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“Andandosene altrove” Roberto Calasso lascia un grande insegnamento e un invito per il futuro.

“Andandosene altrove” Roberto Calasso lascia un grande insegnamento e un invito per il futuro.

“Andandosene altrove” Roberto Calasso lascia un grande insegnamento e un invito per il futuro.

L’insegnamento è che si può diventare editori per moltitudini di lettori con la curiosità, l’amore per il sapere, la certosina ricerca del valore letterario anche dove le opere nascono lontane dai dettati commerciali.

Imprevedibilità, estro, intuizione e colpi di genio, ma anche cura estrema, eleganza, precisione. E la padronanza del tempo, perché i libri ticchettano diversamente dagli orologi.

L’invito è di continuare con calma, con pazienza, anche noi piccoli che ci siamo seduti alla sua ombra, all’ombra di un gigante.

Non è un caso che il typeface delle collane di Miraggi sia il Baskerville: l’abbiamo scelto per omaggiare lo stile inconfondibile delle creature di Roberto Calasso.

Miraggi si è ispirata senza nasconderlo. La realtà è fatta di ogni visione. Grazie.

Alessandro De Vito

Davide Reina

Fabio Mendolicchio

Francesco Marchianò

Luca Ragagnin

Marco Repetto

Paolo Ciampi

Poesie con katana – finalista del VI Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini”

Poesie con katana – finalista del VI Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini”

cinque poeti finalisti sono stati ascoltati lo scorso 24 giugno a Fano durante le giornate di Passaggi Festival (https://www.passaggifestival.it/), mentre la Cerimonia di Premiazione del vincitore si svolgerà a Milano a settembre.

I poeti finalisti del VI Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini” divisi per editore

Amos Edizioni
Laura Pugno, Noi

Arcipelago itaca edizioni
Luciano Cecchinel, Da sponda a sponda
Roberto Minardi, Concerto per l’inizio del secolo

Miraggi Edizioni
Alessandra Carnaroli, Poesie con katana

Oèdipus
Lorenzo Mari, Querencia

QUI l’articolo originale:

“I Pellicani” nella cinquina di finalisti per il Premio Bergamo – Corriere della Sera | Rosanna Scardi

“I Pellicani” nella cinquina di finalisti per il Premio Bergamo – Corriere della Sera | Rosanna Scardi

Il nostro Sergio La Chiusa è tra i cinque finalisti del Premio Bergamo con I Pellicani.

«Esordio narrativo per Sergio La Chiusa con Pellicani (Miraggi, 2020) che ha alle spalle testi, poesie, estratti di romanzi, prose di viaggio, usciti su riviste e blog culturali. I Pellicani, che ha ricevuto una menzione speciale Treccani 2019 al Premio Italo Calvino per l’originalità linguistica e la creatività espressiva, è un monologo dove il giovane Pellicani irretisce il lettore con la sua chiacchiera surreale: racconta il ritorno nella casa del padre, a 20 anni di distanza dall’ultima volta. Trova un vecchio bloccato a letto ed è convinto che non sia lui.»

#letterARIA vi suggerisce la lettura de IL REPORTAGE rivista trimestrale di rara cura e bellezza, direttore Riccardo De Gennaro autore di LA REALTÀ PURA

#letterARIA vi suggerisce la lettura de IL REPORTAGE rivista trimestrale di rara cura e bellezza, direttore Riccardo De Gennaro autore di LA REALTÀ PURA

Con il numero 45 il Reportage entra nel suo dodicesimo anno, mantenendo ancora a 10 euro il prezzo di copertina e a 32 euro l’abbonamento annuo (sconto del 20% e spese di spedizione incluse). Il primo numero del 2021, l’Anno del Vaccino, apre con un’intervista molto importante all’intellettuale e giornalista Furio Colombo, che il primo gennaio ha compiuto 90 anni. Colombo ripercorre tutta la sua carriera, dai tempi dell’Olivetti e della Rai alla direzione dell’Unità, passando per la militanza nel Gruppo 63 e la sua lunga permanenza negli Stati Uniti. A registrare le sue “confessioni” è il giornalista del Fatto quotidiano, Giampiero Calapà.

Il primo reportage è quello che fornisce anche la foto di copertina e documenta un’insolita giornata tra i ladri di tombe della Valle dei Re in Egitto. Lo firma il fotografo americano Christopher Pillitz, che racconta la sua rischiosa esperienza. Paola Rizzi, invece, ripercorre i 50 anni di Ciudad Abierta, una sorta di “isola utopica” cilena, costituita nel 1970 da un gruppo di intellettuali, architetti, poeti e artisti del Cile, che resistette perfino ai duri anni di Pinochet. Il mastodontico progetto del Tren Maya, che dovrebbe tagliare a fette il Sud del Messico con 150mila chilometri di ferrovia, è l’oggetto del terzo reportage firmato da Vittoria Romanello, la quale dà voce alle popolazioni locali che temono una devastazione ambientale non solo per i lavori di realizzazione, ma anche per l’avvento di un turismo poco rispettoso delle risorse naturali (le foto sono di Heriberto Paredes).

Il portfolio di questo numero è dedicato al caporalato della mafia nigeriana nel Foggiano. Il fotografo Alessandro Zenti ha documentato il lavoro massacrante e la vita nelle baraccopoli degli immigrati, che per essere in grado di lavorare sono costretti a ricorrere al Tramadolo, conosciuto come la “droga del combattente”. Il reportage successivo – firmato da Gianluca De Bartolo – parla invece del Ruanda, il piccolo Paese africano che tenta di risollevarsi dal suo tragico passato. La novità è data dal completamento di un servizio di droni (primo Paese al mondo ad adottarli in questo settore) per il trasporto delle sacche di plasma e dei medicinali nelle zone rurali del territorio. Graziano Graziani, invece, ci porta nelle Azzorre sulle orme di Tabucchi, che qui ambientò “Donna di Porto Pym”. Di Nicola Zolin il reportage conclusivo, che racconta il rinnovato business, in Italia, della coltivazione, produzione e distribuzione della cannabis, soprattutto per uso terapeutico.

Non mancano le cinque recensioni librarie, la “Lettera Aperta” di Valerio Magrelli, la rubrica “Un autore, un libro” di Maria Camilla Brunetti, che questa volta conversa con Federica Sgaggio. Il racconto di questo numero è della scrittrice italiana Marta Cai, che da qualche tempo vive in Brasile. L’editoriale di Riccardo De Gennaro è dedicato alle ardue previsioni per il nuovo anno, la foto vintage che chiude come di consueto il numero ricorda il tentato golpe Tejero nel 1981 in Spagna, esattamente quarant’anni fa.

