di Paolo Ferrari

Drake è la mia ossessione da 30 anni – Gli ho rivelato il suo successo postumo.
Il suo unico linguaggio era la musica le persone donne o uomini non lo interessavano.

Una passione coltivata a lungo e un nuovo libro. Esce mercoledì 28 gennaio per Miraggi Edizioni “I dieci passi di Nick Drake”, lavoro che si legge tutto d’un fiato in cui lo scrittore torinese Luca Ragagnin ripercorre la vicenda del cantautore britannico, trascurato all’epoca e
poi diventato oggetto di culto dopo il suicidio con barbiturici avvenuto nel 1974 a soli 26 anni.
Ragagnin, com’è nata l’idea e come si è documentato?
«Drake era per me un’ossessione da almeno trent’anni, in precedenza avevo scritto su di lui un racconto breve per un’antologia. A partire da quello mi sono convinto che fosse il momento di mettere mano a un progetto più ampio. Ho letto o riletto, visto o rivisto, ascoltato o riascoltato, tutto quel esiste su di lui. Finché mi sono imbattuto in un video amatoriale, 13″ rintracciabili su YouTube come “Nick Drake Footage”. C’è lui, inequivocabilmente, che cammina in mezzo alla folla, che entra o esce da un evento, non si capisce. I suoi passi sono dieci, da cui il titolo del libro. È anche l’unico video, per il resto esistono solo foto».
Emozionato?
«Di più, è stato come per un credente potrebbe essere imbattersi nel video che ritrae un santo ai tempi in cui i video si pensava non esistessero».
Perché la scelta di far parlare un cantautore in prima persona nelle pagine?
«Farlo parlare da morto mi ha consentito di informarlo di fatti che all’epoca non poteva conoscere, segreti che alcuni produttori non gli
rilevarono e, soprattutto, il successo postumo cui è andato incontro».
Poi ci sono intermezzi, evidenziati con il carattere maiuscolo, in cui prende la parola una voce esterna…
«Un’entità non precisata, sognante, che non necessariamente sono io, che punteggia il racconto con riflessioni più generali sulla funzione dell’arte, su cosa sia un vero artista, trasportando così la vicenda nel presente».
Quando arrivò il successo postumo di Drake?
«Fortunatamente la Island tenne i suoi tre dischi in catalogo, nonostante non vendessero praticamente niente, ma per cambiare il destino ci sarebbe voluta una buona decina d’anni, quando la sua “Pink Moon” fu utilizzata dalla Volkswagen per uno spot diffuso in tutto il mondo. Il resto lo fecero artisti importanti, come i Cure, che dissero di dovere il nome a un suo brano».
Resta un mistero la sua sessualità: davvero non c’è notizia di vicende erotico sentimentali nella vita di quel ragazzo?
«Qualcuno ha parlato di omosessualità repressa, ma credo che la faccenda fosse un’altra. Il corpo non apparteneva alla sua maniera di
comunicare, per lui l’unico mezzo espressivo era la musica, le persone fisiche, donne o uomini che fossero, non gli interessavano».
Perché ha dedicato il libro a Max Casacci, di cui oltretutto è “complice di parole” per i testi dei Subsonica?
«Perché siamo cresciuti insieme coltivando le stesse passioni musicali e letterarie. La complicità si è rinnovata per il prossimo disco del gruppo, cui ho dato il mio contributo».
Qual è oggi la sua Torino?
«Sostanzialmente casa mia, sono tornato da una decina d’anni nel quartiere Crocetta, nell’appartamento in cui ero cresciuto. Dalla finestra della cucina, che è una delle mie postazioni di scrittura, vedo l’oratorio dove passavamo le giornate Max e io. Esco poco, ma di sicuro lo farò l’11 febbraio, quando presenterò per la prima volta il libro all’NH di piazza Carlina con Gigi Giancursi e Carlo Bordone».