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1 – Donne di Mafia Liliana è un’inchiesta giornalistica, molto rispettosa, che non hai voluto romanzare o colorare in alcun modo le vicende trattate. Hai delineato due tipi di donne nelle organizzazioni mafiose: quelle cresciute in famiglie criminali e quelle che ci sono capitate per aver scelto l’uomo sbagliato. Dalla tua indagine, più vittime o più carnefici?

Di avanzare quote, numeri, proprio non me la sento. La scena che mi sono trovata davanti quando mi sono messa a studiare il tema era – ed è – colma di ombre, contrapposizioni. Delle donne che hanno sollevato la testa e pronunciato le parole della denuncia si sa chi sono, il prezzo che hanno pagato per la loro scelta, il sostegno che è stato dato loro per tornare a vivere e a far vivere liberamente i propri figli. Non sono moltissime ma esistono, e il contributo che hanno dato per fare luce sui rapporti fra Stato e criminalità, boss e manovalanza spicciola, è sempre stato riconosciuto, citato. Preziose si sono rivelate anche le ambiguità, le incertezze, le paure fra cui si erano dibattute prima di riuscire a spezzare la regola del silenzio che vige in quel “mondo a parte”, esclusivo, maschile, violento, in cui si erano trovate e che è Cosa Nostra: un percorso, il loro, a noi utilissimo per capire o almeno intuire la gamma dei comportamenti e delle motivazioni interiori che muovono le “altre”, quante all’interno di quel circuito continuano a stare.

Ecco le first ladies. Non parlano. Defilate dietro le quinte, lasciano a lui ogni onore e responsabilità. Nessuno può dire di conoscerle. Nessuno è autorizzato a parlare con loro. Sanno che una delle qualità per cui sono state scelte come spose o compagne, sta nella loro capacità di tacere, non esibirsi, condurre una vita ritirata, non frequentare persone di altro ambiente. È lui, la sua immagine, quello che mai dimenticano. 

Le matriarche. Entrare nella famiglia mafiosa ha significato per loro rilievo sociale, soldi, sicurezza. Sanno tutto quello che il compagno fa e gli viene chiesto di fare. Ne condividono le traversie. Non giudicano e non ne parlano con nessuno. L’arresto o il confino in cui può incappare lo sposo o un figlio anima i loro giorni, le costringe a viaggiare, contattare avvocati e amici fedeli, diffondere messaggi, maneggiare fax e telefoni, gestire affari per miliardi. Può anche succedere che lo sposo o il figlio diventi un “pentito”. E allora non possono perdonarlo, non vogliono più neppure vederlo, magari indossano il nero che si addice al lutto delle vedove: quel “tradimento” è un’infamia, la loro vergogna.

2 – Parli di donne come Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, molto attive nel sistema: ha maneggiato soldi, gestito traffici, trasmesso la cultura mafiosa ai propri figli. Come si concilia il senso di maternità e l’alto rischio di mortalità al quale sono esposti i figli cresciuti nel ventre dell’illecito? Si può essere madri affettuose e fredde assassine? 

Sì, l’amore materno e l’ombra della morte in agguato si conciliano benissimo nell’animo e nella vita di queste ladies. Ad Agata Barresi uccisero sei figli. Ogni volta lei scendeva in strada e sul cadavere del figlio di turno steso a terra urlava a perdifiato il suo dolore, senza mai dire una parola agli uomini dello Stato, senza dire neanche il suo nome. Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina, meglio di ogni altra sa che il mondo in cui è vissuta – come una star a fianco di un marito che dettava leggi, seminava esecuzioni capitali e accumulava prodigiose ricchezze – è un mondo in cui domina l’etica della violenza e della morte. Certo che ama i suoi figli. E proprio perché li ama, e sa che corrono rischi – perché i nemici, i rivali, gli avamposti di una nuova banda sono sempre in agguato, pronti a colpire i beni i più preziosi dell’avversario, i figli appunto – si è sempre tenuta ben stretta la rete della comunità mafiosa che a lei e alla famiglia garantisce una protezione continua. Ma niente è semplice in un territorio simile: l’amore materno può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Per amore dei figli, per non mettere a repentaglio la loro vita, molte donne – come abbiamo detto – restano fedeli al gioco della mafia. Però può succedere che un figlio venga ucciso e allora – sempre per amore – la disperazione fa uscire la madre dal gioco e la induce a gridare con voce tonante le sue accuse, cioè a “tradire”. Anche la vigilanza del clan non sempre si rivela sufficiente. Ci sono i figli che, nonostante ogni misura protettiva, vengono uccisi. I figli che, riconosciuti dallo Stato responsabili di gravi reati, finiscono in carcere. I figli che, un giorno, per le ragioni più diverse si discostano dalle persone fra cui sono cresciuti, dall’aria che hanno respirato, e girano le spalle all’ ”Onorata Società” . 

3 – Il tuo libro è uscito venticinque anni fa. Rispetto a tutti i movimenti come mee tooche danno voce a soprusi dei quali le donne sono costantemente vittime, il ruolo femminile nell’organizzazione criminale è mutato da allora? E tu, ne hai riportato traccia in questa nuova edizione?

La visione arcaica della donna siciliana – colei che esegue gli ordini del marito, ubbidiente e cieca, prototipo della donna di mafia – ha continuato a circolare fino agli anni Ottanta-Novanta negli atti processuali, nelle aule giudiziarie. Già da tempo persone e associazioni femminili autorevoli rintuzzavano questa “verità”. Ma furono l’arrivo sulla scena di donne di mafia con titoli di studio ed esperienze culturali o manageriali alle spalle, e l’occhio critico di una nuova generazione di inquirenti – fra cui anzitutto Falcone e Borsellino – a far cadere i vecchi parametri di giudizio, che oggi non vengono neanche ventilati. Le compagne o aspiranti compagne degli uomini di mafia non stanno più nella penombra. Parlano in pubblico. Esibiscono la loro bellezza e i loro talenti. Non fanno mistero delle competenze che hanno quanto all’uso dei mezzi di comunicazione più avanzati. Sono viaggiatrici instancabili. Si muovono come cinghie di trasmissione fra poli di denaro e di potere sparsi nel pianeta. Il loro potere e la loro complicità con gli uomini del sistema mafioso appaiono lontani anni luce da quelli di un tempo. In realtà – proprio come un tempo, anche se in maniera diversa – continuano ad essere funzionali al successo dei disegni, dei propositi, degli obbiettivi indicati dai capi delle cosche. Un nodo fondamentale della struttura mafiosa continua a esistere, neppure intaccato dai venti dell’apparenza. L’affiliazione – con il giuramento e il solenne rituale che sanciscono l’appartenenza di una persona per tutta la sua vita a Cosa Nostra – resta preclusa alle donne. La donna resta un soggetto inaffidabile, una creatura debole, con molti talenti ma capace di provare emozioni che possono mettere a rischio l’intero territorio su cui la mafia esercita la sua signoria. Il gradino che separa l’uomo dalla donna nell’esercizio del potere all’interno dell’Onorata Società esiste ancora, solido e ben difeso. Una preclusione che riguarda, da sempre, anche il soggetto gay. L’organizzazione è – e resta – rigorosamente monosessuale, maschilista.

4 – Tre aggettivi per descrivere la tua opera.

Tre aggettivi? Tre soltanto?