1991-2025 è l’intervallo di tempo che è stato necessario
per vedere Close to the knives. A memoir of disintegration di Da-vid Wojnarowicz (1954-1992) tradotto in italiano – magistralmente, da Chiara Correndo – e pubblicato per i tipi di una coraggiosa piccola casa editrice piemontese. Sappiamo che i tempi della ricezione sono accidentati e che in alcuni casi la contingenza gioca un ruolo di necessità. Ep-pure ci sono delle ragioni profon-de legate alla leggibilità di questo libro, che possono spiegare un ta-le ritardo nella ricezione. Il libro è infatti una composizione di te-sti molto eterogenei e di forme di scrittura alcune volte giornali-stico-pamphlettistiche, altre vol-te sovversive delle consuetudini (lunghi brani quasi privi di punteggiatura, ma così poeticamente efficaci); altre volte è puro par-lato nella veste di interviste ad amici registrate e poi sbobinate. Sì, un memoir come annuncia il sottotitolo. E un memoir – am-messo che una autobiografia lo sia – non è mai solo autobiografico, ma racconta una vita in un contesto. È un momento di autoriflessione individuale, intima, però intriso di effetti e di effetti che “fanno mondo” (per usa-re una bella espressione di Liana Borghi).
Siamo nella New York alla fi-ne degli anni settanta del secolo passato e un ragazzo di periferia, uno scappato di casa, scacciato, per l’esattezza, si aggira nei margini. Ha scelto la vita di strada, di passare le proprie not-ti a drogarsi e fare sesso con uomini sconosciuti negli spazi sor-didi dei capannoni del porto, tra rifiuti di ogni tipo, sotto la pioggia scrosciante. Ma ha scelto anche l’arte – “La mia prima macchina fotografica era ruba-ta” – diventando un testimone chiave del suo tempo e dell’emergenza dell’aids: tra terapie a ba-se di tifo per combatterne i sintomi, intrugli di feci, farmaci che ti uccidevano prima che lo facesse la malattia stessa, il libro è colmo di rabbia contro gli Stati Uniti, contro il reaganismo e contro la chiesa cattolica americana, non (?) solo per il modo in cui questi hanno affrontato quella crisi, ma per l’impianto ideologico sotteso a tale atteggiamento.
Leggendo Wojnarowicz com-prendiamo che tale modalità era coessenziale a un patto di lunga data tra neoliberismo economico e oscurantismo sociale. Un programma, un senso comune nuovo, che doveva soppiantare le aspirazioni emancipatorie dei due decenni precedenti, che si andavano perdendo, anche ne-gli Stati Uniti, tra ritiro nel pri-vato e dipendenze. Una visione manichea della società, in cui gli esclusi dalla “grazia” dovevano fare una brutta fine, perché il fallimento è di per sé la condanna di una colpa.
Nulla di nuovo, forse. Un fi-lone importante della letteratura americana, dalla beat generation a William Burroughs, si è a lungo esercitato in una decostruzione dei miti fondativi del-la cultura bianca, eterosessista, capitalista e baciapile america-na. Wojnarowicz lo fa anch’egli con gli strumenti della scrittura (benché all’epoca fosse considerato per lo più un fotografo e uno sceneggiatore), ma lo fa con i modi incarnati di una narrazione ravvicinata, dal di dentro di un processo di disintegrazione e di morte dovuta alla malattia. Ci mostra come le storie che la politica racconta, le maledette “narrazioni”, sono strumenti di regolazione sociale, di distribuzione di privilegi (primo tra tutti il “privilegio” di avere una cura almeno la ricerca di una cura). Dalla lettura emergono altri aspetti della disintegrazione evocata nel sottotitolo. Da un lato, l’idea è connessa con la successi-va ricerca “queer” di un dissolvi-mento delle identità e del soggetto sessuato e di genere. Dall’altro ha una radice mistica, panteistica, fusionale: “Se un tempo mi sentivo intensamente estraneo, ora è più la sensazione di immergermi in una pozza di acqua tiepida e l’acqua che mi circonda è aria, respiro, la vita stessa”. Chiunque abbia ricevuto una diagnosi, come si dice “seria”, sa che questo è un evento, qualcosa che modifica i paradigmi e la scala dei valori. In alcuni casi, accelera, comprime il tempo, fa sì che esso venga vissuto in tutto il suo senso, o almeno al massimo del suo senso. Queste trasformazioni sono indici di ciò che si può definire la “buona” disintegrazione, a cui questo libro può educarci.