Andrea Pennacchi legge “I bei tempi andati” racconto tratto dalla prima opera di Bohumil Hrabal LA PERLINA SUL FONDO

Andrea Pennacchi legge “I bei tempi andati” racconto tratto dalla prima opera di Bohumil Hrabal LA PERLINA SUL FONDO

Qualche tempo fa il Centro Ceco Milano ha organizzato una rassegna intitolata “La cultura in quarantena” perché diversi libri usciti tra Marzo e Maggio 2020 si trovarono privati di degna presentazione e divulgazione, in tal occasione AndreaPennacchi, amante e studioso di narrativa ceca, ha letto uno dei 10 racconti che compongono LA PERLINA SUL FONDO prima opera di Bohumil Hrabal uscito proprio ad aprile, ora ascoltabile in questo contenuto extra… buon ascolto per scoprire che meraviglia sia questo libro #MiraggiDaLeggere





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Il gruppo di lettura ConTesto Diverso legge “Quando i padri camminavano nel vuoto” di Piergianni Curti

Il gruppo di lettura ConTesto Diverso legge “Quando i padri camminavano nel vuoto” di Piergianni Curti

A settembre 2020 è partito il gruppo di lettura “ConTesto Diverso” nuovo progetto targato Periferia Letteraria.

Lo scopo è di approfondire e arricchirsi in un’analisi di lettura non subita ma elaborata dal singolo e sviluppata nella pluralità. Non si tratta di affrontare il testo con pretese tecniche e critiche, ma di maturare il nostro approccio spontaneo alla lettura.

Il primo autore ospite è Piergianni Curti con libro “Quando i padri camminavano nel vuoto” edizione Miraggi, Collana Scafiblù. Padri e figli: uno dei rapporti più complessi in natura. I figli che scrivono dei padri sono molti, sono un tassello importante per ripercorrere scelte esistenziali che si ripetono in tutte le generazioni. Due figure intorno a cui si muove il racconto: in un rapporto delicato un padre formidabile ma duro ed ingombrante e un figlio pieno di buone intenzioni. Tra aspettative e incomprensioni del padre, si assiste alla formazione della personalità dei figli in un rapporto familiare sicuramente interessante e decisivo per la crescita e poi, più tardi, direzioni di vita che prendono corpo in modi diversi attraverso gusti e scelte a volte non condivise. I protagonisti vengono a patti con i loro padri, reali e spirituali, accentandoli anche nelle loro debolezze. L’argomento del padre è sterminato e riguarda tutti noi come figli, come padri o come madri, perché figura in rapido mutamento.

Tea Castiglione

Il contributo di ciascuno allarga, modifica e arricchisce le considerazioni scaturite da questa esperienza di lettura.

Ecco le domande dei nostri lettori:

· Sandrina: “Quando i padri camminavano nel vuoto” – Il vuoto sottintende momenti di assenza dal mondo che ruota intorno? Questo vuoto si ritrova nei figli e nei giovani di quella generazione, quando non si trovavano certezze o risposte a momenti di vita?

· Giovanna: Com’è da intendersi il vuoto del titolo? E i Padri di adesso camminano nel vuoto? Se si è lo stesso vuoto o è un vuoto diverso?

Curti: Quando ero bambino leggevo i fumetti ed ero colpito dal fatto che, nei fumetti, i personaggi potessero camminare nel vuoto fino a che non ne prendessero coscienza. Così avevo almeno due (ma anche più di due) ossessioni: quella di capire come si potessero riconoscere i vivi dai morti (evidente metafora del riconoscere una vita autentica da una vita inautentica), e quella di riconoscere chi cercava di prendere coscienza dei problemi e chi cercava di comportarsi al contrario.

Dunque, camminare nel vuoto significa vivere senza voler prendere coscienza dei problemi per non essere costretto a cadere, cioè a rendersi conto della propria vita fatua, falsa. Che era quello che faceva, secondo me, la maggior parte della popolazione di quella cittadina.

Una precisazione: il libro nasce dalla convinzione che nel dopoguerra, che io ho vissuto, si facesse finta di aver risolto i problemi dell’Italia. Giustamente, la gente cercava di vivere nuovamente, ma contemporaneamente di non porsi molti problemi (almeno in quella cittadina, ma, come si sa, il piccolo è quasi sempre modello in miniatura di quella che succede in grande: quanti problemi irrisolti a partire da quel tempo ci portiamo dietro, addirittura amplifcati? Nella sua presentazione del libro al Circolo dei lettori lo storico Gianni Oliva, concordando con la mia tesi, ci ha gratificati con una splendida Lectio magistralis sul tema). Ne è prova il fatto che il Padre, pur tra tante contraddizioni, cercava di svegliare le coscienze con la sua frenetica attività culturale. Che non ha avuto successo: il successo, temporaneo, era legato all’adrenalina che scatenava con le sue provocazioni, non al fatto che riuscisse a promuovere una seria presa di coscienza nei concittadini.

· Mirella: Innanzi tutto desidero esprimere il mio apprezzamento all’autore per la grazia con cui ha descritto questo padre. A tratti mi è parso di intuire un’inversione di ruoli, il bambino sembrava assumersi il ruolo di genitore. È un’intuizione corretta la mia? Nelle caratteristiche del padre io non vedo la debolezza ma l’unica forza che abbiamo come individui: il coraggio di essere noi stessi e il coraggio di vivere. Che tipo di padre, in senso ampio ovviamente: genitore/educatore è stato una volta cresciuto il bambino? È riuscito a guidare con lo stesso talento, libero da ogni forma di costrizione e pregiudizio?

Curti: Questa è la domanda che negli incontri mi è stata posta con maggiore frequenza. Potrei rispondere che questa domanda si dovrebbe (potrebbe) porre a chiunque, e che chiunque dovrebbe tentare di rispondere a questa domanda. L’educazione è la cosa più complessa della vita umana, inizia alla nascita e termina alla morte, e non è possibile sperimentare personalmente che la propria educazione. Per questo è importante questa domanda: segnala che ciascuno di noi ha bisogno di confrontarla con quella degli altri. Ma torniamo alla domanda specifica: la mia è stata una educazione difficile, ma contemporaneamente esaltante. Intanto mi mi ha insegnato la libertà (condizione difficile). Difficile perché mi ha obbligato alla responsabilità: a non camminare nel vuoto. Difficile. Mi ha posto un mucchio di domande, fin da piccolo, insegnandomi che “le vere domande hanno risposte infinite” (come si legge nel romanzo). Mi ha insegnato a non giudicare frettolosamente, ma a capire: capire significa “obbligarsi a trovare la soluzione, obbligarsi a capire”. Difficile perché era difficile mio padre, che soffriva e lottava, senza rete. Difficile, ma produttiva, perché mi ha messo nella condizione di figlio e di padre. Il che mi ha, credo, fatto diventare un padre amoroso, e mi ha spinto a scegliere nella vita il ruolo di educatore: uno che aiuta a trovare la propria strada. Mi pare, con un certo successo.

