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Bello, sensibile come una corda di violino e straordinariamente pieno di sé, uno studente modello di una cittadina nei pressi del Mar Bianco, con alle spalle un’infanzia di guerra e di abbandono, surclassa tutti agli esami di maturità e viene mandato a frequentare l’università di Mosca. Al trionfale arrivo nel cuore dell’Unione Sovietica degli anni del disgelo segue la lenta e dolorosa presa di coscienza della meschinità delle impalcature ideologiche e dell’umanità intera, con conseguente afflusso di prosa diaristica, che nell’arco di più o meno un anno – dall’ottobre 1956 all’ottobre 1957 – registra il tracollo dei sogni, l’espulsione dall’università e dallo studentato, faticose esperienze da scaricatore e manovale e relativi licenziamenti, tre intense e rigettate storie d’amore, vita randagia e ambigua, notti al gelo alla stazione e un dilagante fiume d’alcool. Tutto interessante quanto prevedibile, non fosse che quel diciottenne attonito sognatore è Venedikt Erofeev, l’autore di Mosca-Petuški, forse il più famoso, in patria e all’estero, libro russo del secondo Novecento, alconautica epica ferroviaria che riassume l’assurdità dell’universo sovietico, lo scibile umano, il genio e la follia autodistruttiva in cento paginette, che di traduzione in traduzione –cene sono già quattro – si è via via discostato dal «referenziale» ma fuorviante titolo degli anni settanta Mosca sulla vodka. Tre amanti + una madre Arriva ora in italiano anche Memorie di uno psicopatico, il «diario» degli anni giovanili di Erofeev, appunto, tradotto da Lidia Perri per Miraggi (pp. 287, e 20,00), in realtà un grandioso brogliaccio di sperimentazione letteraria, che prefigura, spiega e motiva il futuro capolavoro di quello che resta un devastato e maudit genio unius libri. Sorprende come passioni e ribellione possano essere scientemente e – com’è ovvio per tutta la scrittura clandestina d’epoca sovietica – senza alcuna ipotesi di accesso al pubblico, trasformate in canovaccio per sketch narrativi e drammatici, visioni oniriche, riflessioni pseudofilosofiche e parodie, dove le tre giovani amanti sono ibridate, anche onomasticamente, l’una con l’altra e tutte con la madre, con la quale Erofeev prova sulla carta a regolare un gigantesco complesso d’Edipo (e l’abbandono in orfanotrofio),descrivendone, vivissima, in tre diverse occasioni, la morte. La manipolazione della realtà nel senso più ampio e integrale è già presupposto di quella poetica autofinzionale che in Mosca-Petuški trasferirà per nome e cognome l’autore e i suoi compagni di bevute sulle pagine di una narrazione apocalittica e fantasmagorica, che proprio in questo stridente impasto ontologico trova tutta la sua forza espressiva. In maniera altrettanto evidente Memorie di uno psicopatico mostra il principio organizzativo della prosa di Erofeev maturo, che è in sostanza l’aforisma espanso, lo spunto narrativo conchiuso e autosufficiente, in cui si bilancia l’incisività della micro-trama e lo scintillio della ludica metafisica dell’inezia. Tra le righe, una grande intensità tragica, che muove da autentiche crepacciature del cuore, qui evidentissime fosse solo nell’aforisma a monte di tutti gli altri, quello costantemente ripetuto dalla madre: «Tutti uguali, Venichka! Succhiamo tutti lo stesso cazzo di dio!». Tra i motivi ricorrenti, l’intenerimento, una pietà pervasiva, incontrollabile e goffa, in molte occasioni rivolta a se stesso; la risata e la lacrima, vere insorgenze teatralizzate dello spirito, di una nobile, autodistruttiva sovrabbondanza interiore; il poeta e la folla, che fissa con annichilenti occhi sbarrati ogni gesto anticonvenzionale e irrituale: saranno fondanti in Mosca-Petuški, ma già qui sono il sale del libro, e li troviamo praticamente tutti concentrati nell’episodio del 31 maggio, con il narratore steso nella bara che partecipa al proprio funerale, reticente spettatore – «E non puoi aprire gli occhi… Li apri, e tutti sono lì che ti guardano..» – intento alla percezione estatica non solo dei contorni del buio ma