Veronica Tomassini “Mazzarrona il mio romanzo più siciliano” di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

Veronica Tomassini “Mazzarrona il mio romanzo più siciliano” di Salvatore Massimo Fazio su Vivere

Saper di riuscire, di essere nel firmamento, quello più platinato, perché in quello dorato ci si è approdati subito. La determinazione, la stilistica, la gentilezza, la caparbietà. Tutto questo non è vanto, ma purezza, comprensione di se stessi, rimandi ai momenti delle proprie ere, mandare al diavolo passaggi, vissuti storici, non per esorcizzarli alla maniera della scomparsa, ma per metabolizzarli in quella che Veronica Tomassini, ha definito «il mio romanzo, in toto, più siciliano». La madre di tutti i riposi indotti e itineranti, ma non letali (per molti si, però), dove quel culmine della disperazione di cioraniana memoria, svetta sull’abilità dell’accettare la vita, sino a rivoltarla, riconoscendo, senza vanità, né vanto, la propria capacità di esser-ci, proprio quello della gettatezza: il desain di Heidegger. E la crudezza, nel narrare senza finzione letteraria, un romanzo storico, sempre vivo e attuale. Questo è Mazzarrona: il ritorno, coi botti, negli scaffali libreschi di Veronica Tomassini, pubblicato per Miraggi Edizioni.

La prova d’autrice l’aveva dimostrata all’esordio, un decennio fa, con Sangue Cane, ma i riconoscimenti arrivavano solo dai lettori più attenti, non necessariamente di nicchia. Un premio, poi un altro e ancora altri: niente! Poi ancora, la Sicilia come sfondo, in quasi tutti i romanzi a seguire, ma non assoluta. Certezza dicevamo: «So di averlo il talento, potrei farcela. Una meta posso raggiungerla». A Febbraio esce ufficialmente Mazzarrona. Due giorni i media nazionali e di genere danno la notizia: “Veronica Tomassini è candidata al Premio Strega 2019”.

Il riconoscere nella propria ‘penna’, che non rimane l’oggetto che usiamo per firmare ma che è la liaison del ripercorrere l’esistenza intera di una esplosione di pensieri a decorrere dalla propria vita, dalle proprie esperienze, dall’eroina rammentata e raccontata con occhi e voce esterni da una adolescente, in uno spaccato di un quartiere, che seppur bonificato, non perde la sua essenza, per i brontosauri che «tengono affamata la bestia», perché è così che conviene… ecco che quel riconoscere a se stessi il rischio di farsi male o finire male, è meritevole di lodi, anche quando Veronica ha dichiarato di essere «forse arrabbiata, perché ho talento e so di esserci».

La ‘penna’ è tutto: è schiettezza, è il non mandarle a dire, è altre certezze: «Solo chi mi vuole davvero bene: non sbaglia a chiamarmi per cognome, Tomassini e non Tommasini», che è quell’atteggiamento nella retorica della forma linguistica, un intercalare errato che rende chiaro il concetto di disimpegno, dove tutto deve essere facile o scandalosamente equipollente, tanto hai capito a chi mi riferiscoè la classica e inutile spiegazione.

Ma cerchiamo di saperne ancora di più, un pozzo senza fine di novità e sorprese questo libro subito candidato allo Strega, che sia la rivelazione? Lo sapremo. Presto.

Mazzarrona (quartiere), i tuoi 7 anni, che male ti ha fatto?
«Nessun male intenzionale (è un luogo destinato a evocazioni grevi, pesanti), ma fu un castigo, un passaggio della mia vita che mi ha stancato moltissimo, tolto tutte le forze, eppure oggi ogni crimine, ogni distrazione, ogni volgarità è diventata nobiltà, scrittura. A diciassette anni mi sembrava di essere già vecchia, di aver visto tutto, di aver compiuto il viaggio, averlo finito tra i tossici, in un deserto siciliano. Erano assurdamente germogli, e gli adolescenti, quella vita, la campagna e l’insulto che sottace la periferia, concepita come un’istigazione preconcetta al suicidio, traducevano piuttosto la metafora dei fiori carnosi, fiori che non muoiono mai, o erano simbolicamente l’aspidistra di Orwell, capace di sopravvivere a tutto, bene male, caldo freddo».


I
l tuo Mazzarrona (libro), ti ha restituito benessere grazie a quel “so di esserci, so di avere talento, so che posso farcela” che mi dichiarasti, attraverso la candidatura allo Strega?
«Sì, c’è questo riscatto, oggi, dopo tanti anni, imprevedibilmente, me lo auguro perlomeno. Il talento non è un mio merito, è un regalo di Dio, ne devo fare un uso giusto, onesto».

Tutte anteprime scaraventatasi con forza e adrenalinica violenza che scuote perché Mazzarrona che il 17 marzo finalmente sarà presentato a Catania presso la Libreria Prampolini in Via Vittorio Emanule 333, con la presentaizone dell’italianista Antonio Di Grado, doveva essere la prima anteprima nazionale, ma questioni di calamità naturale il 24 febbraio hanno costretto a rinviare il tutto) «esce ufficialmente in questi giorni di marzo, ci siamo già».


Patrizio Zurru, Fabio Mendolicchio e tutti quanti hanno lavorato e lavorano per questo libro, sono ‘energie’ che rinforzano il tuo talento?
«Se non avessi avuto un agente come Patrizio Zurru non sarei andata da nessuna parte, vale lo stesso per Fabio e il gruppo di Miraggi edizioni. Deve essere un lavoro di squadra, lo è stato difatti».

Lo continuerà ad essere per questa filantropica autrice che nella crudezza del suo romanzo, ha dato incipit per riprendersi ciò che si perde, o ciò che mai abbiamo pensato potessimo avere nostro.

Vivere II-III 14_03_19

Sei letture di marzo: da Roma al Vietnam, passando per i ricordi del Novecento – di Lorenzo Mazzoni

Sei letture di marzo: da Roma al Vietnam, passando per i ricordi del Novecento – di Lorenzo Mazzoni

 

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1. Roma, di Nicola Manuppelli (Miraggi Edizioni), è un esaustivo e riuscitissimo spaccato della Roma degli anni Settanta, in cui si rivive l’atmosfera di una città che ormai è devastata dal presente. Personaggi reali e di finzione si incontrano, si confrontano, a volte si sfiorano soltanto sul set del film Roma, di Federico Fellini, per le strade di un Pigneto allora sconosciuto alla massa, sulle spiagge del litorale ostiense, davanti alla mitologica e turistica Bocca della Verità. A tenere insieme la corale variegata che si muove nel romanzo è Tommaso, un giornalista malinconico che si ritrova a occuparsi di gossip e che entra, suo malgrado, nelle storie degli altri per capire, in parte, il significato della propria esistenza.