Ancora: il romanzo racconta anche la generazione dei figli, che probabilmente camminavano anch’essi nel vuoto, convinti però di essere su terreno solido. Avevo, almeno dal tempo del liceo, chiaramente la certezza che la mia generazione si stesse staccando dai padri, e questo molto prima del Sessantotto, e che la nuova generazione fosse lanciata alla conquista del potere. Magari, in piccola parte, con coscienza. In gran parte, no. Lo stesso Sessantotto è stato un movimento ambiguo (anche con molte istanze giuste), dove, come si sa, prevalevano narcisismo e ricerca del potere, anche se non solo.

· Donatella: Mi è sembrato di avvertire una differenza non saprei… di tonalità, di atmosfera e forse anche di stile nella IIª e soprattutto nella IIIª parte; il figlio adulto e il padre meno fuori dalle righe. Penso non sia casuale, ma…

Curti: Sì, il padre sconfitto e sofferente cercava, come un guerriero ferito, di riprendere le forze e di salvare il salvabile, scaricando la propria bizzarria nella scrittura del romanzo in latino (comunque autentica bizzarria) e di lottare, nel nuovo mondo, ormai mutato, con le armi che aveva a disposizione. E, con debolezze: il tentativo di prendere scorciatoie e di accettare compromessi, per stanchezza, sfiducia, disperazione, ma tentativo abbandonato perché in realtà in conflitto insanabile con la propria etica. E il finale è in tono minore, per sottolineare anche il grigiore del mondo attorno a lui, che ancora una volta ripeteva gli schemi che aveva conosciuto in precedenza: ma stavolta erano le nuove leve, i giovani post Sessantotto, quelli che avevano fatto la rivoluzione contro quegli schemi, che ripetevano gli stessi errori.

E il figlio? Beh, direi che ha introiettato l’impossibilità di accettare compromessi, di giudicare senza capire, di seguire schemi consolidati e ingiusti. Vive “in modo sperimentale”, si potrebbe dire, come fisico della vita: sospende i giudizi, mette alla prova le proprie credenze, accetta l’idea che le domande hanno risposte infinite, e cerca soluzioni umane, che non facciano male agli altri. Prendendo coscienza dei limiti e accettandoli. E questo non gli rende la vita facile, ma perlomeno, nei limiti umani, ragionevolmente giusta: si spera, almeno, che così sia. Senza pretendere di imporre agli altri la propria visione del mondo, restando possibilista, accettando di metterla in discussione, attento alla sofferenza altrui: come si dovrebbe essere. 

· Gina: L’abbandono del cane, perché questa mancanza di coraggio nel tenerlo?

Curti: Una storia terribile, che ha segnato me per tutta la vita, ma che ha segnato anche mio padre. Che poi per tutta la vita ha avuto cani presi al canile, a cui ha dato il nome di quel cane. 

Il racconto segnala la sua difficile crescita (padre e figlio crescevano, nell’educazione si cresce in due), la sua mancanza di coraggio, che ammetteva, ma, come per il leone del Mago di Oz, ha poi mostrato di avere coraggio per tutta la vita, quando davvero era difficile averlo, nei momenti in cui si sarebbe giocato il futuro, e nei quali avrebbe pagato caramente la scelta coraggiosa. Per cui, nessuno sconto, ma onore al fatto che mio padre ammetteva sempre i propri errori e non pensava di meritare sconti. 

Avrebbe potuto tenerlo? Sì, ma: io credevo di essere colpevole, perché avevo terrore del cane, e non facevo niente (non potevo) per vincere il terrore. Un terrore tale che nessuno riusciva a rassicurarmi. Lui non sapeva come fare. Aveva chiesto a qualcuno che gli aveva detto di farlo ammazzare. In quel mondo non si era teneri con nessuno, tantomeno con gli animali. Lui credeva di rendermi responsabile accollando a me la scelta. Ma era una vigliaccheria. Voleva liberarsi del problema, assillato com’era da tutti i guai che lo assediavano. Certo, lui non sapeva come domare il cane. E anche lui si sentiva colpevole di non sapere come fare: devo dire, nelle cose pratiche era un totale imbranato. Comunque non si è mai perdonato. E io non l’ho mai perdonato. E perfino da grande mi ha chiesto scusa. Chissà se questa è una giustificazione sufficiente? Da quella storia ho imparato molto, comunque: che non si scarica mai sugli altri una tua responsabilità. E che si impara anche dalle cose ingiuste, se si vive in un clima in cui si cerca la verità.

Grazie a tutti per le domande, intelligenti e molto centrate.

Nell’incontro in presenza avremo il piacere di conoscerci, di chiacchierare, di parlare, male o bene, del libro, e di noi, che è quello che conta.

Nota: a proposito di educazione.

Il libro può essere visto, come detto, come incentrato sul problema dell’educazione. E come ho detto, il problema vissuto mi ha spinto ad occuparmi di educazione. Ho insegnato nella scuola per molti anni, in particolare al liceo, poi sono passato all’università. Sono specializzato in didattica della matematica e ho scritto dieci libri di matematica per vari ordini di scuola e uno per l’università, e tre libri di fisica per il liceo scientifico. Per sette anni ho avuto una borsa di studio del CNR, nella facoltà di matematica, in didattica della matematica, e per dieci anni sono stato responsabile della formazione scientifica nei laboratori di pedagogia fondati da Francesco de Bartolomeis e diretti da Piero Simondo. Inoltre sono stato comandato al Piano nazionale per l’informatica e all’Irrsae Piemonte, istituto di ricerca pedagogica.