Ci sono state anche altre ragioni della non leggibilità di questo testo – almeno fino a qualche tempo fa e almeno nei contesti Lgbtiq+, per quanto Wojnarowicz sia citato nel seminale volume di Ann Cvetkovich, An archive of feelings tra gli iniziatori delle politiche queer e tra i fondatori di un’etica degli affetti queer attraverso il suo lavoro di fotografo e filmmaker – finora assente dai nostri scaffali. Eppure Wojnarowicz vi stende letteralmente il programma dell’attivismo hiv/queer degli anni ottanta e novanta: sua è l’idea di spargere le ceneri delle vitti-me dell’aids davanti agli edifici delle Istituzioni colpevoli di negligenza, negazione e oppressione delle persone malate; sua è la rivendicazione della “memorabilità” delle vite precarie (qui il de-bito di Judith Butler mi pare evi-dente e mai negato). Insomma, quello che ha fatto Act Up è figlio delle idee dell’autore, ma an-che della sua stessa pratica artisti-ca e performativa. Eppure, solo ora ci è arrivato.
Il successo delle terapie haart (Highly Active AntiRetroviral Therapy) attestato alla fine de-gli anni novanta, pur mantenendo intatto il regime dello stigma, fatto di paura e vergogna, ren-deva le persone affette da hiv e con il privilegio di accedervi, dei sopravvissuti e non più dei con-dannati. Si poteva iniziare a par-lare di “persone che vivono con l’hiv”. Si iniziava a sollevare il fumo della negazione e del diniego. Più di recente, grazie soprattutto alla dimostrazione scienti-fica che “U=U”, ovvero che un virus non rintracciabile rende la persona che lo porta incapace di trasmetterlo, il velo dello stigma si è ridotto e, soprattutto, una memoria (e quindi un memoir di cosa siano stati quelli anni) è oggi più accessibile, perché forse fa meno male. Oggi, abbiamo se non gli strumenti, quantomeno la possibilità di riprenderci quel pezzo di storia dimenticata e far fruttare la sua disintegrazione.
Leggere i romanzi di Sergio La Chiusa è un esercizio di equilibrio. Vuo dire camminare su un filo sottilissimo – quello che separa ciò che reale da ciò che non lo è– cercando di rimanere in piedi, ma finendo irrimediabilmente per cadere. Cadere in uno spazio dove l’adesione alla realtà cede di continuo il passo all’immaginazione e all’invenzione, e viceversa. accadeva nell’esordio IPellicani, menzione Treccani alla XXXii edizione del Premio Calvino: “La distanza tra messinscena e vita vera è così sottile alle volte che si scivola da una parte all’altra senza nemmeno accorgersene”, diceva a un certo punto il protagonista, e accade in questo secondo romanzo, frutto di un lavoro di scrittura ventennale e sempre pubblicato da miraggi: “ma basta divagazioni. ipotesi, peraltro. mica fatti certi, indiscutibili. d’altronde, nella società dell’informazione non sono proprio i fatti a scomparire? tanto vale tornare alle nostre invenzioni, allora, riprendere il filo del romanzo…”, sentiamo dire quasi alla fine del libro al narratore. Un narratore che irrompe nel racconto, passa all’improvviso alla prima persona plurale, utilizzando un “noi” che trascina nel discorso se stesso e il lettore. e accompagna, anzi, insegue il protagonista – di nuovo, come nei Pellicani, un fallito sul piano sociale e professionale, “un personaggio incolore, una tipica risorsa in esubero” ma anche, per la sua aria pensierosa, un po’ sospetto “in questi tempi dominati da risorse umane pragmatiche, industriose e performanti” – in un viaggio-peregrinazione attraverso “la città delle opere” o “della moda e degli eventi”. Una metropoli “brulicante di affari e di futuro”, chiaramente milano, dove “non si può sostare da nessuna parte, (…), bisogna circolare sempre, e con una ragione precisa, e se proprio non si può circolare che perlomeno si marcisca in luogo appartato, deputato alla putrefazione”. e nella quale l’unico modo per riuscire a vedere, per farsi largo nella nebbia – quella interna, soprattutto, una nebbia che è “sparita dalla città delle opere, e a pensarci può darsi che si sia in effetti trasferita nella testa dei sui indaffarati abitanti” – è cogliere l’ambiguità intrinseca del mondo usando la lente dell’assurdo, dell’ironia e dello humour. e qui il pensiero corre immediatamente alle possibili origini di questa storia, ossia a quei segni che, nel saggio L’artedelromanzo, milan Kundera ha identificato come distintivi del romanzo moderno: lo “spirito dello humour” e la “saggezza dell’incertezza”. Non appena “il nostro protagonista” – che, non a caso, di nome fa Ulisse orsini ed è un vero e proprio cavaliere errante del nostro tempo, affetto da una cupa stanchezza esistenziale, indebitato e a rischio di sfratto – esce di casa per andare in banca a ritirare gli ultimi risparmi, pagare i debiti e “mettersi in regola col mondo, guardare tutti a testa alta”, ci accorgiamo infatti che la città in cui lo vedremo camminare seguendo “l’istinto di cancellazione” è raccontata intendendo “il mondo come ambiguità”, accentando il fatto di “dover affrontare invece che una sola verità assoluta, una quantità di verità relative che si contraddicono (verità incarnate in una serie di io immaginari chiamati personaggi)”.
E quindi, ecco che La Chiusa, facendoci pedinare orsini, servendosi di un umorismo a volte feroce e a volte amaro, di una lingua che magicamente sa essere allo stesso tempo limpida, asciutta, densa, allusiva, colta, triviale, ci fa entrare in quello spazio del quale si diceva all’inizio. Uno spazio dove è facilissimo perdere le coordinate del reale e lo spaesamento la fa da padrone. Una città dove l’unico punto di riferimento solido, il duomo, con i sui pinnacoli che svettano oltre la luce gassosa della modernità, è diventato “un monumento variabile, smontabile e rimontabile secondo la moda e la domanda del mercato”. Un mondo dove i luoghi appartenenti a una dimensione altra – di volta in volta surreale, grottesca, infernale – e le presenze enigmatiche e allucinatorie – una Venere dell’immondizia trasandata, indisciplinata e licenziosa, le ombre che frequentano un condominio-bordello del centro – sembrano manifestarsi per dirci com’è la nostra esistenza, per spiegarci la realtà assurda e insostenibile in cui viviamo. e così, si parte dall’ultimo piano di un palazzo fatiscente e dallo studio del dottor Guido Klammermann, al quale orsini è arrivato su suggerimento di un condomino solerte e il cui pianerottolo è zeppo di personaggi dall’aria derelitta. si passa per il corteo funebre di un morto prematuro – sebbene i morti abbiano compreso di stridere con l’immagine moderna della città delle opere, “tali testardi sabotatori dell’ottimismo non conoscono recessioni” – e per la “corsia degli incurabili” di un ospedale che non guarisce nessuno e ti mette di fronte al tuo “stato di spettro ambulante scomposto e replicato”. Fino ad arrivare – insieme a un orsini in pigiama, con una valigia piena di biancheria e senza documenti, “ed eccolo agitarsi, Ulisse, sentirsi perduto, preso nella massa anonima dei profughi” – al luogo centrale di questo romanzo: il cimitero delle macchine, collina di rottami e di rifiuti anche e soprattutto umani, rifugio di un gruppo di antispeciste per cui i diritti umani valgono anche per i moscerini, di una “tardona” naturista incinta di un imbrattamuri, sede di un movimento di piromani ragazzini e regno incontrastato dell’imbianchino Lazzaro Lanza, sedicente riformatore del mondo, messia che, seduto su un bidet incastrato in un monticello di ceramica, predica di “poter costruire ponti ideologici e spirituali” per traversare il tempo e tornare a quando “si viveva tutti in pace, nel giardino dell’eden”.
Ed è in questo “paesaggio degenere, anzi, un’anteprima della fine dei tempi” che, alla fine di un corteo molto simile a una via crucis per il centro della città, prima dell’ennesima fuga di Ulisse orsini, capiamo due cose: non solo a stare in equilibrio sul filo teso tra reale e non reale, ma soprattutto che, in libreria, vorremo molti più romanzi come questo: perché ci mostra che è possibile abbandonare il dominio assoluto del realismo e, allontanandosi dalla mera cronaca, dai fatti, servirsi dell’inverosimiglianza per illuminare i meccanismi del reale.
