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I PELLICANI – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica di Palermo

I PELLICANI – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica di Palermo

Se Psyco e Kafka generano un personaggio

Gentili lettori,

che cosa succederebbe se l’agrimensore K. del “Il Castello” e il gestore di motel Norman Bates di “Psyco” confluissero in un unico personaggio, dandosi appuntamento davanti a un palazzo con la parvenza di essere a metà strada tra i due immobili delle rispettive storie? E se Pellicani – questo è il nome del protagonista del romanzo di cui vi sto per parlare -, fosse vestito quasi come un’icona magrittiana, in giacca e cravatta, e con una valigetta si presentasse in quell’ora serale in cui ogni strepito si è già consunto e le voci di dentro prorompessero all’improvviso?

“i Pellicani”, di Sergio La Chiusa (Miraggi edizioni), ha l’impeto fragoroso di un atomo d’idrogeno, che è un gas con la molecola più piccola e più leggera, ma che si muove molto velocemente verso l’alto e riesce a penetrare materiali normalmente impermeabili. L’ossigeno detonante è la giusta miscela di tensione, onirismo, mistero, tragico umorismo contenuti all’interno di una sola stanza, quella in cui è coricato il padre del protagonista, irriconoscibile se non per il naso pronunciato, quasi un marchio di fabbrica della stirpe Pellicani.

Noi di Pellicani figlio sappiamo ben poco, il necessario a scatenare universi fantastici popolati da forme e parvenze umanoidi. Vent’anni prima l’uomo ha rubato dei soldi al padre e da allora non l’ha più visto; è andato via dal lavoro sottraendo articoli di cancelleria; ora deve partire per la Cina.
Non sappiamo in che luogo si svolga l’azione ma non ne abbiamo bisogno, perché tutto ciò che occorre al La Chiusa-demiurgo risiede nella sua maestosa capacità affabulatoria e nella sublime proprietà stilistica che fa di “i Pellicani”, già finalista alla XXXIIesima edizione del Premio “Italo Calvino” (menzione speciale Treccani), un libro d’insuperata bellezza, l’esordio più maturo e elegante dell’anno. 

Se non bastasse quanto detto sin qui, il lettore sappia che riconoscerà Collodi, Shakespeare, Borges e la tragedia greca venati da contrappunti comici, al limite del grottesco.

“… perché invece di sparire, […] c’incaponivamo a esistere nonostante il cambiamento dei tempi e i progetti di riqualificazione?”. “… a un tratto ebbi come l’impressione che il vecchio intendesse sbarazzarsi di me e per ciò si fosse messo a puzzare a tutto spiano e a perdere liquidi…”. 
È un romanzo sulla fine della Bellezza, sull’inevitabile degradazione e sul mistero insito nella natura umana. Il vecchio Pellicani non è più il povero demente sdraiato su un letto e accudito, all’inizio, da una giovane badante, ma è l’emblema di una società disorientata, depotenziata, inaridita, immobile. L’espediente narrativo è la miccia che innesca in realtà una più ampia fluttuazione esistenziale, in cui La Chiusa s’interpone da eccelso narratore, come per la grande letteratura, in cui non c’è niente da raccontare, ma che sconfina in quella zona ellittica e portentosa del pensiero che scuote per lungimiranza e immaginifiche metafore conoscitive le anime esonerate dall’armonia.

L’Antiquario vi saluta.

UNA STORIA TEDESCA. “CON GLI OCCHI CHIUSI PER SFUGGIRE AL NAZISMO” – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica di Palermo

UNA STORIA TEDESCA. “CON GLI OCCHI CHIUSI PER SFUGGIRE AL NAZISMO” – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica di Palermo

CON GLI OCCHI CHIUSI PER SFUGGIRE AL NAZISMO

Gentili lettori, in quanti modi si può guardare alla Storia? Ci sono eventi chehanno inciso solchi nelle coscienze e impedito, per contro, l’intuizione di un’esistenza minima.
Roger Salloch, scrittore, sceneggiatore e fotografo statunitense sembra avere trovato una chiave di lettura di un periodo cogente del nostro passato che, sublimando il dolore, rappresenta una metafora storica d’incisiva visione filosofica.

«Quando tutto diventa collettivo, il privato diventa compulsione». È una frase contenuta in “Una storia tedesca”, libro che inaugura la collana “tamizdat” dell’editore “Miraggi”.

«Col termine tamizdat si indicavano, nel blocco comunista e in Urss, le opere straniere, per lo più occidentali, fatte circolare clandestinamente». E clandestinamente “Una storia tedesca” si aggira per il mercato editoriale, fatto dai giganti ingordi di spazi e lettori.

