Miraggi festeggia 10 anni, sostienici con una DONAZIONE e ti regaliamo uno o più libri dal nostro catalogo!

Miraggi festeggia 10 anni, sostienici con una DONAZIONE e ti regaliamo uno o più libri dal nostro catalogo!

15 maggio 2020 Miraggi festeggia 10 anni di attività, e non è poco! Ma non ci fermiamo qui…

Miraggi è nata dopo la crisi del 2008, ha esordito al Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2010 e giunge a questo traguardo con la crisi del coronavirus in atto. Fino a oggi, in questo stato di crisi permanente che chiamano editoria, abbiamo superato ostacoli che anche a noi parevano insormontabili, e abbiamo resistito. E l’abbiamo fatto dimostrando ai lettori (e a noi stessi) che con il coraggio, un pizzico di intuito, la passione e l’amore per questo lavoro meraviglioso che consiste nel “fare libri” ci si può guadagnare il proprio spazio nel mare magnum editoriale italiano. Piccoli ma forti!

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Abbiamo deciso, in questo momento e nel pieno di quest’altra crisi “virale”, di festeggiare comunque i nostri 10 anni, chiedendo a voi, lettori che ci avete seguito e apprezzato in questi anni una piccola donazione, secondo modalità che ci permetteranno di regalarvi dei pezzi della nostra storia.

Potete donare con PayPal o tramite SatisPay

Ecco come:

  • 1€ come piccolo e semplice contributo: un caffè (per lavorare meglio!)

  • 5€ e ti regaliamo 1 libro storico di questi nostri 10 anni a sorpresa, che spediremo con piego libro (importante lasciare un recapito);

  • 10€ e ti regaliamo 2 libri storici di questi nostri 10 anni a sorpresa, che spediremo con piego libro (importante lasciare un recapito);
  • Offerta libera (sapremo dimostrare la nostra riconoscenza, importante lasciare un recapito).

Grazie per la fiducia! Inviaci poi la foto tua con i libri Miraggi in mano e creeremo un album dei donatori!


Se ti va di aiutarci e di diffondere e condividere questo nostro sentimento te ne saremo grati.

#3 Racconto inedito di Bianca Bellová

#3 Racconto inedito di Bianca Bellová

Marta è di malumore

(Trad. dal ceco di Laura Angeloni, letto e interpretato da Elisa Galvagno)

Marta è di malumore. Dice che non ha più intenzione di aiutarmi con queste stupidaggini, che ha un sacco di lavoro da fare in giardino ed è nervosa soprattutto per questo. Deve rincalzare le patate, a meno che non ci sia qualcuno che lo faccia al posto suo. A guardarsi intorno, le sembra di non vedere anima viva. Che ha già abbastanza problemi con la siccità. Se continua così le patate saranno piccole come perline, per non parlare dell’aglio e della cipolla. Il pozzo è allo stremo, ormai più di un rivolino d’acqua non ne tiri fuori. E io che non faccio che romperle le scatole per quelle stronzate che comunque non guarda nessuno. Che farò quando fra un mese non ci sarà più niente da mettere sotto i denti, mi sazierò con i miei filmatini?

Eppure all’inizio le piaceva così tanto. Anche lei cova dentro di sé bisogni creativi mai espressi. Tutte le sue figurine all’uncinetto che produce la sera da anni; con l’uncinetto ha fatto vari personaggi del presepe, tutte le statue del ponte Carlo e l’ultimo governo ceco per intero, compresi i ministri destituiti e i loro sostituti. Ha fatto Quentin Tarantino e Mao Tze Tung, Lída Baarová con Goebbels. E le sue figurine le abbiamo utilizzate per diversi videotutorial di sopravvivenza.

Leggi e ascolta insieme

Quando hanno chiuso i negozi ne abbiamo girato uno con Jirka Bartoška, detto Barťák, che mostrava come costruirsi un arco con le frecce. Marta stava davanti al microfono e cercando di imitare la voce vellutatamente impostata di Barťák e la sua dizione sgraziata diceva: “Per determinare la giusta ampiezza dell’arco appoggiate la mano destra sul fianco destro e allungate il braccio sinistro il più possibile. La distanza tra i due punti corrisponde all’ampiezza esatta”.

Abbiamo dovuto girarlo a varie riprese, perché a Marta veniva sempre da ridere. Non ero infastidito, mi piace quando ride, intanto io preparavo l’animazione col nostro Barťák di cotone, che allargava le braccia e si scontrava sempre col suo naso aquilino e Marta rideva a crepapelle. Fretta non ce n’era, nessuno dei due lavorava più e le pecore badavano a se stesse. Pur se non ne avessimo ricavato niente, ne sarebbe valsa la pena anche solo per vedere Marta ridere così. Ha una risata gutturale, come una vacca che partorisce, sembra che la tiri fuori dalle profondità della terra.

Il primo video si è propagato come il fuoco, d’un tratto centinaia di fan non chiedevano altro che vederne di nuovi. Nel successivo abbiamo inscenato una partita di calcio a distanza, ventidue figurine che giocavano un incontro decisivo, ognuno nel suo soggiorno. Di calciatori avevo però solo Panenka e Maradona, quindi ho dovuto completare la formazione con San Venceslao, Goebbels e altri. Marta non era ispirata, quindi la radiocronaca ho dovuto farla da solo. E alcuni commenti mi hanno fatto nero: “Ma che radiocronaca è, bestia, l’hai mai vista una partita vera?”, e io e Marta ci siamo fatti una bella risata.

Poi abbiamo girato un video sulla caccia alle rane. Paris Hilton agitava una torcia nel buio e in tono molto affettato diceva che le rane, di notte, ovvero quando sono più attive, le individui, non immagineresti mai! Grazie al loro gracidio! Devi avvicinarti, abbagliarle con una fonte di luce e tramortirle con una mazza da baseball! Le rane sono commestibili, ma alcune nascondono sotto pelle un veleno – quindi prima della consumazione dovete scuoiarle! Le coscette di rana sono una délicatesse assoluta, hanno lo stesso gusto del pollo, ma che dico del pollo? Sono molto meglio! L’ultima scena era una ripresa dettagliata della nostra Paris Hilton a uncinetto mentre, con il suo mostruoso chihuahua attaccato a una mano e la chiavettadella rana a molla nell’altra, fa schioccare rumorosamente la lingua. 

Quella volta ci hanno dato parecchio addosso tirando in ballo il maltrattamento degli animali, si è espressa a riguardo persino un’associazione per la protezione animali. Con un certo disgusto hanno condiviso il video anche i vegani, quindi di colpo di sono aggiunti diecimila spettatori da tutto il mondo. Hanno scritto su di noi un paio di articoli su riviste nazionali ed estere. Persino al notiziario in televisione hanno parlato di noi, in chiusura, tra le curiosità.

John Travolta ha illustrato come farsi venire dei bei boccoli col phon in assenza di parrucchiere. In un video sul taglio di capelli casalingo hanno recitato anche le nostre pecore. Il nostro Přemek Podlaha all’uncinetto ha presentato un tutorial su come estirparsi un dente. “Il sapone è un disinfettante fenomenale!” ha commentato con la sua voce saggia. “Come le mani, anche la ferita bisogna lavarla con l’acqua bollita. Se impossibilitati a procurarvela, usate l’urina! È un liquido sterile e la ferita non si infetterà!”

Ogni giorno un video lungo dai due ai tre minuti, a girarli ci divertivamo un sacco e col passare del tempo siamo migliorati molto, ormai riuscivamo a capire la via più diretta per arrivare subito allo scopo, tecnicamente e concettualmente. Ricevevamo molti messaggi incoraggianti e anche ringraziamenti, perché con i nostri tutorial la pesantezza della quarantena era più sopportabile. 

“Fuori è buio, si sentono solo le sirene delle ambulanze e lo scroscio dei vetri delle vetrine spaccate dai poveri che, ormai privi di tutto, saccheggiano i negozi”, ha scritto per esempio un fan di Brno. “E io me ne sto qui seduto a guardare un video dopo l’altro e so che andrà tutto bene. Vi ringrazio con tutto il cuore, è grazie a voi se non sprofondo nell’angoscia”.

“Cazzo, fratello, grazie!”

“Non ho mai visto niente di più stupido. Mi congratulo per aver abbassato l’asticella dell’intrattenimento al suo minimo storico!”

“Potreste scrivermi per piacere che spezie usate per le coscette di rana?”

Avevamo seguaci nelle Filippine e persino nell’isola di Pasqua. Era inebriante.

Poi è iniziata la discesa. Ogni giorno i like si dimezzavano. In tutto il mondo hanno cominciato a verificarsi guasti alla rete elettrica. Circa un mese dopo, la città che vediamo dalla nostra collina è avvolta nel buio, non viene più illuminata. Grazie ai pannelli solari sul tetto noi possiamo ancora accendere la luce, se splende almeno un po’ il sole. E anche riscaldare l’acqua. La legna ci basterà per qualche inverno e ho avvolto il recinto col filo spinato e munito la casa di balestre che si attivano grazie a un pedale.

In caso la situazione dovesse volgere al peggio, in cantina abbiamo un generatore di corrente diesel. Solo con l’acqua nel pozzo siamo messi male. E Marta mi dimagrisce a vista d’occhio, nemmeno girare i video la diverte più.

“Marta, c’è rimasto del pollo nel congelatore?”

“Sì,” sospira lei, “quello dell’azienda di Andrej Babiš,l’avevi comprato per sbaglio e mi ero rifiutata di cucinarlo. È l’ultimo che abbiamo”.

“Allora tiralo fuori, Marta mia. Facciamo un video tutorial su come arrostire un pollo in una scatola per munizioni”.

“Ma piantala!”

“Non dobbiamo arrenderci”.

Scuote la testa e lascia cadere le braccia. “Ti voglio tanto bene” dice, “e mi piace quello che fai. Ma ti pare che qualcuno possa ancora guardarli, questi stupidi video? La gente ha altri problemi. E anche se volessero non potrebbero, perché la corrente non ce l’ha quasi più nessuno”.

Prende la cagna e va a fare una passeggiata nel bosco. Ora non la richiama più quando si lancia all’inseguimento di una lepre o di un cervo. Ancora non ha preso niente, non è più una giovincella, ma magari un giorno ce la farà.

Guardo i grafici di visite del sito e vedo che da ieri abbiamo avuto in tutto sei spettatori. Mi alzo e vado a dar da mangiare all’ultimo coniglio.

“In agrodolce o alla panna?” gli chiedo scherzoso, grattandogli il mento. Il coniglio soffia, non ha mai gradito le mie battute.

