BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Marco Archetti su Il Foglio

BOLAÑO SELVAGGIO – recensione di Marco Archetti su Il Foglio

Gli scrittori latinoamericani tirano fuori il peggio di noi

“Bolaño selvaggio” è un libro che fa bene a Bolaño e benissimo ai bolañisti, cioè a tutti noi. E che andrebbe letto da cima a fondo a cominciare dal fondo

Confesso, ho sempre fatto fatica con Roberto Bolaño. Il che non significa che io non abbia letto Roberto Bolaño, perché, giuro, l’ho letto. Ho letto numerosi romanzi di Roberto Bolaño, direi almeno cinque – verità che, non fosse tale, confesso che occulterei senza pensarci un attimo, negando fino alla morte e resistendo eroicamente alle inquisizioni sopraccigliari delle frotte dei bolañisti, i quali sono una setta di adepti che ti sbirciano in tralice mentre parli fino a indurti al balbettio (quando parlate con un bolañista fissatevi su un dettaglio del volto a caso e concentratevi su quello, solo così potrete sostenere il suo sguardo non sostenendolo) e ti sbirciano per vedere se hai detto la verità, sospettando che non l’hai detta, tu Roberto Bolaño l’hai letto poco, pochissimo, e ovviamente male. Come tutte le sette, sono pericolose e assassine, il che getta una luce di amara verità non solo sui bolañisti ma anche su tutti gli altri: sui cortazariani, i dostoevskiani, i pasolinisti, i thomasbernhardiani, i franzeniani, insomma, su chi siamo tutti noi, nessuno escluso, quando amiamo un autore. Siamo dei granitici detentori di culto, degli officianti permanenti, dei teppisti che si contengono per un pelo, degli stalinisti, dei mezzi mostri con l’alibi intero della passione, come se la passione sia mai riuscita ad affrancare qualcuno dalla propria condizione di aguzzino, macché, non c’è un solo caso al mondo, anzi, è vero il contrario, l’ha semmai nutrita e incrudelita, la passione, quella condizione di omicida con l’alibi profondo.

Io – sia chiaro – non sono da meno, e faccio parte di questa famiglia di fanatici feroci che suppongono il proprio gusto il più giusto possibile: quando sono io il portatore di un’inamovibile convinzione letteraria sono sempre nella verità, mentre i portatori di culti diversi erodono il mio terreno esclusivo, quindi mi urtano, mi ostacolano, mi innervosiscono con la loro ottusità. E quanto insistono! Tra l’altro è dalla mia vita cubana in poi che noto come, quando in ballo ci sono i latinoamericani (come se “scrittore latinoamericano” significasse davvero qualcosa), il culto prenda pieghe ancor più aggressive e l’amore assuma assurdi significati travalicanti. Quello che accade è che “scrittore latinoamericano” diventa automaticamente condizione morale e non solo estetica. E lo diventa al punto che criticare la qualità letteraria delle pagine di uno scrittore latinoamericano scarso ma di culto è pericolosissimo, è una spericolata attività portatrice di penose conseguenze, alimentate da sospetti di insensibilità politica del criticante, e di squallido cinismo occidentalista antindigenista (l’accusa non viene aggiornata dal 1967). Perché gli scrittori latinoamericani tirano fuori il peggio di noi? Perché, in nome di ciò che non esiste, ci assembriamo in contese ringhiose su un terreno ridicolo, in una notte in cui tutte le vacche sono nere, trascinandoci – nolenti – fin nel cuore delle selve amazzoniche, sospinti da una rossa brezza esoterico-allegorica?

Bolaño selvaggio” (miraggi edizioni, 436 pp., € 24 euro) è un libro splendido, pubblicato da un editore tra i più ammirevoli in circolazione. Un libro che fa bene a Bolaño e benissimo ai bolañisti, cioè a tutti noi. E che andrebbe letto da cima a fondo a cominciare dal fondo, cioè da un rimasuglio di intervista ad oggi inedita in cui Bolaño risponde come spesso amava, con sferzante sarcasmo – il che è rivelatore perché la maggior parte degli scrittori che amano senza ironia Bolaño non hanno nemmeno un centesimo del suo sarcasmo e del suo disinteresse verso ciò che era conveniente dire, chi ha dei dubbi si rilegga la conferenza “Siviglia mi uccide” e avrà di che deludersi, in termini di secca sconfessione di militanze presunte.

Ma è leggendo “Bolaño epidemia” di Jorge Volpi che sopraggiunge l’epifania. Non solo perché epidemia è ormai la nostra parola chiave, ma perché, attraverso un gioco metabolañista, Volpi sveste Bolaño, sveste i bolañisti e la propria generazione di tutto il bolañismo deteriore, di tutto il bolañismo orfico, e consegna un saggio acuto, divertente e intelligentissimo sul Bolaño originario. E ci parla dell’utilità di non essere maniacali e settari quando si ama uno scrittore, perché poi si finisce a non capirlo. E a chi, in quel congresso di Siviglia, chiese che consiglio avrebbe dato a un giovane scrittore, Roberto Bolaño rispose: “Vi raccomando di vivere. E di essere felici.” La risposta meno bolañista possibile. La più bella. Quella fu l’ultima apparizione pubblica dello scrittore. Morì a Barcellona di lì a pochi mesi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2020/05/24/news/gli-scrittori-latinoamericani-tirano-fuori-il-peggio-di-noi-318821/

LA VITA MOLTIPLICATA – recensione di Geraldine Meyer su L’Ottavo

LA VITA MOLTIPLICATA – recensione di Geraldine Meyer su L’Ottavo

La vita moltiplicata. Perché una vita non basta

Dieci racconti, dieci personaggi, dieci storie. In bilico tra realtà, sogno, inconscio. Questo è La vita moltiplicata di Simone Ghelli, pubblicato da Miraggi Edizioni. Un libro che suggerisce una riflessione a partire dal titolo in cui La vita e non Le vite sembra indicare una sottile linea rossa che fa da cifra di lettura e scrittura. Quasi ci fosse un legame tra le storie raccontate, talmente forte da diventare un unico canovaccio, un unico percorso. Seppure complesso e sfumato, come appunto la vita.

I dieci racconti, come i dieci protagonisti ci appaiono tutti alla disperata ricerca di una via di fuga. Dal presente, da un attuale che più che creare disagio sembra, semplicemente, non bastare a contenere tutto ciò di cui si compone un’esistenza. Ogni cosa in bilico tra passato e futuro, a sostenere un presente che fugge, che stritola, che inchioda, che imprigiona.

E allora la vita moltiplicata diventa, per ciascuno dei protagonisti, una sorta di riscatto, di resa, di sogno, di ricerca estrema di ciò che c’è di più estremo: l’identità. Ma anche la realtà. La domanda che ci arriva, in sottofondo, dalla lettura di ciascuno di questi racconti, potrebbe proprio essere questa: cos’è la realtà? Quella che viviamo e dentro la quale ci muoviamo, costretti dalle convenzioni, dai sottili equilibri (anche psichici) che costituiscono l’impalcatura di una costruzione fragile? Oppure la realtà è quella che ci costruiamo nei sogni, nell’immaginazione e nell’immaginario refrattario alle regole?

Simone Ghelli (Foto da giacomoverri.wordpress.com)

Ghelli è scrittore dalle potenti letture e questi racconti restituiscono quello che deve essere stato (e che presumibilmente ancora è) il suo percorso di lettore. E forse, azzardiamo, anche il suo percorso di “consumatore” di cinema. Perché c’è molto di cinematografico in queste pagine. Non nel ritmo, non nella dinamica ma, certo, nell’uso forte delle immagini. Sì, perché i protagonisti di queste storie noi lettori ci troviamo a seguirli quasi come su uno schermo. Che è quello che costituisce un confine fisico in cui le cose più interessanti avvengono oltre esso, oltre quello spazio, dove apparentemente non si vede più nulla ma dove succede tutto. Tutto quello che sappiamo immaginare.

Che è un po’ quello che avviene nella vita dei vari protagonisti dei racconti, ciascuno dei quali viene dal lettore salutato sulla soglia di qualcosa. Perché ciascun racconto si conclude senza finire. In un moltiplicarsi di ipotesi, di sviluppi, di proseguimenti.

