di Luca Castelli

Luca Ragagnin sta per arrivare in libreria con il nuovo volume dedicato a NickDrake «Può farci riflettere sulla funzione dell’arte odierna in un mondo che va in fretta».

Figura poetica e tragica del folk inglese tra gli  anni Sessanta e Set­tanta, Nick Drake ci ha lasciato tre dischi meravigliosi, di cui i posteri si sono accorti solo molto tem­po dopo la sua morte, avvenu­ta nel 1974 a 26 anni per un’overdose di antidepressivi. Di lui esiste solo un video di pochi secondi, ripreso di spalle a un festival, in cui si al­lontana facendo dieci passi. «Non siamo nemmeno sicuri che sia Drake, anche se la fi­gura alta e magra sembra pro­prio la sua», dice Luca Raga­gnin, scrittore torinese e «complice di parole» dei Sub­sonica, che all’artista britan­nico ha dedicato un nuovo li­bro che prende spunto e titolo proprio da quel video, I dieci passi di Nick Drake, in arrivo il 28 gennaio per Miraggi. Una creatura letteraria ibrida, affa­scinante, né biografia né ro­manzo, ma entrambe le cose. Con due voci narranti: la pri­ma del cantante e la secon­da … di chi è la seconda? 

«Si potrebbe pensare che sia la mia, ma non è così. È una voce incorporea che mi serviva per le considerazioni che volevo fare sull’artista pu­ro che si sottrae alla società dello spettacolo. Ma è anche una voce che si muove in una dimensione onirica, seguen­do i dieci passi del video, os­sessionata da questo cantante che – in un’epoca in cui la musica faceva grandi numeri – decise di rimanere indie­tro: per la sua mente, la sua indole, ancor prima che per la malattia schizofrenica». 

Perché questa storia meri­ta di essere raccontata nel 2026? 

«Per l’amore enorme che provo per lui da decenni. E perché credo che la sua espe­rienza possa offrire un gancio per ragionare su alcuni aspet­ti della funzione dell’arte odierna, in un mondo ormai privo di attenzione, dove c’è una fretta enorme nella frui­zione di tutto». 

Un Nick Drake oggi che fine avrebbe fatto? 

«I problemi che trovò al­l’epoca si sarebbero moltipli­cati, con la differenza che for­se non avrebbe trovato un Joe Boyd, il produttore che lo so­stenne, produsse i suoi dischi e ottenne dalla Island la pro­messa che non sarebbero mai usciti di catalogo, nonostante le poche vendite. Probabil­mente non avremmo la sua musica: se hai un motore die­sel, oggi nessuno ti aspetta». 

La parte biografica è tutta attendibile o ha inserito ele­menti di fiction? 

«Le linee della vita sono quelle reali, compresi aned­doti curiosi come l’incontro in Africa con i Rolling Stones e il loro caravanserraglio. A essere inventati sono i dialo­ghi. Lì mi sono concesso le li­cenze maggiori, per esempio immaginando un incontro tra Nick Drake e Anthony Phillips dei primi Genesis, che aveva paura del palco e suonava se­duto. Drake aprì davvero un loro concerto e ho pensato a  un dialogo tra questi due arti­sti timidi». 

Il libro è dedicato a Max Ca­sacci, «mio fratello che sai la musica». 

«Ci siamo conosciuti poco più che bambini all’oratorio della Crocetta. A 15 anni ascol­tavo già tanta musica, ad alto volume, con le finestre aperte. Max e gli altri amici mi veni­vano a trovare. E visto che sta­vo al pianterreno, entravano direttamente dalla finestra. Poi ne abbiamo passate tante assieme, attraversando la sta­gione del prog e della new wave, condividendo sempre dischi e libri, senza mai per­derci». 

Finendo anche a collabora­re nei Subsonica. Qual è il suo ruolo? 

«Mi è piaciuta la formula che abbiamo usato per il pri­mo disco e abbiamo tenuto empre quella: complice di parole. Una via di mezzo tra il lavoro di editing e la scrittura assoluta». 

C’è qualche canzone in cui è stato più complice di altre? 

«Con i Subsonica si passa attraverso un numero tale di stesure e re-impasti che alla fine è difficile – e non ha nemmeno senso – dire chi abbia scritto cosa. Tra l’altro, avviene quasi sempre a sei mani, con Max e Samuel. Se devo indicare un brano scelgo Come se, in cui ci fu un gran lavoro di scrittura con Sa­muel. Un titolo simbolico, vi­sto che è la prima traccia del primo disco». 

Da insider, cosa ci può dire dell’imminente festa per il trentennale della band? 

«Nulla più di quello che è già stato detto. Sarà bella ric­ca, con la mostra, i concerti al­le Ogr e appuntamenti sparsi per la città in cui sarò coinvol­to anch’io». 

E del nuovo album che uscirà in primavera? 

«Che è ottimo. Sono già uscite due tracce, ma i singoli sono sempre un discorso a parte: parecchi altri brani dentro l’album sorprenderan­no i fan». 

Invece quali sono tre can­zoni di Nick Drake che tutti dovrebbero conoscere e per­ché? 

«Solo tre? Di sicuro River Man, con la sua orchestrazio­ne fantastica; Black Eyed Dog, una sorta di mantra blues do­ve si parla di un “cane nero” che per me è un riferimento alla malattia; e poi Pink Mo­on» title-track dell’omonimo album finale, incisa di notte, da solo con la chitarra».