Tornando dal bosco Marta mi porta il pollo senza dire una parola. È già scongelato, deve averlo tirato fuori già prima di uscire. Mi porta anche i protagonisti del video – gli animali all’uncinetto, la giraffa, lo scoiattolo, il cagnolino. Mi osserva in silenzio mentre muovo gli animali, lascio cadere il cane nella scatolina di latta che lo scoiattolo ha precedentemente ripulito con la coda dai rimasugli di polvere da sparo, li faccio accendere il fuoco, le cui fiamme sono fatte di fogli di celluloide, il pollo nella scatolina di latta non c’entra, gli animali non riescono a chiudere lo sportellino. Marta sospira ed esce in giardino a rincalzare le patate. Una settimana fa, mentre facevamo l’amore, le ho schiacciato gli occhiali, quindi non può più leggere libri e nemmeno risolvere i cruciverba. Ma lei non ha detto nemmeno una parola, in questa settimana non ne ha mai fatto cenno.

Il segnale è instabile, quindi ci metto incredibilmente tanto a girare il video. Marta torna e guarda lo schermo da sopra la mia spalla finché non appare la scritta: “Il suo video è ora pronto per essere riprodotto”.

Guarda gli animali all’uncinetto che preparano il pollo di Babišarrostito nella scatolina da munizioni secondo il manuale del reggimento di forze speciali SAS, e all’improvviso dentro di lei comincia a gorgogliare una risata dal profondo. Ahah ahahah ahah uhahaha… ride tanto che la cagna alza la testa e ci guarda con aria confusa.

“Non è possibile” ride con le lacrime agli occhi. “Sei proprio scemo!”

La cagna per sicurezza lancia un abbaio.

Poi sotto il video compare un like titubante. Marta si fa seria eannuisce col capo.

All’improvviso lo schermo del computer si spegne, così come le spie di tutti gli elettrodomestici. Il frigorifero ha un sussulto.

“Continua” dice Marta. “Vado ad avviare il generatore”.

Marta mi sorride incoraggiante. Sappiamo entrambi da tempo che non smetteremo mai. 

Bianca Bellová, Praha, 01.5.2020

#2 Racconto inedito di Bianca Bellová

#2 Racconto inedito di Bianca Bellová

I velieri

(Trad. dal ceco di Laura Angeloni, letto e interpretato da Elisa Galvagno)

Oggi non è venuta.

La cerco con lo sguardo dal terrazzo e vedo che l’acqua si è alzata un altro po’, inondando, sulla piazza, tutta la fioriera con le palme, che nessuno si è preso la briga di portar via. Un attimo fa sono cessati gli ultimi echi del ballo notturno e anche lo scampanio dalla cattedrale che chiamava alla messa, ora è scesa la quiete. Si sente solo lo sciaguattare dell’acqua e il crepitio delle travi portanti.

Sulla strada nuotano i topi d’acqua, insieme a un cesto pieno di stoviglie di stagno. Sul lato ovest della città hanno cominciato a demolire le case, di notte ho sentito i loro lamenti, gemevano come le vergini quando il principe reclama su di loro il diritto della prima notte.

Una barca a remi che attraversa la piazza trasporta dei musicisti, di ritorno da una festa notturna. Si appoggiano mezzi addormentati ai loro strumenti, troppo stanchi per rispondere al mio saluto. I musicisti che non hanno ancora lasciato la città sono richiestissimi. Arrivano nei palazzi e i signori gli concedono di portarsi via quel che vogliono. Ma gioielli, gobelin e vetri di Venezia hanno perso valore, ce ne sono fin troppi in giro. Vanno per la maggiore quel genere di scambi che sanno di carne e sangue: in cambio del servizio richiesto offrono una notte con la figlia minore, un biglietto sul veliero del giorno successivo, un sacchetto di oppio, un decotto di belladonna e cicuta…

E lei non è venuta. Ogni giorno mi comunica sorridente che l’indomani partirà, che è la sua ultima possibilità, ma poi c’è sempre qualcosa che la trattiene: una zietta stroncata dalla febbre, la servitù che è fuggita e lei non ha idea di come preparare il bagaglio per il viaggio… E poi vedo di nuovo la sua gondola arrivare sulla piazza e il suo nastro d’oro intorno al collo, che lei mi permette di toglierle e poi di giocarci a lungo. Strofino quel raso d’oro tra le dita, lo annuso e la prego di lasciarmelo quando partirà.

“Non fare il sentimentale” ride lei e a volte mi sculaccia col suo ventaglio.

Ci amiamo senza parole, in silenzio, si sentono solo i gemiti delle fondamenta della casa. Sfiora le mie cicatrici e quando piango mi consola. A volte mi si addormenta tra le braccia, quando la notte prima ha folleggiato in qualche baccanale; allora ha dei cerchi scuri sotto gli occhi e l’umore malinconico.

“Se continua così, nel giro di una settimana avrai l’acqua in camera da letto” dice, e io scrollo le spalle. 

“Vieni con me” ripete per la millesima volta, ma ha un tono rassegnato. Sa che non cederò, che non voglio e non posso ricominciare altrove, in una città diversa di un’isola diversa …

Rimango in silenzio e lei si infuria, mi prende a pugni sul petto e grida: “Ma non la senti la puzza di marcio?!”

Poi stiamo in piedi sul terrazzo e guardiamo un altro veliero salpare all’orizzonte. Prima andavamo al porto ogni giorno per dare l’addio ai cittadini in partenza. Era più divertente che stare a osservare le torture e le esecuzioni capitali in piazza. Ho visto uomini sul ponte che al rintocco della campana della nave avevano il mento che gli tremava, allora distoglievano gli occhi e non li posavano mai più sulla riva. Ho visto genitori in procinto di spedire i loro figli lontano dalla città, ma, nell’attimo in cui la passerella del brigantino cominciava a sollevarsi, cambiavano idea e gridavano ai bambini di saltar giù. Le vecchie urlavano, si strappavano i capelli e si lanciavano sotto la prua, provocando un ritardo nella partenza e gli improperi dell’equipaggio.

Lei stava sempre in silenzio e salutava col suo foulard di seta. Adorava quel teatro: a ogni partenza la vedevo esercitarsi per la sua, si commuoveva in anticipo, deglutiva le lacrime e si riprometteva di essere forte. E quando cominciò a diventare evidente che il suo pubblico sarei stato io, ho smesso di andare. Ho smesso proprio di uscire di casa, in realtà. Ho spostato le mie scorte di vino dalla cantina alla biblioteca e per l’ultima volta mi sono deliziato dei miei volumi. Poiché nessun capitano mi avrebbe permesso di portarmi dietro i libri, le migliaia di tomi di cui mi prendo cura, in quell’esodo. Un’ordinanza del principe ha imposto per secoli che ogni nave che sostava nel porto fornisse tutti i libri che aveva a disposizione, e al pianterreno del mio palazzo i copisti li trascrivevano con perizia, a beneficio delle generazioni successive.

Nel giro di un paio di giorni tutti i volumi verranno inghiottiti dall’acqua putrida. E dunque io sto qui ad aspettare la rovina, con i miei libri in grembo; li coccolo, ci parlo, sfioro la loro pelle e accarezzo le pagine con una premura che non si discosta molto da quella che uso con la mia donna. E intanto guardo, in attesa di vedere la sua gondola.

La città si è spopolata molto, ma non è ancora del tutto deserta. Sono molti coloro che si rifiutano di lasciare i muri che si sgretolano e i letti su cui per anni si è impressa l’impronta dei loro corpi. Agghindati in modo sontuoso, come se dovessero ricevere il sacramento della Cresima, continuano a recarsi ogni domenica nella cattedrale in cui sono stati battezzati e sposati. Sulla piazza c’è il laboratorio orafo del vecchio Kohn, che ancora batte, cesella e lucida gioielli di inaudita bellezza, che ormai nessuno compra più. I dieci anni che ha trascorso curvo nel suo laboratorio mostrano ora i loro frutti. Come ogni artigiano esperto ora a Kohn basta prendere in mano un pezzo di metallo argentato per capire a un primo sguardo come dominarlo. Le sue anziane dita e la pelle rugosa si materializzano nei suoi gioielli, il vecchio e l’effimero diventano nuovi. Kohn adesso sforna una gran quantità di anelli, diademi, cavigliere e orecchini di incantevole meraviglia. Il suo laboratorio è sempre illuminato, il suo pavimento sempre spazzato alla perfezione. Intanto Rachel Kohn si asciuga gli occhi con il grembiule davanti ai fornelli.

Da tempo ormai nessuno compra più niente da lui – a parte me. Ordino da Kohn i gioielli per lei. È di certo una vanità. Lo sa anche lei – quando le allaccio la collana di smeraldi al collo sorride indulgente, come se si prestasse al gioco di un bambino. Un giorno si è sfilata gli orecchini di rubini e li ha lanciati dalla finestra.

“Questi sono solo gingilli!” ha gridato. “Regalami qualcosa di vero!”

So che vorrebbe che partissi con lei, e lei sa che non partirò.

Mi sono accorto che non è perfetta. Ogni tanto qualche filo di argento le scintilla tra i capelli. La cipria va a incastrarsi nelle impercettibili rughe intorno alla bocca. È lunatica. La pelle non è più elastica come il giorno in cui l’ho notata per la prima volta, quando incedeva sulla piazza col suo sorriso e un nastro bianco intorno al polso. Il suo declino è già iniziato, sebbene si manifesti ancora in modo lento e impercettibile. 

Ci sono giorni in cui riesco a farmene una ragione, comprendo che tutto passa, e che così dev’essere. È giusto che le giunzioni dei pozzi, levigate dai secoli, e la fontana ornamentale sulla piazza, e il palazzo principesco, la cattedrale e dopotutto anche la mia libreria, diventino dimora dei pesci predatori. Che tutto pian piano si decomponga e si trasformi in nutrimento per la nascita di qualcosa di più dignitoso.

Ma non oggi.

Avevo una casa piena di servitù e mi sono concesso ogni esperienza possibile, ma in verità nessuna di queste era davvero importante. Molto di ciò lo conservo ancora: la biblioteca più preziosa del mondo, gioielli di una bellezza indescrivibile e abbastanza vino e petrolio per la lampada che terrà la mia finestra illuminata fino alla fine. Il liuto che strimpello, anche se con l’umidità crescente diventa sempre più difficile da accordare.

Guardo il vascello che parte all’orizzonte, magari scorgerò sul ponte il bagliore di un nastro dorato, e subito discosterò lo sguardo.

Sappiamo entrambi, caro lettore lontano, che se c’è una cosa che non abbandonerò mai, è la fiducia di vederla arrivare ancora una volta.

Bianca Bellová, Praha, 01.4.2020

#1 Racconto inedito di Bianca Bellová

#1 Racconto inedito di Bianca Bellová

L’amore supera tutto

(Trad. dal ceco di Laura Angeloni, letto e interpretato da Elisa Galvagno)

L’isola si era difesa a lungo dall’epidemia di peste che imperversava sulla terraferma.