La vita moltiplicata è un atto d’amore, soprattutto, verso la letteratura e la scrittura, verso il loro potere di scrivere ciò che ancora non esiste e che non è mai esistito ma che, proprio per questo, è tutto ciò che davvero, forse, possiamo chiamare realtà.

Un libro molto più complesso di quanto possa apparire ad una prima lettura, sorretto da una scrittura la cui semplicità si avverte essere frutto di un lungo lavorio. Che è esattamente il contrario dello spontaneismo. Non vi è nulla di spontaneo in questi racconti. Semmai qualcosa quasi di automatico, come se l’autore si fosse lasciato andare ad un flusso incontenibile, come se si fosse messo accanto ai suoi personaggi, ascoltandoli, come uno psicoanalista con i suoi pazienti. Solo che qui non c’è nessun paziente perché il disagio o l’incapacità di farsi bastare la vita che manifestano i personaggi non è patologico, anzi. È la più vitale delle rivolte a tutto ciò che vuole ridurre la vita a qualcosa di razionale e senza sfumature e stonature.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.lottavo.it/2020/06/la-vita-moltiplicata-perche-una-vita-non-basta/

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Questa perla di libro, pubblicato nel 1963 a Praga e appena pubblicato in Italia da Miraggi è davvero una bella sorpresa. Bisogna immergersi, fino in fondo per trovare la perlina e in ognuno dei racconti che lo compone si trova sempre splendente. Sono 12 racconti di gente comune, di lavoratori in diversi ambiti, acciaierie, deposito di carta da macero, assicuratori, racconti di gente comune dentro qualche birreria, ad assistere ad una gara di macchine in corsa, che prendono lezioni di guida e sono racconti nei racconti. Tutti hanno qualcosa da raccontare, tutti hanno ricordi che emergono, ognuno va a ruota libera perché per ognuno è importante quello che ha da dire, il bello è che ognuno può dirlo ed è pure ascoltato. E l’umanità che ne scaturisce è “ la perlina “ ,laddove magari non ci si fa caso. Sono personaggi marginali, a volte sopra le righe un po’ sbruffoni o timidi oppure un po’ strani ed incompresi. La scrittura di Hrabal, ci permette di andare oltre quello che appare ovvio, è una scrittura fluida, che attrae, a volte ironica, ricca di metafora e poetica. Sono pennellate di poesia quelle che nell’ immersione fanno entrare in empatia e permettono alla perlina di luccicare. Hrabal scrive di cose che conosce ed ha vissuto, i lavori di cui parla sono lavori che lui personalmente ha svolto quando nel 1939 la Cecoslovacchia, suo paese d’origine viene invasa dalla Germania nazista e lui deve abbandonare gli studi e mantenersi. 

 La pubblicazione di questo libro nella sua terra nel 1963 appunto, ha portato una grande novità nella letteratura ceca, dove non c’è l’eroe ma l’umanità comune con le sue peculiarità “imperfette “. Si trova in questo libro una lucida analisi di una società complessa. Dopo la Primavera di Praga, nel 68, il regime ha censurato totalmente le opere di Hrabal, i suoi libri circolavano clandestinamente, erano un antidoto alla al regime di Stalin , nonostante ciò ha ottenuto un buon successo come scrittore anche fuori dai confini della sua nazione. Merita una nota di plauso la traduttrice , lo dice lei stessa nella nota a fine libro, che non ha avuto un lavoro facile da fare, il linguaggio che ha usato lo scrittore è quello della lingua parlata, piena di modi di dire e sottintesi e semplificazioni che tradurre e rendere bene in italiano è per chi è bravo ( questo lo dico io). Una postfazione molto interessante di Alessandro Catalano anche curatore del libro, arricchisce e porta a conoscenza lo scrittore e le sue opere . È un libro da leggere è un libro che arricchisce e fa riflettere. È uno scrittore da leggere (e approfondire almeno per me) per la capacità di far dialogare collettivamente e ad alta voce , anche quelli che non hanno potuto farlo. Miraggi ha fatto ancora un bel canestro.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details?post=84308

MONA – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

MONA – recensione di Angelo Di Liberto su La Repubblica

Mona, libera e rivoluzionaria in una società degradata

Gentili lettori,

ci ritroviamo ancora una volta ai margini di una società degradata, dove l’abbrutimento e la fatiscenza sono speculari a dinamiche di possessione dei corpi, delle coscienze e del loro annientamento. Risuona Foucault di “Sorvegliare e Punire” e le relative logiche di delirio. Questo nodo tematico profondo e irresolubile è il centro del lavoro di Bianca Bellová che, con il suo “Mona”, uscito in Italia l’8 giugno, tradotto da Laura Angeloni per Miraggi Edizioni, s’inscrive tra gli autori che hanno sentito l’urgenza di reificare la questione elevandola a iperbole speculativa e declinandola in modo da accogliere e illuminare altre afferenze tematiche: la repressione del desiderio, la discriminazione dei diritti delle donne, le esecuzioni sommarie, la tortura, il linciaggio, la guerra, l’ambiente oltraggiato, la perdita dell’innocenza.
L’autrice ci ha abituati al superamento dei generi letterari, essendo le sue produzioni dotate di un dispositivo affabulatorio slegato da caratterizzazioni stereotipate, creando atmosfere ben radicate nell’attualità ma con un continuo rimando a suggestioni atemporali, che sfiorano lo straordinario.
Gran parte della storia si svolge in un ospedale che si sta sgretolando pian piano, in un paese di cui non conosciamo il nome, in mezzo a una guerra civile. 
Mona è un’infermiera che ha conservato la dignità dei principi coi quali è stata formata, nonostante subisca le molestie di un medico del suo reparto. I suoi genitori, dissidenti e spariti nel nulla, le hanno lasciato in eredità valori che non è incline a barattare. La nonna, per proteggerla dal regime, l’ha segregata in una sorta di piccolo scantinato, nella sua casa di campagna. 
«Ed eccola lì, tra quattro pareti non murate. La stanza – ma poteva chiamarsi stanza? – era completamente buia, senza finestre. Alzandosi in piedi Mona toccava con la testa la botola da cui una volta al giorno riceveva una ciotola di riso e consegnava il recipiente con gli escrementi». 
Una volta adulta sposa un uomo che la rispetta ma di cui non è innamorata e con lui ha un figlio. Nella sua città le donne vanno in giro solo col velo sul capo e accompagnate. Mona è libera, rivoluzionaria. Sarà l’incontro con Adam, un paziente arrivato in pessime condizioni e che subirà amputazioni, a rinvigorire una volontà che va ben oltre la dose di piccoli orrori quotidiani. In stanze desolate, impregnate di iodio e morte, i due iniziano a scambiarsi i ricordi, collimanti con l’identità martoriata di un intero paese.
«Perché non sei accompagnata, donna immorale?», le dice un uomo. E poi la minaccia. «Ma tu non eri quello ricoverato in ospedale l’anno scorso per un’ernia, quello che frignava come una femminuccia?», ribatte Mona.
Bianca Bellová frammenta la parola, la polverizza per ricreare atmosfere sibilline in cui il lettore ritrova fini aderenze a una letteratura esistenziale. 
«Se è possibile, voglio vivere. Ma se non lo è, vorrei solo che finisse presto». E poi la fine, degna di un Romain Gary.
L’Antiquario vi saluta.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Exlibris20

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Exlibris20

Donne di mafia è stato pubblicato 25 anni fa ed è tornato quest’anno in libreria in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, con Miraggi Edizioni.

È il racconto dello scombussolamento all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato. Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato sulla violenza e sul potere, sull’imposizione al maschile. Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro racconta le distinzioni fra loro.

Le più giovani si mostrano diverse da quelle anziane perché sono state determinanti , incoraggianti e accanto ai loro uomini che avevano deciso di uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti e di diventare collaboratori di giustizia. Sono quelle che possono aiutarli a intraprendere una vita nuova, libera, con tutte le difficoltà che questa comporta. Sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. Alcune li hanno lasciati, alcune si sono suicidate.

L’autrice ne cita molte, io qui cito quelle che mi hanno maggiormente colpita.