Laura Berna traduce con soavità un dispositivo narrativo di grande caratura letteraria e metafisica, fatto di rimandi continui alla pittura, alla filosofia, al cinema, alla musica e ai miti religiosi.

Siamo a Berlino nel 1935 e seguiamo la vita di Reinhardt Korber, maestro d’arte in una scuola frequentata da adolescenti come potrebbero essere quelli attuali. Leggono poco, sono immersi nel contesto politico per via del nazismo. Si odono gli stivali dei soldati in adunata. Si respira il clima del totalitarismo. Tra gli studenti spiccano Rebecca e Lotte, le allieve predilette. Korber

ha un dialogo onesto, emancipato e lungimirante con le ragazze. Rebecca è ebrea e seguirà il suo destino; Lotte è ariana ma nemmeno per lei l’esistenza sarà libera. Ogni pagina è intrisa di splendore e miseria, tanto quanto è possibile vivere dell’uno e dell’altra in tempo di guerra. Korber di tanto in tanto va a trovare la madre, che ha l’ossessione per la storia dei tre Re Magi. Essi, nonostante gli ordini di Erode, fecero ritorno nei loro paesi per un’altra strada per non fornire alcuna informazione circa il luogo in cui si trovava Gesù.
Sembra prendere vita da questo passo biblico la metafora di Salloch sulla storia. Korber, Rebecca e Lotte, seppur travolti dalla vita, manterranno integri gli spazi esistenziali che hanno creato insieme. Quando Korber viene sorpreso durante la sua lezione al bianco, al vuoto di senso, all’interno della Stadt-Galerie, da un delegato dell’esercito che proclama: «Non c’è niente da guardare qui», il maestro d’arte dice che sono lì per quel motivo e Lotte risponde: «Siamo qui per chiudere gli occhi». È la soluzione finale, il male che annichilisce. L’arte ha fatto il suo tempo, è stata svuotata, censurata, proibita. Ci si rivolge al vuoto, al mistero. Salloch interroga quel mistero e lo sostanzia con la Storia per disarcionare ogni certezza. In fondo la vita vera nasce dal buio, ma solo la consapevolezza ci può scuotere e portarci in salvo. Come per Rebecca e la sua piccola casa su una foglia adagiata sull’acqua. Sarà in salvo, lontana dal male.
L’Antiquario vi saluta,

 

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SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI di Angelo Orlando Meloni – recensione di Eleonora Lombardo su Repubblica di Palermo

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI di Angelo Orlando Meloni – recensione di Eleonora Lombardo su Repubblica di Palermo

IL CALCIO DI PERIFERIA È UN RACCONTO BAROCCO

Forse sempre meno, ma in alcune risacche con maggiore devozione, il calcio resta metafora dell’Italia, quel campo da gioco nel quale ancora si prova a essere eroi, a fare squadra, a lottare contro la quotidiana mediocrità, a fare i campioni attirando a sé consenso nazionalpopolare, lottando per non retrocedere, facendo dello scandalo e della corruzione una banalità da espiare come peccato veniale, invocando una religione laica.

È la metafora di una società sfasciata, sull’orlo del fallimento la raccolta di racconti del siracusano Angelo Orlando Meloni Santi, poeti e commissari tecnici, Miraggi edizioni, cinque storie che usano il calcio per raccontare lo sport che è la carta di identità nazionale. Il titolo della raccolta è anche quello del primo racconto, dove si narrano le imprese della Vigor, squadra di Vezze sul mare, che da sempre non ha mai vinto una partita, condannata a un eterno limbo perché gioca in una categoria dalla quale non è possibile retrocedere. E anche la retrocessione a volte è salvezza. Gli altri racconti si intitolano “Ode al perfetto imbecille”, “Aeroplano”, “Perché no” e “Il campionato più brutto del mondo”.

I personaggi sono perdenti predestinati, ma in qualche modo con un grande cuore. C’è l’ex campione che medita vendetta perché ormai dimenticato, ci sono padri ansiosi che vessano gli allenatori pur di far giocare i figli, proteggendo la loro scarsa bravura, anzi portandola a modello, e ragazzini scattanti e gagliardi che pagano le conseguenze di un sistema corrotto.

Meloni ha una scrittura barocca che nel contesto calcistico innalza tutto a epica. Esagera, carambola sulle parole, esaspera i personaggi rendendo tutto comico e drammatico insieme, ma con lucidità e una penna felice che lo contraddistingue sin dai suoi esordi. Sullo sfondo delle storie alcune volte si intravede Siracusa, senza prosopopea, ma anzi rasoterra, con uno sguardo minuzioso e tenero si raccontano alcune ingiustizie sociali, drammi ambientali come se a guardar bene si giocasse tutti in uno sfigato campo di periferia, senza erba e senza porte, ma con l’ebrezza di essere in serie A.

