fbpx

“Cara catastrofe” di Felicia Buonomo, “diario in progressione di un amore violento”

Cara catastrofe è una raccolta che merita un’attenzione su più livelli. Edita da Miraggi Edizioni, marzo 2020, nella collana Golem, in cui spiccano autori cult come Guido Catalano e Gio Evan, Cara catastrofe è quello che non ti aspetti. L’autrice, intanto, è, una giornalista che si occupa principalmente di diritti umani, con video-reportage esteri trasmessi da Rai 3 e RaiNews24, video giornalista a Mediaset, presente nella redazione di Osservatorio Diritti, già apparsa in riviste e blog letterari, e Cara catastrofe è una sorta di diario in progressione di un amore violento. Un’analisi a posteriori.

Sembra facile, ma non lo è. A una prima lettura Cara catastrofe riporta, per la delicatezza dei suoni, a Chandra Candiani, citata in epigrafe insieme a Vasco Brondi ed Amelia Rosselli, e a Rupi Kaur, ma è un’associazione quasi scontata. Rimbombano le stanze vuote tra le pagine, un tentare di toccare, dove anche i contrasti violenti sono sfumati, quasi si avesse paura a nominarli.

Nell’affrontarla ho voluto mantenere la progressione della raccolta, che è divisa in tre sezioni, Cara catastrofeCorpo e Sinceramente tua, a rappresentare l’evolversi del rapporto disfunzionale, l’inconsapevolezza di ciò che accadrà, la violenza vera e propria e il passaggio di riappropriazione di se stessi, con una sorta di dialogo in divenire con Felicia, perché da subito l’impressione è stata quella di aver percepito ma non del tutto compreso la meccanica di un rapporto violento. Proprio come una vittima, avevo bisogno di una guida che mi aiutasse a superare il livello di comprensione di una scrittura lineare, delicata, che scende come pioggia salvifica a tratti, ma che nasconde in questa sua estrema chiarezza una complessità da non trascurare. Per questo consiglio di leggere Cara catastrofe a più livelli e di rispettare la lentezza con cui la vittima di un rapporto disfunzionale arriva a liberarsi dal senso di colpa e di vergogna e per questo non ho voluto sintetizzare quello che è un percorso che non può essere abbreviato.

EA: Catastrofe-incantesimi, l’associazione presente nella prima poesia: è un ossimoro. L’incantesimo del malessere?

Cara Catastrofe,
m’innamori
come il gelo sul lungolago di Mantova,
le luci dei lampioni di Milano,
le onde sul porto di Genova
e la strada oscura dei vicoli di Napoli.
Trova nuovi colori e tratti
che m’incantino.
Dipingi la geografia del mio sentire.
Io credo solo agli incantesimi.

FB: Sì, risponde in pieno alla dinamica che avvia il ciclo della violenza e che ho tentato di riportare (anche) in poesia. Ogni tipo di rapporto, che poi si rivela disfunzionale, nasce dalla magia di un amore che si presenta diverso dagli altri. La persona maltrattante, solitamente, si presenta come il principe azzurro delle favole, la persona che da tempo si aspettava. E questo schema viene riproposto anche quando le carte sono ormai scoperte sul tavolo. Ciò che avviluppa la persona (la donna, nel caso di specie) nella spirale della violenza, è proprio questa ciclicità: accumulo della tensione – violenza vera e propria – false rappacificazioni. Sono proprio queste ultime a portare la donna maltrattata (e ormai dipendente affettivamente) a ricominciare da capo, perché in quelle false rappacificazioni ricompare l’uomo dell’amore magico degli esordi.

EA: Un ossimoro richiamato dal frequente uso della [n]/[ɲ]/[m] in contrapposizione agli incantesimi delle [p]/[d͡ʒ]. Cara Catastrofe,/non chiedermi cosa penso/se ho un ramo di mano sulla fronte/Reggo le foglie dei miei tormenti/su cui ti adagi leggera.

FB: Ho lavorato sulla scelta delle parole da associare alle immagini metaforiche, con un forte ricorso alla figura divino-religiosa, anche se in termini quasi iconoclasti; mi sembrava riuscisse a restituire il processo di affidamento-delusione-rinata fede, di fronte ai differenti episodi violenti. Volevo che la voce fosse viscerale: quasi urlata in alcuni punti, estremamente delicata in altri (esattamente come accade nella convivenza con una persona maltrattante), in ogni caso sempre abissale.

EA: Ammetto che però, leggendolo, mi sono annotata: diario di un agognato malessere. Soffrire per sentire.

