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“Volevo uccidere J.-L. Godard”: la citazione di Emiliano Morreale su Repubblica

“Volevo uccidere J.-L. Godard”: la citazione di Emiliano Morreale su Repubblica

Cinquant’anni fa, nel maggio 1968, Jean-Luc Godard capeggiava l’occupazione del Festival di Cannes, per solidarietà con le manifestazioni e gli scioperi in corso nel Paese. Quell’edizione fu infine annullata dopo giorni di scontri e trattative. Una vicenda più volte rievocata, anche di recente: l’anno scorso al Festival la raccontava con ironia Hazanavicius nel film Il mio Godard, ispirato ai memoir di Anne Wiazemsky. Ed è appena uscito in italiano un libro dal titolo eloquente, Volevo uccidere Jean-Luc Godard (Miraggi edizioni). L’autore, Jan Němec, scomparso nel 2016, era uno dei maggiori registi della “nuova onda” cecoslovacca, e ce l’aveva a morte con Godard per quella contestazione: tanto i francesi quell’anno non avevano film decenti, malignava, e invece i tre registi cechi che presentavano i film migliori (lui, Forman e Jirí Menzel) rimasero fregati. Il ’68 di Godard, insomma, è ormai una leggenda, discussa o celebrata, e fa un po’ impressione ritrovare il regista ottantasettenne in concorso con un nuovo film, mentre un’immagine di Pierrot le fou è la locandina di questa edizione…

Emiliano Morreale

“Volevo uccidere J.-L. Godard”: la recensione di Steve Della Casa su Tuttolibri

“Volevo uccidere J.-L. Godard”: la recensione di Steve Della Casa su Tuttolibri

Maggio 1968. La Francia è in fiamme e il festival di Cannes non piò certo far finta di niente. Un gruppo di cineasti (guidato dal più carismatico di tutti, Jean-Luc Godard) decide di bloccare il festival. Non ci possono essere tappeti rossi, sfilate e party esclusivi mentre per le vie di Parigi si combatte ormai da molti giorni con scontri durissimi tra studenti e polizia. Il festival deve fermarsi, il festival si ferma, i premi non verranno assegnati, l’edizione è annullata. A tutt’oggi resta il momento più intenso di relazione tra cinema e lotta politica: del resto, come è noto, Godard non ama le mezze misure.

Ma in quel maggio c’è anche qualcuno che vorrebbe uccidere Jean-Luc Godard. E non si tratta dei suoi nemici politici, in primis il generale De Gaulle che sta per domare la rivolta e riprendere il controllo del paese. E neanche di qualcuno dei registi suoi coetanei che lo apprezzano ufficialmente ma lo detestano nell’intimo, gelosi di quella sua capacità straordinaria di arrivare sulle cose prima di chiunque altro. Chi vuole uccidere Godard è Jan Němec, uno dei più importanti registi del nuovo cinema che in quegli anni era sbocciato anche nell’Europa dell’Est controllata dall’Unione Sovietica. E i motivi di questo desiderio omicida sono al tempo stesso teorici e pratici.

A inizio 1968, in Cecoslovacchia si respira un’aria di libertà mai assaggiata fino a quel momento. Il governo di Dubček ha abolito nel gennaio l’opprimente censura di stato, il nuovo cinema anticonformista e decisamente innovativo vive un momento di grazia. In concorso a Cannes ci sono ben tre film cecoslovacchi: La festa e gli invitati di Němec, Al fuoco, pompieri! di Miloš Forman e Un’estate capricciosa di Jiří Menzel. Nel frattempo, nubi minacciose si addensano su Praga perché l’Unione Sovietica non è certo felice per quello che sta succedendo. I tre registi sono certi che almeno uno di loro vincerà un premio e che questo sarà molto utile per la causa cecoslovacca: quei loro tre film, nella totale diversità di stili, sarebbero stati impossibili da realizzare se ci fosse stata la censura. Ma poi arriva Godard che, in nome di un comunismo utopico, impedisce di proiettare i film a chi combatte un socialismo autoritario e oppressivo. Per di più, inizia a piovere e gli inservienti dei grandi alberghi cessano di servire gli ospiti che si affrettano a lasciare le camere visto che il festival ha chiuso i battenti e il conto a questo punto devono pagarselo gli ospiti stessi.

