João Paulo Vieira Machado de Cuenca, abbreviato in J.P. Cuenca, figlio di Maria Teresa Vieira Machado e di Juan José Cuenca, muore il 14 luglio 2008. Il suo cadavere è ritrovato in un palazzo occupato, situato in Rua da Relação 47, quartiere di Lapa, Rio de Janeiro, Brasile. La notizia del decesso viene comunicata nell’aprile del 2011 dalla polizia allo stesso… Cuenca, che scopre, così, di essere morto. Chi gli ha rubato l’identità tre anni prima? E perché qualcuno dovrebbe spacciarsi per un altro proprio in quella circostanza, quantomeno singolare? Cuenca scrive di Cuenca, e delle sue (proprie) peripezie per ricavare un filo di ragione da un gomitolo ingarbugliato.

Si muore una volta sola. O forse no. Quel giorno fatale il nostro João Paulo si trovava a Roma, presso la Libreria del Cinema (via dei Fienaroli), per la presentazione del romanzo precedente, Una vita Mastroianni. Quindi, era vivo, ma un uomo vivo a Trastevere non può essere, contemporaneamente, un uomo morto a Rio. Tertium non datur, lo abbiamo imparato dalla logica antica. Ad ogni modo, l’amico giornalista Tomás lo convince ad avviare un’indagine avvalendosi dell’esperienza di un detective privato, Virgílio, nome che ben si confà ad esplorare destini ultraterreni. Obiettivo dell’attività investigativa: risalire alla donna che identificò malamente il cadavere del povero Sérgio Luiz de Almeida Couto (un latitante condannato a cinque anni di carcere), rifilandogli, da trapassato, una vita non sua.

Ho scoperto di essere morto, pubblicato dalla casa editrice Miraggi con la traduzione di Eloisa del Giudice, è un libro complesso. Non è un romanzo, non è un diario, non è un pamphlet politico, anche se è tutto questo e, almeno nelle intenzioni dell’autore, molto di più. O forse molto di meno, certezze non ve ne sono. Azzardiamo: è un esperimento di decostruzione dei generi letterari, un cimento serio e giocoso che, se non fosse un termine abusato e sorpassato, potremmo definire aderente al postmoderno. D’altronde, ogni definizione, a proposito del talento anarcoide di Cuenca, sfuma nell’impossibilità. Il quarantenne scrittore brasiliano sfida i confini della letteratura. All’ultima riga dell’ultima pagina la seguente frase traccia una linea: QUI IL MANOSCRITTO SI INTERROMPE. Salvo, poi, affidare una postfazione a Maria da Glória Pardo, dottoranda in letteratura brasiliana alla Brown University, persona (o personaggio immaginario?) che compariva nel testo, per la precisione nel sesto capitolo della terza sezione del libro, peraltro in chiave critica verso lo stesso Cuenca: “quello che lei scrive è però confuso, i capitoli dei suoi romanzi sono sempre corti e troncati, irrisolti, a volte incomprensibili”. Maria, come il resto, appartiene alla realtà o alla finzione? Consideriamo questo scambio di battute, contenuto a pagina 30, tra Cuenca e il poliziotto:

– Posso avere una copia di queste carte?

– Cosa vuole farci?

– Non lo so. Voglio leggerle per bene. Con calma.

– Cazzo, lei sì che è fortunato. Questa è una storia perfetta per uno scrittore.

– Già.

– Pensa di scriverci un libro con questa storia?

– No.

Il Cuenca oggetto della narrazione nega di voler scrivere il racconto che il Cuenca autore del libro sta già scrivendo. Un groviglio di illusioni nel segno dell’autoannientamento e della dissoluzione di sé. Non sorprende che, tra i riferimenti letterari preferiti dell’autore, compaia, per sua stessa ammissione, Dissipatio H.G. di Guido Morselli. Non sappiamo se vi sia anche il primo Heidegger, ma di sicuro qui assistiamo a un’estremizzazione dei temi cari all’analitica esistenziale e di quel progettarsi-per-la-morte assunto dal filosofo tedesco quale condizione di autenticità dell’essere-nel-mondo. Cuenca vive la sua assurda dipartita come la premessa indispensabile per viaggiare dall’altro lato dello specchio. Nello scambio di identità qualcosa va perso, e molto guadagnato. Chiarezza, lungimiranza, sfrontatezza, lucido delirio: lo scrittore sperimenta la liberazione di potenzialità inespresse e viscerali. Cuenca ritorna al suo ambiente e alle sue frequentazioni, non riconoscendo più alle maschere che lo circondano (uomini, oggetti, cose), e in definitiva a se stesso, la stessa solidità di un tempo. Lo scrittore ostenta il suo fallimento, coincidente con quello di una generazione. Il tono non è moralistico, bensì caratterizzato da un disincanto feroce.
False verità si sfaldano e si delineano i connotati della bestia, il capitale finanziario legato al potere politico locale, corrotto e criminale. Occorre puntualizzarlo: il contesto è la Rio de Janeiro proiettata verso le Olimpiadi, ebbra di hipsterismo e di ricchezza facile, millantatrice e spaccona, ipocritamente fiduciosa nelle magnifiche sorti e progressive di un Brasile in ascesa, una megalopoli percorsa da retate di polizia finalizzate ad allontanare i poveri dalle zone gentrificabili e torturata da pesanti operazioni di maquillage urbanistico, evidenti a tutti. “Chi non poteva permettersi la Nuova Rio veniva spazzato via verso le favelas e le periferie scure e canicolari che continuavano a crescere endemicamente lungo le linee ferroviarie semidistrutte nei quartieri fuori dalla cinta olimpica”.

