“Nami suda. Si aggrappa alla mano grassoccia della nonna. Le onde del lago sbattono a ritmo regolare contro il molo di cemento. Dalla spiaggia di paese arriva un grido, uno strillo piuttosto. Dev’essere domenica, se sta lì sulla coperta col nonno e la nonna. C’è qualcun altro, Nami ricorda le tre macchie rosse di un costume, i tre triangoli di un bikini, e sopra, un fascio di capelli neri ben pettinati, una coda di cavallo, e due ciuffi di peli neri sotto le ascelle. I tre triangoli si muovono lenti, girandosi e rigirandosi sotto il sole finché non ne resta uno solo. Non lontano dalla riva un pesce gatto fa guizzare pigramente la coda”.

Inizia da questo ricordo il racconto della vita di Nami, prima bambino poi ragazzo e infine giovane uomo la cui vita cambia nel corso del romanzo, proprio come il lago. All’inizio Nami ha tre anni, è sulle sponde del lago con i nonni e una ragazza in bikini. La ragazza è sua madre, l’unico genitore che conosca, e questi sono gli unici momenti che gli restano di lei che da quel giorno scompare.

All’epoca, chi si immerge se la cava con una semplice irritazione della pelle, il lago non è ancora diventato la putrida tomba inquinata dove viene mandato a morire chi non si sottomette al volere degli usurpatori russi e nemmeno la sottile lingua ipersalina circondata da una secca distesa di sabbia, dove sono rimasti incagliati alcuni relitti di imbarcazioni.

Man mano che Nami cresce, la vita sull’isola si fa sempre più difficile. La memoria e la cultura del posto vengono cancellate, le acque del lago sono sempre più inquinate, nascono cuccioli di animali e di uomo deformi, gli abitanti vivono in povertà e vengono espropriati delle loro abitazioni e le donne vengono stuprate dai militari che pattugliano il territorio.

Il nonno di Nami muore durante una battuta di pesca, ma finché la nonna resta in vita lui è al sicuro. È quando la nonna cade e non è più autonoma che per Nami la vita diventa difficile. Il presidente del Kolchoz manda la nonna non più produttiva a morire nel lago e poi si insedia con la famiglia nella loro casa. Nami viene trattato alla stregua di un animale.

Alla sera, quando il presidente e la moglie dormono, lui però scappa per incontrare Zara, la ragazza di cui è innamorato. E pur di non perderla sarebbe disposto ad andare avanti così. Ma una sera succede una cosa che Nami non può accettare: alcuni soldati russi molestano Zara e lui, impotente, è costretto ad assistere allo stupro della ragazza. Così, Nami parte alla ricerca della madre, deciso a svelare il mistero della sua nascita. E quando finalmente la trova, dopo avere affrontato innumerevoli prove, il loro incontro non sarà come lo aveva immaginato.

Il lago di Bianca Bellová è un romanzo di formazione tragico e simbolico. La crescita del protagonista è una metamorfosi segnata dalla perdita, dalla violenza e dalla cancellazione della memoria individuale e collettiva. Bianca Bellová usa una lingua essenziale, dove non c’è spazio per le spiegazioni psicologiche, sostituite e rese attraverso i gesti e i silenzi dei personaggi. La storia di Nami è calata in un mondo in cui crescere significa dover decidere la verità meno dolorosa e assumersi il compito fragile, ma necessario, di non lasciar scomparire ciò che resta del proprio passato.

L’originale struttura narrativa è divisa in quattro parti: Uovo, Larva, Crisalide e Imago, che nel romanzo sono le fasi di crescita del protagonista, e in natura corrispondono alla metamorfosi che dal bruco sviluppa la farfalla: un essere con la stessa entità biologica che cambia radicalmente “abito” e funzione per sopravvivere e riprodursi. Attraverso questa metafora, l’autrice ci mostra come la nostra identità, come quella di Nami, non si sviluppa in modo lineare, ma attraverso rotture irreversibili.

Sebbene la narrazione non fornisca coordinate storiche e logistiche, è facile individuare le prime nella vicende che hanno segnato l’Europa centrale e i fatti dolorosi raccontati nelle ferite lasciate dalle occupazioni e dalle guerre. Il lago, l’altro protagonista principale del racconto che nel romanzo è senza nome, è facilmente identificabile con il Lago di Aral, ai confini tra Uzbekistan e Kazakistan, vittima tra gli anni ’60 del Novecento di un vero e proprio disastro ecologico.

Il lago d’Aral: la desertificazione di un lago, l’irrigazione di un deserto

Il lago di Bianca Bellová, scrittrice ceca tra le voci più originali della narrativa europea contemporanea, è stato una lettura impegnativa ma allo stesso tempo formativa. In meno di duecento pagine condensa un buon numero di temi molto attuali sui quali invita a riflettere. Durante la lettura ho trovato molti riferimenti che mi hanno ricordato America, il romanzo incompiuto scritto da Franz Kafka tra il 1911 e il 1914. 

In entrambe i romanzi, i protagonisti sono giovani che, pur spinti da diverse motivazioni, compiono un viaggio in cerca di un’identità. Sia Nami che il Karl Rossmann di Kafka si trovano, infatti, spesso coinvolti in situazioni paradossali lungo un cammino irto di difficoltà. Costretti per non morire di fame a sottomettersi ai ritmi disumani di lavori usuranti, entrambi devono imparare a proteggersi dalle angherie in un mondo segnato dalle disparità sociali e la loro maturazione è segnata dal confronto con adulti di cui non ci si può mai fidarsi fino in fondo.

QUI l’articolo originale: https://libriepensieri.substack.com/p/il-lago-di-bianca-bellova