Questo il frutto della mia educazione? Forse non tanto, o non solo. Il frutto è stata la mia concezione dell’educazione, che ho cercato di praticare sul serio: se non capisci (matematica, fisica) il problema riguarda me e te. E insieme troviamo la strada per capire, in primo luogo, a cosa serve a te, nella tua vita, la matematica. E quale matematica. E se questa fosse per ora poca, l’importante è che tu rimanga aperto alla matematica e che sia pronto quando ti servirà. Tocca al docente, all’adulto, dimostrare che la matematica serve per leggere il mondo, e per te. La risposta, alla domanda implicita che chi non ama, o non crede di amare la matematica, pone, è sempre la stessa: a me, ai miei problemi di adolescente, che serve la matematica? Mi sono posto sempre, di fronte a questa domanda, come un padre che non vuole che il figlio si perda: troviamo insieme la risposta. Proviamo ad avere entrambi pazienza, non perdiamo il contatto. Io cerco di capire te, tu cerca di farti capire. Io aspetto, e non ti perdo. Io non ti giudico, rispetto le tue difficoltà. Tullio De Mauro aveva sperimentato che cinque anni dopo che si è concluso lo studio di una materia si retrocede di cinque anni rispetto alla conoscenza. Io confermo che chi termina il liceo, dopo forse meno di cinque anni, se non ha scelto una facoltà scientifica, non sa più quasi nulla di matematica. Perché ha perso tanto tempo inutilmente? Serve davvero immagazzinare con terrore ricettari da cucina matematica e formule che si squaglieranno in un tempo brevissimo, lasciando una immagine distorta, oppressiva, triste della matematica? Quando ero docente al Piano per l’introduzione dell’informatica (anni ’87-89), alla seconda settimana di corso facevo svolgere un tema ai miei allievi, tutti illustri docenti dei trienni di scuola superiore: che immagine della matematica veicolo ai miei studenti? I risultati erano deludenti e banali per la maggior parte dei casi: una visione impoverita e orrorifica della matematica.

Ho sempre lottato per questo. Se mi guardo attorno, ho perso (ma non con i miei allievi).

Con amicizia e affetto,

Piergianni

Angelo Orlando Meloni tra i vincitori della 54ª edizione del Concorso Letterario CONI – Menzione speciale

Angelo Orlando Meloni tra i vincitori della 54ª edizione del Concorso Letterario CONI – Menzione speciale

Pubblicato: 11 Settembre 2020

La Commissione per l’assegnazione del Premio della 54^ edizione del Concorso Letterario, presieduta da Marino Bartoletti e composta da Paola Pigni, Valerio Bianchini, Piero Mei, Roberto Perrone, Roberto Rosseti e Paolo Francia, si è riunita al CONI e, dopo un approfondito esame delle opere presentate, ha attribuito i seguenti premi:

Sezione Saggistica

PremioAutoreTitoloCasa Editrice
1° (euro 3.000)Auro Bulbarelli, Giampiero PetrucciCoppi per sempreGribaudo
2° (euro 2.000)Nicola RoggeroPremier LeagueRizzoli
Segnalazioni particolariStefano PivatoStoria sociale della biciclettaSocietà editrice il Mulino
Segnalazioni particolariPaolo Mazzoleni, Giorgio Burreddu e Alessandra GiardiniLa mia regola 18Edizioni Slam Absolutely Free







Clicca sull'immagine per vedere la scheda del libro e il booktrailer

Sezione Narrativa

 PremioAutoreTitoloCasa Editrice
1° (euro 3.000)Carlo Felice ChiesaBologna 1925. Fu vera gloriaMinerva
2° (euro 2.000)Lucio SchiumaLa vittoria più grandeFondazione polito
Segnalazioni particolariAngelo O. MeloniSanti, poeti e commissari tecniciMiraggi
Segnalazioni particolariDaniele PotoLo sport Tradito. 37 storie in cui non ha vinto il miglioreGruppo Abele

Sezione Tecnica

PremioAutoreTitoloCasa Editrice
1° (euro 3.000)Luca Bifulco e Mario TirinoSport e scienze sociali. Fenomeni sportivi tra consumi, media e processi globaliRogas
2° (euro 1.000) ex aequoLuca RussoBiomeccanica. Principi di biomeccanica e applicazione delle video analisi al movimento umanoATS
2° (euro 1.000) ex aequoDaniele MasalaGenesi e regolamenti dello sportSoc ed. Universo
Segnalazioni particolariAndrea CapobiancoBasket 3×3 i valori educativi, la tecnica. La tattica,  la strategia e le emozioniCalzetti Mariucci

QU l’articolo originale: https://www.coni.it/it/coni/concorso-letterario-e-racconto-sportivo.html

Miraggi festeggia 10 anni, sostienici con una DONAZIONE e ti regaliamo uno o più libri dal nostro catalogo!

Miraggi festeggia 10 anni, sostienici con una DONAZIONE e ti regaliamo uno o più libri dal nostro catalogo!

15 maggio 2020 Miraggi festeggia 10 anni di attività, e non è poco! Ma non ci fermiamo qui…

Miraggi è nata dopo la crisi del 2008, ha esordito al Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2010 e giunge a questo traguardo con la crisi del coronavirus in atto. Fino a oggi, in questo stato di crisi permanente che chiamano editoria, abbiamo superato ostacoli che anche a noi parevano insormontabili, e abbiamo resistito. E l’abbiamo fatto dimostrando ai lettori (e a noi stessi) che con il coraggio, un pizzico di intuito, la passione e l’amore per questo lavoro meraviglioso che consiste nel “fare libri” ci si può guadagnare il proprio spazio nel mare magnum editoriale italiano. Piccoli ma forti!

CLICCA sul Pulsante Donazione di PayPal o inquadra il QR code di Satispay!

         

Abbiamo deciso, in questo momento e nel pieno di quest’altra crisi “virale”, di festeggiare comunque i nostri 10 anni, chiedendo a voi, lettori che ci avete seguito e apprezzato in questi anni una piccola donazione, secondo modalità che ci permetteranno di regalarvi dei pezzi della nostra storia.

Potete donare con PayPal o tramite SatisPay

Ecco come:

  • 1€ come piccolo e semplice contributo: un caffè (per lavorare meglio!)

  • 5€ e ti regaliamo 1 libro storico di questi nostri 10 anni a sorpresa, che spediremo con piego libro (importante lasciare un recapito);

  • 10€ e ti regaliamo 2 libri storici di questi nostri 10 anni a sorpresa, che spediremo con piego libro (importante lasciare un recapito);
  • Offerta libera (sapremo dimostrare la nostra riconoscenza, importante lasciare un recapito).

Grazie per la fiducia! Inviaci poi la foto tua con i libri Miraggi in mano e creeremo un album dei donatori!