Roma

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La nebbia di Ragagnin e quella della nostra società – di Darwin Pastorin su Huffington Post

La nebbia di Ragagnin e quella della nostra società – di Darwin Pastorin su Huffington Post

La nebbia manca da tempo, soprattutto qui in Piemonte. Come manca la pioggia. E la neve, in pianura, è quasi un giovanile retaggio. Nei romanzi, invece, la nebbia, come fenomeno metereologico e, nel contempo, esistenziale, è presente: in “Pontescuro“, per esempio, di Luca Ragagnin (candidato al Premio Strega 2019, Miraggi editore, illustrazioni di Enrico Remmert).

Una storia, avvolta nel mistero e nel dolore, che si svolge in un paese della passa padana, Pontescuro, un pugno di anime perse, con un ponte che collega “due nulla”. Siamo nel 1922, l’anno di una marcia che porterà l’Italia nel buio. Dafne, figlia del padrone locale, proprietario di un castello, è una ragazza ribelle, che si concede per rabbia e per sfida, diventando “la sgualdrina”.

YUDHISTIRAMA VIA GETTY IMAGES

Viene strangolata e la colpa ricade su Ciaccio, abbandonato appena nato nel fiume da una ragazza venuta da lontano, “non era stupido, Ciaccio, tutt’altro, soltanto aveva una modalità tutta sua di interpretare lo spazio, simile forse a quella dei volatili di cui era diventato amico”. Ma per tutti è soltanto “lo scemo del villaggio”.

Altre persone, preti, pettegole, fattori, agiscono nell’ombra. A “parlare” sono, soprattutto, le ghiandaie, il ponte, il fiume, la blatta e la stessa nebbia. Sono loro a farci capire il “male”, oscuro e atavico, di un luogo che sembra abbandonato, tra immensi rancori e pochissima pietà.

Per trovare il colpevole, arriverà da Roma l’ispettore Eugenio Romanelli, nato a Romano Canavese, vicino alla pensione, uno che si “concentrava sui margini, sui punti morti” per cercare una soluzione ai casi più difficili. Sarà così anche per questo delitto? Alla resa dei conti, Dafne e Ciaccio risulteranno “le anime più pulite e innocenti”. E, su tutto e tutti, una domanda: “Avete presente la nebbia? Dicono che faccia del male alle persone”.

Ragagnin ha scritto un romanzo originale, forte nella scrittura e nella trama, con Dafne e Ciaccio che continueranno, sempre e per sempre, nel loro segreto girotondo, mano nella mano, sperando di ritrovarsi in un definitivo raggio di sole, in una luce di semplice e pura Bellezza.

La nebbia, già. Quella non manca nella nostra politica. E in questa Italia che non sa più dove andare, confusa e smarrita. Incapace, troppo spesso, di comprendere i valori della tolleranza, del bene verso gli altri, i disperati gli invisibili gli emarginati. Un Paese tristemente “annebbiato”. Troppo. E il futuro è soltanto un’ipotesi.

“Mazzarrona” – di Gabriele Ottaviani su Convezionali

“Mazzarrona” – di Gabriele Ottaviani su Convezionali

di Gabriele Ottaviani

Le sensazioni di allora sono ancora capaci di atterrirmi. Oggi che sono adulta non è cambiato niente. Non voglio tornare a Mazzarrona. Evito alcune strade, se sento gli odori di allora mi pare di morire di nuovo. I siciliani sono gente triste, diffidente. Il castigo di esserlo lo possiamo capire solo noi. Ed è un errore usare un plurale, odio le mie radici, una parte di esse. Non sono siciliana. Mi pare di morire di nuovo, come in quegli anni. Credo che fossero tutti morti per ignoranza, non perché si facessero di eroina, non leggevano, non ascoltavano buona musica, non conoscevano altro che la loro stazione di confine. I compagni della valle non avevano terminato le scuole. Terra maledetta. Il giorno della festa in casa di Mary, leggevo ad alta voce, in bagno da Romina, mentre lei finiva di prepararsi. La sonata a Kreutzer di Tolstoj. Non era poi un linguaggio ostile, se vogliamo parlava d’amore. Di Matrimonio, di tradimenti. «La depravazione non consiste in qualcosa di fisico» leggevo a pagina 151 «essa, l’autentica depravazione consiste proprio nel liberarsi da qualsiasi rapporto morale con la donna con cui si ha una relazione fisica». Siamo nella provincia russa ottocentesca, Romina. Lei passava l’ombretto sulle palpebre, la sua bocca morbida e regolare stavolta sorrideva. Succedeva quando leggevo a voce alta o le raccontavo le mie cose. Sorrideva, immagino per tenerezza. La vita era molto più infame dei miei libri e delle mie piccole cose riferite con lo slancio di una ragazzina viziata, confusa da parolone apprese maldestramente, senza un vero trasporto. Ogni tanto volevo essere impegnata, salivo sulla gomma di pneumatico e urlavo scioccamente: questa è una lotta di classe!

Mazzarrona, Veronica Tomassini, Miraggi. Si apre con una dedica che è pura poesia (Ai miei amati assenti) l’opera di Veronica Tomassini, presentata allo Strega da Giovanni Pacchiano, dottore in lettere classiche, insegnante in alcuni noti licei milanesi, traduttore e scrittore, con queste parole: Nel romanzo di Veronica Tomassini, Mazzarrona, diversamente dall’attuale pullulare di una letteratura d’evasione, l’autrice racconta sul filo del ricordo, con nobile e profonda passione, governata peraltro da un sapiente controllo della scrittura, le vicende, ambientate nell’estrema e degradata periferia di Siracusa (una realtà di falansteri e baracche ed amianto), di un mondo di giovani emarginati e drogati con poca o nessuna speranza di sopravvivere. La sua protagonista, una ragazza piccolo-borghese estranea a quel mondo ma insieme emotivamente coinvolta, cerca lì invano un affetto e un amore stabili, ma il ricordo di quei momenti di candore e di strazio è destinato a rimanere per sempre.

