«Il famoso mercante italiano d’arte contemporanea è morto». Quando questa notizia prende forma, ci troviamo a New York, anzi a Manhattan; e siamo all’11 di settembre, del 2001. E come si potrà mai morire, quel giorno? Facile che si possa sparire, letteralmente, nel crollo delle Torri gemelle, se in uno dei due grattacieli si ha un ufficio che «è diventato la tua vita, l’unica cosa che fai, l’unica cosa che pensi, l’unica cosa che ti fa alzare la mattina, tutte le mattine, tranne oggi». Quel “tranne” introduce il caso, la fortuita eccezione su cui Roberto Saporito ha costruito il suo nuovo romanzo, uscito per Miraggi Edizioni e intitolato Respira (che, il caso vuole, è un anagramma di “sparire”). Il famoso mercante si sveglia più tardi del solito, il collasso delle torri lo vede in diretta TV… e decide fulmineamente di esser morto, di fuggire con uno zaino zeppo di soldi fatti in nero e cambiare così una vita da cui non avrebbe avuto, altrimenti, la forza morale o il coraggio di uscire. In due pagine, la storia è partita, veloce, e la seguiamo dalla prospettiva del “morto”, che parla con il “tu” narrativo, e anche per questo pare morto davvero: solo, inesistente per il mondo, cercherà di “sotterrarsi” sotto un nuovo nome, facendo tabula rasa, unico souvenir del passato il mucchio di soldi che gli paga un presente agiato e senza obblighi in un buen retiro provenzale. Ma «non si è mai morti abbastanza» e «il mondo è troppo piccolo per riuscire a sparire veramente»: la vita bussa a esigere il suo credito, come prescrive il noir, e il nostro anti-eroe non può far altro che scappare ancora, di nuovo sparire, in un mondo desolato e distaccato, in cui improvvisamente appaiono figure che complicano le cose, o accendono l’illusione della riparazione. Come Francesca, con cui si apre la seconda parte del romanzo: altro avvenimento inatteso, altra decisione repentina: «Dove vai?» «Non lo so» «Posso venire con te?»[…]«Dove andiamo?» «Partiamo, qualcosa mi verrà in mente». Ma il personaggio che segna la storia, e la riassume, è senz’altro quello di Adelmo, un vecchio contadino toscano che è insieme comico e tragico: un oracolo (apparentemente?) sconnesso, un feroce angelo custode, un addolorato, saggio eremita («Il mondo è più bello visto da lontano») o un Chance Gardiner del Chianti? Certamente uno che deve misurarsi, anche violentemente, col caos, avendo in cuore un’idea precisa di bellezza e di ordine. Costruire-distruggere, sparire-respirare, sono gli opposti tra cui Saporito ha fatto oscillare il suo racconto, secondo un ritmo e una struttura calibratissimi: accelerazioni, intervalli, stacchi ed ellissi si portan dietro il lettore per poco più di 100 pagine, ma attraverso (contando i flash-back) quattro decenni della vita del narratore, segnati dalla presenza-assenza delle Twin Towers. Che non sono uno sfondo di comodo, o d’effetto: c’è un loro convincente uso “biografico”, oltre che simbolico. Le case, come sa bene il lettore affezionato di Saporito, hanno spesso un significato illusorio, di trappola o di speranza: in Respira c’è, tra le altre cose, il tentativo di “trovar casa” in un senso più ampio, la ricerca della differenza tra un edificio senz’anima («Vai alla finestra e guardi fuori e fuori c’è un palazzo uguale a questo, identico, stessa altezza, stesso colore, stessa tetraggine e senso di assoluto abbandono») e uno che diventi un monumento privato, che possa resistere alla «disgregazione del tempo perduto». È una resistenza improbabile, e il narratore lo sa bene: conscio di essere un «abitatore perplesso del presente», come arriva a definirsi, tenta in maniera sempre più disincantata di esser vivo pur senza essere qualcuno. Respira, di cui sarebbe scriteriato rivelare qui gli snodi o “bruciare” i personaggi, si può considerare un’indagine – o forse meglio, un referto ‒ sul rapporto tra esistenza e identità; e una nuova tappa dell’ormai notevole percorso letterario di Roberto Saporito, che, piaccia o meno, si conferma un autore vero.