«Cannes 1968: la verità su quello che accadde» è uno dei 31 episodi che compongono Volevo uccidere J.-L. Godard, prezioso libretto di ricordi che Němec (scomparso nel marzo 2016, mentre era sul set del suo ultimo film) ha raccolto negli anni e che esce per Miraggi nella pregevole traduzione di Alessandro De Vito. Racconti carichi di ironia e di toni surreali, proprio come i film che lo hanno reso noto presso i cinefili di tutto il mondo. Racconti nei quali si racconta come Němec, tre mesi dopo i fatti di quel maggio francese, sia riuscito a riprendere i carri armati sovietici che mettevano fino alla primavera di Praga (le sue immagini sono le uniche non ufficiali su quanto avvenne nell’agosto di quell’anno). Oppure ci propongono un accostamento che nessun critico musicale avrebbe mai immaginato, quello tra i californiani Beach Boys e il semisconosciuto rocker Proby. O anche l’incontro che condivise con l’amico regista Jakubisko con un Alexander Dubček che ancora di illudeva di poter contare qualcosa dopo che i sovietici avevano ricostruito l’ordine a Praga. O, infine, come si sia trovato in America nello stesso albergo frequentato poco prima da Miloš Forman che si era trasferito a Hollywood per girare film di grande successo, scoprendo però che non aveva mai pagato il conto.

Ironia, divertimento, storie surreali e uno sguardo tagliente sulla realtà e sui vari fatti storici da lui vissuti in prima persona. I racconti di Němec ci fanno capire quanto sia stato importante il cinema per chi ha partecipato a vario titolo ai movimenti che caratterizzarono il 1968, e come quella rivolta generazionale abbia contagiato tutto il mondo, da una parte e dall’altra della cortina di ferro. Negli anni Sessanta il cinema è, per l’ultima volta nella storia, lo specchio fedele di quello che stava succedendo nel mondo, e questa consapevolezza fa capolino in ogni riga dei ricordi di Němec.

Steve Della Casa

NováVlna, una nuova collana per riscoprire i capolavori della letteratura ceca: le recensione di Lorenzo Mazzoni su ilfattoquotidiano.it

NováVlna, una nuova collana per riscoprire i capolavori della letteratura ceca: le recensione di Lorenzo Mazzoni su ilfattoquotidiano.it

NováVlna è il nome dato alla Nouvelle vague cinematografica ceca ai tempi della Primavera di Praga. Un nome appropriato per questa nuova bella collana di Miraggi edizioni, curata da Alessandro De Vito e Laura Angeloni, che vuole far conoscere in Italia le opere di autori cechi inediti nel nostro Paese e altri ingiustamente dimenticati dall’onda quasi mai anomala dello sconfortante mainstream editoriale.
La collana ha iniziato con il piede giusto, sono stati pubblicati due testi straordinari: Il lago di Bianca Bellova (traduzione di Laura Angeloni) e Volevo uccidere J.-L. Godard diJan Nĕmec (traduzione di Alessandro De Vito).