Prossima a una delle zone naturali più belle della città, in riva al mare e lambita dalle scogliere che di fatto formano la lunga costa (storicamente detta a costa re piliceddi) che parte da sud e si conclude a settentrione rispetto alla località, la Mazzarrona, o Mazzarruna, in dialetto, è un quartiere sorto durante il boom edilizio (popolare e privato) tra gli anni Sessanta e gli Ottanta del Novecento, con tutte le problematiche, in primo luogo di carattere speculativo, nonostante i numerosi progetti di recupero tentati e avviati, che ne conseguono, alla periferia nordest di Siracusa: è un luogo afflitto da una pandemia, quella di un’insaziabile fame di vita che si manifesta nella ricerca disperata di amore, di accettazione, di sesso. Disperate speranze che, come troppo spesso è accaduto e accade, passano attraverso vene avvelenate dalla droga: straziante, dirompente, eccellente, talmente vivido che fa immergere nei vicoli, negli anfratti, nel dolore.

Qui l’articolo originale: https://convenzionali.wordpress.com/2019/03/11/mazzarrona/

“Pontescuro” – di Gabriele Ottaviani su Convenzionali

“Pontescuro” – di Gabriele Ottaviani su Convenzionali

di Gabriele Ottaviani

I due si ricomposero facendo traballare coppe, ampolline e pissidi e l’intruso riguadagnò l’aria aperta senza pronunciare una sillaba, ma l’incidente ebbe rumorosissime conseguenze. Sergio, a Pontescuro, era una fune, e non di salvataggio. Cosimo Casadio governava dall’alto l’economia dell’intero paese ma non si sarebbe di certo sporcato gli stivali andando a controllare di persona un campo dietro l’altro e perciò si era avvalso del contadino che gli era parso più sveglio e preparato e l’aveva istruito affinché, sotto il suo controllo, tutti filassero dritto. Sergio era diventato il fattore di Pontescuro. Non era più un contadino come gli altri, ma era ben lontano dall’avvicinarsi alla tavola del padrone. Badava al lavoro della terra e riferiva, lui stesso divenuto una terra di mezzo che collegava il disprezzo alla frustrazione. La sua numerosa prole non era riuscita a donargli una scorta di umanità ma, a differenza di Nella, il livore che lo avvolgeva quasi mai si rendeva visibile: il suo sfiatatoio era molto meno grossolano di quello della sua aiutante. Lui tamponava il desiderio di far soffrire con il ghiaccio del ragionamento e, grazie all’abitudine segreta di annotare a sera i fatti della vita del paese su un quaderno che teneva a letto sotto il cuscino, era in grado di attendere impassibile dei mesi…

Pontescuro, Luca Ragagnin, Miraggi. Illustrazioni di Enrico Remmert. Pontescuro di Luca Ragagnin è l’opera matura di un autore che ha esplorato molte possibilità espressive della parola (canzone, poesia, racconto, romanzo, saggio narrativo) in oltre trenta libri pubblicati, senza contare le numerose collaborazioni musicali. Il romanzo si svolge nel 1922, nella Bassa padana, nell’immaginario villaggio eponimo, e analizza attraverso la testimonianza corale degli abitanti le premesse di fatto di sangue: l’uccisione della bellissima e scandalosa figlia del signorotto locale. Colpevole è il fattore, mosso da invidia sessuale e sociale, ma dell’assassinio viene incolpato lo scemo del villaggio, un trovatello che passa il tempo legando nastri colorati ai rami degli alberi e che aveva stretto una tenera amicizia con la ragazza. Ciaccio, il trovatello, è la personificazione dell’innocenza, allegoricamente posta ai margini di una società che o sfrutta e opprime, oppure vive in una tetra, stolida e quasi inconsapevole miseria materiale e morale (il 1922 è l’anno della marcia su Roma e nel romanzo riecheggiano le rivolte contadine soffocate con manganelli e olio di ricino). Il romanzo, però, non è indirizzato a una puntuale ricostruzione storica e sociale, ma si interroga sul lato metafisico del male, nel duplice senso che può avere l’espressione «il male che abita l’uomo»: oggettivo – il male in cui l’uomo si adatta a vivere quotidianamente – e soggettivo – il male che alberga, radicale, nel cuore umano. Il tema, certo ambizioso, è avvicinato con riserbo e delicatezza. La presa di distanza si concreta non solo nella distanza storica dell’epoca narrata rispetto all’oggi, ma anche nella voluta neutralità linguistica – la lingua di Pontescuro non è mai mimetica e non fa il verso al popolo o al periodo storico, bensì è piana e astorica – e narrativa: la forma scelta si avvicina molto a quella della favola, con ampio uso di prosopopee e cauti simbolismi. Soprattutto quest’ultimo aspetto, quello favolistico, si incarica di portare la riflessione dell’autore: affiancando il punto di vista del narratore onnisciente a quelli di alcuni protagonisti (una focalizzazione multipla che in quanto priva di rigore evita il rischio di un’astratta metodicità), Ragagnin dà voce alla nebbia, al fiume, al ponte, al cadavere della ragazza, a una ghiandaia, a una blatta; oltre al narratore, sono quindi i testimoni innocenti o le vittime a prendere la parola, a rispecchiare il male che alligna intorno a loro e contro di loro. Allo stesso modo, nonostante l’introduzione di un ispettore di polizia, sorta di anti-Ingravallo prossimo alla pensione, giunto da Roma con scarso interesse per le beghe di provincia, i fatti materiali relativi al delitto non prendono mai il sopravvento sulla riflessione morale. L’arrivo dell’ispettore non rende centrali l’investigazione sull’omicidio, il contesto sociale in cui questo matura, la congiura contro il povero innocente e la sua fuga salvifica. L’ispettore, anzi, occhio estraneo e acuto (anche la sua è una delle voci del romanzo), ha un’altra, duplice, funzione: da un lato, riconoscere e avallare sia il crimine sia il depistaggio, accettando la falsa ricostruzione che gli viene proposta e che torna comoda a tutti, anche ai pigri funzionari della capitale; dall’altro, soprattutto, raccogliere attorno al corpo della vittima, nella chiesa del paese, i veri colpevoli della vicenda – il fattore-assassino, il prete senza fede, il padre-padrone, la serva invidiosa, degni rappresentanti del villaggio di Pontescuro – nel momento preciso in cui una tempesta di uccelli suicidi si schianta contro la chiesa, contro il campanile e le vetrate, inscenando un olocausto di innocenti, un sacrificio volontario come riprova e sanzione metafisica del carattere maligno, disperato, inaccettabile delle scelte umane. 

È con queste parole che Alessandro Barbero, storico, scrittore, docente, divulgatore, “amico della domenica”, saggista, editorialista, vincitore del premio Le Goff, presenta all’edizione di quest’anno del più prestigioso premio letterario italiano, di cui è stato anni fa, per poi dimettersi, membro del direttivo, l’opera di Ragagnin, artista, autore, paroliere, vero e proprio virtuoso della letteratura nelle sue molteplici declinazioni che dimostra e conferma una volta di più, qualora fosse necessario, la fertilità della sua vena narrativa, che irrora e nutre nel profondo ogni pagina, ogni frase, ogni lemma, dipanando come una calda matassa dinnanzi agli occhi del lettore le numerosissime possibilità della parola e dell’arte, che ha tante declinazioni quante sono le sensibilità individuali: Pontescuro, romanzo davvero ottimo, è immaginifico, allegorico, intenso, ricchissimo di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, caleidoscopico, raffinato, in grado di valicare il genere rifuggendo ogni possibile accostamento o paragone, di trasformarsi come Proteo a ogni volgere di pagina in qualcosa d’altro, ed è la storia di un luogo-non luogo nella bassa padana, laddove la nebbia fa da padrona, un posto dell’anima, quello in cui s’annida il male che in un anno, il millenovecentoventidue, ricostruito in modo impeccabile e al tempo stesso capace di farsi ritratto universale di ogni tempo di prevaricazione e dittatura, in cui il male della perdita della libertà s’affaccia nelle vite di un popolo intero, fa una vittima innocente, bellissima. E la colpa ricade su…

Qui l’articolo originale: https://convenzionali.wordpress.com/2019/03/11/pontescuro/

Il romanzo della Gamberale “gambizza” ogni voglia. Per calarvi all’Inferno, leggete “Mazzarrona” della Tomassini – di Davide Brullo su Linkiesta

Il romanzo della Gamberale “gambizza” ogni voglia. Per calarvi all’Inferno, leggete “Mazzarrona” della Tomassini – di Davide Brullo su Linkiesta

“L’isola dell’abbandono” di Chiara Gamberale vorrebbe raccontare la storia di Arianna e il Minotauro, ma è patetico nello stile e nel contenuto. Veronica Tomassini, invece, nel suo nuovo romanzo si conferma una vera regina degli inferi: se vincesse lo Strega, vorrebbe dire che c’è speranza.

Il bastone. Quando una neomamma intorno ai quaranta ti dice quanto è bello avere un bimbo, quanto le ha cambiato la vita, quanto è dura la meraviglia e che, beh, l’importante è che il figlio non si divori la tua identità “perché se fatica a credere di essere diventata madre, nello stesso tempo fatica a credere di essere rimasta, semplicemente, donna”, di solito, gentilmente, la blocchi, la benedici, le dici che è bellissima, ti metti a disposizione per badarle il bebè quando vorrà riavviare una vita sessuale col suo maschio, poi la scansi non sei così suicidale da ascoltare le stesse cose per l’ennesima volta. Chiara Gamberale, invece, che è da poco diventata mamma, intorno alle solite chiacchiere sulla maternità ha costruito un romanzo di tonante banalità.

La storia è questa. Arianna sta con Stefano, maschio dominante e psicolabile di cui è la crocerossina; durante una vacanza a Naxos (eccola, L’isola dell’abbandono) Stefano s’invola a Londra con una Cora artistoide, abbandonando Arianna, la quale si consola tra le braccia di un surfista, Di, che è effettivamente un dio: è figo, amorevole, passionale. Questo accade nel 2008. Poi succede che Stefano muore, Arianna va in crisi, lascia Di con un pugno di illusioni in mano, si fa ricoverare dal dottore bellone e fedifrago e ben più grande di lei, Damiano, il quale, già che c’è, la mette incinta. Arianna partorisce, siamo nel 2018, è di nuovo in crisi – si sa, i drammi della gravidanza, la femminilità un tempo divampante che ora scema, insomma, non fa più sesso, e poi pare che il vetusto dottore torni a intendersela con la ex moglie. Perciò, Arianna torna da Di – che s’è consolato con un’altra, Christina, gran lavoratrice, da cui ha avuto tre figli – che la accoglie a braccia aperte e membro in resta. Dieci anni dopo i due trombano felici come la prima volta, predisponendoci all’happy end finale, con carnevalesco sfoggio di nuvole di zucchero filato, scroscio di stelle filanti, e bacini sulla fronte del bebè.

Insomma, un romanzo sfrontatamente patetico (senti come la Gamberale racconta l’orda del sesso tra Arianna e il vigoroso surfista, “Di la spinge dolcemente sul letto, lei sente un vago profumo di limone, lui riprende a baciarla, i polsi la fronte il collo, eccolo il mio sogno, le dice, sei tu, ha la pelle ancora incrostata di sale, sa di mare, sa di sabbia, sa di buono”, roba d’archeologia rosa, Ridge di Beautiful al confronto è il Marchese De Sade), che dovrebbe mimare il mito di Arianna, la sorellastra del Minotauro, mollata da Teseo sull’isola di Naxos, appunto, e poi raccolta ed esaltata da Dioniso, ma è, al contrario, trent’anni dopo, la pallida, incestuosa imitazione di Due di due di Andrea De Carlo e di quei libri lì. Irto di psicologia studiata a casaccio su canovacci televisivi (“Abbiamo paura di non essere amati. E allora ci rifugiamo nel nostro trauma, nelle nostre ossessioni”), il libro di Chiara Gamberale – target: quarantenni maritati (se separati, preferibile) con bebè a bordo, viziosamente frustrati, chi non lo è, pronti a mollare tutto per il nulla di una felicità qualunque, meglio se palestrata – va letto sinotticamente a Fedeltà di Marco Missiroli.