È Rita Atria, la più giovane. Figlia di un mafioso. Il padre è stato ucciso come anche il fratello Nicola. Aveva 16 anni quando ha deciso di andare a parlare in Procura a Sciacca, di nascosto, invece che andare a scuola. Quando il padre è stato ucciso aveva 11 anni, una grande perdita per lei. Con la madre aveva un pessimo rapporto. Quando anche Nicola, che era il suo unico riferimento affettivo è stato ucciso, ha deciso di raccontare quello che aveva visto e sentito nella sua famiglia. “Il mio compito è vendicare mio padre e mio fratello“. Inizia così per lei un viaggio doloroso, continuerà ad andare in Procura invece che a scuola. Era convinta che il padre non aveva le mani sporche di mafia, lo credeva un Robin Hood, che aiutava chi aveva bisogno ed è stato un duro scontro il suo, con i magistrati che hanno dovuto dirle la verità. Trovava tutte le giustificazioni per scagionarlo, non voleva credere che fosse un mafioso. C’era anche il giudice Borsellino ad ascoltarla ed è stato proprio lui quello che è riuscito ad avere la fiducia di Rita, che è stata allontanata dalla casa materna e messa sotto protezione. Viene messa in un residence insieme alla cognata Angela e alla nipotina, che aveva deciso di collaborare prima di lei. Dalla Sicilia a Roma, Rita era spaesata, ma convinta della sua scelta, mentre la madre faceva di tutto per farla rientrare a casa, fino a minacciarla di farla ammazzare. Dopo questa minaccia non ci sono stati più incontri tra loro. Scriveva di come avrebbe voluto il suo funerale Rita e soprattutto che la madre non avrebbe dovuto partecipare.
In quel periodo viene ucciso Falcone, Rita e Angela sono sgomente, sperdute, insieme a Borsellino, rappresentava la possibilità del riscatto.
Rita vuole stare da sola, non vuole più stare nel residence, si intestardisce.
Incontra un ragazzo col quale inizia una relazione, una boccata d’ossigeno nella sua vita. Studia. Ma vuole vivere da sola, gli consegnano le chiavi dell’appartamento il 21 luglio, due giorni dopo l’uccisione del giudice Borsellino, quello che aveva scelto come padre putativo .
Quella strage le squassa. Piera ha avuto un collasso da cui non riesce a riprendersi. Rita è come trasognata, fuori di sé… Borsellino era il suo nuovo padre… Nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.”
Al settimo piano del suo mini appartamento, Rita vuole stare sola, riflette e si sente inadeguata e sola. Il 26 luglio apre il balcone e si butta nel vuoto. Su un foglietto lascia scritto “Adesso non c’è più chi mi protegge. Sono avvilita. Non ce la faccio più.”
La notizia del suicidio arriva di sera nel carcere di Trapani, c’erano rinchiusi alcuni uomini accusati di mafia, un mormorio riempie il silenzio e una voce più alta di tutte grida “Una di meno“. Un grande applauso risuona per tutto il carcere: si fa festa.
Neanche da morta avrà la pietà della madre.
Ci sono donne che non condividono il percorso di collaborazione dei mariti e si schierano clamorosamente contro di loro o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. C’è chi appena saputo che il marito si è pentito ha indossato il lutto come se il congiunto fosse deceduto.

Giacoma Filippello (‘Za Giacomina) per ventiquattro anni è stata la compagna di Natale L’Ala, e ha potuto assistere a scie di sangue e conosciuto uomini importanti dei clan, era parte del clan e da tale si è comportata a tutti gli effetti. Quando ha capito che volere giustizia è diverso che vendicarsi uccidendo, s’è trovata sola. Le sue notti sono state tormentate da dubbi e nostalgia ma è diventata una pentita. Una delle prime donne di mafia che si sono messe a collaborare coi giudici.
Ma di tutta la sua vita avventurosa ’Za Giacomina sempre preferisce ricordare i momenti felici del passato e le indicibili tenerezze di cui l’uomo che ha amato, un boss cui sono attribuiti gravi reati, era capace.
Glielo hanno ammazzato, il suo uomo, il 7 maggio ’90, e lei s’è fatta pentita. Per amore e per vendetta. Con furore. “Quando vennero a dirmi che avevano ucciso Natale, mi si annebbiò la vista. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mala notizia.” Dissi: “Chi deve pagare, pagherà” ha raccontato al giornalista della Stampa Francesco La Licata, siciliano, esperto di mafia, con il quale – dopo il pentimento, in un periodo che era a Roma – aveva voluto parlare.

Felicia Bartolotta Impastato, moglie di un mafioso, cognata di un boss, parente di “amici degli amici” e madre di Peppino assassinato dalla mafia perché ne denunciava i crimini. Cinisi il suo paese, il marito era un padre padrone, prepotente e autoritario. Peppino aveva scoperto i libri, la cultura, sognava di trasformare il mondo.
Da ragazzino aveva assistito all’uccisione dello zio con un’auto imbottita di tritolo, ne restò molto scosso e scoprí la mafia e che era una brutta cosa.
Felicia soffriva del suo matrimonio, viveva con la paura e il silenzio, non poteva permettersi di avere un’opinione personale. Voleva tornarsene a casa dei genitori quando scoprí che il marito la tradiva, non le fu permesso, “non si usava”. Quando Peppino ha cominciato a impegnarsi per denunciare la mafia e i loschi affari, lo scontro col marito si era fatto più duro. Minacciava Peppino il marito, e lei perché stava dalla sua parte.
Ogni incontro col padre era una lite. Non c’era verso di far cambiare idee a quel figlio che tanto amava, ma si sforzava di capire le sue idee, leggeva quello che lui lasciava a casa e cominciò a riflettere su tante cose che aveva intuito. Finché il marito ha cacciato di casa Peppino. Si vedevano di nascosto. Dell’ attrito tra padre e figlio si parlava molto fuori. Il padre morì investito da un’auto, un caso? Per Peppino non c’era più protezione alcuna, il 9 maggio fu fatto saltare in aria, disintegrato.
Le indagini hanno puntato su un suicidio e il caso fu archiviato.
Ma Felicia, il figlio Giovanni e gli amici di Peppino, respinsero quella tesi. Il giudice Chinnici riaprí il caso. Sì sentenziò che si trattava di delitto di mafia, ma i colpevoli non sono mai stati condannati.
Felicia non è più uscita di casa.
Ha sempre parlato coi giornalisti ai quali raccontava di sé della sua storia di mogie e madre “cioè donna d’altri”, condannata a non esserlo per sé.
La mafia in casa mia un libro intervista è stato pubblicato da Anna Puglisi e Umberto Santino che hanno dato vita a Palermo al Centro di documentazione “Giuseppe Impastato “

All’uscita del libro nell’edizione Miraggi l’autrice in un’intervista per l’editore ha rilevato che non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.”
Trovo che l’idea di Miraggi di ripubblicare questo libro sia stata una scelta molto coraggiosa e azzeccata.
Il libro è la descrizione di un fenomeno che ha coinvolto le donne e che continua a farlo, laddove ancora oggi le donne all’interno delle cosche mafiose continuano a rivestire ruoli di fondamentale importanza.

La cronaca più recente è piena di donne che risultano avere ruoli sempre più importanti per la sopravvivenza e la funzionalità dell’organizzazione mafiosa. La loro intraprendenza e capacità di gestire le fila di questo malaffare ha preso sempre più spazio e spesso le abbiamo viste in luoghi di comando. Tutto ciò non giustifica ovviamente il loro operato, sempre di mafia si parla.

E di mafia bisogna continuare a parlare per denunciare questa presenza così difficile da sconfiggere.
E di mafia bisogna continuare a scrivere e a pubblicare perché non si può abbassare la guardia e nemmeno dimenticare il sacrificio di uomini onesti e di legge che ci hanno lasciato la vita.
Oggi la mafia si insinua in tutte le falde scoperte e con modalità sempre più affilate. Falcone ha detto “Certo dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine” (Cose di Cosa Nostra).

L’evoluzione l’abbiamo vista, quella delle donne e delle modalità.
Ora mi auguro tanto di poter vedere la fine, con qualche dubbio.
Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché è un libro appassionante, una scrittura che cattura, una ricchezza di testimonianze tutte vere e davvero interessanti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Siby su Ze Buk

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Siby su Ze Buk

Leggere che sport!