Non c’era ragione di dubitare di quanto insidioso fosse il contagio. Dai racconti, tutti sapevano quanto fosse spietata la pestilenza. Dalle tante chiese della terraferma, attraverso lo stretto, giungeva incessante il rintocco delle campane a morto. Il vento trasportava fin lì la melodia del Dies Irae.

Dies irae, dies illa

solvet saeclum in favilla,

teste David cum Sybilla.

Le guardie che vigilavano sul rispetto della quarantena sparavano dal molo sfere di fuoco, ignis volatilis, a tutte le navi che tentavano di avvicinarsi e attraccare. Una delle navi fu colpita e affondata; le guardie impiegarono poi vari giorni ad allontanare dalla riva i marinai affogati. Avevano il corpo pieno di tatuaggi di galline e maiali, perché erano convinti che Dio, in caso di affogamento, vedendo quelle bestie che non sanno nuotare, nella sua grazia li avrebbe presiin palmo di manoe avrebbe soffiato su di lorodepositandoli sulla riva. Altri si erano tatuati un’ancora, perché trattenesse il marinaio caduto in mare nei pressi dell’imbarcazione. La rosa dei venti doveva invece servire a riportare in salvo nelle loro case i marinai smarriti. Adesso i loro corpi gonfi erano in balia della corrente, e i pesci e gli uccelli predatori li prendevano a morsi.

Leggi e ascolta il racconto

Grazie al massimo dispiegamento di forze, l’isolaperdurava risolutamente nella sua splendid isolation. Gli uomini adulti si alternavano nel pattugliare le sponde frastagliate dell’isola, perché nemmeno un topo riuscisse a giungere fin lì dalla terraferma.

Quantus tremor est futurus,

quando judex est venturus,

cuncta stricte discussurus.

Berenice scosse il capo e i capelli riflessi sul vetro della finestra intercettarono un raggio di sole pomeridiano. Le prudeva la testa, pregò tutti i santi del paradiso di non aver preso i pidocchi. Poggiò la spazzola di avorio sul grembo e si premette le mani sulla pancia. Chiuse gli occhi sognante.

“Che fai, guardi le mosche che volano? Se pensi ancora a quel cascamorto…” la mamma fece un respiro profondo e si mise la mano destra sul petto. Sospirò.

“Stia tranquilla, mamma. Penso alle ore di latino che ho perso.”

La mamma sospirò ancora. “Eh già, anche questo. Vedrai che quando le piaghe d’Egitto saranno passate tornerà tutto alla normalità, bambina mia. Devi recitare spesso il breviario e mantenere intatta la tua fede, come noi tutti.”

“Sì, mamma.”

“Sei una figlia ubbidiente e devota, grazie a Dio. Ma non devi perdere tutto quel tempo davanti allo specchio.”

“Sì, mamma.”

“Fra poco cominciano i vespri. Preparati.”

“Sì, mamma.”

Bereniceavvistò sulla superficie dello stretto una vela biancorossa, che le strappò un gemito involontario dai polmoni. Ma era stato solo un sussulto della retina, un’illusione ottica generata nella sua mente dall’inquieta attesa.

Tuba mirum spargens sonum

per sepulchra regionum,

coget omnes ante thronum.

Berenice sentì la madre in cucina che discuteva col garzone, l’aveva mandato a fare provviste nei villaggi più lontani, visto che gli insediamenti più vicini erano già stati svuotati. Da quando il flusso di merci provenienti via nave dalla terraferma si era arrestato, sull’isola erano iniziati tempi magri. Era un’isola prevalentemente rocciosa, su cui crescevano solo more e mele selvatiche. Per il resto non c’era altro, a parte i minuscoli pesciolini argentei e la carne delle capre che scorrazzavano tra le rocce. Berenice si alzò e lanciò uno sguardo in cucina. Vide sua madre che in silenzio prendeva a pugni la spalla del garzone, che aveva portato solo tre uova di tartaruga e una testa di capra. Il garzone stava lì a testa bassa e si lasciava percuotere dalla donna, una spanna più bassa di lui.

“Mamma.”

La madre si girò e fece un sospiro. “Dovremo tirare la cinghia, bambina mia.”

“Sì, mamma.”

“Il Signore ci proteggerà, come sempre.”

A Berenice non importava. Si era ormai abituata alla fame. Ogni volta che recitava il rosario chiudeva gli occhi e senza il minimo sforzotornava a sentire sulla sua pancia le mani ardenti dell’innamorato. Poi dalla terraferma risuonò ancora il rintocco delle campane a morto. Succedeva tanto spesso ormai che nessuno ci badava più, era normale quanto l’urlo dei gabbiani. Era parte del ritmo quotidiano, come i pescatori che all’alba uscivano in mare, o la porta della città che si chiudeva all’ora dell’Angelus. 

Mors stupebit et natura,

cum resurget creatura,

judicanti responsura.

Durante le preghiere Berenice chiedeva solo e soltanto di rivedere il suo amato, e che il buon Dio lo mantenesse in salute. Ora chiudeva spesso la finestra, perché varie volte al giorno passava lì sotto una schiera sempre più folta di flagellanti, che con le tonache bianche intrise di sangue fresco, invocavano l’espiazione davanti al Giudizio Universale. Erano convinti che chi avesse resistito a trentatré giorni di flagellazione, sarebbe stato redento da tutti i peccati. Berenice non sopportava quei penitenti urlanti e puzzolenti.

Oro supplex et acclinis,

cor contritum quasi cinis,

gere curam mei finis.

Due settimane dopo, Berenice aveva appena finito la sua scorta di sapone di bile, le campane dall’altra parte dello stretto smisero di rintoccare a morto.Calò un insolito silenzio. Berenice tirò un sospiro di sollievo, come se qualcuno le avesse tolto di dosso una pietra tombale. 

Huic ergo parce, Deus.

Pie Jesu Domine,

dona eis requiem! 

Poi in una caletta appartata approdò una barca. Un messaggero recapitò una lettera che iniziava così:

“Mia amata Berenice, luce dei miei occhi, ho sete di te…”

Una settimana dopo sull’isola non era rimasto nessuno a seppellire i morti.

Bianca Bellová, Praha, 21.3.2020

Miraggi appoggia le librerie indipendenti: Libreria Diari di Bordo. Prentazione L’imperatore di Atlantide e Poesie dal campo di concentramento

Miraggi appoggia le librerie indipendenti: Libreria Diari di Bordo. Prentazione L’imperatore di Atlantide e Poesie dal campo di concentramento

Un aiuto alle Librerie in difficoltà lo possono dare anche gli Autori e le Case Editrici con segnali forti: scegliendo una libreria piccola e poverella dove per presentare i loro libri. Ecco partiamo, oggi, con il ringraziare dunque Claudia Durastanti e Paolo Cioni e le case editrici La nave Di Teseo, Mattioli 1885 e Miraggi edizioni. Perché è grazie a loro che si è aperta una settimana di altissimo livello ai Diari. Da un paio di settimane si leggono commenti sgomenti circa la chiusura continua di librerie in Italia. Io ho pensato, ma se ognuno si impegnasse ad acquistare almeno un libro al mese in una libreria reale, meglio ancora se indipendente? E se gli scrittori che vendono e le case editrici scegliessero di fare gesti concreti verso librai e librerie in difficoltà? Cosa che è accaduta ai Diari, a partire da Martedì 21 gennaio in cui abbiamo ospitato la data finale del lungo Tour del libro, edito da La Nave di Teso, ” La Straniera” di Claudia Durastanti. Avevo seguito le tappe lucane di questo meraviglioso tour l’estate scorso e grazie alla Fondazione Leonardo Sinisgalli negli Orti di Merola a Montemurro avevo condotto con Giuditta Casale e Biagio Russo una serata molto piacevole e frizzante. Durante la serata di Martedì scorso, con una libreria piena fino all’inverosimile di gente, abbiamo ricordato molti aneddoti di quelle serate lucane estive. In un silenzio fatto di grande attenzione Claudia Durastanti, seduta sul mitico sgabello bianco, ha spiegato come si può raccontare una vita tracciando mappe del proprio vissuto ed esplorando i luoghi simbolici e geografici.

“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato”. Come si racconta una vita se non esplorandone i luoghi simbolici e geografici, ricostruendo una mappa di sé e del mondo vissuto? Tra la Basilicata e Brooklyn, da Roma a Londra, dall’infanzia al futuro, il nuovo libro dell’autrice di “Cleopatra va in prigione” è un’avventura che unisce vecchie e nuove migrazioni. Figlia di due genitori sordi che al senso di isolamento oppongono un rapporto passionale e iroso, emigrata in un paesino lucano da New York ancora bambina per farvi ritorno periodicamente, la protagonista della Straniera vive un’infanzia febbrile, fragile eppure capace, come una pianta ostinata, di generare radici ovunque. La bambina divenuta adulta non smette di disegnare ancora nuove rotte migratorie: per studio, per emancipazione, per irrimediabile amore. Per intenzione o per destino, perlustra la memoria e ne asseconda gli smottamenti e le oscurità.
Non solo memoir, non solo romanzo, in questo libro dalla definizione mobile come un paesaggio e con un linguaggio così ampio da contenere la geografia e il tempo, Claudia Durastanti indaga il sentirsi sempre stranieri e ubiqui.
La straniera è il racconto di un’educazione sentimentale contemporanea, disorientata da un passato magnetico e incontenibile, dalla cognizione della diversità fisica e di distinzioni sociali irriducibili, e dimostra che la storia di una famiglia, delle sue voci e delle sue traiettorie, è prima di tutto una storia del corpo e delle parole, in cui, a un certo punto, misurare la distanza da casa diventa impossibile.

Claudia Durastanti è nata a Brooklyn nel 1984, scrittrice e traduttrice. Il suo romanzo d’esordio “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” (2010) ha vinto il Premio Mondello Giovani; nel 2013 ha pubblicato “A Chloe”, per le ragioni sbagliate, e nel 2016 “Cleopatra va in prigione”, in corso di traduzione in Inghilterra e in Israele. E’ stata Italian Fellow in Literature all’American Academy di Roma ed è tra i fondatori del Festival of Italian Literature in London. Collabora con “la Repubblica” e a lungo ha vissuto a Londra. Durante la serata ampio spazio è stato dato anche al libro edito da Minimum Fax nel 2016 dal titolo “Cleopatra va in prigione”. Un libro breve e intenso nelle sue 120 pagine: la trama, il linguaggio innovativo, una scrittura asciutta ed efficace e una periferia di Roma sconosciuta ai più. Non credo che avremmo la bellezza de “La Straniera” senza Cleopatra.

