#iorestoacasaconunlibro: Donne di mafia

Isolamento forzato? D.it sposa l’iniziativa lanciata dagli editori – impiegate il tempo leggendo – pubblicando stralci di nuovi titoli e link da cui scaricare libri gratis. Oggi, un estratto speciale in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”

Donne di mafia di Liliana Madeo è stato pubblicato 25 anni fa e torna ora in libreria in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, con Miraggi Edizioni.
È il racconto del tumulto all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato, subito. Le più giovani diverse da quelle anziane perché si pentono, piantano il marito, si suicidano. Ma anche incoraggiano i loro uomini a uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti, li aiutano, gli dischiudono le potenzialità di una vita nuova, libera. Sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. E anche donne che non condividono un percorso simile, si schierano clamorosamente contro i mariti o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. Da Donne di mafia è stata tratta una miniserie tv diretta da Giuseppe Ferrara. Ecco l’estratto del primo capitolo.



La vita col boss può essere bellissima. Il rimpianto e la nostalgia divorano le notti di Giacoma Filippello, che per ventiquattro anni è stata la compagna di Natale L’Ala, uomo di rispetto di Campobello di Mazara. Al suo fianco ’Za Giacomina ha conosciuto Badalamenti, Riina, il clan Rimi. Ha visto scontrarsi gli interessi dei vecchi e dei nuovi capi, in una scia di sangue che seminava lutti e annunciava nuovi delitti. Ha guardato in faccia gli uomini d’onore che, senza un’ombra sul viso, senza un trasalimento della coscienza, andavano a uccidere.

Ha conosciuto il timore della morte, la diffidenza per gli amici che in un qualunque momento potevano tradirti, le atroci insicurezze che fanno parte del patto fra il mafioso e Cosa Nostra. Ha tentato anche lei di rispondere con la violenza alla violenza, prima di capire che volere giustizia è diverso dal vendicarsi. Quando lo ha capito, s’è trovata sola. Una « pentita ». Una delle prime donne di mafia che si sono messe a collaborare coi giudici.

Ma di tutta la sua vita avventurosa ’Za Giacomina sempre preferisce ricordare i momenti felici del passato

e le indicibili tenerezze di cui l’uomo che ha amato, un boss cui sono attribuiti gravi reati, era capace. Lei diceva: sento il profumo delle zagare in fiore, è primavera, chissà se le fragole sono mature. E lui gliene faceva arrivare un cestino. Lei perdeva le scarpe in campagna, e lui la riportava fra le braccia in paese. Lei diceva: vorrei fare il bagno in mare, prendere il sole. E lui, che non era felice di questo, perché non gli andava l’idea che la sua donna si mostrasse in costume da bagno, prendeva una spiaggia tutta per loro; con la scusa che doveva « aggiustare » una questione sorta per il pagamento del « pizzo », a Menfi, nel cantiere dove stavano costruendo l’albergo Paradise, una volta si fece dare le chiavi dell’intero stabilimento. Che giornata indimenticabile! C’erano solo loro due, senza occhi estranei che li guardassero.

Persino lui si mise in costume, poi disse ridendo: « Ma vedi che cosa mi fai fare… Pensa se i miei uomini mi vedessero… ». Aveva per lei mille attenzioni, ricorda.

Certo, poi era geloso, il maledetto. A volte la chiudeva in casa a chiave. Giacomina si ribellava ma poi lui sapeva sempre farsi perdonare: « Si faceva un agnello ».

Glielo hanno ammazzato, il suo uomo, il 7 maggio ’90, e lei s’è fatta pentita. Per amore e per vendetta. Con furore. « Quando vennero a dirmi che avevano ucciso Natale, mi si annebbiò la vista e cominciarono a tremarmi le gambe. Correvo come una pazza: lo trovai dentro il supermercato di Campobello. Che scempio ne avevano fatto. Venticinque colpi di mitra, tutti a segno. Scelsero i kalashnikov perché lui si era fatto la macchina blindata e allora ci voleva un’arma che bucasse la corazza antiproiettili.

Precauzione eccessiva. Lo sorpresero indifeso come un uccello. Non si accorse nemmeno che stava per morire. Era in piedi, cadde come un frutto maturo. Io me l’aspettavo, dopo due volte che ci avevano tentato. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mala notizia.

Non potevo immaginare però che il dolore sarebbe stato così forte. Lo abbracciai, gli baciai la fronte. Non piangevo, non gridavo. Ero di pietra. Intuivo che alle mie spalle c’era una folla, ma non vedevo nessuno, non sentivo voci. Vidi la sua pistola, la toccai, gliela sfilai, la nascosi sotto la giacca. Sotto gli occhi di tutti. E uscii, a testa alta. Pensai subito a vendicarlo. Ora, mi dicevo, se incontro don Alfonso dei miei stivali gli sparo in bocca. Non vidi né don Alfonso né gli altri che, ero sicura, avevano fatto quel massacro. Dissi: “ Chi deve pagare, pagherà ”» ha raccontato al giornalista della « Stampa » Francesco La Licata, siciliano, esperto di mafia, con il quale – dopo il pentimento, in un periodo che era a Roma – aveva voluto parlare. Criniera di capelli corvini, occhi di fiamma, ancora oggi ’Za Giacomina ha una bellezza meridionale intensa e fosca. Il gusto per la provocazione e una gioiosità innata le fanno scegliere abiti vistosi dai colori squillanti. La capacità di emozionarsi addolcisce i suoi tratti, e rende caldi i suoi gesti, cariche di poesia le sue parole.

Quest’amore in cui ha bruciato la sua vita – e che alla fine l’ha portata a raccontare al giudice Borsellino tutto quello che sapeva sulle cosche trapanesi, sulle alleanze fra mafia, malavita, imprenditoria, logge massoniche, politica – è un amore iniziato quando aveva diciott’anni.

Di mafia allora non sapeva niente. Da quando aveva sei anni era stata mandata in collegio, dalle suore dell’Incoronata di Trapani. Tornava per le vacanze e di quelle visite conserva un ricordo intenso, confuso e lieto. Le sono rimasti impressi un viavai incomprensibile di persone nella sua casa, profumi sconosciuti, ragazze seminude, il biancore delle loro braccia, la civetteria della biancheria intima, un’aria di mistero che le circondava.

Lei, bambina, si nascondeva e spiava. E rideva. Tornò per la Pasqua del ’66, il primo aprile. «Fu il pesce d’aprile della mia vita». In quell’anno l’Italia dei giovani era affascinata da una tournée dei Beatles e dallo scandalo della «Zanzara», provocato da un’inchiesta sul sesso dei ragazzi del liceo Parini di Milano. Lei faceva il suo ingresso nel mondo della mafia.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: https://d.repubblica.it/life/2020/03/21/news/_iorestoacasaconunlibro_libri_da_leggere_gratis_coronavirus-4698756/