Quando entri in area nemmeno ci pensi che ci sono due compagni a pochi metri da te, tutti soli, pronti a fare un altro gol a porta vuota per merito tuo. É una specie di magia, dentro di te non è cambiato niente, sei sempre lo stesso, ma di fuori è diverso. Nessuno riesce a fermarti e tu adesso hai capito che devi andare fino in fondo.
Il portiere avversario è indeciso, esce dai pali ma esce male. Finti il passaggio al centro e lo fai accartocciare su se stesso e gli pieghi le gambe. Nessuno se lo aspettava che ti sarebbe venuta un’idea leggermente diversa. Non se lo aspettavano nemmeno in tribuna. Ma di questo non ti curi, perché sei tutto dentro i tuoi muscoli. Non sai come sia possibile, ma spari un missile all’incrocio dei pali e segni il primo gol della tua vita.

La recensione di Santi, poeti e commissari tecnici di Angelo Orlando Meloni

Durante il torneo calcistico la squadra famosa per essere la peggiore della provincia, quella che non vede un gol da anni, improvvisamente comincia a vincere.
Inspiegabilmente, senza ragione.
Merito della beata Serafina che predice addirittura il minuto esatto in cui avverrà l’azione decisiva per la vittoria.
C’è poi un ragazzino bravo, Garrincha lo chiama l’allenatore, ma non deve oscurare il figlio della famiglia più importante della città e quindi sta in panchina.
Un calciatore porta a compimento una vendetta che aspettava da anni contro un giocatore che ritiene colpevole della sua rovina e altre storie dove il calcio è sempre il protagonista che tira le fila dei personaggi di questo libro.

La mia opinione su Santi, poeti e commissari tecnici di Angelo Orlando Meloni

Santi, poeti e commissari tecnici è composto da sei racconti e non bisogna essere esperti di calcio per poterli apprezzare.

Il calcio è il simbolo sportivo di questo paese.
Persone che si passano la “fede calcistica” di padre in figlio, domeniche allo stadio, imprescindibili appuntamenti del calendario da non poter nemmeno lontanamente saltare e milioni di gadget con cui vestire i bimbi praticamente appena nati.
Ma il calcio merita tutto questa fede, passione, amore?
Secondo me no ma io non ne sono innamorata.

Lo amano tutti, invece, in questi racconti e l’amore è talmente assoluto che non finisce di fronte a nessuna difficoltà, intrallazzo o partita non giocata.
Il tifoso non vacilla mai, non demorde ma anzi si ammanta di una fede imperitura che lo scherma da qualsiasi bruttura investa il suo idolo.

In questi racconti troviamo tutto quello che riguarda il mondo del calcio, dalle scommesse alle partite truccate, dalle periferie dove si gioca per dare un senso ad una vita disgraziata fino allo stadio, quello vero e famoso, dove giocano gli quadroni.

Se amate il calcio sicuramente questo libro fa per voi ma anche se non lo amate troverete interessanti le strade scelte per raccontare uno sport molto, forse troppo, amato.
Buona lettura.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

IL BRUCIACADAVERI – recensione su Il collezionista di letture

IL BRUCIACADAVERI – recensione su Il collezionista di letture

“Il bruciacadaveri” è il secondo romanzo dello scrittore ceco Ladislav Fuks. Pubblicato a Praga nel ’67, apparve in Italia nel ’72 nei Coralli dell’Einaudi, tradotto da Ela Ripellino e con un’introduzione di Angelo Maria Ripellino. Dopo quell’edizione, peraltro non più ristampata, non vi sono state altre successive edizioni e quindi quella è stata, sino ad oggi, l’unica da noi esistente. Finché, nel marzo di quest’anno, la casa editrice Miraggi edizioni, all’interno della sua collana di letteratura ceca, ne ha pubblicato una nuova edizione, con una nuova traduzione curata da Alessandro De Vito e una postfazione di Alessandro Catalano. A distanza quindi di circa cinquant’anni viene riproposto, in modo aggiornato, questo libro straordinario, rendendolo nuovamente disponibile.

Riproporre Fuks e “Il bruciacadaveri” è non solo un’iniziativa editoriale assolutamente meritoria ma è un tributo a un grandissimo scrittore e ad un’opera geniale che è da considerare a tutti gli effetti un capolavoro della letteratura del ‘900. Nel segnalare pertanto l’uscita di questa nuova edizione che colma con la sua presenza un vuoto nel panorama di quei libri di assoluto valore, ingiustamente dimenticati, propongo contestualmente, qui di seguito, due contributi per “avvicinare” o “riavvicinare”, per chi già lo conosce, “Il bruciacadaveri”.

Il primo, così da avere anche un riscontro della nuova edizione, è il testo di presentazione de “Il bruciacadaveri” contenuto nella bandella di copertina della edizione della Miraggi a firma di Alessandro De Vito che ringrazio per avermene concesso la pubblicazione. Segnalo inoltre la nuova traduzione di Alessandro De Vito che, rispetto alla precedente, è più diretta, più cruda e realistica laddove quella della Ripellino, senza nulla togliere, era più “fantasiosa” e più spinta sul grottesco. In questo senso la nuova traduzione restituisce di più il nudo e metallico meccanismo che scandisce tutta la vicenda de “Il bruciacadaveri” senza perdere nulla di quell’assurdo che pervade il testo. Sicuramente un’evoluzione e un aggiornamento della precedente traduzione con un linguaggio più contemporaneo.

E, a seguire, come secondo contributo, il mio commento de “Il bruciacadaveri” (che lessi anni fa nella precedente edizione) già pubblicato e presente in questo blog che ripropongo per l’occasione.

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Bandella di copertina de “Il bruciacadaveri” di Ladislav Fuks edito da Miraggi edizioni, a firma di Alessandro De Vito

Praga, 1938-39. La storia del Novecento marcia a passo forzato verso uno dei suoi momenti più critici: il magniloquente Nuovo Ordine nazista, la guerra imminente, la “questione ebraica”, le persecuzioni pianificate, l’invasione dell’ Europa.

Chi è il signor Kopfrkingl, protagonista di questa storia nera praghese? Un tenero, sdolcinato padre di famiglia, impiegato al crematorio, un uomo che sorride sempre. Si, in apparenza. Interiormente, invece, è una marionetta dall’animo monodimensionale, dalla volontà larvale, dalla morale astratta e limitata, che vede tutto e tutti come stereotipi. Un uomo intimamente servile per cui il bene è indifferentemente cura e sterminio, felicità e olocausto, la cui idea di paradiso in terra condanna gli altri all’inferno.

Lo stile ossessivo e preciso di Fuks sottolinea perfettamente questo aspetto e gli è funzionale. “Il bruciacadaveri” procede come una partitura con il frequente contrappunto di ripetizioni di nomi e intere espressioni. Lo sguardo alienato e distorto del protagonista, con tracce di macabro divertimento, amalgama un testo di cui si può apprezzare la struttura profonda e la caleidoscopica creatività: siamo a tutti gli effetti di fronte a un capolavoro del Novecento. Ma forse ha un senso ulteriore, oggi, riproporre questa figura di “volenteroso carnefice”, che accoglie in sé le parole d’ordine naziste con leggerezza e conseguenze paradossali, opportunista, perbenista e superficiale.

“…la violenza non paga per nessuno. Con essa si può tirare avanti solo per un breve periodo, ma non si può scrivere la storia. Viviamo in un mondo civilizzato, in Europa, nel Ventesimo secolo” si dicono più volte i personaggi, nel 1938. La storia ha provato loro il contrario a stretto giro, e ormai, anche molti anni dopo, passato l’inizio del Ventunesimo secolo, sappiamo che nulla può essere dato per scontato, che l’angusto abisso del signor Kopfrkingl non si è richiuso per sempre con la fine delle ideologie e grazie al benessere, e che far finta di niente può precipitarci nuovamente dentro di esso.”

Alessandro De Vito

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Il mio commento de “Il bruciacadaveri”

Karel Kopfrkingl (K.K.) è il protagonista de “Il bruciacadaveri”. Che fa K.K.? E’ impiegato al Crematorio di Praga o, come dice lui, al Tempio della Morte. K.K. non solo è un consumato esperto delle pratiche crematorie ma ne è un fervente paladino.