Il lago è, dal mio punto di vista, un autentico capolavoro. Ritmo perfetto, nodi narrativi dosati nei punti giusti, un climax che stravolge completamente la percezione che si fa chiunque sfogli il romanzo, una collocazione geografica inedita e struggente, liquida e grigia come il lago che fa da cornice e coprotagonista alle vicende di Nami, il bambino che diventa uomo e deve continuamente inventarsi la vita e trovare una propria strada.
Come i Balcani immaginari di Zagreb di Arturo Robertazzi o Sniper di Pavel Hak, come l’Ungheria stregata di Ágota Kristóf, Bianca Bellova scrive una storia che affonda gli artigli nella dura realtà di un Paese dell’ex sfera sovietica. Il lago d’Aral, che non viene mai menzionato, tanto che il lettore si chiede continuamente se la vicenda si stia svolgendo in Uzbekistan o in Kazakistan – ma forse il lago non è nemmeno quello e di esso si riprende la tragedia del prosciugamento per colpa di politiche dissennate – è il luogo dove cresce Nami, nella casa dei nonni.
Si tratta di un piccolo villaggio che sopravvive grazie alla pesca. Ma poi i pesci muoiono e i pescatori soccombono allo Spirito del Lago. Rimasto solo, il ragazzino, parte per la capitale dove farà i lavori più disparati, mentre l’acqua del bacino – che ai tempi della sua infanzia ondeggiava tra il turchese e lo smeraldo – è ormai fango putrefatto e opalescente. Rami trasporta zolfo, stende catrame, diventa maggiordomo di un nuovo arricchito modaiolo post-comunista, si fa coccolare da una vecchia nobile decadente. Sempre alla ricerca di una madre perduta, sempre più in profondità nelle bestialità umane e negli orrori che il progresso è in grado di infliggere. L’eco dello Spirito del Lago rimane il richiamo costante, la colonna sonora di questo stupefacente romanzo con un finale altrettanto stupefacente.

Volevo uccidere J.-L. Godard ha tutt’altro ritmo e struttura narrativa. Jan Nĕmec, uno dei più importanti registi cinematografici cechi del Novecento, definito l’enfant terrible della NováVlna, tesse un romanzo a episodi. Racconti scritti tra i primi anni Settanta e gli anni Novanta. Il filo si dipana cronologicamente a partire dalla Praga staliniana dell’elettroshock per i deviati sociali, passa per il jazz d’Oltrecortina, analizza in modo originale e dissacrante gli avvenimenti che hanno preceduto, accompagnato e suonato il requiem alla Primavera di Praga, fino a giungere alla fuga nei “liberi” Stati Uniti dove il narratore si troverà a vivere di stenti.
Autoironico, feroce, sarcastico, rabbioso e geniale, Jan Nĕmec riesce a parlare di un’intera epoca – e dei personaggi incredibili che l’hanno popolata – prendendo spunto dalle sue vicende personali. Critico e violentemente derisorio nei confronti del ’68 occidentale (esemplare il racconto Cannes 1968. La verità su quello che accadde, quando il regista e i colleghi cechi Milos Forman e Jiří Menzel erano in lizza per la Palma d’Oro e il festival venne interrotto da Godard e dagli altri intellettuali barricaderi) e dei suoi miti, prepotentemente coinvolto in diatribe sessuali e alcoliche, tenero e sprezzante nei confronti degli amici, l’autore scrive un libro fatto di tanti potenziali soggetti cinematografici. Un vero piacere leggerli.

Due testi riusciti, due coraggiosi manifesti di buona letteratura. Auguro un grande successo a NováVlna e ai suoi curatori. E non vedo l’ora che vengano pubblicati altri titoli.

Lorenzo Mazzoni

“Volevo uccidere J.-L. Godard”: la recensione di Steve Della Casa su Tuttolibri

“Volevo uccidere J.-L. Godard”: il racconto di Marco Archetti su Il Foglio

“Invece delle proiezioni ci fu un’assemblea. Potete immaginare un’idiozia più grande al festival di Cannes? Quegli idioti, allora, erano il potere.”

