Paolo, sei uno scrittore “esperto”, con diverse pubblicazioni alle spalle. Scrivere Più di là che di qua è stato diverso che non scrivere gli altri tuoi libri?

Scrivo sempre due cose insieme, forse perché sono dei Gemelli o piuttosto perché in questo modo arrivo sempre impreparato passando da uno all’altro. Il lavoro quindi è durato un paio d’anni, nel frattempo ne continuavo uno che ancora non è finito. Comunque questo libro è l’ultimo di una trilogia, cosiddetta del buon senso (anche se alla fine ce n’è poco), dopo Né in cielo né in terra e Da che mondo è mondo.

Parlando di un libro con così tanti rimandi alla cultura buddhista e tibetana, viene spontaneo chiederti quale sia lo spirito che lo anima…

Per me i libri sono esercizi, cosiddetti spirituali, prove di fraternità con il mondo. Come al solito ciò che volevo fare mi è apparso chiaro durante la stesura. All’inizio volevo solo divertirmi a far saltare qui e là brandelli di personaggi famosi, ma poi ho capito che sarebbe venuta una stupidaggine se non provavo  per loro compassione. Quindi si è trasformato in uno studio sulla concezione orientale della compassione, ben più coinvolgente della nostra, vale a dire la percezione reale che tutto quello che incontro fa parte del corpo della mia vita.

Se fosse un medicinale che medicinale sarebbe? E pensando ai bugiardini che accompagnano appunto i medicinali, quali potrebbero essere gli effetti collaterali?

Anche il peyote è considerato una medicina, difatti lo stregone era chiamato l’uomo-medicina. Ne ho praticato lo studio una cinquantina d’anni fa, e gli effetti collaterali sono la percezione reale (pure qui) di quanto il nostro ego soffochi la nostra personalità.

C’è una domanda che avresti voluto ricevere e che nessuno ti ha fatto?

Perché non te ne fai una ragione?

Pensando anche ai tuoi libri precedenti… se Più di là che di qua fosse un cibo, quale cibo potrebbe essere?

Abbiamo mangiato già un bel po’, ma un altro bicchiere di vino ci sta sempre bene.