“Ogni giovedì Caterina va a trovare il suo ragazzo in prigione”. Questo è l’incipit. Caterina va a trovare Aurelio, il suo ragazzo, nel carcere di Rebibbia. Sono entrambi figli dell’estrema periferia romana, e in passato hanno provato a costruire un sogno insieme: gestire un night club. Ma le cose sono andate diversamente dai loro progetti e Caterina, ex ballerina di danza classica, si è ritrovata a lavorare come spogliarellista proprio nel locale di Aurelio. Adesso lui è in prigione, ed è convinto che lo abbiano incastrato. Come reagirebbe se sapesse che, una volta uscita di lì, la sua ragazza si infila tra le lenzuola del poliziotto che lo ha arrestato? Cleopatra va in prigione è un romanzo struggente, duro, pieno di colpi di scena, ambientato in una Roma molto più vasta e sconosciuta di ciò che si potrebbe immaginare. Claudia Durastanti scatta una fotografia vivida e accorata della periferia urbana, il vero luogo dove in questi anni nascono le storie, e soprattutto racconta chi, nonostante le delusioni e i sogni infranti, continua a vivere e ad amare.

Sabato 25 Gennaio è toccato a Paolo Cioni con il suo ultimo romanzo “La verità a pagina 31”, edito da Elliot.
Architetto di formazione Paolo Cioni ha tradotto romanzi di Aldous Huxley e Charles Webb, per anni ha diretto insieme a Benedetto Montefiori la rivista «Experience» e per Feltrinelli ha pubblicato il romanzo “Ovunque e al mio fianco” (2006) e, a distanza di dieci anni, sempre per Elliot, ha pubblicato “Il mio cane preferisce Tolstoj”. La penna tagliente di Gian Paolo Serino lo ha definito “Il Dave Eggers italiano” ma ha anche speso parole encomiabili per “La verità a pagina 31″, definendolo ” un romanzo solenne. Cioni nella sua delicatezza di sentimenti nella sua ritrosia ci incuriosisce sulla sua figura: è uno di quei rari scrittori che a lettura finita, vorresti cercare sull’elenco telefonico, o andare a citofonargli a casa”. Anche di Sabato, in una libreria piena in ogni ordine di posto, si è parlato di libri e letteratura e editoria. Cioni da editore e scrittore e traduttore lo ha fatto da una posizione privilegiata, avendo un orizzonte molto chiaro. Nella prima parte della serata ci si è soffermati sul suo ultimo elegante romanzo.

Una telefonata che arriva dal passato, un vecchio libro misterioso che parla di angeli e dell’idea, difficile da accettare, che ci siano persone che vegliano su altre: ecco cosa mette in moto una storia fatta di ricordi e di sogni infranti, di rimorsi e di amori smarriti, cercati, dimenticati e mai vissuti fino in fondo.È l’estate del 1993, Parma sembra una cartolina ingiallita. Ennio Fortis ha da poco compiuto trent’anni, lavora in una libreria e non ha una ragazza. Quella telefonata lo riporta indietro nel tempo, agli amici di gioventù, al Collettivo di cui ha fatto parte, alle riprese di un documentario dedicato alla via Emilia e mai finito e, soprattutto, a Raimondo. Raimondo il visionario, Raimondo che gli ha mostrato una strada e che gli ha tolto il sonno travolgendolo con le sue idee impalpabili e bellissime. È la sua voce che arriva dal passato, arrochita e stralunata, e che lo richiama in servizio, perché c’è un compito da svolgere: ritrovare Adele, la sua ex moglie fragile e silenziosa, tornata da chissà dove e che adesso vive da qualche parte in città. Ennio accetta e si mette in movimento, in un viaggio a ritroso che risveglia il suo amore segreto e mai sopito per quella donna, in cerca di una verità che prende forma pagina dopo pagina, come nei fotogrammi sbiaditi di un film dimenticato.
Un romanzo sull’amicizia e sull’amore, che a volte ci abbagliano al punto di farci smettere di vedere e di ascoltare, per cominciare finalmente a sentire

Ma Paolo Cioni, appunto, non è solo un fine narratore e un abile traduttore e dagli inizi degli anni 2000 è anche editor della storica casa editrice Mattioli 1885. Mattioli 1885 è una casa editrice editrice di Fidenza, attiva appunto dal 1885 nel settore della narrativa, della storia e della scienza. E’ proprio il 1885 l’anno di fondazione e la piccola azienda sorge come editore degli stabilimenti termali di Salsomaggiore e Tabiano Terme. Si specializza in ambito medico per divulgare scientificamente i benefici delle acque termali e in pieno stile liberty per promuovere le due località già al tempo molto frequentate. Dopo diverse vicissitudini, che corrono a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo, negli anni ’90 la proprietà passa alla famiglia Cioni che rafforza l’editoria scientifica e specialistica in ambito medico. Agli inizi del nuovo millennio assume la presidenza Paolo Cioni e ai titoli scientifici vengono affiancate collane di saggistica e di narrativa, con una produzione media di circa 50 titoli per anno. Nella serata abbiamo parlato anche di titoli recenti e meno recenti della casa editrice.

Molto spazio, tra gli ultimi titoli, è stato dato a “La mia autografia” di Charlie Chaplin uscito per Mattioli 1885 Books il 21 Novembre scorso con traduzione di Vincenzo Mantovani e prefazione di Gian Paolo Serino. Una nuova completissima edizione, cartonata, che racconta tutto il mondo di Charlie Chaplin: “Volevo cambiare il mondo e l’ho fatto soltanto ridere”. Questo è stato il suo cruccio per tutta la vita. Non lo avevano capito, malgrado il successo. Lui che aveva fatto di tutto per conquistarlo. Lui che passava i Natale della sua infanzia nei più tristi degli orfanotrofi nella Londra più povera di fine Ottocento e morirà nel 1977 prima che potesse vedere l’alba del suo ultimo Natale.
Charles Chaplin (Londra, 1889 – Corsier-sur-Vevey, 1977), è stato un attore, regista, sceneggiatore, compositore e produttore britannico, autore di oltre novanta film e tra i più importanti e influenti cineasti del XX secolo. La sua rapida ascesa cominciò nel 1914 (quando con la Keystone esordì nel mondo del cinema con il corto “Per guadagnarsi la vita”), ma già nel 1919 fondò la United Artists Corporation. Il personaggio che gli diede fama universale, fu quello del ‘vagabondo’ (The Tramp in inglese; Charlot in italiano, francese e spagnolo): l’omino dalle raffinate maniere ma vestito di stracci, con baffetti, bombetta e bastone da passeggio in bambù. Chaplin fu una delle personalità più creative e influenti del cinema. La sua vita lavorativa nel campo dello spettacolo ha attraversato oltre 75 anni.

Scritte fra il 1959 e il 1963 queste pagine sono incredibilmente dense e sentite. Fluide e avvincenti come un romanzo, raccontano la storia di un uomo venuto dal nulla che inventò il cinema.
Qui ci sono gli indizi per scoprire il segreto di Chaplin e, allo stesso tempo, le storie e i pettegolezzi di un’epoca straordinaria, gli incontri con personaggi come Gandhi, Einstein, Roosevelt, Krusciov, Stravinskij, con le stelle del cinema e le bellezze di Hollywood. Ma è la magia di una narrazione lineare, sobria, mai compiaciuta, a fare di questo testo un’opera anche letteraria.

Ultimissimo titolo in ordine di tempo quello di uno scrittore che la casa editrice ha avuto il merito di tradurre e far conoscere già da alcuni anni, Andre Dubus. E’ uscito in questi giorni “Vasi rotti”, raccolta di 22 saggi scritti da Dubus tra il 1977 e il 1990, a distanza di dieci anni dalla raccolta “Non abitiamo più qui”, da cui fu tratto anche il fortunato film di John Curran, “I giochi dei grandi”, vincitore del Sundance Film Festival.
Frammenti incandescenti di vita privata a rivelare la forza spirituale e la prosa lirica che hanno fatto di Andre Dubus un autore il cui talento è ormai riconosciuto in tutto il mondo. Pagine di rara profondità che permettono al lettore di scoprire soprattutto il Dubus ‘uomo’, animato da una voce intensa, commovente, che si rivela anche in tutta la sua sofferenza, il suo dolore, le sue naturali fragilità.
Personale ma mai indulgente, sensibile ma mai sentimentale, Andre Dubus si racconta: la giovinezza cattolica nella Louisiana di cultura cajun, l’amore per il baseball, il terribile incidente che lo costringerà sulla sedia a rotelle, le fortune ma anche le incertezze e la precarietà di scrittore, l’amore.
Andre Dubus (1936-1999) è uno dei più raffinati narratori americani del Ventesimo secolo. Amico e allievo di Richard Yates e Kurt Vonnegut, celebrato da Stephen King, John Irving, Elmore Leonard, John Updike, Dubus è stato anche saggista, biografo e sceneggiatore, aggiudicandosi svariati premi letterari. Mattioli1885, che sta tentando di pubblicarne l’opera omnia, ha già tradotto: “Non abitiamo più qui”, “Voci dalla luna”, “Il padre d’inverno”, “Ballando a notte fonda”, “I tempi non sono mai così cattivi”, “Voli separati”, “Un’ultima inutile serata”, “Adulterio e altre scelte”.

Tra i meriti della casa editrice Mattioli anche l’aver scoperto tanti scrittori americani di cui l’Italia era orfana e tradotto quindi opere letterarie monumentali come il libro di Gina Berriault “Donne nei loro letti” pubblicato nella Collana Frontiere con postfazione di Nicola Manuppelli.
Gina Berriault (1926-1999) è autrice di quattro romanzi, tre raccolte di racconti e diverse sceneggiature. Il suo lavoro è stato ampiamente pubblicato da riviste quali Esquire, The Paris Review e Harper’s Bazaar. Nel 1996 un’antologia che riuniva anche i racconti qui presentati ha vinto il premio PEN / Faulkner, il National Book Critics Circle Award e il Bay Area Book Reviewers Award. Nel 1997 è stata scelta come vincitrice del Premio Rea per la Short Story. Questa è la prima traduzione in italiano.
Pubblicata per la prima volta nel 1996, quando l’autrice aveva settant’anni, “Women in Their Beds” è la raccolta finale di Gina Berriault. Il volume rappresentò una svolta per Berriault, portandole finalmente l’attenzione critica che meritava. Fu ampiamente elogiato dalla stampa e vinse numerosi prestigiosi premi letterari nazionali. Lynell George del Los Angeles Times Book Review scrisse: “Gina Berriault scrive dei letti che costruiamo e in cui poi siamo costretti a stenderci.”