Non perde occasione per sottolinearne i vantaggi e i pregi: la rapidità e asetticità del processo, la sua non aggressività, in quanto la cremazione non intacca i corpi in modo diretto col fuoco ma agisce per effetto del solo calore, insomma, come dire, non è invasiva e poi l’intrinseca democraticità della cremazione che ci riporta tutti, indifferenziatamente, alla nostra originaria condizione di polvere da cui proveniamo senza lasciare in giro sgradevoli tracce dei nostri corpi, ma lasciando libera la nostra anima di andarsene dove e come vuole perché K.K. crede pure, bontà sua, nella reincarnazione: legge da sempre lo stesso libro, un volume sul Tibet.

Ma non si deve credere che per questa sua passione mortuaria oltre che abnegazione professionale K.K. sia un sinistro e lugubre figuro, nossignore, al contrario è un amorevole, anzi, diciamolo, un zuccheroso e mellifluo signore: “Tenera” è la parola con cui inizia “Il bruciacadaveri” ed è per l’appunto K.K. che la pronuncia rivolgendola alla moglie Lakmè che, in realtà, si chiama Marie ma K.K. ha deciso che si chiama Lakmè, così come lui che si chiama Karel si è ridenominato Roman. E alla moglie, alla figlia e pure alla gatta non risparmia vezzosi aggettivi quali: “maliarda”, “eterea”, “celeste”, “soave”, “diletta”, “purissima” e il suddetto “tenera”.

“Sono romantico” dice ”ed amo la bellezza”, non si fosse capito. Colma i familiari di regalini, li porta spesso a spasso, stravede per la propria casa che ama arricchire di ninnoli e oggettini, teche, quadri e quadretti tra cui spiccano: la tabella degli orari delle cremazioni nonché una nera Drasophilia funebris. E nella sua smania di ribattezzare tutto pure il quadro col faccione del presidente del Guatemala diventa per K.K. il ritratto di un famoso ministro delle pensioni francese, anche se sotto, nel quadro, c’è scritto Presidente del Guatemala. Insomma tutto ha un ordine e un senso per K.K., il suo.

Ma tant’è, cosa volete che sia, in fondo in fondo, nel suo intimo, K.K. è un buono: “Non dobbiamo far torto a nessuno, nemmeno col pensiero” dice, e poi non ha vizi e debolezze di sorta, è un premuroso sostenitore del matrimonio, del suo matrimonio: “Non c’è matrimonio, mia celeste, che sia così bello e felice come il nostro”, salvo poi andare regolarmente a farsi vedere dal Dottor Bettelheim, esperto in malattie veneree, suo vicino di casa, di nascosto dalla moglie, chissà come mai? Si fa pure scrupoli sulle percentuali che deve riconoscere a due suoi collaboratori che incarica di procurargli “clienti” per il “suo” crematorio, mosso a pietà per le loro tristi condizioni familiari, salvo, di quelle condizioni, non occuparsene affatto.

Ma K.K. ha anche un amico, un certo Willie Reinke, un fervente e accanito filonazista (la storia si svolge durante l’occupazione tedesca) il quale, in modo pomposo e borioso, quale egli è, dipinge attrattivamente al nostro K.K. i vantaggi e i piaceri che lui, K.K., potrebbe avere aderendo al partito nazista: nomina certa alla direzione del crematorio, anche perché di un esperto come lui c’è un crescente bisogno, e poi la possibilità di frequentare belle donne, l’ingresso garantito allo sfarzesco Casinò tedesco di Praga e in generale l’essere ben visto e ben accolto tra i “nuovi padroni”.

K.K. non è un vero e proprio ambizioso però capisce che qui c’è un nuovo ordine con cui fare i conti e siccome all’ordine, alle forme, alle regole lui ci tiene, alle profferte di Reinke ci fa più di un pensierino. Ma c’è un problema, la moglie e quindi anche i figli (ne ha due) hanno sangue ebreo e questo è un neo grave gli dice l’amico Willie, che va affrontato, pena il non accesso ai benefit nazisti. E quale miglior modo per affrontarlo ma, ovviamente, facendo fuori moglie e figli: perché non soffrano, poverini.

E così porta il figlio in visita al crematorio, lo spranga, lo infila in una bara con un altro morto già pronto per la prossima cremazione, di cui quindi beneficerà anche il figlio e, non visto, si allontana andando, come se niente fosse, a denunciare la scomparsa del figlio. Per far scomparire la mite e inconsapevole moglie organizza un’impiccagione–finto suicidio, ne denunzia irreprensibilmente il fatto alle autorità dando ovviamente il benestare per la cremazione dell’amata Lakmè. La figlia si salverà solo perché a K.K. fa visita un monaco tibetano che, venuto direttamente dal Tibet, gli dice che lui, K.K., è il nuovo Dalai Lama quello che “Budda ha scelto e in cui si è reincarnato”. Il finale è ancor più grottescamente tragico e lo risparmio.

Adesso viene da chiedersi ma in conclusione chi è veramente K.K.? Angelo Maria Ripellino nella sua introduzione lo definisce così: “L’immagine calcolatissima di un benpensante e ipocrita cerimoniere, uno schizoide impigliato nelle consuetudini di un macabro rituale, un saccente becchino-filantropo, che l’epoca incline alle stragi e la sicumera esequiale e la sciocca ambizione e la flaccidità del carattere e la tenerezza, si’ la tenerezza tramutano in un dispensatore di eutanasia” (A.M. Ripellino – “Fuksiana” in Ladislav Fuks – “Il bruciacadaveri” – Einaudi – 1972 – Pg. XV)

E tutto questo va perfettamente bene. Ma qui c’è dell’altro secondo me. Perché Fuks ha realizzato non solo un’opera geniale per il suo macabro surrealismo grottesco ma, a mio parere, ha soprattutto individuato e sviluppato un modello, un archè, che è sia estetico che concettuale, che si basa sull’idea di forma. Se infatti rileggiamo tutta la storia e il modo in cui vengono raccontate le cose ci accorgiamo che tutto in K.K. risponde, deve rispondere, al rispetto delle forme, sia come immagini che la narrazione stessa suscita, sia per il tipo di atteggiamenti e comportamenti di K.K., per il valore intrinseco che hanno.

K.K. fa tutto quello che fa non perché c’è una relazione che egli instaura con le cose e con gli altri, ma perché tutto deve rientrare in un suo schema formale. Tutto deve corrispondere ad una forma prestabilita e inalterabile: si pensi al delirio di cambiare i nomi propri o di cambiare i nomi agli oggetti. E tutto ciò che può alterare questa forma: per assurdo in primis proprio la realtà, quella vera, va eliminato. Anche l’adesione al nazismo diventa per K.K. un problema di adesione alla forma nazismo, non al nazismo in sé, cosa che invece fa l’amico Willie. Ma questo dominio della forma in K.K. è il dominio di una forma vuota di contenuti, è mera apparenza, è il nulla.

E’ una cosa già in sé defunta, è un’iterazione solipsistica della morte che così come nella catena di montaggio del crematorio si ripete sistematicamente negli atti, nei gesti e nelle parole da inutile idiota di K.K. La forma è per K.K. l’unico senso della vita. Per K.K. tutta la vita si consuma nella forma e nelle forme e come tale si nega la vita, in quanto tutto in lui si riduce ad un insieme di pratiche meticolose, ordinate, coerenti, perbene ma inutili. Pratiche solo formali dove anche la morte è ridotta a procedura asettica ed “igienica”.

E adesso si insinua una domanda affascinante nella sua tragicità, ma non è forse che il nazismo è stato, in ultima istanza, un mostruoso, orripilante, agghiacciante tentativo di affermazione del dominio della forma? Se infatti affermiamo, assumendo lo schema de “Il bruciacadaveri”, che la forma nel momento in cui si nega di contenuti e di senso e perciò si sclerotizza in sé stessa, traducendosi in cosa morta, nega la vita, altrettanto possiamo dire del nazismo, laddove esso si afferma come delirio onnipotente che vuole mettere ordine, il suo ordine, nel mondo ripulendolo da tutto ciò che è diverso da sé e, pertanto, imponendo la sua forma che non consente alcun grado di libertà, alcuna possibile tolleranza in più o in meno rispetto al modello fissato dalla forma nazismo.