del buio stesso e, in un contesto altamente dialogico, dell’angoscia del silenzio. Già è norma, per l’appunto, la dilagante plurivocalità, tratto poi distintivo della prosa di Erofeev, che mescola in un flusso inscindibile le più imponderabili voci interne e altrui, fa collassare e rovesciare l’istanza narratore-narratario ed è qui esplicitata anche da estratti di testi, lettere, diari altrui. Ci sono poi i cataloghi: di giudizi sul narratore, di battute degli interlocutori, semplicemente di nomi. E cosa resta nella memoria del lettore di Mosca-Petuški più che il catalogo dei cocktail (con profumo di verbena e lacca per unghie, colluttorio e antitraspirante per piedi) o quello dell’insorgenza del singhiozzo commisurata alla legge divina e umana? Più di tutto, le Memorie di uno psicopatico ci permettono di approssimarci all’essenza dell’arte e del mondo di Erofeev, al senso profondo del non senso, spesso frainteso e ridotto a un puro esercizio stilistico postmoderno, ovvero ascritto ad autentica metafisica, trascendenza religiosa (qui è esemplare l’appunto dell’ex ateo, il ragazzino formato sui dogmi del marxismo che tanto si esalta alla lettura delle sacre scritture da annotare undici passi nei quali gli evangelisti formulano assunti diametralmente antitetici). Qui, timido bevitore L’estetica onnicomprensiva di Erofeev è invece sempre ternaria: costruisce castelli metafisici di parole, poi li sberleffa, giubila di fischi, lascia trasparire un secondo livello percettivo al quale ora l’alcool come metafora dello spirito, ora la magia della creazione sembrano assumere una rilevanza autonoma; ma poi anche questi sono smentiti e irrisi, e solo a un terzo, intimo, ineffabile livello di senso, percepibile tra le pieghe più recondite del testo, si avverte una tensione irrisolta che aspira a esprimere un qualche insostenibile altro e oltre. Memorie di uno psicopatico, quindi, è essenzialmente un grimaldello per meglio fruire, meglio dirimere il densissimo affresco poetico in prosa di dieci anni dopo, ma è anche un testo godibile in sé, ricco proprio per la sua assoluta frammentarietà, agile e insieme farraginoso, non privo di articolate architetture tematiche e narrative e da leggere, nel complesso, come progressiva «presa di coscienza» dell’alcolismo, immersione in uno stato suicidale protratto ritenuto necessario a fronte dell’inadeguatezza ontologica della società, che sarà poi inteso come martirio e imitatio Christi. Qui però il narratore è ancora un timido grande bevitore, che non soltanto gioca con una purezza e un orizzonte ideale, di pagina in pagina sbaragliati dall’alcool. Tra i rivoli dell’intreccio uno fra tutti si distingue per incisività e freschezza: la storia, in molto riassunta in flash-back al 17 dicembre, di Lidija Vorošnina, ex compagnetta di banco in prima elementare e ora oggetto di adorazione e ripulsa, campionessa in una traslucida estate del grande Nord di seduzione, depravazione, volgarità sguaiatissima e dolente castità proiettata in antifrasi. Alle sue grazie e alle sue «incantevoli malefatte» il narratore non può essere indifferente, facendone un ritratto di straripante femminilità sovradimensionata alla stolida routine provinciale che è un pregevole sunto di eroine dostoevskiane. Del resto nella precoce e consapevole autodistruzione di Vorošnina il giovane Erofeev avverte un’evidente prefigurazione del proprio destino e una proiezione al femminile del suo auto-personaggio. Imperfetto e fascinoso Il lettore italiano si aspetti, allora, non un altro capolavoro, ma un libro imperfetto quanto fascinoso, fuor di dubbio molto difficile da tradurre, soprattutto per il continuo spostamento del contesto e del quadro referenziale. Nella versione di Lidia Perri è certamente un successo, anche grazie a coraggiosi adattamenti, la resa di un continuum linguistico tronfio e tenue, limpido e involuto, al di là di alcuni inevitabili abbagli traduttivi. Male comune della nostra evoluzione linguistica, il moribondo passato remoto conferma tutta la sua inadeguatezza davanti al dinamismo di una prosa diaristica.