 

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Tutte le vite sul fondo di un lago – Il Lago: Recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Tutte le vite sul fondo di un lago – Il Lago: Recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Gentili lettori,

Se scrivere significa spezzare il legame tra la parola e chi la imprime su carta, il libro di cui vi parlerò quest’oggi rappresenta un ottimo esempio di sacrificio, di sparizione, di solitudine, di messa al bando dell’autore. Una forma di liberazione che implica il passaggio dal soggetto alla moltitudine. Per l’autrice de “Il Lago”, Bianca Bellová, deve valere quell’assunto per il quale lo scrittore appartiene a un linguaggio che nessuno parla, incomunicabile, indicibile, che non rivela nulla se non l’interminabile cammino degli uomini, del mondo e la sua impossibilità a conoscersi del tutto.
Se la storia della letteratura è un racconto di anime, ve ne sono di stropicciate, sbrindellate, traviate, corrotte e miserabili nelle vicende delineate dalla scrittrice.
La voce italiana di Bianca Bellová è di Laura Angeloni, traduttrice di fiuto alchemico e di raffinata maestria interpretativa. Non stento a credere che il libro conti traduzioni in quindici lingue e che sia stato premiato nel 2017 con il “Premio Unione Europea per la Letteratura” e col “Magnesia Litera”.
L’editore, che per l’occasione inanella il secondo successo dopo “Volevo uccidere J.-L. Godard”, inserisce “Il lago” nella collana “NováVlna”, letteralmente “Nouvelle Vague”, che racchiude e solidifica quel rapporto costante tra innovazione e esistenzialismo degli anni della Primavera di Praga.
Protagonista della storia è la ricerca delle origini come punto di partenza del passaggio sulla Terra di Nami, un bambino senza genitori, che vive coi nonni, che ha un passato oscuro, inviso alla popolazione di Boros, un paese che confina con un lago, principio cardine della vita della comunità, presenza inquietante e sfigurata.
Il lago alberga nell’immaginario della collettività come origine della vita e caduta nella morte. Ma è anche luogo di perdizione ed emblema dello sfregio della natura. Ogni anno le sue acque si assottigliano sino a restituire corpi, oggetti, forme, fantasmi.
La nonna di Nami accarezza i capelli del nipote, dopo averlo fatto adagiare sulla sua pancia morbida, e gli racconta dello Spirito del lago e dei guerrieri dell’Orda d’Oro, di quanto dormano da secoli sulla rupe di Kolos, aspettando un potente guerriero che li svegli.
Nami non ha nessun ricordo del padre, e della madre rammenta tre macchie rosse, il suo bikini di quando andavano insieme in riva al lago. Perché Nami ha dimenticato il volto di sua madre?
Se apparentemente penserete di avere già sentito storie del genere, resterete di stucco per la lingua usata dalla scrittrice, perché è essa stessa strumento conoscitivo e intuitivo della storia, coi suoi furori sintattici e le sue staffette strutturali, scarni crudeli, rarefatti, necessari.
Si parte dal primo capitolo dal titolo “Uovo” e si procede con “Larva”, “Crisalide” e in ultimo, “Imago”.
E non sarà un caso se l’imago per Jung era un’immagine ancestrale, amata nell’infanzia, che corrispondeva di solito a un genitore, e che rimane, esercitando un’influenza nella psiche dell’adulto.
Nami cerca sua madre, la cercherà sino a quando non lo lasceremo, all’età di diciotto anni, e saremo passati insieme a lui attraverso la fame, la persecuzione, l’amore, la violenza, l’amicizia, la dittatura e il tradimento.
Nonostante non si faccia mai riferimento a un lago che abbia un suo corrispettivo nella vita reale, è indubbia l’affinità con l’Aral, il cui prosciugamento è uno dei più biechi disastri ambientali del novecento.
Il suo destino procede parallelo a quello del nostro protagonista. Nami custodisce memorie e lutti, ingloba l’amore sino a rappresentarlo come perdizione, allarga i suoi confini ma viene depredato di ogni sicurezza, così come succede al lago della storia e a quello della vita reale, a causa delle piantagioni di cotone. Non ultimo, nel libro compare il fantasma della dittatura russa, con le sue violenze, come quella compiuta da due soldati ai danni della fidanzata di Nami, Zaza, sotto i suoi occhi impotenti e pietrificati.
Bianca Bellová raschia via tutte le nostre convinzioni crivellando di colpi la scrittura, rivoltando il paradosso della perdita in una ritrovata comunione con l’elemento primordiale: quell’acqua di cui si avverte “il puzzo del fango fradicio” ma che è ricongiungimento nell’abbraccio finale.
L’Antiquario vi saluta.

Angelo Di Liberto