Ci sono artisti che sembrano destinati a essere capiti solo dopo. Nick Drake è uno di quelli. E I dieci passi di Nick Drake, appena uscito per Miraggi Edizioni, prova a fare una cosa difficile ma necessaria: raccontare il mito senza mitizzarlo, restituendo carne, silenzi e crepe a una delle figure più fragili e luminose della musica del Novecento.
Questo libro non è soltanto una biografia musicale. È un viaggio dentro una sensibilità fuori tempo massimo, dentro una vita che sembra costantemente sul punto di sfuggire a se stessa. Nick Drake nasce nel 1948 a Rangoon, cresce nell’idillio solo apparente di Far Leys, una casa immersa nella campagna inglese che diventerà rifugio, prigione e matrice poetica. La musica, in quel contesto familiare, non è un passatempo ma un respiro: la madre Molly scrive canzoni, l’arte è parte della quotidianità, il suono è una forma di linguaggio emotivo prima ancora che professionale.

Il testo segue Drake passo dopo passo, senza scorciatoie romantiche. C’è l’adolescente che non si sente pronto per l’università ma vive di chitarra, i concerti nei locali di Soho, le prime band jazz, l’ossessione per un suono che sia davvero suo. E poi Cambridge, vissuta più come un peso che come un’opportunità, e quella sensazione persistente di essere sempre nel posto sbagliato, giudicato dalle persone sbagliate.
Quando entra in scena Joe Boyd, e con lui la possibilità concreta di incidere, il libro accelera e si fa quasi cinematografico. Le session di Five Leaves Left, gli arrangiamenti orchestrali, il rapporto decisivo con Robert Kirby, le esitazioni sul titolo, sulla copertina, sull’identità stessa del disco. Tutto è fragile, tutto è in bilico. Le canzoni – da “River Man” a “Way To Blue” – nascono già come confessioni sussurrate, impermeabili a qualsiasi logica di mercato.
Eppure il mondo, fuori, sembra non accorgersene. Le recensioni sono tiepide, le vendite deludenti, la stampa distratta. Nick Drake diventa invisibile mentre sta creando qualcosa che, col senno di poi, risulterà fondamentale. Il libro è molto onesto nel raccontare questo cortocircuito: un talento enorme che non riesce a stare dentro l’industria, concerti vissuti come torture, una timidezza paralizzante, l’incapacità di “stare sul palco” secondo le regole non scritte del rock.
La depressione, qui, non è mai un espediente narrativo. È una presenza costante, invasiva, che si infiltra nella vita quotidiana e nella musica. Ricoveri, rifiuto della psichiatria, isolamento crescente. Bryter Layter nasce già sotto il segno dell’incomprensione, Pink Moon è il punto di non ritorno: registrato in due notti, essenziale, spoglio, quasi un testamento. Un disco che oggi è considerato un capolavoro assoluto, ma che all’epoca passa quasi inosservato.
Uno dei meriti maggiori del libro è quello di non cercare spiegazioni facili. Non c’è la retorica dell’artista maledetto, né quella del genio incompreso usata come alibi. C’è invece il racconto di un uomo che si sente “un parassita”, che vorrebbe sparire dentro la propria opera, che non riesce a reggere il peso di un talento troppo grande per una struttura emotiva troppo fragile.
Il finale è inevitabile, ma non viene mai spettacolarizzato. La morte di Nick Drake a 26 anni arriva come un silenzio improvviso, non come un colpo di scena. E solo dopo, paradossalmente, arriva tutto il resto: la riscoperta, il culto, l’influenza su generazioni di musicisti, la consacrazione postuma.
I dieci passi di Nick Drake è un libro necessario perché restituisce complessità a una figura spesso ridotta a icona malinconica. E una lettura dolorosa ma lucidissima, che parla di musica, certo, ma soprattutto di identità, di fallimenti, di aspettative, di quanto possa essere difficile restare al mondo quando il mondo non sembra avere spazio per te.
Nick Drake oggi è considerato uno dei più grandi cantautori della sua epoca. Questo libro ci ricorda il prezzo altissimo che ha pagato perché noi potessimo accorgercene.
QUI l’articolo originale: https://sconcerto.it/nick-drake-la-bellezza-che-arriva-sempre-troppo-tardi/