E’ evidente che al di là delle volontà soggettive il dominio della forma diventa assolutamente prevalente e ovviamente aberrante e per imporsi ha bisogno di affermarsi a scapito della vita la quale invece presuppone diversità, eterogeneità, differenze, movimento invece che fissità, rigidità, iconicità, ripetitività, propri della forma fine a se stessa e, peraltro, tipici del nazismo. In questa ipotesi il nazismo assume, in conclusione, le sembianze di un’orrenda gestalt autoreferenziale e autoriproducentesi in quanto pura espressione solo di se stessa. Ed è forse questa la grande metafora contenuta ne “Il bruciacadaveri” che ci illumina con un sinistro bagliore che ci arriva direttamente dal forno crematorio della Storia.

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DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Gabriella Crema su La Repubblica

DI SANGUE E DI FERRO – recensione di Gabriella Crema su La Repubblica

Peteano e l’eversione nera

A meno di un mese dalle elezioni che avevano assegnato la guida del paese a un nuovo esecutivo presieduto da Giulio Andreotti e a due settimane dall’omicidio Calabresi, il 31 maggio 1972, a Peteano vicino a Gorizia, una bomba esplode in una Fiat500 sulle rive dell’Isonzo uccidendo tre dei cinque carabinieri intervenuti in seguito a una telefonata anonima. Si brancola nel buio: da principio si sospetta una coppia militante di Lotta Continua che muore in un incidente automobilistico lasciando un figlio di tre anni. Segue un decennio di indagini fumose depistate dagli stessi inquirenti, ed è solo nel 1986 che si fa luce quando il reo confesso Vincenzo Vinciguerra svela i retroscena della strage e rivela le trame oscure della destra eversiva degli anni Settanta. Ripercorre le tappe di questa triste pagina di cronaca italiana, il romanzo “Di sangue e di ferro” che Luca Quarin ha appena pubblicato nella collana Scafiblù per la casa editrice Miraggi, ma racconta anche di Ferro, vittima di un intrigo politico di cui non conosce gli ingranaggi, protagonista di una storia nella Storia che racconta al lettore la genesi stessa del romanzo, facendo luce sulle mille menzogne che raccontiamo a noi stessi per costruire la nostra identità, e quelle che ci raccontano cui vogliamo credere per proteggerci dalla forza travolgente della realtà.

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DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

DONNE DI MAFIA – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Questo libro è stato pubblicato 25 anni fa ed è tornato quest’anno in libreria in occasione della “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, per Miraggi Edizioni. È il racconto dello scombussolamento all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato. Cosa Nostra nasce come mondo al maschile, dove le donne tacciono e per questo sono rispettate e scelte; tutto è basato sulla violenza e sul potere, sull’imposizione al maschile. Le facce delle donne che fanno parte della mafia sono tante: il libro racconta le distinzioni fra loro. Le più giovani si mostrano diverse da quelle anziane perché sono state determinanti, incoraggianti ed accanto ai loro uomini che avevano deciso di uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti e di diventare collaboratori di giustizia. Sono quelle che possono aiutarli ad intraprendere una vita nuova, libera, con tutte le difficoltà che questa comporta. Sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. Alcune li hanno lasciati , alcune si sono suicidate. L’autrice ne cita molte, io qui cito quelle che mi hanno maggiormente colpita . È Rita Atria, la più giovane. Figlia di un mafioso. Il padre è stato ucciso come anche il fratello Nicola. Aveva 16 anni quando ha deciso di andare a parlare in Procura a Sciacca, di nascosto, invece che andare a scuola. Quando il padre è stato ucciso aveva 11 anni, una grande perdita per lei. Con la madre aveva un pessimo rapporto. Quando anche Nicola, che era il suo unico riferimento affettivo è stato ucciso, ha deciso di raccontare quello che aveva visto e sentito nella sua famiglia. “Il mio compito è vendicare mio padre e mio fratello“.

Inizia così per lei un viaggio doloroso, continuerà ad andare in Procura invece che a scuola. Era convinta che il padre non aveva le mani sporche di mafia, lo credeva un Robin Hood, che aiutava chi aveva bisogno ed è stato un duro scontro il suo, con i magistrati che hanno dovuto dirle la verità. Trovava tutte le giustificazioni per scagionarlo, non voleva credere che fosse un mafioso. C’era anche il giudice Borsellino ad ascoltarla ed è stato proprio lui quello che è riuscito ad avere la fiducia di Rita, che è stata allontanata dalla casa materna e messa sotto protezione. Viene messa in un residence insieme alla cognata Angela e alla nipotina, che aveva deciso di collaborare prima di lei. Dalla Sicilia a Roma, Rita era spaesata, ma convinta della sua scelta, mentre la madre faceva di tutto per farla rientrare a casa, fino a minacciarla di farla ammazzare. Dopo questa minaccia non ci sono stati più incontri tra loro. Scriveva di come avrebbe voluto il suo funerale Rita e soprattutto che la madre non avrebbe dovuto partecipare. In quel periodo viene ucciso Falcone, Rita e Angela sono sgomente, sperdute, insieme a Borsellino, rappresentava la possibilità del riscatto. Rita vuole stare da sola, non vuole più stare nel residence, si intestardisce. Incontra un ragazzo col quale inizia una relazione, una boccata d’ossigeno nella sua vita. Studia. Ma vuole vivere da sola, gli consegnano le chiavi dell’appartamento il 21 luglio,due giorni dopo l’uccisione del giudice Borsellino, quello che aveva scelto come padre putativo. “ Quella strage le squassa. Piera ha avuto un collasso da cui non riesce a riprendersi. Rita è come trasognata, fuori di sé……Borsellino era il suo nuovo padre……Nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita “Al settimo piano del suo mini appartamento, Rita vuole stare sola, riflette e si sente inadeguata e sola. Il 26 luglio apre il balcone e si butta nel vuoto. Su un foglietto lascia scritto “Adesso non c’è più chi mi protegge. Sono avvilita. Non ce la faccio più“. La notizia del suicidio arriva di sera nel carcere di Trapani, c’erano rinchiusi alcuni uomini accusati di mafia, un mormorio riempie il silenzio e una voce più alta di tutte grida “Una di meno“. Un grande applauso risuona per tutto il carcere: si fa festa. Neanche da morta avrà la pietà della madre.

Ci sono donne che non condividono il percorso di collaborazione dei mariti e si schierano clamorosamente contro di loro o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. C’è chi appena saputo che il marito si è pentito ha indossato il lutto come se il congiunto fosse deceduto. Giacoma Filippello ( ‘Za Giacomina) per ventiquattro anni è stata la compagna di Natale L’Ala, e ha potuto assistere a scie di sangue e conosciuto uomini importanti dei clan, era parte del clan e da tale si è comportata a tutti gli effetti. Quando ha capito che volere giustizia è diverso che vendicarsi uccidendo, s’è trovata sola. Le sue notti sono state tormentate da dubbi e nostalgia ma è diventata una “pentita“. Una delle prime donne di mafia che si sono messe a collaborare coi giudici. Ma di tutta la sua vita avventurosa ’Za Giacomina sempre preferisce ricordare i momenti felici del passato e le indicibili tenerezze di cui l’uomo che ha amato, un boss cui sono attribuiti gravi reati, era capace. Glielo hanno ammazzato, il suo uomo, il 7 maggio ’90, e lei s’è fatta pentita. Per amore e per vendetta. Con furore. “Quando vennero a dirmi che avevano ucciso Natale, mi si annebbiò la vista ……Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mala notizia.” Dissi: “Chi deve pagare, pagherà ”» ha raccontato al giornalista della «Stampa» Francesco La Licata, siciliano, esperto di mafia, con il quale – dopo il pentimento, in un periodo che era a Roma – aveva voluto parlare. Felicia Bartolotta Impastato, moglie di un mafioso, cognata di un boss, parente di “amici degli amici“ e madre di Peppino assassinato dalla mafia perché ne denunciava i crimini. Cinisi il suo paese, il marito era un padre padrone, prepotente e autoritario. Peppino aveva scoperto i libri, la cultura, sognava di trasformare il mondo. Da ragazzino aveva assistito all’ uccisione dello zio con un’ auto imbottita di tritolo, ne restò molto scosso e scoprí la mafia e che era una brutta cosa. Felicia soffriva del suo matrimonio, viveva con la paura e il silenzio, non poteva permettersi di avere un’opinione personale .Voleva tornarsene a casa dei genitori quando scoprí che il marito la tradiva, non le fu permesso “ Non si usava”. Quando Peppino ha cominciato ad impegnarsi per denunciare la mafia e i loschi affari, lo scontro col marito si era fatto più duro. Minacciava Peppino il marito e lei perché stava dalla sua parte. Ogni incontro col padre era una lite. Non c’era verso di far cambiare idee a quel figlio che tanto amava, ma si sforzava di capire le sue idee, leggeva quello che lui lasciava a casa e cominciò a riflettere su tante cose che aveva intuito. Finché il marito ha cacciato di casa Peppino. Si vedevano di nascosto. Dell’ attrito tra padre e figlio si parlava molto fuori. Il padre morì investito da un’auto, un caso? Per Peppino non c’era più protezione alcuna, il 9 maggio fu fatto saltare in aria, disintegrato. Le indagini hanno puntato su un suicidio e il caso fu archiviato. Ma Felicia , il figlio Giovanni e gli amici di Peppino, respinsero quella tesi. Il giudice Chinnici riaprí il caso. Sì sentenziò che si trattava di delitto di mafia, ma i colpevoli non sono mai stati condannati. Felicia non è più uscita di casa. Hs sempre parlato coi giornalisti ai quali raccontava di sé della sua storia di mogie e madre “ cioè donna d’altri “, condannata a non esserlo per sé. “La mafia in casa mia “ un libro intervista è stato pubblicato da Anna Puglisi e Umberto Santino che hanno dato vita a Palermo al Centro di documentazione “Giuseppe Impastato “ All’uscita del libro nell’edizione Miraggi l’autrice in un intervista per l’editore ha rilevato che non esiste più la donna sottomessa all’uomo mafioso. Oggi “le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Sono viaggiatrici instancabili, anche se nel metro di giudizio dei vertici di Cosa Nostra la donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria.”