Se ti va di aiutarci e di diffondere e condividere questo nostro sentimento te ne saremo grati.

#3 Racconto inedito di Bianca Bellová

#3 Racconto inedito di Bianca Bellová

Marta è di malumore

(Trad. dal ceco di Laura Angeloni, letto e interpretato da Elisa Galvagno)

Marta è di malumore. Dice che non ha più intenzione di aiutarmi con queste stupidaggini, che ha un sacco di lavoro da fare in giardino ed è nervosa soprattutto per questo. Deve rincalzare le patate, a meno che non ci sia qualcuno che lo faccia al posto suo. A guardarsi intorno, le sembra di non vedere anima viva. Che ha già abbastanza problemi con la siccità. Se continua così le patate saranno piccole come perline, per non parlare dell’aglio e della cipolla. Il pozzo è allo stremo, ormai più di un rivolino d’acqua non ne tiri fuori. E io che non faccio che romperle le scatole per quelle stronzate che comunque non guarda nessuno. Che farò quando fra un mese non ci sarà più niente da mettere sotto i denti, mi sazierò con i miei filmatini?

Eppure all’inizio le piaceva così tanto. Anche lei cova dentro di sé bisogni creativi mai espressi. Tutte le sue figurine all’uncinetto che produce la sera da anni; con l’uncinetto ha fatto vari personaggi del presepe, tutte le statue del ponte Carlo e l’ultimo governo ceco per intero, compresi i ministri destituiti e i loro sostituti. Ha fatto Quentin Tarantino e Mao Tze Tung, Lída Baarová con Goebbels. E le sue figurine le abbiamo utilizzate per diversi videotutorial di sopravvivenza.

Leggi e ascolta insieme

Quando hanno chiuso i negozi ne abbiamo girato uno con Jirka Bartoška, detto Barťák, che mostrava come costruirsi un arco con le frecce. Marta stava davanti al microfono e cercando di imitare la voce vellutatamente impostata di Barťák e la sua dizione sgraziata diceva: “Per determinare la giusta ampiezza dell’arco appoggiate la mano destra sul fianco destro e allungate il braccio sinistro il più possibile. La distanza tra i due punti corrisponde all’ampiezza esatta”.

Abbiamo dovuto girarlo a varie riprese, perché a Marta veniva sempre da ridere. Non ero infastidito, mi piace quando ride, intanto io preparavo l’animazione col nostro Barťák di cotone, che allargava le braccia e si scontrava sempre col suo naso aquilino e Marta rideva a crepapelle. Fretta non ce n’era, nessuno dei due lavorava più e le pecore badavano a se stesse. Pur se non ne avessimo ricavato niente, ne sarebbe valsa la pena anche solo per vedere Marta ridere così. Ha una risata gutturale, come una vacca che partorisce, sembra che la tiri fuori dalle profondità della terra.

Il primo video si è propagato come il fuoco, d’un tratto centinaia di fan non chiedevano altro che vederne di nuovi. Nel successivo abbiamo inscenato una partita di calcio a distanza, ventidue figurine che giocavano un incontro decisivo, ognuno nel suo soggiorno. Di calciatori avevo però solo Panenka e Maradona, quindi ho dovuto completare la formazione con San Venceslao, Goebbels e altri. Marta non era ispirata, quindi la radiocronaca ho dovuto farla da solo. E alcuni commenti mi hanno fatto nero: “Ma che radiocronaca è, bestia, l’hai mai vista una partita vera?”, e io e Marta ci siamo fatti una bella risata.

Poi abbiamo girato un video sulla caccia alle rane. Paris Hilton agitava una torcia nel buio e in tono molto affettato diceva che le rane, di notte, ovvero quando sono più attive, le individui, non immagineresti mai! Grazie al loro gracidio! Devi avvicinarti, abbagliarle con una fonte di luce e tramortirle con una mazza da baseball! Le rane sono commestibili, ma alcune nascondono sotto pelle un veleno – quindi prima della consumazione dovete scuoiarle! Le coscette di rana sono una délicatesse assoluta, hanno lo stesso gusto del pollo, ma che dico del pollo? Sono molto meglio! L’ultima scena era una ripresa dettagliata della nostra Paris Hilton a uncinetto mentre, con il suo mostruoso chihuahua attaccato a una mano e la chiavettadella rana a molla nell’altra, fa schioccare rumorosamente la lingua. 

Quella volta ci hanno dato parecchio addosso tirando in ballo il maltrattamento degli animali, si è espressa a riguardo persino un’associazione per la protezione animali. Con un certo disgusto hanno condiviso il video anche i vegani, quindi di colpo di sono aggiunti diecimila spettatori da tutto il mondo. Hanno scritto su di noi un paio di articoli su riviste nazionali ed estere. Persino al notiziario in televisione hanno parlato di noi, in chiusura, tra le curiosità.

John Travolta ha illustrato come farsi venire dei bei boccoli col phon in assenza di parrucchiere. In un video sul taglio di capelli casalingo hanno recitato anche le nostre pecore. Il nostro Přemek Podlaha all’uncinetto ha presentato un tutorial su come estirparsi un dente. “Il sapone è un disinfettante fenomenale!” ha commentato con la sua voce saggia. “Come le mani, anche la ferita bisogna lavarla con l’acqua bollita. Se impossibilitati a procurarvela, usate l’urina! È un liquido sterile e la ferita non si infetterà!”

Ogni giorno un video lungo dai due ai tre minuti, a girarli ci divertivamo un sacco e col passare del tempo siamo migliorati molto, ormai riuscivamo a capire la via più diretta per arrivare subito allo scopo, tecnicamente e concettualmente. Ricevevamo molti messaggi incoraggianti e anche ringraziamenti, perché con i nostri tutorial la pesantezza della quarantena era più sopportabile. 

“Fuori è buio, si sentono solo le sirene delle ambulanze e lo scroscio dei vetri delle vetrine spaccate dai poveri che, ormai privi di tutto, saccheggiano i negozi”, ha scritto per esempio un fan di Brno. “E io me ne sto qui seduto a guardare un video dopo l’altro e so che andrà tutto bene. Vi ringrazio con tutto il cuore, è grazie a voi se non sprofondo nell’angoscia”.

“Cazzo, fratello, grazie!”

“Non ho mai visto niente di più stupido. Mi congratulo per aver abbassato l’asticella dell’intrattenimento al suo minimo storico!”

“Potreste scrivermi per piacere che spezie usate per le coscette di rana?”

Avevamo seguaci nelle Filippine e persino nell’isola di Pasqua. Era inebriante.