FB: Non è un voler soffrire. Uno degli stereotipi che anima questo macro tema che è la violenza sulle donne, è credere che la donna in qualche modo scelga quel tipo di sofferenza, pensare che se rimane è perché vuole vivere quel tipo di agonia. Ma la realtà è ben più articolata: la donna impara a vedersi con gli occhi del maltrattante e sente su di sé la colpa (ho dedicato al concetto di colpa della vittima numerosi testi all’interno della seconda sezione del libro) di ciò che accade, pensa che rispettando il volere del carnefice, lui possa in qualche modo non farle più del male. Dire a una donna “perché non lo lasci?” significa darle indirettamente la colpa, in gergo si chiama “vittimizzazione secondaria”, frequente – purtroppo – anche nelle aule di tribunale, ogni volta che una donna con figli, ad esempio, che ha deciso di denunciare dopo anni di maltrattamenti, viene considerata una madre alienante e privata dei suoi figli per non aver denunciato prima (figli spesso poi affidati al padre maltrattante). È così frequente questo giudizio che porta a non considerare la denuncia come unica possibilità (altro stereotipo). Un conto è farsi aiutare (quello sempre), un altro è procedere con una denuncia legale (a molte delle quali sono seguiti atti irrimediabili di natura vendicativa e di cui si legge purtroppo su molti giornali); ogni persona ha un suo percorso di uscita, che decide insieme alle esperte dei centri antiviolenza, e in ogni caso non sarà mai forzata a fare nulla che non voglia, nemmeno denunciare in termini legali, se non vuole.
La stessa scelta del titolo (mutuato da un brano di un artista musicale che amo molto, ovvero Vasco Brondi) per quanto fuorviante, in realtà risponde alla dinamica sottesa: la donna comprende solo dopo la propria condizione di sottomissione alla violenza, ma quella catastrofe la rifiuta, cambia continuamente idea, anche quando inizia il percorso di fuoriuscita all’interno dei centri antiviolenza. Al primo approccio viene fatto alla donna un test di valutazione del rischio (che corre); quando si arriva in un centro antiviolenza, significa che la condizione di violenza è già in stato avanzato, solitamente il risultato del test è tra il medio-alto e l’alto, quasi sempre tuttavia la donna tende a giustificare il suo carnefice, da una parte perché sente la colpa (l’ho fatto arrabbiare, non dovevo parlare con quell’uomo, non dovevo vestirmi in quel modo, devo imparare a stare zitta; pensieri instillati dal maltrattante nell’abusata), dall’altra perché prova senso di vergogna. C’è una poesia, in particolare, che racconta questo momento e dinamica: quella del rifiuto della catastrofe, che di conseguenza – e per paradosso – diventa cara:

Ho detto a Jessica che non mi interessa
più il caffè del risveglio,
la certezza dell’amore,
la tortura del suo strangolare
per poi fermarsi a un passo dal saluto finale.
Poi ho cambiato idea.
Ho detto a Jessica che quel test
di valutazione del rischio ha una falla.
E che il modo in cui accarezzo
il mio martirio
è la prova dell’errore.
Non si può portare una donna
fuori dalla sua colpa.

In chiusura ricorre la parola colpa, che ripeto a più riprese nei testi. È un tema centrale. Ogni donna vittima di violenza sente la colpa di ciò che gli accade, nessuna esclusa. Perché il maltrattante, che nella lucidità comprende il proprio stato di maltrattante, rinnega la pesante realtà e la trasla sull’altro. E il maltrattato crede al suo carnefice, perché lo ama. Una donna vittima di violenza non è quasi mai animata da spirito di vendetta, tutt’altro: in realtà ciò che più desidera è continuare ad amare, che quell’uomo torni l’uomo degli esordi.

EA: È complicato arrivarci. Ho lavorato sulle questioni di genere, ma con più attenzione alle macro questioni culturali e sociologiche, questi aspetti, invece, che riguardano i micro meccanismi che si vanno a creare in un rapporto violento mi erano ancora estranei.

FB: Io sono riuscita a comprendere il concetto di colpa della vittima dopo aver parlato con numerose donne, tra le quali c’era Celestine. Una ragazza africana, vittima di un matrimonio forzato, scappata per non soccombere a quella realtà. Ero in Africa per girare un video-reportage. Celestine mi raccontava che con quell’uomo che era stata costretta a sposare (25 anni più grande di lei, quando lei aveva solo 15 anni) aveva concepito tre figli, tutti e tre con la forza fisica, carnale; mentre parlava stringeva tra le mani il crocifisso che aveva al collo. Quando le ho chiesto se si sentisse in colpa, lei non ha esitato un istante a rispondermi di sì.

Jessica dice che mi aiuterà
e che non sono sola.
Quando vado a farle visita
non la guardo mai negli occhi.
Ogni visita la concludo così:
«Jessica, è colpa mia?».