Entrambi i romanzi si svolgono nell’arco di dieci anni, non si confrontano con la Storia, non si scontrano con il mondo (come fa il romanzo americano) né con il mondo delle idee (come ha sempre fatto quello europeo). Sondano le voglie, inseguono le passioni deboli – qui, pensieri non ci sono, neppure deboli – con pallore stilistico. Solo che Missiroli – riminese bigotto – difende le ragioni del matrimonio, mentre la Gamberale – più scafata ma meno viziosa di Missiroli – lotta perché ognuno faccia un po’ come gli pare. “Mentre tu pensi che devi rinunciare a tutti i te che sei stato fino a quel momento, in realtà quei te si stanno dando all’improvviso un appuntamento”, dice Di ad Arianna, quando si ritrovano, entrambi genitori rosi dal desiderio e grigi di noia. Insomma, essere genitori a quarant’anni rende più intriganti, più sexy. Arianna non la pensa così, ma è Di, didascalico, a rincuorarla, “Sì, certo. Fai schifo. Infatti sono eccitato da sei ore e ancora non mi basta”. Basta, però, non dirlo ai rispettivi coniugi o compagni: non potrebbero capire quanto è sublime il tradimento. Che l’amore sia, soprattutto, obbedienza all’altro e non all’ego – altrimenti è vanità, arguzia di nebbia – non sto neanche a dirlo, la Gamberale, scrittrice che gambizza tutte le voglie – il romanzo è costruito, stilisticamente, come una sequenza di intimi e inutili post spiattellati su facebook – non apprezzerebbe.

Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono, Feltrinelli 2019, pp.218, euro 16,50

Il libro di Chiara Gamberale – target: quarantenni maritati (se separati, preferibile) con bebè a bordo, viziosamente frustrati, chi non lo è, pronti a mollare tutto per il nulla di una felicità qualunque, meglio se palestrata – va letto sinotticamente a Fedeltà di Marco Missiroli

La carota. Raccontare l’amore dalla scarnificazione, celebrare la Storia dal sottosuolo, dall’alcova dei pregiudizi, dal buio del perbenismo, dal lato oscuro, ingordo, ignorato del tempo – gridare lo sgretolio della civiltà, evocare la periferia e i suoi mostri, soffrire lo scrivere fino a dire lasciami, non mi basta più niente, la parola è troppo armonica per arguire il caos. Incredibilmente – per chi legge libri veri – Marco Missiroli e Chiara Gamberale raccontano le storie fatue di uomini quietamente borghesi, in cui non accade altro che lo smottamento di facili emotività.

Al contrario, la letteratura s’è sempre mossa a narrare gli estremi – che siano storie estreme o personalità radicali – mostrando ciò che nessuno vuol vedere. Non l’abbandono – colmato dal dio surfista – di Arianna, ma la scalpitante innocenza, cannibale, di Minotauro. La dico schietta: Veronica Tomassini, scrittrice sofisticata e strappata, regina degli inferi, Persefone dei perduti (una frase come questa, “I giorni si appressavano a finire, si radunavano ai piedi della disfatta”, oppure questa, “Eravamo una loggia di sbandati, ero l’alternativa colta, il parto cieco, quella riuscita male, il corpo estrano, ossuta distratta”, bastano per annientare le velleità letterarie altrui) è la nostra Janet Frame, autrice dell’urlo e del perdono, del delirio accudito, la santa bianca che si sobbarca gli imperdonati.

Mazzarrona, così, è macelleria verbale, l’epica dei disadatti, l’epos dei tossici che come spettri s’abbarbicano uno sull’altro, stipati, nel rione dantesco della “Mazzarruna”, ai confini di Siracusa. Una geologia di gente resa bestiale dalla dipendenza e dal dolore, calcificata nell’oblio, nella città che ospitò Eschilo e Platone, cantata da Pindaro, detta duramente da Tucidide. “Dovevo bruciare Mazzarrona, le steppe, il fango, l’infamia di quel deserto morale… Una giovinetta snaturata della sua salvifica vanità. Non mi bucavo. Non ero malata di Aids. Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”. Di fronte alle storie di muto strazio raccontate dalla Tomassini, con una abbacinante indipendenza stilistica (“Sono fatta per superare i graticci, saltarli, oltrepassare i valli. La buona battaglia. Mi dico: è stata la tua buona battaglia. Sì, ma per dove? O perché? Lasciate che io mi chieda: perché? Oggi mi siedo sotto la finestra, non sono una ragazza, e con la mano, come allora, tengo il mento. Guardo lo stesso cielo, violaceo, verso sera, gli storni, e il mio colore di capelli è ancora bruno come allora”), gli abbandoni della Gamberale hanno fragranza comica. Con altra potenza rispetto ai “libertini” di Tondelli, come una santa nel rebus dei lebbrosi, la Tomassini impone la grazia tra i perdenti, perché la catacomba della periferia è prova e martirio. Mazzarrona è tra i libri che sono stati scelti per concorrere al prossimo Premio Strega: se capitasse a questo romanzo, se varcasse lo stigma della cinquina, ne sarei felice, potrei pure dire che c’è speranza, allora, per la letteratura italiana autentica, che dal basso qualcosa di verticale, simile all’alba, sfugga al controllo.

Veronica Tomassini, Mazzarrona, Miraggi Edizioni 2019, pp.174, euro 16,00

Carlo Verdone si riconosce nel romanzo Roma di Nicola Manuppelli

Carlo Verdone si riconosce nel romanzo Roma di Nicola Manuppelli

Ci arriva a sorpresa la recensione sotto forma di pensiero di Carlo Verdone e ci fa immenso piacere, a noi e a Nicola soprattutto!

Roma è sicuramente un ottimo libro. Io che ci sono nato e l’ho vissuta a fondo posso dire che l’ha resa poetica e vera con i tanti aneddoti e personaggi. Deve aver interrogato tante persone per arrivare a Nino Besozzi e Tofano … Quest’ultimo da bambino l’ho conosciuto di persona e mi regalava le caramelle Rossana. Abitava di fronte a me e mia madre lo adorava.

Insomma un bel viaggio in tanti bei ricordi, nomi, emozioni che in parte ho condiviso perché vissuti, spesso in prima persona. Lei deve essere un uomo pieno di passioni e da romano la ringrazio per l’amore enorme che ha dichiarato per la mia città. Che mi sembra sia diventata un pochino anche la sua. Alla fine del libro ho fatto questa riflessione e cioè che coloro che meglio comprendono Roma nella sua poesia, mitomania, miseria e grandezza non sono mai i romani. Ma scrittori che vengono dal Nord o dall’Adriatico: Gadda, Pasolini, Flaiano, Fellini, Amidei. Lei da curioso e innamorato ha fermato nel tempo tanti frammenti che potevano disperdersi. Lo stile è inconsueto e frenetico. Forse, alcune volte, molto denso. Ma il suo amore e la sua passione per Roma nei suoi anni migliori l’ha, ovviamente, rapita.