Poi è iniziata la discesa. Ogni giorno i like si dimezzavano. In tutto il mondo hanno cominciato a verificarsi guasti alla rete elettrica. Circa un mese dopo, la città che vediamo dalla nostra collina è avvolta nel buio, non viene più illuminata. Grazie ai pannelli solari sul tetto noi possiamo ancora accendere la luce, se splende almeno un po’ il sole. E anche riscaldare l’acqua. La legna ci basterà per qualche inverno e ho avvolto il recinto col filo spinato e munito la casa di balestre che si attivano grazie a un pedale.

In caso la situazione dovesse volgere al peggio, in cantina abbiamo un generatore di corrente diesel. Solo con l’acqua nel pozzo siamo messi male. E Marta mi dimagrisce a vista d’occhio, nemmeno girare i video la diverte più.

“Marta, c’è rimasto del pollo nel congelatore?”

“Sì,” sospira lei, “quello dell’azienda di Andrej Babiš,l’avevi comprato per sbaglio e mi ero rifiutata di cucinarlo. È l’ultimo che abbiamo”.

“Allora tiralo fuori, Marta mia. Facciamo un video tutorial su come arrostire un pollo in una scatola per munizioni”.

“Ma piantala!”

“Non dobbiamo arrenderci”.

Scuote la testa e lascia cadere le braccia. “Ti voglio tanto bene” dice, “e mi piace quello che fai. Ma ti pare che qualcuno possa ancora guardarli, questi stupidi video? La gente ha altri problemi. E anche se volessero non potrebbero, perché la corrente non ce l’ha quasi più nessuno”.

Prende la cagna e va a fare una passeggiata nel bosco. Ora non la richiama più quando si lancia all’inseguimento di una lepre o di un cervo. Ancora non ha preso niente, non è più una giovincella, ma magari un giorno ce la farà.

Guardo i grafici di visite del sito e vedo che da ieri abbiamo avuto in tutto sei spettatori. Mi alzo e vado a dar da mangiare all’ultimo coniglio.

“In agrodolce o alla panna?” gli chiedo scherzoso, grattandogli il mento. Il coniglio soffia, non ha mai gradito le mie battute.

Tornando dal bosco Marta mi porta il pollo senza dire una parola. È già scongelato, deve averlo tirato fuori già prima di uscire. Mi porta anche i protagonisti del video – gli animali all’uncinetto, la giraffa, lo scoiattolo, il cagnolino. Mi osserva in silenzio mentre muovo gli animali, lascio cadere il cane nella scatolina di latta che lo scoiattolo ha precedentemente ripulito con la coda dai rimasugli di polvere da sparo, li faccio accendere il fuoco, le cui fiamme sono fatte di fogli di celluloide, il pollo nella scatolina di latta non c’entra, gli animali non riescono a chiudere lo sportellino. Marta sospira ed esce in giardino a rincalzare le patate. Una settimana fa, mentre facevamo l’amore, le ho schiacciato gli occhiali, quindi non può più leggere libri e nemmeno risolvere i cruciverba. Ma lei non ha detto nemmeno una parola, in questa settimana non ne ha mai fatto cenno.

Il segnale è instabile, quindi ci metto incredibilmente tanto a girare il video. Marta torna e guarda lo schermo da sopra la mia spalla finché non appare la scritta: “Il suo video è ora pronto per essere riprodotto”.

Guarda gli animali all’uncinetto che preparano il pollo di Babišarrostito nella scatolina da munizioni secondo il manuale del reggimento di forze speciali SAS, e all’improvviso dentro di lei comincia a gorgogliare una risata dal profondo. Ahah ahahah ahah uhahaha… ride tanto che la cagna alza la testa e ci guarda con aria confusa.

“Non è possibile” ride con le lacrime agli occhi. “Sei proprio scemo!”

La cagna per sicurezza lancia un abbaio.

Poi sotto il video compare un like titubante. Marta si fa seria eannuisce col capo.

All’improvviso lo schermo del computer si spegne, così come le spie di tutti gli elettrodomestici. Il frigorifero ha un sussulto.

“Continua” dice Marta. “Vado ad avviare il generatore”.

Marta mi sorride incoraggiante. Sappiamo entrambi da tempo che non smetteremo mai. 

Bianca Bellová, Praha, 01.5.2020

#2 Racconto inedito di Bianca Bellová

#2 Racconto inedito di Bianca Bellová

I velieri

(Trad. dal ceco di Laura Angeloni, letto e interpretato da Elisa Galvagno)

Oggi non è venuta.

La cerco con lo sguardo dal terrazzo e vedo che l’acqua si è alzata un altro po’, inondando, sulla piazza, tutta la fioriera con le palme, che nessuno si è preso la briga di portar via. Un attimo fa sono cessati gli ultimi echi del ballo notturno e anche lo scampanio dalla cattedrale che chiamava alla messa, ora è scesa la quiete. Si sente solo lo sciaguattare dell’acqua e il crepitio delle travi portanti.

Sulla strada nuotano i topi d’acqua, insieme a un cesto pieno di stoviglie di stagno. Sul lato ovest della città hanno cominciato a demolire le case, di notte ho sentito i loro lamenti, gemevano come le vergini quando il principe reclama su di loro il diritto della prima notte.

Una barca a remi che attraversa la piazza trasporta dei musicisti, di ritorno da una festa notturna. Si appoggiano mezzi addormentati ai loro strumenti, troppo stanchi per rispondere al mio saluto. I musicisti che non hanno ancora lasciato la città sono richiestissimi. Arrivano nei palazzi e i signori gli concedono di portarsi via quel che vogliono. Ma gioielli, gobelin e vetri di Venezia hanno perso valore, ce ne sono fin troppi in giro. Vanno per la maggiore quel genere di scambi che sanno di carne e sangue: in cambio del servizio richiesto offrono una notte con la figlia minore, un biglietto sul veliero del giorno successivo, un sacchetto di oppio, un decotto di belladonna e cicuta…

E lei non è venuta. Ogni giorno mi comunica sorridente che l’indomani partirà, che è la sua ultima possibilità, ma poi c’è sempre qualcosa che la trattiene: una zietta stroncata dalla febbre, la servitù che è fuggita e lei non ha idea di come preparare il bagaglio per il viaggio… E poi vedo di nuovo la sua gondola arrivare sulla piazza e il suo nastro d’oro intorno al collo, che lei mi permette di toglierle e poi di giocarci a lungo. Strofino quel raso d’oro tra le dita, lo annuso e la prego di lasciarmelo quando partirà.