Trovo che l’idea di Miraggi di ripubblicare questo libro sia stata una scelta molto coraggiosa e azzeccata. Il libro è la descrizione di un fenomeno che ha coinvolto le donne e che continua a farlo, laddove ancora oggi le donne all’interno delle cosche mafiose continuano a rivestire ruoli di fondamentale importanza. La cronaca più recente è piena di donne che risultano avere ruoli sempre più importanti per la sopravvivenza e la funzionalità dell’organizzazione mafiosa. La loro intraprendenza e capacità di gestire le fila di questo malaffare ha preso sempre più spazio e spesso le abbiamo viste in luoghi di comando. Tutto ciò non giustifica ovviamente il loro operato, sempre di mafia si parla. E di mafia bisogna continuare a parlare per denunciare questa presenza così difficile da sconfiggere. E di mafia bisogna continuare a scrivere e a pubblicare perché non si può abbassare la guardia e nemmeno dimenticare il sacrificio di uomini onesti e di legge che ci hanno lasciato la vita. Oggi la mafia si insinua in tutte le falde scoperte e con modalità sempre più affilate. Falcone ha detto “ Certo dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso . Per lungo tempo,non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine “( Cose di Cosa Nostra) L’evoluzione l’abbiamo vista, quella delle donne e delle modalità. Ora mi auguro tanto di poter vedere la fine, con qualche dubbio. Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché è un libro appassionante, una scrittura che cattura , una ricchezza di testimonianze tutte vere e davvero interessanti.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details?post=82749

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Giorgio Ferri su L’Indice

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Giorgio Ferri su L’Indice

Kopfrkingl

Come funziona la mente di chi ha un’opinione su tutto? Quasi sempre è un bacino riarso, che attende la piena del senso comune. Un luogo, o un luogo comune: “la negazione del pensiero: meglio ancora, la sua sostituzione”, la definiva Ortega y Gasset nel 1930, a tre anni soltanto dal cancellierato di Hitler. E, riferendo di un’altra peste, Manzoni ha messo in forma l’incompatibilità fra pensiero e senso comune: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.” L’opinione come la intendiamo qui è un luogo comune camuffato da pensiero autentico. Guidato da grossolane analogie, il signor Kopfrkingl, primo zelatore del crematorio di Praga, rimonta secondo il proprio tornaconto le frasi colte a volo per strada, sui giornali, dalla bocca dell’amico Willi, e vi arreda la sua mente come un decoroso interno borghese. Ha un’opinione per ciascun argomento o situazione, purché qualcuno gliene mostri prima l’utilità. Di fronte al nuovo, all’imprevisto, si blocca. Come leggere il quadro nello studio di Bettelheim, il dottore ebreo che abita a poche pedate di scala sopra la sua testa? Che pensare del montante ardore hitleriano di Willi? Comincerà a capirci qualcosa quando vedrà nel nazismo un’opportunità per fare carriera, e nel dipinto un’immagine del successo.

Karel Kopfrkingl è un melenso. Suoi lontani parenti sono Polonio e Charles Bovary. Ma quando il melenso è nel contempo uno zelante, ecco che diventa un idiota attivo, attivissimo, uno capace di combinare autentici disastri. (Ricordate Bovary? Infallibile con la lancetta per i salassi, ma quando si esce da lì: cancrena e morte.) Inoltre è un melomane, come l’aspirante eugenista di Cuore di cane, e proprio sulla musica si impernia il suo intellettualismo socratico, per cui chi è colto è sensibile, e dunque buono. Ma la sensibilità di Kopfrkingl dà i brividi. Come le battute, in cui già al primo tocco si sente che il suo spirito suona fesso: il contenuto di una facezia senza il contorno intonativo dell’ironia. Come i nomi che affibbia a suo talento a cose e persone.

Zina, la figlia del protagonista, rientra a casa dopo una lezione di piano. In seguito a un errore, “la vecchia” per poco non l’ha bacchettata sulle dita. Kopfrkingl interviene: “Zinuška, non parlare così […] è un’anziana signora. […] Non dobbiamo far torto a nessuno nemmeno col pensiero”. Come non pensare alla nevrotica coniazione di eufemismi negli ambienti del Terzo Reich, dei quali Endlösung, la Soluzione Finale, è la summa beffarda?” Oggi lo definiremmo un campione di political correctness, per come sa rendere ogni elemento della realtà più gradevole. Con perfetta politeness, infatti, chiede ai suoi cari il permesso, prima di sterminarli.

Il bruciacadaveri

Il linguaggio di uno scrittore può avere due direzioni: o descrive il mondo, lo racconta e lo enumera, oppure lo crea, traendolo dal nulla. La seconda è di pertinenza della grande poesia, ma in forma volgarizzata abita anche la mente dei dittatori.

Il bruciacadaveri disvela un meccanismo di epurazione del linguaggio che prelude all’epurazione di esseri umani. La creazione linguistica di un mondo per obliterarne un altro. In questo caso, anzitutto quello ebraico. Come gli artisti eccelsi, Ladislav Fuks cerca e trova una forma di conoscenza nello stile, non nei simboli. È vano, forse, provare a decifrarli e stabilire cosa dicono: la bacheca con le mosche, i ritratti alle pareti, la visita del monaco tibetano, il brillio della fede al dito, il giallo come dominante cromatica. La ragazza dalle guance rosse vestita di nero, o la coppia uomo grasso con farfallino e donna con piuma al cappello, che vanno a spasso come certe figurette di Georg Grosz, sono forse proiezioni del desiderio predace del protagonista, ma in fin dei conti, non importa più di tanto.

Il libro non è metafora di alcunché (ci sono nomi e cognomi), ma un verbum proprium travestito da metafora. Non è un libro sull’invasione tedesca e la persecuzione degli ebrei, ma un libro che fa vedere i processi, anzitutto linguistici, all’origine di tale aggressione. Le ripetizioni di cui è contesto sono una forma di conoscenza della macchinalità (e banalità) dello sterminio.

Il Bruciacadaveri è il libro di due sgomentevoli vigilie. Dell’invasione nazista di Praga e, trent’anni dopo, di quella sovietica. Soffocata la Primavera, il linguaggio burocartico e mortale di ieri tornerà sotto altre spoglie. Col suo gesto, Fuks addita la comune protervia di due ideologie idealmente opposte. In più, la prefigurazione è una tecnica interna. La peste di Praga del 1680, una volta inscenata nel panopticum si riverbera su tutto il libro. E sulle efferatezze cui assiste durante lo spettacolo, Kopfrkingl calcherà i suoi omicidi.