Le auguro ogni successo per questa fatica che merita belle soddisfazioni anche in terra francese (Carlo Verdone)

 

La pittura rappresenta la loro rivoluzione interiore – Una storia tedesca – letto da Carmine Amedeo

La pittura rappresenta la loro rivoluzione interiore – Una storia tedesca – letto da Carmine Amedeo

Berlino, 1935.
Reinhardt Korber, pittore e maestro d’arte, passeggia per le strade di una città in cui ogni evento viene valutato secondo il medesimo modo di pensare. Nessuno può esprimere un parere che discorda da ció che appare “scientificamente” provato. Il nero della svastica predomina ovunque. Ed é allora che avviene la sua ribellione: attraverso il colore.
“Rivestite i sentimenti di colore. La gioia può essere rossa, il dolore blu. O forse anche verde. Potete dipingere qualunque cose abbiate l’esigenza di dipingere, ma non quello che, e nel modo in cui, qualcun altro vi impone”.
Reinhardt ha due allieve predilette, Rebecca (ebrea) e Lotte (ariana e di famiglia influente). Per entrambe prova sentimenti diversi e contrastanti: un’affinità artistica lo lega alla prima, un interesse più materiale alla seconda. L’intreccio di emozioni diventerà dramma e ciò che rimane è la solitudine esistenziale dei protagonisti, privati della libertà di esprimersi sotto ogni forma. Eccetto, la pittura. La pittura rappresenta la loro rivoluzione interiore. Loro sono i Re Magi, che sfidano il tiranno Erode. Loro sono la Resistenza che si contrappone al sistema. Loro sono l’amore, la spontaneità e la vita.
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Sotto il cielo di Roma: Nicola Manuppelli – su 1 TonoSoTTOsOpra

Sotto il cielo di Roma: Nicola Manuppelli – su 1 TonoSoTTOsOpra

1. “Roma”, di Nicola Manuppelli, Miraggi Edizioni, 2018, € 18,00

Per la sinossi e ulteriori informazioni come al solito basta andare alla pagina dell’editore.
2. Roma è una serie di storie cucite insieme da Tommaso, il protagonista, in un inno colorato alla vita che avvolge e scalda, sebbene non tutte le storie che riporta possano dirsi felici.
Chi ha vissuto a Roma almeno per un breve periodo amerà sicuramente questo romanzo.
Chi non ci è ancora stato perché conserva una qualche ritrosia, con questo romanzo imparerà ad amare la città eterna.
Non si può non scrivere di Roma, a dispetto di ciò che si dice, cioè che col tempo Roma è peggiorata (secondo me è vero), che non è più la Roma di una volta (quale città è ancora quella di una volta oggi come oggi?).
Il romanzo di N.M. vale senza dubbio anche come guida turistica, con tutti quegli aneddoti su alcune zone della città e indicazioni di ristoranti e trattorie, ricette, canzoncine (non ho potuto trattenere una lacrima quando ho letto il riferimento all’Hostaria che c’era un tempo all’ombra della Sedia del Diavolo, nel quartiere africano).

L’intento dell’autore è annunciato dalle tre citazioni in esergo, quindi prima di entrare in Roma e appena passato il frontespizio, passate a prendere queste tre chiavi di lettura.
Roma illude il lettore di aver detto tutto già nell’incipit, con quel “Dunque”. E lasciatemi raccontare, visto che si parla di aneddoti romani, del mio professore di glottologia, all’università La Sapienza, che era il terrore di noi studenti di Lingue e Letterature Straniere. Si diceva che ce l’avesse con noi perché avevamo la pretesa di studiare le lingue straniere senza conoscere nemmeno l’italiano. Ebbene, capitava che uno studente si sedesse, ascoltasse la prima domanda e rispondesse iniziando il discorso con quello stesso “Dunque” con cui N. M. ci introduce alla sua storia. Allora il professore non li faceva nemmeno finire di parlare questi studenti che usavano il “Dunque” così… “Dunque, cosa?” strillava “Non si comincia un discorso con ‘dunque’!”, e li bocciava.
Secondo me il “Dunque” di Nicola, al contrario, sortisce il suo effetto magico.
Durante la nostra ultima video chiamata N.M. è tornato su questo “Dunque”, e ha chiarito perché ha deciso di iniziare il suo romanzo proprio dall’episodio ormai famoso del dildo; insieme abbiamo parlato delle tecniche narrative e del montaggio, della scena che personalmente ho gradito di più (ambientata a Milano, prima che il protagonista Tommaso parta per Roma); del suo lavoro di editing e delle scene tagliate; dell’eventualità che Roma diventi un film e dei registi che preferirebbe ingaggiare.
Per finire abbiamo fatto il giochetto di commentare alcune citazioni scelte dal suo romanzo,
Molto altro potrete sentirlo dalla sua viva voce ancora durante BookCity 2019.
   
(sottotitoli generati automaticamente per la lingua italiana)

– Toni sopra: ****
– Le citazioni per il mio diario:
 a) “In un uomo devi guardare le mani, in una donna la voce”; b) “Lo sbaglio che si fa da ragazzi […] è che si pensa di diventare subito ciò che si è”; c) “…ero innamorato. Ma come per tutto quanto il resto, il mio sentimento era privo di un oggetto. Ero innamorato e basta. Avevo quel sentimento addosso e sapevo che dovevo riversarlo su qualcuno, ma ero troppo timoroso[…] per lasciarlo esplodere e così lasciavo che mi stordisse anche lui, e scappavo quando mi si poneva di fronte la possibilità di chiarire le cose. […] Ero innamorato ma mi mancava l’amore”; d) “Roma è una città di arrivi. Si arriva a Roma sempre giovani e d’estate”; e) “Non credo che esista un destino segnato ma che il destino stesso giochi a darci delle avvisaglie per farci capire cosa succederà. Sta a noi decidere se seguirle o opporci e rimodellare il nostro futuro. In un certo senso, sono sempre stato uno che si fa trascinare dalla corrente”; f) “E’ una debolezza che abbiamo noi che siamo nati con una vena malinconica credere che al nocciolo delle nostre azioni ci sia uno scopo; vedere la necessità di un’evoluzione dove altri cercano la stabilità. Non mi accontentavo di stare a galla, volevo nuotare, solo che mentre sbracciavo mi chiedevo dove fosse la riva”;

3. Nicola Manuppelli con questo romanzo rivela una sensibilità che di solito ho l’impressione lui tenda a nascondere dietro un sorriso diffidente.
Non riesco io, invece, a nascondere la mia ammirazione per queste sue parole, che suonano come un manifesto: “…la vedo come una cosa bellissima, la vita, e siccome ho questa predisposizione buona, spero possa essere ricambiata. Non sono una persona coraggiosa, però rischio cose, dicendomi che in fondo ho una buona stella. Credo che se uno si asseconda e crede fermamente nelle cose che fa, la fortuna se la procura”.

