In questo romanzo avvincente l’Autrice, con un linguaggio asciutto che rifugge da ogni retorica dei sentimenti, ci mette dinanzi alle ferite aperte della memoria collettiva europea. La storia di Konrad – che riceve periodicamente dalla Germania pacchi di dolciumi da una misteriosa donna che si rivelerà essere sua madre – viene presentata da più punti di vista, in un processo ellittico e spiraliforme nel quale la verità viene diluita al punto da poter affermare che “tra verità e menzogna c’è un confine così labile che si può rimuovere con un semplice gesto della mano, con un battito di ciglia”. Ogni personaggio si muove dentro la trama di una storia che si declina nella forma dello sradicamento e della perdita. I figli di Konrad, come onde concentriche, si ritrovano dispersi in una diaspora quasi naturale, lontani da un padre di cui non riescono a portare il peso della rabbia irrisolta di figlio abbandonato. Addentrandoci dentro le pieghe del dramma di Klara, colpevole di avere lasciato il figlio Konrad all’età di tre mesi nella Repubblica Ceca, nelle mani di una donna chiamata Hedvika, scopriamo un destino segnato dalla guerra e da un Male troppo pervasivo e annichilente per porvi rimedio. Siamo di fronte ad un viaggio nella memoria labile, opaca, e infine lucida come lama di bisturi. Senza memoria chi siamo? E cos’è la memoria se il nostro mondo non viene attraversato dalle ragioni dell’altro? Se non affonda infine le radici nella carne viva, nel grumo delle proprie viscere? Quando il Male diventa sistemico e onnipervasivo, la coscienza del singolo raggiunge l’estremo lembo della carne, fino a toccare le ossa, e ogni uomo solca i sentieri più arcaici e impenetrabili, pur di sopravvivere e mettere in salvo la propria vita. Il problema è che mentre tutto ciò accade si è inconsapevoli della barbarie entro cui si è inabissati.

La lingua ha sì il potere di rianimare e rievocare l’appartenenza alle proprie radici, ma il tedesco – “le cui consonanti ricordavano il fruscio delle foglie che cadono” – non riesce a salvare se non per un attimo personaggi votati a un destino crudele. La geografia delle emozioni, come quella degli Stati, è costellata da confini labili e fluttuanti e valichi impossibili da attraversare.

Se fosse un medicinale quale sarebbe?

Accosterei il romanzo a un farmaco omeopatico, cioè il dolore curato con lo stesso dolore rammemorato.

Solitamente leggi a voce alta o mentalmente?

Amo leggere i libri mentalmente, così entrano nel vortice dei miei pensieri, fino a formare un’unica matassa con i miei vissuti. Sottolineo le cose che più risaltano, in modo che al termine  possa riassaporare tutta la storia nei suoi punti più nevralgici.

Tre aggettivi per descrivere “I tedeschi”?

Carnale, epico, lancinante.

Consigli una libreria che conosci, di fiducia, che ritieni importante?

Fino a qualche decennio fa nella mia città c’era una libreria – l’Aleph – entrando nella quale venivi introdotto in un mondo ricco di risonanze mitteleuropee. Il proprietario amava i suoi libri, li selezionava, e trasmetteva il suo amore a noi lettori in cerca di sapori forti. Poi, con la sua morte, fu chiusa. Oggi sostituisco quella ricerca con la lettura di inserti culturali qualificati, come la Domenica de IlSole24ore, o gruppi letterari online come “Billy, il piacere di leggere”.