Cinquanta anni dal 1968, quando Torino si ritrova al centro del mondo della contestazione nata in università. Tutto prende il via nell’autunno 1967 a Palazzo Campana, all’epoca sede delle facoltà umanistiche. Qui si affaccia la matricola Bruno Boveri e qui incontra Ermanno Gallo, gli autori di Il gioco della verità. Un libro scritto allora e rimasto inedito per mezzo secolo, oggi proposto da Miraggi. Gallo non c’è più, Boveri – dopo quei giorni e la laurea con Gianni Vattimo – ha insegnato, ha fatto il deejay, ha fondato radio libere, ha aperto (e chiuso nel 2007) la libreria Agorà a Torino, è stato dirigente di Slow Food dalla nascita fino a poco tempo fa (“E senza prendere un euro”).

Come nasce Il gioco della verità?
“Sono arrivato in università a novembre 1967, a Palazzo Campana, iscritto a Filosofia. Tre lezioni e, a fine mese, scatta l’occupazione contro lo spostamento della sede della facoltà: si parlava di un trasferimento alla tenuta della Mandria. In quei giorni ho conosciuto una ragazza, che mi ha presentato a Ermanno. Fino a quel momento avevo scritto solo poesie, con un passaggio di gloria personale quando mia mamma le spedì alla trasmissione Rai del professor Cutolo. Si faceva un primo tentativo di divulgazione culturale, venne letta una mio componimento. Ermanno aveva già scritto un romanzo. In quei giorni vivevamo insieme ogni momento e lui mi disse: “Perché non scriviamo qualcosa?”. Il giorno dopo è arrivato con due pagine e abbiamo continuato, sempre insieme ma mai assieme”.

Che cosa significa?
“Che non abbiamo mai scritto a quattro mani. Siamo andati avanti così, un pezzo a testa e raccontando il periodo che va da aprile 1968 all’inizio del 1969. Ancora adesso non so chi abbia composto certe parti”.

Che libro è?
“Un guazzabuglio: parti vere e parti inventate, autobiografia e romanzo. Non c’è una trama. C’è piuttosto un clima, il racconto di quello che capitava. Avevo 19 anni quando è scoppiato il movimento, ho subito aderito. Da lì è nulla è stato come prima, cominciando dal sesso. Si scopava come non mai… Si parla di un cambiamento, a iniziare da quello della persona, per poi raccontare quello della società. Si capiva che non sarebbe più stato possibile innestare la marcia indietro, con tutte le conseguenze del caso”.

Che tipo di conseguenze?
“Soprattutto che si sarebbe finiti nella lotta armata: Ermanno si fece un po’ di galera, io venni inquisito per costituzione di banda armata e poi prosciolto, anche se questo secondo aspetto difficilmente viene riportato oggi su internet. Ero vagamente di sinistra quando arrivai a Torino dalla provincia di Alessandria, mi ritrovai comunista duro e puro: l’attacco ai parrucconi accademici, il Vietnam, l’Internazionale. È stato un punto di rottura, soprattutto la presa di coscienza da parte di quei giovani che non si erano mai schierati fino ad allora. Volevamo tutto e subito, come cantavano i Doors. È andata poi male, ma era giusto farlo anche se lo sbocco del ’68, a livello teorico, era appunto la lotta armata: si partiva per fare la rivoluzione. Qualcuno è finito così; altri, e io tra questi, hanno fatto un passo indietro”.

Si parla del ’68 come di un unico movimento studentesco, in realtà non era così.
“C’era una grande frammentazione. Io facevo parte di Avanguardia proletaria maoista, eravamo 120 in tutta Italia, a Torino in 9. Al primo congresso, a Milano, siamo riusciti a spaccarci in due. Si arrivava fino ad assurdità come quelle di altri maoisti, tipo l’Unione marxisti leninisti. In una riunione sull’etica proletaria se ne uscirono con un documento vincolante che teorizzava il sesso simultaneo, ovvero che si dovesse raggiungere l’orgasmo tutti insieme, con vari corollari. Una posizione che sembrava inarrivabile ma che venne superata quando fu bollata come “trotzkista e tardoborghese” da quelli del Partito comunista d’Italia marxista leninista, altri maoisti…”.

A livello personale che cosa ha significato il ’68?
“Per me è stata la svolta della vita, da quel momento non sono stato più lo stesso. Avevo fatto il liceo classico tra Tortona e Voghera, pensavo solo a studiare, a costruirmi una carriera, a mettere su famiglia. È cambiato tutto: al primo posto c’era solo la politica”.

A chi è indirizzato il libro?
“Vorrei che lo prendessero in mano i ragazzi, anche se non è semplice da leggere. Però, se cominci, è un vortice, per capire che cosa era e che cosa siamo. Per capire che bisogna muoversi in prima persona, parlare e fare. E vorrei che gli ex del ’68 potessero ricordare quei giorni”.

Come mai sono passati 50 anni prima di vederlo pubblicato?
“A inizio 1970 io e Ermanno diamo il romanzo a Giorgio Barberi Squarotti, che insegnava Letteratura italiana. Ci dice: “È bello, lo mando a Einaudi”. Lì c’è Guido Davico Bonino, che lo boccia: “Troppo pornografico per Einaudi”. Ne parliamo a Barberi, la sua espressione dice tutto, lui manda il libro a Rizzoli. Due mesi di silenzio, Barberi dice che è positivo, che ci stanno lavorando su. Ci convocano a Milano, incontriamo uno che ci dice: “Ci è piaciuto, ci interessa ma così non è pubblicabile. Bisogna fare un lavoro di editing”. Ci siamo alzati dandogli del fascista, del cretino. Due coglioni”.