La precedente intervista a Nicola Manuppelli per 1 TonoSoTTOsOpra la trovate qui.

Jan Balabán e Magdalena Parys, emergono gli scheletri della Guerra fredda – di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

Jan Balabán e Magdalena Parys, emergono gli scheletri della Guerra fredda – di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano

 

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Forse loro padre non aveva detto così. Non si riusciva a capire molto. Parlava in continuazione. Oppure muoveva solo la bocca, ed Emil aveva messo insieme in questo modo le parole che era riuscito ad afferrare (…) Emil a tratti guardava dalla finestra, dove il sole calava nel bosco. Emil lo capiva, suo padre era nel miglior posto dove potesse essere, stava andando dal suo primo figlio appena nato.

Chiedi a papà, di Jan Balabán (traduzione di Alessandro De Vito), terzo volume uscito per la collana NováVlna di Miraggi edizioni), è l’ultimo manoscritto su cui ha lavorato l’autore ceco prima di morire, prematuramente, nel 2010. Si tratta di un testo impeccabile, semplice e profondo sul destino umano: una storia familiare, raccontata attraverso monologhi, riflessioni interiori e dialoghi veloci, secchi (significativa la scelta di eliminare le virgolette nel discorso diretto).

Il medico Jan Nedoma muore e i figli e la madre devono far fronte, inaspettatamente, a scheletri che escono dall’armadio del padre, ad accuse di complicità con il vecchio apparato comunista e di corruzione. Nell’evolversi del lutto e del dolore l’intreccio traccia un percorso, fatto anche di nebulosi – o al contrario vividi – ricordi, senza mai diventare un nostalgico atto d’accusa al passato collettivo della nazione. Quello che interessa a Jan Balabán è sviscerare, dai suoi personaggi, le tecniche per catturare i pochi istanti d’amore di un’esistenza, per reclamare qualche gesto di dignità umana in un mondo penoso: Da un lato volevano fotterti, dall’altro ti odiavano perché li fottevi (…) Non facevano che mentirsi e sorvegliarsi a vicenda, finendo per sfogare lo stress in grandi bevute.

Jan Balabán e Magdalena Parys, emergono gli scheletri della Guerra fredda

Un altro giorno di ferie. Aveva cominciato a bere già il secondo o il terzo giorno. Be’, forse non del tutto. Del secondo giorno parleremo dopo. Iniziamo col primo. Kowalski non sapeva che i cani morissero con gli occhi aperti. Krenz in seguito gli disse che era impossibile che morissero con gli occhi aperti, ma Kowalski lo aveva visto: Babsi aveva gli occhi aperti.

Il mago, di Magdalena Parys (traduzione di Alessandro Amenta; Mimesis Edizioni), libro vincitore del Premio Letterario dell’Unione europea, è un noir ruvido, ipnotico e completo, amalgamato con la storia recente di un vasto territorio: l’Europa divisa dalla cortina di ferro. L’autrice, nata a Danzicanel 1971 e cresciuta a Berlino Ovest, tesse un mosaico di colpi di scena, innescati dal ritrovamento, in un palazzo abbandonato a Berlino, del corpo di un impiegato agli Archivi della Stasi, e della scomparsa di un fotoreporter tedesco a Sofia. Il disilluso, stanco ma efficace, commissario Kowalski indaga per conto proprio e scopre segreti che collegano l’epoca del Muro ai giorni nostri.

Il mago è un romanzo dallo stile veloce, metropolitano, dalle tinte grigie, con una narrazione strutturata utilizzando un totale punto di vista ottico. L’emotività dei personaggi e le inaspettate sorprese che costellano l’intreccio sono fotografate, come istantanee; e il linguaggio, cinico e realista, non regala sconti: La guerra migliore è sempre quella più vecchia. La prima guerra, la precedente, quasi fosse meno crudele. Bella questa utopia, questa vendita all’asta militare. Forse la seconda guerra mondiale, che per lei e per suo padre era stata più crudele, le si era cancellata dalla memoria (…) e aveva pensato che a volte in questo mondo di merda anche le malattie valevano qualcosa.

De Roux? Da leggere “Immediatamente” (e ripensare con calma) – di Stenio Solinas su Il Giornale.it

De Roux? Da leggere “Immediatamente” (e ripensare con calma) – di Stenio Solinas su Il Giornale.it

L’autore francese fu un battitore libero sempre in controtendenza rispetto al suo tempo

Dietro Immédiatement, il libro di Dominique de Roux ora in edizione italiana (Immediatamente, Miraggi editore, pagg. 252, euro 18, traduzione di Francesco Forlani) c’è un curiosa storia di censura politico-intellettuale-editoriale che vale la pena ricordare.

Pubblicato nel 1972, era una sorta di carnet personale, annotazioni di letture, considerazioni, riflessioni, descrizioni, incontri di chi si era già imposto come un enfant prodige delle lettere francesi. All’epoca trentasettenne, de Roux aveva esordito a vent’anni fondando la rivista L’Herne, finanziata con la vendita di alcuni gioielli di famiglia. A 25 aveva scritto il suo primo romanzo, Mademoiselle Anicet, a 26 trasformato la rivista in Cahiers de l’Herne, Pound, Bernanos, Céline, Gombrowicz, Borges… Nel decennio successivo, fra saggi (La mort de L.-F. Céline, L’Ecriture de Charles de Gaulle, L’ouverture de la chasse), pamphlets (Contre Servan-Schreiber), attività editoriali (le edizioni Christian Bourgois, di cui fu uno dei fondatori, Presses de la Citè, di cui era consulente letterario), romanzi (Maison jaune, L’Harmonika-Zug) aveva consolidato una posizione di battitore libero in controtendenza rispetto al proprio tempo: il «nouveau roman» lo faceva piangere di noia, il maggio francese gli era sembrato una mitomania collettiva, la sinistra intellettuale una tribù antropofaga che faceva carriera sul cadavere del marxismo…

Immédiatement segnò per molti aspetti una sorta di cesura fra ciò che c’era stato prima e ciò che ci sarebbe stato dopo e la frase con cui si apre, «Molto spesso, ho preso congedo», farà dire a biografi e familiari che si trattasse di una cesura volontaria, un farla finita con il mondo in cui si era sino ad allora mosso, grazie a una triplice provocazione, politica-letteraria-intellettuale, propedeutica a una sua inevitabile espulsione.