Il palazzo nuovo di zecca eretto in Rua da Relação al posto del vecchio cantiere scheletrico, decrepito, utilizzato dai senzatetto come riparo di fortuna dove il “suo” cadavere fu ritrovato, assume agli occhi di Cuenca l’aspetto di un’invenzione fantascientifica, sottolineata da un misterioso spostamento di numero civico, dal 47 al 43. Miniappartamenti tra i trenta e i quaranta mq, lofts per i nuovi borghesi, lavanderia, sala biliardo, cinema, palestra con vasca jacuzzi e sauna, un irrazionale feticcio del benessere a poca distanza dai centri nevralgici del potere politico e militare, un quartiere sovrastato dal grattacielo incompiuto dell’azienda di Stato Petrobras. “Attirerà più di quindicimila posti di lavoro, Quindicimila, da un giorno all’altro. Si vede che la zona sta già migliorando, vero?”, chiede un’agente immobiliare allo scrittore in visita interessata presso la struttura. Là Cuenca è morto, là deciderà di esiliarsi e di portare a termine la sua mutazione biologica, in provocatoria sintonia con le misure di radicale destrutturazione socio-antropologica che ridisegnano la città.

Cuenca è spietato verso se stesso, e non lo è da meno nei confronti dell’emergente intellighenzia di Rio. Amici e conoscenti, incapaci di esprimere una critica all’esistente, chiusi nel recinto di un narcisismo indulgente. “La nostra apparente autofascinazione nascondeva uno spirito di competizione, un’ostilità latente. In tutte le conversazioni c’era il desiderio di mostrarsi più felici, più in forma, più adeguati, più giovani, più sofisticati e più cari. Migliori. E sempre in quell’adesso sempre un po’ in anticipo sui tempi, sulla soglia di quello che è già stato e quello che sarà, in quell’attimo prima dell’adozione di massa”. La sezione del libro intitolata Festa, ispirata alle atmosfere decadenti de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, è una discesa nel compiaciuto degrado dei radical-chic e dei modaioli altolocati dei quartieri bene, pseudoscrittori pieni di sé, giornalisti imbavagliati dalla politica, artisti improduttivi, figli di papà affetti da conformismo. Una gioventù dorata, impegnata a devastarsi in riti alcolici e sessuali, a perdersi negli eccessi ecstatici dell’MDMA, mentre, attorno a lei, infuriano i conflitti a fuoco tra bande di narcotrafficanti e, di contrasto, imperversano le violente azioni del BOPE, il gruppo d’intervento speciale della Polizia Militare. Il corpo morto di Cuenca è la pietra che affonda in questa palude mefitica e scuote le fondamenta di un organismo sociale prossimo al disfacimento e alla bancarotta etica.

Chi segue le cronache internazionali sa che la nazione carioca è stata colpita da una serie di scandali e di colpi di mano a ripetizione. La fine del ciclo riformista di Lula, il quale, però, ha deciso di ricandidarsi alle imminenti elezioni presidenziali, la deposizione brutale di Dilma Rousseff, il ritorno del centrodestra affaristico alle redini del governo sotto la guida del contestatissimo, per molti golpista, Michel Temer. Uno sconvolgimento causato dall’Operação Lava Jato, ovvero Operazione Autolavaggio, una maxi-inchiesta che ha svelato un impressionante giro di tangenti, rispetto al quale nessuno degli attuali protagonisti della scena politica sembra essere estraneo. Mazzette interne alla Petrobras, la stessa azienda statale che innalza, aere perennius, il mostruoso quartiere direzionale, sopra la fragile skyline di Rio e sotto lo sguardo scettico di Cuenca. Un palo di frassino nel cuore di una nazione dissanguata, a simboleggiare la fase di rottura e clamorosa involuzione del Brasile degli Anni Dieci. Il decennio delle Olimpiadi e dei Mondiali di calcio…

“È raro capire quanto sono labili i lacci che ci legano alla nostra quotidianità, all’ambiente sociale, alle relazioni famigliari e lavorative. Come la nostra vita possa improvvisamente trasformarsi nella stanza vuota e illuminata dove il morto lascia dietro di sé le ciabatte, accanto al letto. Preferiamo alimentare l’irrazionale convinzione che lo sviluppo degli eventi ci porterà inevitabilmente a casa, come se fossimo mosche in un vasetto di vetro. Alle volte, però, succede qualcosa. Si muove una nuvola in cielo e, tra le cime dei palazzi in costruzione, il sole illumina la crepa che guadagna terreno sotto i nostri piedi – la crescente spaccatura che ci trasformerà in una collezione di assenze. Arriva la caduta e tu, con una certa tranquillità, come se fossi un osservatore esterno di te stesso, puoi sentire il colpo. Il colpo che farà sì che tu non sia mai più quello che eri”.

J.P. Cuenca, inserito da Granta tra i venti migliori giovani scrittori brasiliani, rivela di aver consegnato proprio alla suddetta rivista americana il primo capitolo di un romanzo poi non completato. Pagine gonfie di rabbia contro la speculazione edilizia, una denuncia della distruzione meticolosa dell’anima di Rio sotto forma di iperbole distopica. Ho scoperto di essere morto è quel romanzo? Autocitazionismo, cerchi concentrici, trama funzionale a una narrazione labirintica, riflessi di riflessi. Il destino della letteratura del XXI secolo è di essere un parassita ospitato da un corpo-di-scrittore e, così camuffato, di essere portato fin dentro la torre d’avorio del sistema? La letteratura è l’ultimo cavallo di Troia? Se questo è vero, abbiamo a che fare con una forma d’arte performativa. Scrittore ed opera si fondono, e scompaiono l’uno nell’altra, dando vita ad una singolarità estetica dirompente, da cogliere nell’atto in cui avviene, un dissenso replicabile ovunque si avverta l’esigenza di una resistenza culturale all’espandersi del male.

Alessandro Vergari