Il bruciacadaveri 2018

Disponendosi a tradurre La metamorfosi, Franco Fortini si chiedeva quale fosse il timbro da imprimere al testo italiano. E trovò che doveva essere “freddo”. Tra “insetto” e “scarafaggio”, l’uno era freddo, l’altro caldo. Anche la nuova traduzione di Alessandro De Vito va in questa direzione.

Il libro che oggi torna a parlarci grazie all’iniziativa di Miraggi non è più quello di allora. Ha da dirci altre cose. Quasi cinquant’anni fa, nella sua prefazione Fuksiana, Angelo Maria Ripellino bollava i personaggi di Fuks come “borghesucci appagati di esigui orizzonti”, che “nella morsa di un tempo demente e devastatore tralignano in mentecatti. La loro rabbrividita marginalità si converte in mostruosa, ghignante forsenneria da panoptikum. L’insicurezza, l’intollerabile assurdo dell’epoca li raggriccia e distorce, gonfiandone le fissazioni”. E in particolare si chiedeva chi fosse il signor Kopfrkingl, dandosi una risposta che oggi non soddisfa pienamente:

“L’immagine calcolatissima di un benpensante ed ipocrita cerimoniere, uno schizòide impigliato nelle consuetudini di un macabro rituale, un saccente becchino-filàntropo, che l’epoca incline alle stragi e la sicumera esequiale e la sciocca ambizione e la flaccidità del carattere e la tenerezza, sì, la tenerezza tramutano in un dispensiere di eutanasia”. Ora pensiamo invece che, al di là delle congiunture storiche, Kopfrkingl sia un atteggiamento mentale in agguato in ciascuno di noi, quando accettiamo passivamente di venire informati; perché senza una curiosità attiva non siamo che un vuoto, in attesa di colonizzatori.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.lindiceonline.com/letture/ladislav-fuks-bruciacadaveri/

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

CARA CATASTROFE – recensione di Michela Zanarella su Brainstorming Culturale

La forza espressiva della poesia contro la violenza di genere

Un canto di recupero e ricostruzione di sé attraverso la poesia. L’amore malato, il dolore, la violenza e l’abbandono raccontati in versi con un linguaggio originale e potente

Felicia Buonomo nel suo lavoro da giornalista d’inchiesta racconta quotidianamente ciò che accade nel mondo: spesso sono storie dolorose, drammi umani, vere e proprie sciagure. Nella raccolta pubblicata da Miraggi Edizioni‘Cara catastrofe’, sceglie l’arte poetica per affrontare traumi emotivi legati all’Io, a quell’amore che declina in sofferenza, veemenza e distacco. Si entra nella realtà che appartiene a tante donne che vivono relazioni di dipendenza affettiva, amori malati che si concludono, il più delle volte, con un tragico epilogo.

Quando si vive nel tormento, quella situazione diventa familiare a tal punto che ci si culla dentro. Felicia Buonomo con quel dolore, di cui è testimone, dialoga: la “catastrofe” narrata diviene cara e il lettore diventa partecipe. È soltanto affrontandolo, guardandolo in faccia – il dolore –, che si può superare. Negarlo significherebbe smarrirsi in un vortice senza via d’uscita.

All’inizio di ogni legame con l’altro c’è l’incanto, il potere che l’amore produce quando emana la sua energia: “m’innamori/come il gelo sul lungolago di Mantova,/le luci dei lampioni di Milano,/le onde sul porto di Genova”. Qui la bellezza dei luoghi va a coincidere con l’armonia dei sentimenti: ne esce una sorta di geografia emotiva che, nella fluidità dei versi, rende il testo efficace e vibrante.

tormenti assumono le fattezze delle foglie, la sofferenza si poggia come una piuma: “Reggo le foglie dei miei tormenti/su cui ti adagi leggera”. Nella simbologia, le foglie richiamano il senso della fragilità dell’esistenza e indicano una ciclicità di morte, pur mantenendo un sottile filo di speranza. In questo caso è il verbo reggere a ricondurre alla resilienza di fronte alla frattura interiore.

Con una scrittura tagliente, incisiva, essenziale e chiara, Felicia Buonomo costruisce un’opera originale in cui la poesia è l’ancòra di salvezza, la luce in fondo al tunnel, la cura al male, che non è un male lontano da sé e dagli altri, ma concreto, plurale, condiviso. Pur toccando tematiche del mondo femminile, chiunque può riconoscersi al di là del genere, perché l’angoscia ha radice profonda e prima o poi tocca tutti.

Fa piuttosto male l’indifferenza di chi si volta dall’altra parte e non si sente direttamente coinvolto dalle situazioni. È così che le liriche si riempiono di corporalità: lividi; clavicole; braccia molli; occhi rossi; carne debole; pelle tumefatta. Ogni ferita è un colpo inferto all’umanità e la potenza dei versi è tale da diventare grido che vuole scuotere le coscienze.

L’autrice compie un carteggio con la catastrofe intima, si confronta con l’Io e la sua ombra: è un percorso corale, che abbraccia le molteplici voci di un universo femminile, il tormento viene percepito, superato e rielaborato con la forza espressiva. Ci si salva dall’inferno con la bellezza delle parole.

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IL BRUCIACADAVERI – recensione di Martino Ciano su l’Ottavo

IL BRUCIACADAVERI – recensione di Martino Ciano su l’Ottavo

Kopfrkingl è un uomo buono, mite, dedito alla sua famiglia, affettuoso verso la moglie e i figli. Le sue parole sono auliche, i suoi pensieri sono trascendentali, non sembra che abiti la Terra, eppure, rispetta le leggi, perché queste sono state create per far vivere meglio gli uomini.

Kopfrkingl è dedito al lavoro. Passa le sue giornate vicino a un forno crematorio. Svolge il suo compito in maniera impeccabile, perché grazie alla sua opera i morti diventano cenere in settantacinque minuti, quindi, ognuno di loro potrà raggiungere velocemente il Regno delle Anime, evitando così perdite di tempo. Infatti, un cadavere seppellito nella nuda terra impiega vent’anni per decomporsi.

Kopfrkingl è un appassionato lettore del Libro Tibetano dei Morti, perché la morte apre le porte della vera vita e l’uomo, dopotutto, deve aspirare solo al raggiungimento del Nirvana.

È enigmatico il signor Kopfrkingl, uomo con una goccia di sangue tedesco che si aggira leggiadro per la Praga di fine anni Trenta; per l’esattezza, del 1938, anno in cui i nazisti annettono la Cecoslovacchia al Reich con la scusa di voler proteggere i tedeschi dei Sudeti. Ed è proprio in questo periodo che il buon borghese Kopfrkingl, così pieno di spirito e di necrofilo fervore, si lascia trascinare dall’amico Willi nel vortice della religione hitleriana.

Ladislav Fuks (Fota da Miraggi.it)

Il bruciacadaveri di Ladislav Fuks è stato stampato per la prima volta negli anni della Primavera di Praga. A distanza di più di cinquant’anni, la casa editrice Miraggi lo riporta in vita. Un’opera surreale, come surreale è la vita di Kopfrkingl, uomo malato, perturbato, in costante dialogo con la morte, perso in un’estasi grottesca. Fuks non ci descrive i connotati del signor Kopfrkingl, tantomeno quelli di sua moglie e dei suoi figli, ma riusciamo a immaginarli con un costante sorriso stampato sul viso, avvolti in una atmosfera melensa, così nauseante da innervosirci, ma dietro cui appare prepotentemente quella sporcizia delle intenzioni che ha bisogno solo di un piccolissimo pretesto per tramutarsi in azione.

In Kopfrkingl troviamo tutte le contraddizioni del nazismo, tutte le tracce di una follia collettiva che ha saputo sfruttare l’indifferenza delle masse. Indifferenza generata dal tacito consenso. Così, Fuks è stato capace di raccontare attraverso un uomo ligio alle leggi, educato, premuroso e in odore di santità, la storia di una tragedia senza fine dietro cui si cela la folle necessità di unire in un solo simbolo la vita e la morte.

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