La prima provocazione ha a che fare con un giudizio su Georges Pompidou, scritto quando quest’ultimo non era ancora presidente della Repubblica: «Pompidou – questa bella Venere di Lapougue della politica francese – sa tutto. Sa come si incula una mosca, come il 15 agosto presentare i suoi ossequi alla Vergine Maria. Conosce pure l’Inferno e i francesi. Porta sulla Francia uno sguardo da veterinario poiché la Francia di Pompidou è una truffa politica». La seconda riguarda Maurice Genevoix, segretario perpetuo dell’Académie française: «Uno scrittore per somari». La terza prende di mira Roland Barthes, pontefice massimo dell’intellighentia parigina: «Un giorno, con Jean Genet, mi dice Lapassade, parlavamo di Roland Barthes; di come avesse separato la sua vita in due, il Barthes dei bordelli con ragazzi e quello talmudista (sono io a precisarlo); dicevo: Barthes è un uomo da salotto, è un tavolo, una poltrona… No, ribatté Genet: Barthes è una pastorella».

L’Eliseo, così come l’Académie a difesa di Genevoix, fecero pressioni sull’editore di Presses de la Citè, Barthes minacciò di procedere per via giudiziaria contro le edizioni Bourgois. Risultato: la pagina relativa a quest’ultimo venne tagliata via dalle copie ancora in deposito e, su mandato imperativo dell’editore, i librai fecero lo stesso con le copie in loro possesso, de Roux venne licenziato in tronco da Presses de la Citè e si ritrovò messo praticamente alla porta da quella stessa casa editrice che aveva contribuito a fondare…

La sua vita successiva sarà quella di chi aveva deciso di non rassegnarsi al recinto del letterato. Farà dei reportage in Angola e in Portogallo sarà una sorta di consigliere di Jonas Savimbi, il guerrigliero leader dell’Unita, nella «rivoluzione dei garofani» si illuderà di trovare l’idea di un impero d’Occidente in grado di costruire fra Portogallo e territori d’oltremare una nuova alleanza… Morirà nel 1977, a 42 anni, per una malformazione congenita al cuore di cui era naturalmente a conoscenza e che per molti versi spiega la precocità, l’attività febbrile, le intemperanze ideologiche e di cuore: sapeva che il tempo a disposizione era poco e intendeva sfruttarlo sino all’ultimo.

Immédiatement ha i pregi e i difetti dei libri fatti di frammenti. Nomi, luoghi e bersagli polemici che al momento sembravano importanti, si rivelano con il tempo di circostanza, e le stesse provocazioni che allora lo fecero mettere all’indice, oggi rischiano di apparire incomprensibili. Il suo valore è altrove, nei pensieri umorali, nelle confessioni a viso aperto: «Lo spirito senza la carne è onanismo. La carne senza spirito è bestialità». «Mi dice Jean, dopo aver parlato di mio figlio Guillaume: Non sei che un attore. A volte il fondale va in pezzi e continui a recitare senza sapere che reciti la tua stessa vita». «Essere moderno vuol dire cedere alle circostanze». «L’odio, dimensione borghese della rabbia». «Non voglio più appartenere alle circostanze della mia vita». «Come far capire a certe persone che funziono solo in condizioni aberranti. Allorché, invece, tutto ciò che è borghese è partecipe di un qualsivoglia interesse». «Guadagnarsi da vivere. Tanto tempo perduto in denaro guadagnato».

Vissuto in un Novecento in cui l’homo ideologicus teorizzato da Cochin per spiegare la Rivoluzione francese e il Terrore aveva ormai raggiunto la sua piena maturità, de Roux venne etichettato dai suoi nemici come «fascista», cosa che in Immédiatement gli detta questa considerazione: «Mi viene voglia di presentarmi così: Io, Dominique de Roux, già impiccato a Norimberga». Quell’etichettatura faceva del resto parte di una singolare inversione del vocabolario: «Il mercenario diviene volontario, l’agente speciale un consigliere, il questurino un patriota, i corpi di spedizione l’aiuto al Paese fratello, l’aggressione deliberata, un’assistenza militare per abbattere la reazione. Il tutto con L’Internazionale in sottofondo».

C’è nel libro un lungo giudizio di Romain Gary a questo proposito esemplare, proprio perché Gary con l’homo ideologicus aveva poco o niente da spartire. Scrive bene de Roux, dice dunque Gary, «un autentico scrittore», ma il suo piglio polemico rimanda non tanto a una «questione di fascismo di fondo», quanto a un «fondo fascista». Che però, ammonisce, non esiste: «Il fascismo è sempre stato un contenitore che soffre del vuoto interiore, del suo vuoto, ecco perché può trasformarsi facilmente in fosse comuni. I cadaveri fanno sempre molto contenuto». Sulle «fosse comuni» per la verità il bolscevismo avrebbe potuto dare delle lezioni, così come il Terrore rivoluzionario giacobino, ma questo Gary non lo può dire, altrimenti l’impalcatura del suo ragionamento non sta in piedi e quanto a praticare «letterariamente l’odio», in Francia come altrove la sinistra colta non andrà certo a lezione dalla destra ignorante… Su una cosa però Gary ha ragione: è tempo che de Roux affronti «non altri ma se stesso con ferocia, coraggio e senza pietà. Io è un contenuto che lo chiama, il grande appuntamento letterario è con lui». Immédiatement è sotto questo aspetto la risposta che proprio Gary avrebbe voluto.

Leggi la recensione anche su http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/de-roux-leggere-immediatamente-e-ripensare-calma-1640272.html