“Non fare il sentimentale” ride lei e a volte mi sculaccia col suo ventaglio.

Ci amiamo senza parole, in silenzio, si sentono solo i gemiti delle fondamenta della casa. Sfiora le mie cicatrici e quando piango mi consola. A volte mi si addormenta tra le braccia, quando la notte prima ha folleggiato in qualche baccanale; allora ha dei cerchi scuri sotto gli occhi e l’umore malinconico.

“Se continua così, nel giro di una settimana avrai l’acqua in camera da letto” dice, e io scrollo le spalle. 

“Vieni con me” ripete per la millesima volta, ma ha un tono rassegnato. Sa che non cederò, che non voglio e non posso ricominciare altrove, in una città diversa di un’isola diversa …

Rimango in silenzio e lei si infuria, mi prende a pugni sul petto e grida: “Ma non la senti la puzza di marcio?!”

Poi stiamo in piedi sul terrazzo e guardiamo un altro veliero salpare all’orizzonte. Prima andavamo al porto ogni giorno per dare l’addio ai cittadini in partenza. Era più divertente che stare a osservare le torture e le esecuzioni capitali in piazza. Ho visto uomini sul ponte che al rintocco della campana della nave avevano il mento che gli tremava, allora distoglievano gli occhi e non li posavano mai più sulla riva. Ho visto genitori in procinto di spedire i loro figli lontano dalla città, ma, nell’attimo in cui la passerella del brigantino cominciava a sollevarsi, cambiavano idea e gridavano ai bambini di saltar giù. Le vecchie urlavano, si strappavano i capelli e si lanciavano sotto la prua, provocando un ritardo nella partenza e gli improperi dell’equipaggio.

Lei stava sempre in silenzio e salutava col suo foulard di seta. Adorava quel teatro: a ogni partenza la vedevo esercitarsi per la sua, si commuoveva in anticipo, deglutiva le lacrime e si riprometteva di essere forte. E quando cominciò a diventare evidente che il suo pubblico sarei stato io, ho smesso di andare. Ho smesso proprio di uscire di casa, in realtà. Ho spostato le mie scorte di vino dalla cantina alla biblioteca e per l’ultima volta mi sono deliziato dei miei volumi. Poiché nessun capitano mi avrebbe permesso di portarmi dietro i libri, le migliaia di tomi di cui mi prendo cura, in quell’esodo. Un’ordinanza del principe ha imposto per secoli che ogni nave che sostava nel porto fornisse tutti i libri che aveva a disposizione, e al pianterreno del mio palazzo i copisti li trascrivevano con perizia, a beneficio delle generazioni successive.

Nel giro di un paio di giorni tutti i volumi verranno inghiottiti dall’acqua putrida. E dunque io sto qui ad aspettare la rovina, con i miei libri in grembo; li coccolo, ci parlo, sfioro la loro pelle e accarezzo le pagine con una premura che non si discosta molto da quella che uso con la mia donna. E intanto guardo, in attesa di vedere la sua gondola.

La città si è spopolata molto, ma non è ancora del tutto deserta. Sono molti coloro che si rifiutano di lasciare i muri che si sgretolano e i letti su cui per anni si è impressa l’impronta dei loro corpi. Agghindati in modo sontuoso, come se dovessero ricevere il sacramento della Cresima, continuano a recarsi ogni domenica nella cattedrale in cui sono stati battezzati e sposati. Sulla piazza c’è il laboratorio orafo del vecchio Kohn, che ancora batte, cesella e lucida gioielli di inaudita bellezza, che ormai nessuno compra più. I dieci anni che ha trascorso curvo nel suo laboratorio mostrano ora i loro frutti. Come ogni artigiano esperto ora a Kohn basta prendere in mano un pezzo di metallo argentato per capire a un primo sguardo come dominarlo. Le sue anziane dita e la pelle rugosa si materializzano nei suoi gioielli, il vecchio e l’effimero diventano nuovi. Kohn adesso sforna una gran quantità di anelli, diademi, cavigliere e orecchini di incantevole meraviglia. Il suo laboratorio è sempre illuminato, il suo pavimento sempre spazzato alla perfezione. Intanto Rachel Kohn si asciuga gli occhi con il grembiule davanti ai fornelli.

Da tempo ormai nessuno compra più niente da lui – a parte me. Ordino da Kohn i gioielli per lei. È di certo una vanità. Lo sa anche lei – quando le allaccio la collana di smeraldi al collo sorride indulgente, come se si prestasse al gioco di un bambino. Un giorno si è sfilata gli orecchini di rubini e li ha lanciati dalla finestra.

“Questi sono solo gingilli!” ha gridato. “Regalami qualcosa di vero!”

So che vorrebbe che partissi con lei, e lei sa che non partirò.

Mi sono accorto che non è perfetta. Ogni tanto qualche filo di argento le scintilla tra i capelli. La cipria va a incastrarsi nelle impercettibili rughe intorno alla bocca. È lunatica. La pelle non è più elastica come il giorno in cui l’ho notata per la prima volta, quando incedeva sulla piazza col suo sorriso e un nastro bianco intorno al polso. Il suo declino è già iniziato, sebbene si manifesti ancora in modo lento e impercettibile. 

Ci sono giorni in cui riesco a farmene una ragione, comprendo che tutto passa, e che così dev’essere. È giusto che le giunzioni dei pozzi, levigate dai secoli, e la fontana ornamentale sulla piazza, e il palazzo principesco, la cattedrale e dopotutto anche la mia libreria, diventino dimora dei pesci predatori. Che tutto pian piano si decomponga e si trasformi in nutrimento per la nascita di qualcosa di più dignitoso.

Ma non oggi.

Avevo una casa piena di servitù e mi sono concesso ogni esperienza possibile, ma in verità nessuna di queste era davvero importante. Molto di ciò lo conservo ancora: la biblioteca più preziosa del mondo, gioielli di una bellezza indescrivibile e abbastanza vino e petrolio per la lampada che terrà la mia finestra illuminata fino alla fine. Il liuto che strimpello, anche se con l’umidità crescente diventa sempre più difficile da accordare.

Guardo il vascello che parte all’orizzonte, magari scorgerò sul ponte il bagliore di un nastro dorato, e subito discosterò lo sguardo.

Sappiamo entrambi, caro lettore lontano, che se c’è una cosa che non abbandonerò mai, è la fiducia di vederla arrivare ancora una volta.