La storia che dà il titolo alla raccolta è ambientata a San Francisco alla fine degli anni ’60 e descrive le esperienze di una giovane attrice, Angela Anson, che ha un lavoro come assistente sociale all’ospedale della contea. Qui svolge il compito di assegnare le pazienti del reparto femminile ad altri istituti, ma si oppone al suo ruolo di ingranaggio della burocrazia, identificandosi fortemente con le donne oppresse. Angela collega così i destini che le donne condividono, formando una teoria secondo cui le donne sono “inseparabili dai loro letti.” Donne nei loro letti ha una logica onirica che offusca i confini tra sé e gli altri, i fatti e i sentimenti, il dramma e la realtà. Ecco i punti di forza di Gina Berriault come scrittore: la precisa bellezza del suo linguaggio, i vividi confronti che disegna tra percezione e realtà, e l’enorme compassione con cui rappresenta i suoi personaggi.

Tra gli ultimi titoli di narrativa americana pubblicati da Mattioli 1885 è obbligatorio segnalare anche l’esordio di Reynolds Price con un romanzo memorabile “Una lunga vita felice” nella traduzione di Livio Crescenzi pubblicato nella Collana Frontiere.
Reynolds Price (1933-2011) è stato un romanziere, poeta, autore di racconti, drammaturgo, saggista. Nato a Macon, North Carolina, Reynolds si è laureato presso la Duke University di Durham, dove ha poi insegnato per oltre cinquant’anni. Nel 1962, Price ottenne un notevole riconoscimento in seguito alla pubblicazione del suo primo romanzo, “Una lunga vita felice”, che gli valse il William Faulkner Award. Nel 1986 ottenne il National Book Critics Award. Da tempo paralizzato dalla vita in giù, Price ha continuato a scrivere fino alla sua morte, nel gennaio del 2011.

Ambientato in una regione del profondo Sud degli Stati Uniti, dove il paesaggio è descritto con una precisione tale per cui strade, alberi e uccelli hanno la forza espressiva degli stessi personaggi, Una lunga vita felice è la storia dell’amore tormentato tra Rosacoke Mustian e Wesley Beavers – perché l’amore non è come la ragazza se l’immaginava né come l’intende Wesley. In un momento d’abbandono, Rosacoke compie un gesto che segna la fine di un’adolescenza prolungata, popolata di personaggi che rimangono scolpiti nella memoria del lettore.

Da poco è uscita per Mattioli 1885 nella Collana Frontiere la ristampa, dopo 10 anni, di un magnifico libro di Joe Cottonwood dal titolo “Le famose patate” nella traduzione di Francesco Franconeri.

Joe Cottonwood ha studiato alla Washington University di St. Louis. Con un passato da hippy e attivista contro la guerra in Vietnam, si è stabilito a La Honda, una piccola cittadina sulle Santa Cruz Mountains, dove scrive romanzi, poesie e libri per bambini. Erede della grande tradizione on the road americana, Joe Cottonwood è una delle voci più interessanti della nuova narrativa statunitense. “Famous Potatoes” è stato tradotto in sette lingue.

Reduce del Vietnam ed esperto di computer, Willy Middlebrook, alias Willy Crusoe, si ritrova coinvolto in un regolamento di conti e ingiustamente braccato dalla polizia: inizia così la sua corsa sfrenata sulle strade della grande America, dalle verdi montagne del West Virginia agli squallori di Philadelphia alla violenza di St. Louis, fino alle cime rocciose dell’Idaho. Incontrerà gente assurda e vera, persone che si nascondono come patate negli anfratti di una terra immensa, “sepolte lì dove i giornali e la televisione non le troveranno mai”. E cercando la via di casa, finirà per trovare se stesso.

Lunedi 27 Gennaio in occasione del Giorno della Memoria il cantautore Daniele Goldoni ha presentato in libreria alcuni brani dell’album “Voci dal profondo Inferno, storie e canti di deportati”.
Durante la serata è stato anche presentato un libro/saggio, “L’imperatore di Atlantide”, scritto intorno a un’opera composta nel campo di concentramento di Terezin. Il libro “L’imperatore di Atlantide”di Viktor Ullmann e Petr Kien, con un contributo di Marida Rizzuti, edito da Miraggi è a cura di Enrico Pastore e con la traduzione del libretto di Isabella Amico di Meane.
“Der Kaiser von Atlantis oder Die Tod-Verweigerung” (L’imperatore di Atlantide ovvero Il rifiuto della morte) è un’opera lirica in un atto di Viktor Ullmann su libretto di Peter Kien. Ullmann e Kien, internati nel ghetto di Theresienstadt (Terezín), collaborarono alla stesura dell’opera nella seconda metà del 1943. Sebbene si tennero delle prove a Terezín nel marzo del 1944 con il direttore d’orchestra Rafael Schächter, l’opera non venne mai rappresentata sul palcoscenico della Sokolhaus di Theresienstadt giacché la censura nazista ritenne che il personaggio principale, l’imperatore Overall (anglismo per Über Alles), fosse la satira di un sovrano totalitarista.

Un libricino su L’imperatore di Atlantide, opera di Viktor Ullmann e Petr Kien, composta tra il 1943/44 nel ghetto nazista di Theresienstadt. L’opera di Ullmann e Kien è uno dei capolavori dimenticati del secolo scorso, nato in uno dei più perversi campi nazisti. Soll’orlo dell’abisso questi due autori hanno trovato la forza di cantare la vita e la morte ma soprattutto di sfidare Hitler e il nazismo. L’incredibile storia di un’opera d’arte unica, scritta e composta nel lager di Theresienstadt.
Perché l’uomo ha in sé l’abominio, e la capacità di abbatterlo, anche per mezzo dell’arte. Questo volume, che presenta il testo dell’opera scritto dai due deportati con l’originale in tedesco a fronte, offre la storia di Ullmann e Kien attraverso la penna di Enrico Pastore, che illustra il contesto del ghetto di Terezín e analizza il valore artistico, sociale e di resistenza dell’opera, mentre a Marida Rizzuti, esperta musicologa, è affidata l’analisi della partitura musicale.
Questo volume, che presenta il testo dell’opera scritto dai due deportati con l’originale in tedesco a fronte, offre la storia di Ullmann e Kien attraverso la penna di Enrico Pastore, che illustra il contesto del ghetto di Terezín e analizza il valore artistico, sociale e di resistenza dell’opera, mentre a Marida Rizzuti, esperta musicologa, è affidata l’analisi della partitura musicale. La storia di un’opera artistica eccezionale per le circostanze in cui è stata creata, il Lager nazista, e ritrovata e riportata a nuova vita.La musica e il testo dell’Imperatore di Atlantide, opera lirica composta durante la prigionia nel ghetto di Terezín, risorgono dal fondo dell’abisso in cui furono creati e giungono fino a noi come altissima testimonianza della forza politica ed etica dell’arte.

E insieme all’Imperatore di Atlantide abbiamo ricordato un altro contributo per non perdere la Memoria. Le “Poesie dal campo di concentramento” di Josef ?apek, pittore, illustratore e poeta (nonché l’inventore della parola “robot”, fratello del più noto scrittore Karel). La traduzione è di Lara Fortunato, che ha scritto anche il testo introduttivo e la nota bibliografica. Capolavoro letterario di una memoria che non va dimenticata ma tenuta sempre viva e grazie alla traduzione di Lara Fortunato qui è contenuta l’anima di un grande poeta, custodita in un libro-scrigno con testo originale a fronte.

L’ascesa della Germania nazional-socialista non lo colse impreparato, il suo impegno civile contro il dilagare del fascismo si fece caricatura per le testate giornalistiche dell’epoca. Per via del suo orientamento politico venne arrestato nel 1939 e rinchiuso in un lager nazista. Sarà qui che Josef ?apek si affiderà per la prima volta alla poesia.
Prima che finisse la guerra, alcuni componimenti riuscirono a raggiungere Praga, per mano di studenti universitari che da Sachsenhausen nel 1943 fecero ritorno nella capitale boema. A questi si aggiunsero le copie delle poesie che alcuni detenuti vicini allo scrittore riportarono in patria dopo la guerra. Il 25 febbraio del 1945 Josef ?apek venne trasportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove morì, probabilmente a causa dell’epidemia di tifo che decimò i prigionieri rimasti nel lager, pochi giorni prima dell’arrivo delle truppe inglesi. ?apek scrisse la sua ultima poesia “Prima del grande viaggio” nel campo di concentramento di Sachsenhausen in prossimità dell’ultimo trasporto.

Chiudiamo con un un bellissimo libro dal titolo “Le età dei giochi” dello scrittore rumeno Claudiu Florian, il romanzo vincitore del European Union Prize for Literature nel 2016 e pubblicato da Voland nella bella traduzione di Mauro Barindi. Il romanzo è stato scritto originariamente in tedesco ma Mauro Barindi, traduttore editoriale dal romeno dal 2008, lo ha tradotto per Voland dalla lingua madre dell’Autore. L’edizione italiana di Voland ha in copertina un particolare di un famoso quadro del 1825 Ludwig Richter dal titolo Heimkehrender Harfner.
Claudiu M.Florian è nato nel 1969 nel distretto di Brason a Rupea in Transilvania. Dopo la laurea in Germanistica ha vissuto a Bucarest, Berna e Berlino dove oggi è il direttore dell’Istituto culturale romeno.

Un racconto corale e plurilingue, fatto di odori e sapori, principi azzurri, dittatori ed eroi. Siamo in Transilvania, nella prima metà degli anni ’70. La piccola comunità che vive nel villaggio ai piedi della fortezza medievale non lontano da Bra?ov è un crocevia di lingue e civiltà, antiche e moderne. Un bambino di sei anni vi trascorre l’infanzia insieme ai nonni. Curioso e ingenuo, tenta di capire quello che lo circonda a partire dalle parole, oggetti spesso strani e sfuggenti che in qualche modo danno forma alla realtà. Lo sguardo spensierato del bambino cerca e trova la vita segreta delle cose e attraverso la favola interpreta un tempo segnato da tragedie e lacerazioni.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Piove, Vivien – Il racconto inedito di Bianca Bellová su Reportage di Riccardo De Gennaro

Piove, Vivien – Il racconto inedito di Bianca Bellová su Reportage di Riccardo De Gennaro

Qui tutto ciò che c’è da sapere sul nuovo numero di REPORTAGE > https://www.ilreportage.eu/prodotto/numero-39/

Dalla stessa autrice di IL LAGO

 

È seduto a tavola, guarda il suo piatto e tace.

“Che hai fatto oggi?”, chiedo come se non lo sapessi.

Scrolla le spalle e risponde che non ha fatto niente di speciale.

“Domani allora potremmo andare a funghi”, dico, e lui scrolla di nuovo le spalle.

“Mh”.

“Oppure a pesca?”

“Mh”.