Prima o poi andrebbe raccontata per bene, la vivacissima vita del regista ceco Ian Němec, regista e autore dei trentuno deflagranti racconti che compongono “Volevo uccidere Jean-Luc Godard”, raccolta pubblicata da Miraggi edizioni e molto apprezzata nei giorni del Salone del Libro. Talento rovente classe 1936, enfant terrible e “saltimbanco dell’est”, vispo libertino, glorioso maleducato e intellettuale fuori rotaia, fu capace, in quel cruciale festival del maggio 1968, di corrompere Monica Vitti e Louis Malle per portare a casa, con i connazionali Miloš Forman e a Jiří Menzel in concorso insieme a lui, trofei concordati a tavolino col direttore Robert Favre Le Bret. Il quale garantì l’esercizio spietato di tutta l’influenza possibile per realizzare un piano perfetto in tre fasi: mettere strategicamente in competizione l’uno contro l’altro, far guadagnare la Palma d’oro a uno dei tre e insignire di riconoscimenti non meno autorevoli gli altri due (il che avrebbe voluto dire strada spianata per ulteriori riconoscimenti nei festival d’autore internazionali). Giubilo generale: Láďa K., direttore della Filmexport e capo della delegazione ceca, già delirava di business a destra e a manca, già s’affaccendava a vendere i diritti di distribuzione mondiali, già familiarizzava a colpi di brindisi coi tedeschi dell’ovest giunti a Cannes in yacht per comprare film porno. “Bevete e fate casino!” sbraitava alzando calici e spronando le tre future star. “Porteremo a casa la Palma, il Politburo sarà contento e la gloria della cinematografia socialista sarà grandissima! Spendete e spandete, costruite i vostri contratti nelle camere d’albergo, ho un conto illimitato per le spese”. Gran talento nell’interpretare le cose alla lettera e nel cacciarsi in guai abnormi, Ian Němec obbedì, e nel racconto “Cannes 1968 e la verità su quel che accadde” – roba così scorretta non la si leggeva da un po’ – scrive: “Nella hall del nostro albergo stava seduta, troneggiando, una bella puttanella, una scura cioccolatina. Dagli scambi di sguardi avevo visto che non solo aveva un bel viso, labbra e occhi, un bel corpo e seni abbondanti, ma anche un animo meravigliosamente capace di comprendere un artista”. E fu così che prese il volo il denaro raccolto dai tre registi per finanziare la produzione di un filmino socialista sul racconto del trionfale festival. La benevolenza della ragazza fu ottenuta nonostante la cifra corrisposta non fosse completa, dietro garanzia che, all’alba del giorno successivo, il gentiluomo si sarebbe dato alla questua per versare la parte mancante dell’emolumento. Promessa mantenuta: ebbro di fedeltà alla parola data, Ian fece ingresso al Carlton e si rivolse alla prostituta. “Darling, ecco quel che ancora ti dovevo per stanotte!”. Senonché, vuoi lo champagne, vuoi i bagordi, la fanciulla non risultò essere la meretrice, bensì una principessa, moglie di un alto funzionario della delegazione ufficiale di un Paese del terzo mondo. La fucilazione sul posto fu evitata per un soffio e lo scandalo sfolgorò in prima pagina sul Nice Matin.

Dal giorno dopo, le acque si agitarono. Němec racconta: “Nei canali di scolo più oscuri si cominciava sentire: basta con l’arte borghese! Basta col festival!”. Ma i nostri tre eroi vagheggiavano ancora il trionfo. E quando, in uno sprazzo di lucidità, si accorsero che la bandiera nazionale era stata dimenticata a casa, pensarono di disarcionarla dal colonnato del palazzo del festival: Forman si arrampicò sull’asta, la spezzò col suo peso e precipitò a terra, mentre il pennone si abbatté di traverso sulla Promenade. Ma fu l’ultimo atto. Dal giorno dopo, fine dei sogni di gloria: Godard, menando colpi in testa con l’asta del microfono a chiunque reclamasse le proiezioni, sabotò il festival, mentre altri invasati laceravano schermi a coltellate. Forman ritirò il suo film e si allineò.

La storia finì con spaventose quantità di libagioni, già acquistate per i festeggiamenti, da smaltire in un colpo. E con un brusco risveglio: la cacciata dall’hotel, una hall gremita di detestabili contestatori, e la rabbia – che durerà una vita – verso i propugnatori di una rivoluzione da cui, semmai, si voleva fuggire. Quindi la fuga verso l’Italia senza pagare il conto. “Pregustandoci”, sogghigna Němec quasi fosse Dovlatov, “la quiete di una terra senza rivoluzionari”.

Marco Archetti