Bianca Bellová, Praha, 01.4.2020

#1 Racconto inedito di Bianca Bellová

#1 Racconto inedito di Bianca Bellová

L’amore supera tutto

(Trad. dal ceco di Laura Angeloni, letto e interpretato da Elisa Galvagno)

L’isola si era difesa a lungo dall’epidemia di peste che imperversava sulla terraferma.

Non c’era ragione di dubitare di quanto insidioso fosse il contagio. Dai racconti, tutti sapevano quanto fosse spietata la pestilenza. Dalle tante chiese della terraferma, attraverso lo stretto, giungeva incessante il rintocco delle campane a morto. Il vento trasportava fin lì la melodia del Dies Irae.

Dies irae, dies illa

solvet saeclum in favilla,

teste David cum Sybilla.

Le guardie che vigilavano sul rispetto della quarantena sparavano dal molo sfere di fuoco, ignis volatilis, a tutte le navi che tentavano di avvicinarsi e attraccare. Una delle navi fu colpita e affondata; le guardie impiegarono poi vari giorni ad allontanare dalla riva i marinai affogati. Avevano il corpo pieno di tatuaggi di galline e maiali, perché erano convinti che Dio, in caso di affogamento, vedendo quelle bestie che non sanno nuotare, nella sua grazia li avrebbe presiin palmo di manoe avrebbe soffiato su di lorodepositandoli sulla riva. Altri si erano tatuati un’ancora, perché trattenesse il marinaio caduto in mare nei pressi dell’imbarcazione. La rosa dei venti doveva invece servire a riportare in salvo nelle loro case i marinai smarriti. Adesso i loro corpi gonfi erano in balia della corrente, e i pesci e gli uccelli predatori li prendevano a morsi.

Leggi e ascolta il racconto

Grazie al massimo dispiegamento di forze, l’isolaperdurava risolutamente nella sua splendid isolation. Gli uomini adulti si alternavano nel pattugliare le sponde frastagliate dell’isola, perché nemmeno un topo riuscisse a giungere fin lì dalla terraferma.

Quantus tremor est futurus,

quando judex est venturus,

cuncta stricte discussurus.

Berenice scosse il capo e i capelli riflessi sul vetro della finestra intercettarono un raggio di sole pomeridiano. Le prudeva la testa, pregò tutti i santi del paradiso di non aver preso i pidocchi. Poggiò la spazzola di avorio sul grembo e si premette le mani sulla pancia. Chiuse gli occhi sognante.

“Che fai, guardi le mosche che volano? Se pensi ancora a quel cascamorto…” la mamma fece un respiro profondo e si mise la mano destra sul petto. Sospirò.

“Stia tranquilla, mamma. Penso alle ore di latino che ho perso.”

La mamma sospirò ancora. “Eh già, anche questo. Vedrai che quando le piaghe d’Egitto saranno passate tornerà tutto alla normalità, bambina mia. Devi recitare spesso il breviario e mantenere intatta la tua fede, come noi tutti.”

“Sì, mamma.”

“Sei una figlia ubbidiente e devota, grazie a Dio. Ma non devi perdere tutto quel tempo davanti allo specchio.”

“Sì, mamma.”

“Fra poco cominciano i vespri. Preparati.”

“Sì, mamma.”

Bereniceavvistò sulla superficie dello stretto una vela biancorossa, che le strappò un gemito involontario dai polmoni. Ma era stato solo un sussulto della retina, un’illusione ottica generata nella sua mente dall’inquieta attesa.

Tuba mirum spargens sonum

per sepulchra regionum,

coget omnes ante thronum.

Berenice sentì la madre in cucina che discuteva col garzone, l’aveva mandato a fare provviste nei villaggi più lontani, visto che gli insediamenti più vicini erano già stati svuotati. Da quando il flusso di merci provenienti via nave dalla terraferma si era arrestato, sull’isola erano iniziati tempi magri. Era un’isola prevalentemente rocciosa, su cui crescevano solo more e mele selvatiche. Per il resto non c’era altro, a parte i minuscoli pesciolini argentei e la carne delle capre che scorrazzavano tra le rocce. Berenice si alzò e lanciò uno sguardo in cucina. Vide sua madre che in silenzio prendeva a pugni la spalla del garzone, che aveva portato solo tre uova di tartaruga e una testa di capra. Il garzone stava lì a testa bassa e si lasciava percuotere dalla donna, una spanna più bassa di lui.

“Mamma.”

La madre si girò e fece un sospiro. “Dovremo tirare la cinghia, bambina mia.”

“Sì, mamma.”

“Il Signore ci proteggerà, come sempre.”

A Berenice non importava. Si era ormai abituata alla fame. Ogni volta che recitava il rosario chiudeva gli occhi e senza il minimo sforzotornava a sentire sulla sua pancia le mani ardenti dell’innamorato. Poi dalla terraferma risuonò ancora il rintocco delle campane a morto. Succedeva tanto spesso ormai che nessuno ci badava più, era normale quanto l’urlo dei gabbiani. Era parte del ritmo quotidiano, come i pescatori che all’alba uscivano in mare, o la porta della città che si chiudeva all’ora dell’Angelus. 

Mors stupebit et natura,

cum resurget creatura,

judicanti responsura.

Durante le preghiere Berenice chiedeva solo e soltanto di rivedere il suo amato, e che il buon Dio lo mantenesse in salute. Ora chiudeva spesso la finestra, perché varie volte al giorno passava lì sotto una schiera sempre più folta di flagellanti, che con le tonache bianche intrise di sangue fresco, invocavano l’espiazione davanti al Giudizio Universale. Erano convinti che chi avesse resistito a trentatré giorni di flagellazione, sarebbe stato redento da tutti i peccati. Berenice non sopportava quei penitenti urlanti e puzzolenti.

Oro supplex et acclinis,

cor contritum quasi cinis,

gere curam mei finis.

Due settimane dopo, Berenice aveva appena finito la sua scorta di sapone di bile, le campane dall’altra parte dello stretto smisero di rintoccare a morto.Calò un insolito silenzio. Berenice tirò un sospiro di sollievo, come se qualcuno le avesse tolto di dosso una pietra tombale. 

Huic ergo parce, Deus.

Pie Jesu Domine,

dona eis requiem! 

Poi in una caletta appartata approdò una barca. Un messaggero recapitò una lettera che iniziava così:

“Mia amata Berenice, luce dei miei occhi, ho sete di te…”

Una settimana dopo sull’isola non era rimasto nessuno a seppellire i morti.

Bianca Bellová, Praha, 21.3.2020