È qui da una settimana, e aspetto ancora il suo sorriso. Ora capisco perché Adéle sia tanto preoccupata. È triste vedere questo ragazzo così privo di vita. L’estate scorsa, quando è venuto in vacanza da me per una settimana, era un ragazzo allegro, normale. Si tuffava di testa nella pozza sotto la diga, dove da bambino lanciava sassi e bastoncini. Gli stava cambiando la voce, si stava trasformando in uomo, ma era ancora il nostro Tobiáš. Adesso mi ritrovo in cucina questo musone che non smette mai di tener d’occhio il cellulare e appena finisce di mangiare torna a stendersi sul letto con le cuffiette alle orecchie, fino al pasto successivo. “È una vera e propria depressione” mi ha informato Adéle, sottolineando le parole vera e propria, come a voler allontanare ogni mio eventuale dubbio. “Nessuna angoscia o malumore. Ha una diagnosi di depressione e prende un leggero antidepressivo”.

Ha fatto una pausa di silenzio, voleva capire se le sue parole avevano colpito nel segno. Sono rimasto zitto anch’io. Ovviamente sapevo della diagnosi, ma da sempre sono convinto che per questo genere di cose non ci sia niente di meglio che passare un po’ di tempo a ripulire il cortile dal letame, o farsi una corsetta di qualche chilometro.

“Va anche da una psicologa. Ma d’estate è in ferie, allora deve farcela anche senza. Dovresti cercare di parlargli molto”.

Annuisco.

“Non sono così sicura di potertelo lasciare”, sospira Adéle. “Mi fa così paura vederlo così”.

Annuisco.

“Devi fare molta attenzione, papà. Ogni tanto gli vengono pensieri suicidi”.

Questa cosa mi spaventa un po’, ovviamente.

“È così fragile!”. Adéle scuote la testa, con le lacrime agli occhi. “A volte mi sembra quasi che stia bene, allora il cuore si alleggerisce di un peso enorme. Poi però riprecipita nel buco nero ed è come se mi trascinasse con sé. Mi sembra di dover svuotare una barca che affonda”. “Ma non sarà solo innamorato?”, domando.

Adéle mi guarda incredula attraverso le lacrime, io dico solo “scusa”.

“Non la prendere alla leggera, per piacere. Ho bisogno di sapere che non sottovaluti la cosa, papà. Se pensi di non potertene occupare a tempo pieno me lo riporto a casa”.

“No, stai tranquilla, Adéle, ci starò attento. Non lo perderò mai di vista, non preoccuparti”.

La abbraccio. Piange.

“Ho paura per lui”, singhiozza sulla mia camicia. Le accarezzo i capelli.

“Vai tranquilla. Ora mi preoccuperò io al posto tuo”.

Mia figlia. Non è facile diventare intimi con una figlia. È di fatto una battaglia che dura tutta la vita, un rapporto fragile come un guscio d’uovo. La prima volta che l’ho vista sono scoppiato in una risata isterica. Mia moglie me l’ha mostrata attraverso il vetro del reparto maternità e Adéle era pelosa come un orangotango, brutta. Ma man mano che gli anni passano cominci ad abituarti a quell’esserino. E quando poi cominci a renderti conto che è la cosa più preziosa che hai, arriva un ragazzo e te la porta via, e ti rimangono solo le foto sotto l’albero di Natale, di lei che abbraccia il suo orso di peluche. Per un paio di anni il ragazzo se la tiene tutta per sé, poi le spezza il cuore e lei ritorna tra le tue braccia, anche se solo metaforicamente, ovvio.

E comunque le cose continuano a non andare come dovrebbero, ci rendiamo conto di quanto siamo lontani, a volte passiamo intere ore in silenzio perché non riusciamo a trovare un punto di interesse comune, oppure farfugliamo una banalità dietro l’altra. Sul tempo per esempio, che nessuno dei due sopporta. Oppure ascoltiamo al notiziario che nel carcere di Guantanamo usano la musica dei Bee Gees o di Eminem come strumento di tortura e lei ti sgrana gli occhi addosso, come può essere la musica una tortura? Che tortura è? La musica è una cosa bella, anche se non ti piace ti ci abitui, no? Me la chiami tortura? Le dico che sì, può essere una tortura anche se ti mettono alle orecchie delle cuffie che non puoi toglierti e per trenta ore di seguito continuano a mandarti a tutto volume sempre la stessa canzone, che magari ti fa schifo. Scuote la testa e dice che lei non avrebbe problemi ad abituarsi. O al limite quelle dannate cuffie se le toglierebbe e basta. Se le togliessero no, non può essere così impossibile. Tobiáš si intromette nel discorso e dice: “Mamma, stiamo parlando della Cia, lo capisci?”. E intanto mi guarda con un’espressione rassegnata. Ci scambiamo uno sguardo come a dire che è incorreggibile, e per un attimo ci sentiamo due cospiratori.

Quando Adéle e Tobiáš si salutano lei lo abbraccia forte, e lui le sta appiccicato come se da quella stretta dipendesse il destino del mondo. Sembra un po’ ritardato. Ma appena Adéle si siede in macchina e accende il motore, Tobiáš è già di nuovo incollato al telefono.

Non saprei dire se sono contento o meno di averlo qui. Sono abituato a vivere da solo e i calzini di un altro uomo sparsi per casa mi danno un po’ fastidio. Anche dover sempre cucinare. Adéle si è raccomandata di preparare pasti nutrizionalmente validi (ha detto proprio così!), soprattutto niente salumi, escludendo in tal modo più o meno la metà dei cibi che normalmente consumo… e oltretutto sono sempre lì a preoccuparmi se mangerà o non mangerà una determinata cosa, che di solito in effetti non mangia mai. Ma per il resto è bello avere qualcuno a cui augurare il buongiorno e la buonanotte, Tobiáš non parla molto, ma l’educazione non gli manca.

“Quegli stupidi rospi fanno un tale casino di notte che non riesco a dormire. Non ti dà fastidio?”

È uno dei miei tentativi di chiacchierare con lui.

“Che rospi?”, chiede, attraversandomi con lo sguardo.

Un giorno si distrae e lascia il telefono sul lavandino del bagno. Sul display vedo la foto di una ragazza. Lunghi capelli biondi e un aspetto ordinario. Un bel sorriso, anche se un po’ forzato. Di certo non una femme fatale, per i miei gusti, ma non ho alcuna intenzione di dirglielo. Faccio appena in tempo a riappoggiare il telefono dov’era.

“Quanti giorni sono che ti metti quella maglietta?”, mi affretto a chiedere.

Tobiáš mi guarda come se parlassi una lingua straniera, poi scrolla le spalle.

Il pomeriggio andiamo a guardare una gara di macchine, appena fuori città. Tobiáš indossa una maglietta pulita e si è persino pettinato. Il ciuffo è sistemato sulla fronte, a coprire i brufoli. Per un attimo il suo interesse è catturato da qualcosa che vada oltre il suo campo visivo. Continua a ripetere che è uno sport da dementi, ma intanto segue con attenzione le auto che sfrecciano sulle curve. Gioca con una moneta, gli riesce davvero bene, la moneta scivola su e giù tra le dita, non si ferma nemmeno un attimo, gli gira e rigira all’infinito per il palmo della mano.

“Mi stai facendo diventare nervoso. Non potresti smettere almeno per un secondo?”, protesto.

Scrolla le spalle e si interrompe diligentemente per qualche istante, poi però ricomincia.

“Sai quante possibilità ci sono che l’auto esca di pista e investa uno spettatore?”, mi chiede.

“Non lo so”.

“Una su mille e seicento”.

Mi sembra una stupidaggine, ma fischio sorpreso. “Non sono mica così poche, eh?”

“Mh” annuisce orgoglioso, facendo sparire la moneta. Bisogna riconoscere che con le mani

è un vero mago.

Di ritorno a casa mangia due porzioni di polpettone. Sono soddisfatto, mi pare un buon segno. Gli verso mezza bottiglia di birra in un bicchiere e beve senza commentare. Telefono ad Adéle e le dico che oggi con Tobiáš è andata molto bene. È felice.

Gli chiedo se abbia voglia di guardare un film. Lui scrolla le spalle. Allora metto The Doors, del ’91. È in lingua originale, quindi ogni tanto, quando non capisco qualcosa, chiedo a Tobiáš. Tobiáš non si mostra di certo entusiasta nei confronti del film, però lo guarda fino alla fine, non si alza nemmeno per andare al bagno. Finito il film prendo la biografia di Jim Morrison Nessuno uscirà vivo di qui e la sfoglio un po’. Poi faccio finta di dimenticarlo sul tavolo.

Al mattino vedo che il libro è un po’ spostato.

È presto, ma fa già caldo. Gli propongo di andare a fare il bagno nella Nežárka. Scrolla le spalle, dice che è troppo afoso. Che posso fare? Sforzandomi di pronunciare la frase con una certa perentorietà gli dico di andare a prendere il costume, che io lo aspetto in macchina. Lui non protesta. Quando esce dalla porta il motore è già acceso. Alla radio c’è una vecchietta che sta raccontando della sua infanzia. Mi aspetto che Tobiáš cambi stazione, invece la lascia lì, anche se finge di non ascoltare. La signora racconta che da piccola si è seduta su un ago e hanno dovuto operarla per estrarre l’ago dal suo corpo prima che raggiungesse il cuore, e poi che a cavallo tra i due secoli suo nonno commerciava lana e formaggio di pecora nei Balcani. Mi fermo in un luogo poco frequentato, così non dovrò preoccuparmi che qualcuno mi guardi la pancia o la pelle, ormai assai poco sexy. Tobiáš vola in acqua direttamente dalla macchina, lasciando cadere in corsa i vestiti sull’erba, quando si tuffa è nudo (e uscendo si ricorda all’improvviso del senso di pudore e cerca di coprirsi con gesti quasi commoventi). L’acqua è ghiacciata e urla come se lo stessero squartando. Io tasto cautamente le pietre coi piedi. Non percepisco il freddo dell’acqua. Quando esco mi sdraio contento sulla vecchia coperta che porto sempre con me nel portabagagli. Tobiáš osserva che era la coperta di Fred. Sono sorpreso che se ne ricordi e glielo dico. Non è affatto strano, risponde Tobiáš, visto che la coperta puzza ancora di cane e ci sono ancora attaccati i suoi peli. Sulla strada di ritorno compriamo un cocomero e lo mangiamo tutto. Fino a sentirci male.

A casa Tobiáš mi insegna a usare i tasti di scelta rapida. Poi mi chiede di mettere un programma di cucina che guarda ogni tanto sua madre. Lo guardiamo anche noi, scrollando la testa. Due disperati senza il minimo di inventiva si stanno cimentando in una crema sfaldabile di cavolo e crescione. “Sai che goduria!”. Tobiáš ride per la prima volta. Gli propongo di fare un nostro programma culinario, io e lui.

Preparo gli ingredienti e intanto Tobiáš filma col cellulare. Tra il giornale e un barattolo di senape poggio sul tavolo sei uova esattamente nello stato in cui mi sono state consegnate dalla vicina, con lo sterco di gallina e le piume attaccate al guscio. Poi un sacchetto strappato di farina e un bicchiere sudicio pieno di latte. Tobiáš continua a filmare e ridacchia. Apro le uova nella ciotola come lo scimpanzé ammaestrato di Sei orsi e il clown Cipollina. Poi mescolo l’impasto e comincio a friggere le crêpes. Mentre ne lancio una nel tentativo di girarlo mi cimento in una piroetta. Ma perdo l’equilibrio, devo aggrapparmi al tavolo. Fortunatamente Tobiáš si sta dando da fare per il recupero della crêpe caduta e non se ne accorge. Poi gli trilla il cellulare. Lo guarda per un attimo e per il resto del tempo è come se non ci fosse. Si limita a sbocconcellare la crêpe senza entusiasmo. “Grazie, ma non mi va più”, dice. Si alza da tavola e si allontana come se andasse alla ghigliottina.

“Che è successo, ragazzo?”, grido, pur sapendo che è inutile.

“Niente”, risponde senza nemmeno girarsi. Mi massaggio le cosce. Arriva una telefonata di Adéle e lascio squillare il telefono. Sento ancora quel maledetto cocomero sullo stomaco. Guardo nel vuoto, continuo a massaggiarmi le gambe. Mi formicolano come se avessi preso una scossa.

Lascio passare un’ora, poi mi alzo e mi dirigo verso la camera del ragazzo. Busso, ma non risponde. Allora apro la porta. È steso sul letto, girato verso il muro, e non si muove.

“Toby”.

Trattengo il respiro. Mi avvicino e lo giro verso di me. Ha il viso pieno di sangue.

“Oddio!”

Mi guarda attraverso le fessure degli occhi.

“Che ti è successo, ragazzo?”

Scuote la testa.

“Tirati su”.

Di malavoglia si siede. Ha il sangue sparso ovunque, sul naso, sotto il naso, sulle guance,

intorno agli occhi. Lo tocco, è quasi secco. Immagino che Adéle ci trovi così e mi assale un’ondata di calore.

“Toby, perché sei tutto insanguinato?”

“Che?”, mi guarda confuso.

Gli mostro le mie dita sporche di sangue. Lui si imbroncia e scrolla le spalle.

“Non lo so”, scrolla ancora le spalle. “Mi sarà uscito dal naso. Pensavo che fossero lacrime”.

“Hai pianto?”

Scrolla di nuovo le spalle. È seduto sul letto, guarda il pavimento.

“Ehi, non voglio forzarti, ma non ti andrebbe di parlare un po’?”

Scuote la testa. Mi torna in mente Adéle, quando mi ha detto che le sembrava di dover svuotare una barca che affonda.

“Si tratta di una ragazza, vero?”

Ricomincia a piangere. Singhiozza senza far rumore, le spalle che tremano. Pian piano si appoggia a me, e lo abbraccio.

Piove, Vivien, piove tutto il giorno. Cominciava così una poesia che ho scritto a diciassette anni.

Era una pioggia diversa, metaforica, malinconica. Mi ero innamorato per la prima volta ed ero in una tempesta di pioggia e nebbia, sognavo l’amore, una ragazza sfuggente. Era un sentimento ingenuo e romantico e in quel momento non mi accorgevo di essere felice. Io ormai non posso più sperare di spiccare il volo, è questa la cosa che invidio di più a Tobiáš. E non posso nemmeno dirglielo. Non mi crederebbe.

“Come si chiama?”

“Karolína”, risponde con la voce che cede, perché la sua muta vocale non si è ancora conclusa del tutto.

“Mh”, dico. Poi non so come andare avanti.

Lo abbraccio intorno alle spalle, dispiaciuto di non saperlo proteggere.

“Lo so che sono uno scemo”, sospira Tobiáš. Il suo cellulare trilla di nuovo.

“Non lo leggi?”, chiedo. Scuote la testa, prende il cellulare e lo getta in un angolo.

“Lo so che i miei problemi sono stupidissimi. Confronto ai tuoi, per esempio”.

Ora sono io a restare ammutolito. “Che intendi?”, chiedo poi.

“Ma dai”, sventola la mano. “Pensi che non lo sappia? Della neuropatia?”

“Come l’hai…”

“Lo vedo no? Prendi B-komplex e Lyrica, inciampi di continuo e non fai che massaggiarti le gambe. Cos’altro potrebbe essere?”

“Hai guardato su internet?”

Annuisce. Si accosta un po’ a me. Poi mi stringe la mano.

“Qual è la prognosi?” chiede.

“Indefinita”, scrollo le spalle.

“Mh”, risponde Tobiáš. “E che significa?”, chiede poi con tono di scusa.

“Che non si sa. Potrei andare avanti così per vent’anni oppure ritrovarmi fra un anno a camminare con le stampelle o addirittura in carrozzina”.

Tobiáš annuisce serioso. Restiamo in silenzio, ci abbracciamo, guardiamo il pavimento.

“L’hai preso oggi lo Zoloft?”, chiedo poi, per non interrompere il discorso.

“Fanculo le medicine”, dice Tobiáš un po’ incerto. Gli stringo la spalla, come per dire che ha preso la decisione giusta, e lui si raddrizza.

“Bene allora”, dico.

“Tanto non servivano a niente”.

“Già”, dico io.

“La mamma andrà fuori di testa”.

“Sicuro”.

Traduzione di Laura Angeloni.

Foto di Marta Režová

PREMIO LORENZO CLARIS APPIANI a PHOTOMATON & VOX tradotto da Gaia Bertoneri

PREMIO LORENZO CLARIS APPIANI a PHOTOMATON & VOX tradotto da Gaia Bertoneri

PREMIO LORENZO CLARIS APPIANI, I NOMI DEI VINCITORI PER LA TRADUZIONE LETTERARIA

Scritto da Elba Book FestivalGiovedì, 20 Giugno 2019 14:11

Sono stati resi noti i nomi dei vincitoridel Premio Lorenzo Claris Appiani per la traduzione letteraria. La Giuria, composta da Roberto Francavilla (Università di Genova), Roberto Mulinacci (Università di Bologna), Maria Antonietta Rossi (Università per Stranieri di Siena), Liana Tronci (Università per Stranieri di Siena) e presieduta da Lucinda Spera (Università per Stranieri di Siena) ha assegnato il primo premio all’opera teatrale L’Aspirante gentiluomo dell’autore portoghese secentesco Francisco Manuel de Melo (1608-1666), pubblicata da Vittoria IguazuEditora e tradotta da Sofia Morabito e Valeria Tocco. Il secondo premioè stato assegnato all’opera narrativa La passione dello scrittore contemporaneo portoghese Benigno José Mira de AlmeidaFaria (1943) tradotta da Marco Bucaioni e pubblicata da Edizioni dell’Urogallo.

La Giuria ha infine attribuito una menzione speciale all’opera > Photomaton&vox < dell’autore portoghese Herberto Helder (1930-2015), tradotta da Gaia Bertoneri e pubblicata da Miraggi edizioni.

La cerimonia di premiazione avverrà durante la prima serata di Elba Book Festival, il 16 luglio a Rio nell’Elba alle ore 18.45. I vincitori, oltre al riconoscimento in denaro, riceveranno un orologio firmato da Locman, un’eccellenza dell’orologeria italiana, nata proprio sull’Isola d’Elba. Il valore del tradurre e la qualità dei testi premiati emergono dai commenti dei componentidella giuria.A seguire, alle ore 22, un omaggio alla musica portoghese/brasiliana, a cura del Festival Intonazione, con la cantante Lula Pena.

Premio Lorenzo Claris Appiani,  i nomi dei vincitori per la traduzione letterariaIl senso e il valore del premio Lorenzo Claris Appiani nelle riflessioni dei componentidella giuria.
“Con le traduzioni dal portoghese – afferma Lucinda Spera, Presidente della Giuria (Università per Stranieri di Siena) – siamo quest’anno alla quarta edizione del Premio Lorenzo Claris Appiani. Consapevoli della nostra mission – insistere sul significato etico della traduzione quale strumento di contatto e di dialogo tra immaginari e culture diverse e valorizzare il lavoro del traduttore, che di questo significato si fa portavoce – sono convinta che l’evento collabori non solo a porre il focus, di volta in volta, sulla specifica lingua scelta, ma anche, in una prospettiva più ampia, a diffondere le letterature straniere in Italia. L’individuazione del portoghese, per l’edizione 2019, è stata certamente una scelta vincente per l’elevato valore delle opere in concorso: attualmente sesta lingua più parlata al mondo, la sua produzione è del resto nota al pubblico italiano per le traduzioni di autori quali José Saramago e Paulo Coelho.”

“Il portoghese, attualmente lingua ufficiale in 9 Paesi appartenenti a 4 continenti, quali Portogallo, Brasile, Angola, Capo Verde, Guinea Bissau, Guinea Equatoriale, SãoTomé e Príncipe, Mozambico e Timor Est, è il sesto idioma più parlato al mondo – spiega Maria Antonietta Rossi (Università per Stranieri di Siena) –, il cui insegnamento come Lingua Seconda o Lingua Straniera si sta ampiamente diffondendo in istituzioni scolastiche e accademiche sia europee, sia extra-europee. L’espansione ad ampio raggio di questo idioma ha permesso anche la conoscenza delle diverse letterature di espressione lusofona che si sono originate nelle nazioni appartenenti alla Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese (ComunidadedosPaíses de LínguaPortuguesa). Autori come il portoghese José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998, il brasiliano Paulo Coelho, il mozambicano Mia Couto, l’angolano José Eduardo Agualusa e il capoverdiano Germano Almeida sono oggi noti al pubblico italiano attraverso le traduzioni delle rispettive opere pubblicate da case editrici che vogliono diffondere in Italia le opere letterarie del mondo lusofono ancora inedite, in modo da creare un ponte fra le due culture. Tale attività di traduzione editoriale è in forte espansione ed è promossa da case editrici sia rinomate, come Einaudi, Feltrinelli, La Nuova Frontiera e Voland, sia specializzate nelle traduzioni di opere di autori moderni e contemporanei dell’area lusofona di fama internazionale, quali Cavallo di Ferro, Urogallo e la recente Tuga Edizioni. Dato il crescente interesse per la letteratura lusofona da parte del pubblico italiano, l’edizione 2019 del Premio Appiani è stata riservata a traduzioni dal portoghese di opere di narrativa, di poesia e di teatro al fine di incentivare la diffusione di queste nel nostro tessuto sociale.”

 

La giuria ha deciso di assegnare il primo premio all’opera teatrale L’Aspirante gentiluomo dell’autore portoghese secentesco Francisco Manuel de Melo (1608-1666), pubblicata da Vittoria IguazuEditora e tradotta da Sofia Morabito e Valeria Tocco, che insieme hanno saputo trasporre con abilità linguistica ed espressiva il testo seicentesco nella nostra cultura d’arrivo adottando strategie di traduzione che mantengono viva l’attenzione del lettore. Il secondo premio, invece, è stato assegnato all’opera narrativa La passione dello scrittore contemporaneo portoghese Benigno José Mira de AlmeidaFaria (1943) tradotta da Marco Bucaioni e pubblicata da Edizioni dell’Urogallo. Grazie alla finezza interpretativa e alla spiccata capacità espressiva, Marco Bucaioni ha saputo trasmettere al lettore italiano la sfera emotiva e irrazionale dei molteplici ed eterogenei personaggi che si manifestano nella loro quotidianità attraverso i loro flussi di coscienza, rendendo accattivante la lettura nella lingua di arrivo. Infine, la Giuria del Premio Lorenzo Claris Appiani 2019 ha ritenuto opportuno attribuire una menzione speciale, per l’altissimo livello della traduzione, all’opera Photomaton&vox dell’autore portoghese HerbertoHelder (1930-2015), tradotta da Gaia Bertoneri e pubblicata da Miraggi edizioni.”

“Il Premio Lorenzo Claris Appiani valorizza non solo l’arte della traduzione, una delle più alte forme di dialogo culturale fra paesi di lingua diversa, ma anche il prezioso lavoro dell’editoria indipendente, che arricchisce tale dialogo coltivando alacremente la bibliodiversità – osserva Ilide Carmignani, traduttrice e madrina del premio, che presenzierà alla cerimonia di premiazione -. L’edizione di quest’anno, dedicata all’area lusofona, esplora le letterature della seconda lingua romanza del mondo, 240 milioni di parlanti distribuiti su quattro continenti, un panorama ricco e vivace che affascinerà i lettori italiani.”

 

“Da quattro anni il premio “Lorenzo Claris Appiani” riconosce il prezioso lavoro di mediazione linguistica e culturale dei traduttori letterari – conclude Roberta Bergamaschi, del comitato organizzatore di Elba Book Festival -, che rendono accessibili al grande pubblico opere contemporanee di paesi europei e non, e con esse altri mondi, altre visioni della vita. Dopo l’arabo, il russo e il cinese, quest’anno il riconoscimento è assegnato a traduzioni dalla lingua portoghese, una scelta concordata con la famiglia Appiani e l’Università per Stranieri di Siena. La letteratura lusofona è dunque protagonista della nuova edizione di Elba Book, dedicata ai luoghi, alla loro diversità, nel tentativo di ricordare che la marginalità geografica non è mai una marginalità tout-court, ma un riferimento fatto di parole “altre” da cuiparte sempre lo stesso viaggio dentro l’uomo.”

 

Per restare informati sugli eventi in programma nella nuova edizione di Elba Book Festival, potente consultare il sito https://www.elbabookfestival.com/ ; la pagina facebook https://www.facebook.com/Elbabookfestival/ ; profilo Instagram https://www.instagram.com/elbabookfestival/

Grand Prix de la Francophonie à Petr Kral – L’Académie française présente le palmarès de ses prix pour l’année 2019

Grand Prix de la Francophonie à Petr Kral – L’Académie française présente le palmarès de ses prix pour l’année 2019

L’Académie française a le plaisir de vous communiquer son palmarès pour l’année 2019. Ce palmarès contient 64 distinctions. Le Grand Prix du Roman sera, comme de coutume, décerné à l’automne. L’an passé, c’est Camille Pascal, pour son livre L’été des quatre rois paru chez Plon qui l’avait emporté.

GRANDS PRIX

Grand Prix de la Francophonie

M. Abdeljalil Lahjomri (Maroc)

et M. Petr Král (République tchèque) <<<<< in Miraggi con Nozioni di base 

Grande Médaille de la Francophonie

M. Jean Pruvost

Grand Prix de Littérature

M. Régis Debray, pour l’ensemble de son œuvre

Grand Prix de Littérature Henri Gal

Prix de l’Institut de France :

M. Michel Le Bris, pour Pour l’amour des livres et l’ensemble de son œuvre

Prix Jacques de Fouchier

M. Claude Martin, pour La diplomatie n’est pas un dîner de gala. Mémoires d’un ambassadeur

Grand Prix Michel Déon

M. Stéphane Hoffmann

Prix de l’Académie française Maurice Genevoix

M. Jean-Marie Planes, pour Une vie de soleil et l’ensemble de son œuvre

Grand Prix Hervé Deluen

M. Dai Sijie (Chine)
Grand Prix de Poésie

M. Pierre Oster, pour l’ensemble de son œuvre poétique

Grand Prix de Philosophie

M. Jacques Bouveresse, pour l’ensemble de son œuvre

Grand Prix Moron

Mme Barbara Stiegler, pour « Il faut s’adapter ». Sur un nouvel impératif politique

Grand Prix Gobert

M. Philippe Joutard, pour La Révocation de l’édit de Nantes ou les Faiblesses d’un État et l’ensemble de son œuvre

Prix de la Biographie (littérature)

M. Georges Forestier, pour Molière

Prix de la Biographie (histoire)

M. Olivier Varlan, pour Caulaincourt

Prix de la Critique

M. Jean Céard, pour l’ensemble de ses travaux critiques

Prix de l’Essai

Mme Anne de Lacretelle, pour Tout un monde. Jacques de Lacretelle et ses amis
Prix de la Nouvelle

M. Louis-Antoine Prat, pour Belle encore et autres nouvelles

Prix d’Académie

Mme Dominique Schnapper, pour La Citoyenneté à l’épreuve. La démocratie et les juifs et l’ensemble de son œuvre

M. Michel Collot, pour son œuvre poétique et critique

M. René Hénane, pour Aimé Césaire, une poétique

M. Denis Lalanne, pour Dieu ramasse les copies

Prix du cardinal Grente

P. Jean-Yves Lacoste, pour l’ensemble de son œuvre

Prix du Théâtre

M. Édouard Baer, pour l’ensemble de son œuvre dramatique

Prix du Jeune Théâtre Béatrix Dussane-André Roussin

M. Hervé Bentégeat, pour Meilleurs Alliés

Prix du Cinéma René Clair

Mme Valeria Bruni-Tedeschi, pour l’ensemble de son œuvre cinématographique

Grande Médaille de la Chanson française

M. Vincent Delerm, pour l’ensemble de ses chansons

Prix du Rayonnement de la langue et de la littérature françaises

Mme Silvia Baron Supervielle, femme de lettres franco-argentine

Mme Nurith Aviv, cinéaste israélienne

M. Tahar Bekri, poète tunisien

Mme Marie-Noëlle Craissati, d’origine égyptienne, fondatrice des éditions Alexandrines qui publient notamment la collection « Le Paris des écrivains »

M. Gérald Larose, chef de file du syndicalisme québécois, qui a œuvré pour la défense du français dans la société québécoise

PRIX DE FONDATIONS – PRIX DE POÉSIE

Prix Théophile Gautier

M. James Sacré, pour Figures de silences

Prix Heredia

M. Denis Rigal, pour La Joie peut-être

Prix François Coppée

M. Sébastien Fevry, pour Solitude Europe

Prix Paul Verlaine

M. Pascal Riou, pour D’âge en âge

Prix Maïse Ploquin-Caunan

M. Gabriel Zimmermann, pour Depuis la cendre

PRIX DE LITTÉRATURE ET DE PHILOSOPHIE

Prix Montyon

Mme Olivia de Lamberterie, pour Avec toutes mes sympathies

Prix La Bruyère

M. Martin Rueff, pour Foudroyante pitié. Aristote avec Rousseau, Bassani avec Céline et Ungaretti et pour À coups redoublés. Anthropologie des passions et doctrine de l’expression chez Jean-Jacques Rousseau

Prix Jules Janin

M. Jean-Claude Schneider, pour sa traduction des OEuvres complètesd’Ossip Mandelstam

Prix Émile Faguet

M. Stéphane Zékian, pour son édition critique des éloges de Ronsard, Michelet, Chénier, Gautier, Fontenelle, Vigny et Taine proposés par Thibaudet au concours d’éloquence de l’Académie française

Prix Louis Barthou

M. Michel Bernard, pour Le Bon Cœur

Prix Anna de Noailles

Mme Paule Du Bouchet, pour Debout sur le ciel

Prix François Mauriac

M. Bruno Pellegrino, pour Là-bas, août est un mois d’automne

Prix Georges Dumézil

M. Alain Boureau, pour Le Feu des manuscrits. Lecteurs et scribes des textes médiévaux

Prix Roland de Jouvenel

M. Florent Couao-Zotti, pour Western tchoukoutou

Prix Biguet

M. Florian Michel, pour Étienne Gilson. Une biographie intellectuelle et politique

Prix Jacques Lacroix

M. Baptiste Morizot, pour Sur la piste animale

PRIX D’HISTOIRE

Prix Guizot

M. Marcel Gauchet, pour Robespierre, l’homme qui nous divise le plus

M. Jean-Pierre Cabestan, pour Demain la Chine : démocratie ou dictature ?
Prix Thiers

M. Philippe Apeloig, pour Enfants de Paris (1939-1945)

Prix Eugène Colas

M. François Dosse, pour La Saga des intellectuels français (1944-1989)

M. Gérard Noiriel, pour Une histoire populaire de la France. De la guerre de Cent Ans à nos jours

Prix Eugène Carrière

Mme Sophie Mouquin, pour Versailles en ses marbres. Politique royale et marbriers du roi

Prix du maréchal Foch

M. Jean-Vincent Holeindre, pour La Ruse et la Force. Une autre histoire de la stratégie

Prix Louis Castex

MM. Jean-Arnault Dérens et Laurent Geslin, pour Là où se mêlent les eaux. Des Balkans au Caucase, dans l’Europe des confins

Prix Monseigneur Marcel

Mme Catherine Kikuchi, pour La Venise des livres (1469-1530)

M. Shinichiro Higashi, pour Penser les mathématiques au xvie siècle
Prix Diane Potier-Boès

Mme Oissila Saaïdia, pour L’Algérie catholique. Une histoire de l’Église catholique en Algérie (xixe-xxie siècle)

Prix François Millepierres

Mme Claudia Moatti, pour « Res publica ». Histoire romaine de la chose publique

Prix Augustin Thierry

M. Jean-Charles Ducène, pour L’Europe et les géographes arabes du Moyen Âge (ixe-xve siècle)

PRIX DE SOUTIEN À LA CRÉATION LITTÉRAIRE
Prix Henri de Régnier

Mme Charlotte Hellman, après Glissez, mortels

Prix Amic

Mme Diane Mazloum, après L’Âge d’or

Prix Mottart

M. Guy Boley, après Quand Dieu boxait en amateur.

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