All’indomani del secondo dopoguerra, discutendo intorno ai testi di giovani autori da inserire nella collana dei “Gettoni”, Vittorini e Calvino trovarono nel termine “allucinato” l’etichetta interpretativa che poteva definire la scrittura di Giovanni Pirelli. Per Vittorini si trattava di una risorsa quella maniera di procedere lungo i sentieri di un raccontare poco definito, spesso involuto, torbido, del tutto privo di linearità. Per Calvino invece rappresentava un segno di una vaghezza che poteva diventare manifestazione di una incapacità nel rappresentare la realtà. L’altro elemento – era questo il testo su cui dibattevano entrambi e che poi, con molte insistenze da parte di Vittorini, fu accolto nelle edizioni Einaudi nel 1952 – conteneva i caratteri di una letteratura allucinata, kafkiana nel senso più autentico di indefinito e assurdo. Quella linea, che tanto piaceva a Vittorini, preesiste a Pirelli e gli va oltre, toccando i nomi di certi visionari: Landolfi, Zavattini, Manganelli, fino ai più recenti Celati e Cavazzoni.
Sergio La Chiusa non sta lontano da questa linea. Il suo libro di esordio, che . arrivato nella rosa dei finalisti del Premio Calvino, ha tutte le carte in regola per essere annoverato in questa schiera: è una storia vaga, infatti, priva di collocazione geografica, di precisazione cronologica, perfino di azione. Ci troviamo di fronte al dialogo (muto) tra figlio e padre. Non sappiamo in che tempo siamo. Quel che possiamo dedurre è solo che il figlio fa di mestiere l’agente di commercio ed è in partenza per la Cina, dove dovrebbe concludere un affare importante. Ma questo sta sullo sfondo delle intenzioni. Il romanzo, infatti, non riguarda il lavoro di questo personaggio, ma la visita che egli fa al suo genitore. Il quale vive in un edificio diroccato, in una città di cui non si fa il nome e in uno stato di infermità, vero o presunto è difficile da dire, ma comunque in condizioni pietose.
Sta tutto qui il cuore del libro: in un viaggio che non avviene e in una permanenza che assume una curva di abbagli, di doppi sensi, di realtà capovolta, in cui quasi sempre il lettore avverte la sensazione di trovarsi nello stesso palazzo in cui Kafka aveva ambientato il Processo: una costruzione di stanze, che immettono in altre stanze, le quali poi, a loro volta, conducono ad altre stanze. Il nome di Kafka non viene qui invocato per puro caso. Il suo fantasma aleggia sul racconto di un io che, da una parte, si trova in mezzo a un vero e proprio guado, tra il rischio di scavalcare l’età della giovinezza (non sappiamo quanti anni ha questo figlio) in nome di quell’emancipazione, richiamata nel sottotitolo del romanzo, e il timore di identificarsi con la figura di questo padre, di cui non conosciamo nemmeno il nome, ma che tuttavia incarna il destino speculare di chi parla e (presumiamo) scrive.
Ne vien fuori un esteso monologo, fatto di supposizioni, di ipotesi, di contraddizioni, di convinzioni; un monologo ossessivo e contorto in cui vengono a fronteggiarsi, in maniera certo camuffata da descrizioni al limite del paranoico, i sentimenti di una civiltà che sta sul crinale del falso e del vero, che insegue la stasi ma non sa rinunciare alla frenesia e alla fuga (“il nullafacente era il vero sovversivo dei tempi moderni”), che è incapace di elaborare la nozione di tempo e tuttavia trascorre la vita nel miraggio di dominarne gli esiti.
Con una scrittura rabdomantica ed elicoidale, visionaria quanto basti per spaventare e sedurre, Sergio La Chiusa ci consegna una storia che potrebbe non finire mai, anzi autoriprodursi come certi organismi che vivono in natura e sembrano appartenere a specie estinte oppure, al contrario, a organismi rari e sconosciuti, prossimi a sferrare il loro attacco alla razza umana.
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