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“Esatta come il dolore dei pezzi
che perdo, sicura come le lacrime
che non comprendi. Non ho paura
di morire, lasciare questo corpo
soffrendo è il mio rifiuto. Se quel Dio
in cui credete fa la misericordia
che dite, anticipo i miei saluti.”
In chiusura di questa corposa raccolta ecco come la poetessa conclude il suo semplice sussurro. Un saluto delicato e nello stesso tempo dubbioso, per quella illusione che ogni essere umano traduce al redde rationem, possibilmente lontano dalla sofferenza ed illuminato da un tenue raggio che sfiora.
Allo stesso modo ella apre la silloge con parole dal tremore controllato, nell’incanto di suggestive variazioni tra il molo di Genova, il lungolago di Mantova, i lampioni di Milano, i vicoli di Napoli, posando il piede nelle ombre che circondano.
Ogni poesia ha il sapore della denuncia, per la “catastrofe” che continuamente aleggia tra i versi e sospinge a pensieri e ripensamenti variegati. Dall’attendere la burrasca nel tumulto del cielo, all’abbraccio “nella mia stanza di spine e petali rossi di te”, dal muro dove “inchiodare una farfalla”, alla evasione dal labirinto degli occhi, tutti passi che staccano l’armonia del dettato per affondare nelle incertezze che la realtà forgia a dispetto.
Lo “strano meccanismo che attiva il cuore” sarebbe allora il suggello che l’amore riesce a imprimere nella nostra palpitazione, e che accorcia i tempi come una corda che stringe intorno al collo, senza per altro soffocare, ma capace di avviare desideri.
Il brindisi ha tutte le angolature pungenti nella disperazione che annienta:
“Alza il bicchiere in brindisi anche per me.
Tu che sei così esperto nella pratica
dello stordimento da sostanza alcolica.
Brinda al Dio che tutto ti perdona.
Anche lo scempio a cui mi costringi,
mentre mi rinchiudi in questa stanza
sudicia, maleodorante, dove si consuma
lo stillicidio dei tuoi insulti.
Brinda al Dio tuo complice.
Che per tutto mi punisce.”

La “catastrofe” per la poetessa si annida in ogni angolo, il più remoto che sia, per avvinghiare e stordire senza pietà, dando una certa continuità alla diacronica vicenda della insofferenza umana, per ondulazione e duttilità degli stati emotivi.
Scrittura duttile, generosa, a tratti di polisemica significanza, educata ad un sussurro attivo, meditativo, liquido nelle espressioni e nelle figurazioni, che rivela un occhio attento a quel policromatico concerto di visioni ed emozioni che diventano schegge proiettate nella varietà degli imput.