EA: È una Catastrofe, quindi, che non attendo in quanto Catastrofe auspicata, ma che riconosco come tale solo a posteriori. In senso di attesa religiosa si percepisce, quasi un allargare le braccia e poi farsi coprire di bende, salvifiche. Niente a che fare con il linguaggio mistico, però, perché leggo una totalizzazione differente nei tuoi versi, paradossalmente non compare il desiderio, il corpo, anche nella seconda sezione che ne porta il titolo, sostituito dalla parola, dall’afonia, dai polpastrelli, dalle preghiere e dalle catene. È un corpo accennato, quello che ho percepito. Forse un corpo che è sparito, annullato.

FB: È vero, il corpo è onnipresente nella filigrana delle parole, ma scompare perché è il segno del passaggio della violenza, quella fisica, ma anche quella psicologica, i cui effetti si manifestano proprio lì (con vari disturbi psicosomatici, provocati dal cosiddetto disturbo da stress traumatico o post-traumatico).

EA: Uscire da un rapporto di violenza è uscire da una dipendenza (psicologica)? È uno ‘smettere di’? Perché anche in questo caso mi pare ci sia una sorta di individuazione della ‘colpa’, allo stesso tempo il ‘gioco’ perverso che descrivi della tensione, del culmine, della riappacificazione mi pare non così lontano dalle bolle di alcuni rapporti amorosi, in cui, pur in mancanza di violenza sia fisica sia verbale, si finisce spesso per incappare. Finché un giorno ne esci e respiri.

FB: Uscire da un rapporto di violenza è uscire da una dipendenza affettiva, che ha le stesse dinamiche della dipendenza da sostanze stupefacenti. È difficile, un trauma nel trauma. Da sola non riesci. Il gioco perverso che tu credi non molto lontano da alcuni rapporti amorosi in realtà credo sia profondamente diverso. Una cosa che è importante capire e che molti confondono è la differenza tra conflitto e violenza. Ciò che fa di un rapporto un rapporto violento e l’assoluto assoggettamento psicologico della vittima al proprio carnefice. La vittima non reagisce, mai, subisce, e sente persino giusto così. Nel conflitto esiste un rapporto di parità tra le parti, nella violenza è sempre impari.

Mi parli del tempo che distrugge,
della ribellione che non c’è,
della dignità frantumata
sotto il peso di parole rabbiose.
Fai l’elenco delle mie colpe
con la stessa voce di chi urlava “Barabba!”.
Mi ricordi che anche il figlio di Dio
è fatto di carne che sanguina e muore.
E che nessuno aspetterà, per me,
il terzo giorno.

EA: All’inizio della seconda sezione Sono una giornalista è quasi un aprire le finestre sulla strada, un cambio, per poi tornare all’analisi, alle stanze deserte. L’ho trovata una presenza singolare, nel libro. Uno spiraglio di quotidianità, afona anche questa, perché portata avanti quasi per inerzia, riempiendo caselle:

Sono una giornalista
e nel mio nome c’è una promessa,
che mi insemina la colpa.
Ieri gli italiani sono andati a votare.
Ho fatto una diretta televisiva.
Penso al modo in cui rincorro le persone,
come se fossero qualcuno,
e non un ammasso di parole
semanticamente ordinate secondo l’alfabeto
della mia indifferenza emotiva.
Sfrutto le loro storie per guadagnarmi il pane,
e non ho neanche fame di vita.

FB: È quella che io ho voluto definire una sorta di dichiarazione di intenti, dico al lettore: vi racconto ciò che è altro da me, ma c’è anche la mia comprensione ed empatia, quelle che tutti noi possiamo avere, senza nemmeno grandi sforzi.

EA: Com’è andata la scrittura della raccolta? È stata una costruzione a posteriori? Ho immaginato reale l’esperienza dell’io poetico, solo trasposta sul piano lirico.

FB: Sì, volevo che ci fosse l’io poetico, perché tutti potessero calarsi nella parte, provare a comprenderla. Molti poeti/autori hanno un’ossessione tematica, che portano avanti con diverse modalità, ma in senso circolare; un movimento, dunque, con cui si torna sempre al punto di partenza, capace però ad ogni passo di allargare lo sguardo percettivo, tanto dell’autore, quanto del lettore. La mia ossessione è rappresentata dai rapporti umani disfunzionali, fatti di mancanza di cura, malattia, disperazione, solitudine. Nella mia professione di giornalista, anche narrativa, racconto storie, entro nella vita delle persone, servendomi del sentimento dell’empatia. L’Altro è un concetto fondante per me. “Racconto” in versi quello che vedo, oltre a quello che vivo e sento. E la disfunzione relazionale è più frequente di quanto si immagini.

Non ho l’abitudine di praticare la dimenticanza.
Provo a educarmi, tento di farti ricordo.
Indosso la divisa dei sentimenti passati.
Timbro il cartellino dei futuri negati.
Pratico il mestiere della sostituzione.
Avvio la meccanica della negazione.
Ma non riparte il timer
di questa catena di montaggio emozionale.
La classe operaia va in paradiso, dicono.

QUI l’articolo originale: