che aderisce al tuo passo spavaldo.”

L’amato ha le armi idonee per spalancare la porta della Catastrofe, è lui il portatore sano di rovina, è il Trickster, giocatore esperto del giogo che stringe la donna, macchina perfetta creata, sembrerebbe, per donare il male.

“[…] Strano meccanismo attiva il cuore:/ brilla negli occhi senza distinguere/ tra l’amore e il male./ Accorcia il tempo,/ come la fune che mi hai stretto al collo./ Ho sempre pensato che sarei morta di crepacuore./ Ora so che sarà per soffocamento.”

Catastrofe dunque è il segreto mercurio che lega i due nel rapporto stretto, nel laccio del Diavolo dei Tarocchi? Gli amanti tenuti saldamente nelle sue tenaglie sin dall’inizio.

“La mia vita” – scrive ancora la poetessa – “procede per sottrazione./ Coscienza di quella sottrazione uguale: votarsi al martirio.”

E ancora…

“Dormiamo insieme ogni notte/ ma è nella crepa che dovrai recuperarmi./ Fai piano, che anche la luce è dolore,/ dopo la culla di un buio così violento.”

La Catastrofe conduce il lettore al centro, là dove sta l’amore come dismorfia ed è l’amore indifferenziato tra L’Io e l’Altro il modus amandi perfetto per annullare L’Io. Si procede dal nero all’albedo immersi nella carne della violenza collettiva contro le donne, nella sottomissione, oltre la tirannia, raschiando il fondo della dipendenza affettiva conosciuta da migliaia di esseri umani tra Eros e Thanatos.

Come ho già scritto altrove: “La poetessa canta un canto universale, una musica di sfiducia che diventa possibilità di ricostruzione.”[1]

Sempre che sia il calvario a condurre alla resurrezione.

“Mi ricordi che anche il figlio di Dio/ è fatto di carne che sanguina e muore./ E che nessuno aspetterà, per me,/ il terzo giorno.”

E poi? Ancora. Oltre.

“Jessica dice che mi aiuterà/ e che non sono sola./ Quando vado a farle visita/ non la guardo mai negli occhi./ Ogni visita la concludo così:/ «Jessica, è colpa mia?».”

La poetica della cura, forse, ci potrà donare la risposta. Nel frattempo, Psiche procede sola, si riconosce individuo tra le proprie ferite, alla ricerca del Dio che si è allontanato.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

https://oubliettemagazine.com/2020/04/27/cara-catastrofe-di-felicia-buonomo-lapocatastasi-dellanimo-versi-come-tessitura/