di Fabio Sarno
Voglio essere ricordato, voglio essere dimenticato
Non era un cantante maledetto, osannato dalle folle, eppure la sua fine fu analoga a quella di Jim Morrison, Jimi Hendrix o Janis Joplin, senza neanche dover aspettare i fatidici ventisette anni.
I dieci passi di Nick Drake è uno sorta di autobiografia apocrifa, e leggerlo con i dischi di Drake in sottofondo crea un turbinio di emozioni: è come entrare nelle stanze e nell’anima di un artista che in vita si è concesso agli altri sempre mal volentieri, talmente evanescente da poter anche essere solo una leggenda.
Il titolo si riferisce a una rarissima sequenza video di soli 12 secondi, probabilmente l’unica ripresa esistente di Drake, in cui si vede il cantautore che si allontana di spalle, quasi a simboleggiare la sua natura schiva e misteriosa.

È proprio il tempo dilatato di questo video a scandire il ritmo della narrazione, affidata alla voce stessa di Nick Drake, una voce postuma eppure reale, proveniente da un futuro a cui egli non ha potuto appartenere e nel quale è, tuttavia, presente. Una seconda voce fa da contrappunto, una voce onirica, che trascina la realtà nel sogno, o nell’incubo, la ribalta, la sviscera, la fa a pezzi e la ricostruisce, scava in profondità nel Drake uomo e artista, più di quanto egli stesso riesca a fare.
Le parole si sovrappongono, la finta confessione di un’anima tormentata si alterna alla già citata voce dall’al di là, ma assorbe anche i giudizi degli altri, di amici, critica, pubblico, addetti ai lavori, giudizi espressi o sottaciuti, li valuta, li pondera, li accetta o li confuta, confonde (e ci confonde) quello che è realmente accaduto, quello che è stato immaginato, quello che sarebbe potuto o dovuto accadere; il vero e il verisimile hanno la stessa valenza, costruiscono pezzo per pezzo il puzzle di un artista straordinario, di un uomo fragile, ma non debole (Ero debole? No, non lo ero. Magari. La debolezza è la forza migliore), di un animo tormentato, di un uomo incapace di stare al mondo come gli altri avrebbero voluto, di occupare il posto che gli sarebbe spettato.
Gli intermezzi sono sogni e i sogni sono un rifugio, ma anche una condanna, luoghi in cui le immagini sono estremamente nitide e non si possono confondere con i contorni sfumati della realtà, quella realtà ritratta in quei pochi fotogrammi in cui la qualità delle immagini è appena sufficiente, niente a che fare con la nitidezza dei miei sogni.
La lettura prosegue e allo stesso tempo la musica scorre, lenta e inesorabile come il tempo, ti accompagnano la sua voce delicata e i suoi arpeggi ammalianti, passano Pink Moon, Place to be, Parasite, River man, Cello song e ti perdi anche se cerchi di non farlo e come Drake senti altre voci che si sovrappongono, parole distorte e melodie dissonanti e sai anche tu che prima o poi arriva il silenzio e ti fa paura il silenzio, ma non sai con cosa riempirlo… eppure che cosa c’è di preoccupante nel silenzio? Dal mio punto di vista niente. C’è la musica e quando la musica finisce c’è il silenzio.
Le parole prendono vita, si accompagnano alle note, si trasformano in musica, che scorre nella testa e nelle membra, e ripercorrendo la vita di Nick come se fosse egli stesso a raccontarla lo accompagniamo nella sua crescita, vediamo dissolversi rapidamente quella fama di atleta promettente, di studente brillante, cancellate da una riservatezza che da vezzo del carattere diverrà patologia.
E lo accompagniamo anche nei suoi viaggi, fuori e dentro i confini, dell’Inghilterra e di sé stesso, nei momenti in cui sente l’urgenza del cambiamento con salti di sede, salti di città, salti di vita (ma, come scriveva Seneca, coelum non animum mutat). Così scivoliamo, soffriamo, scopriamo mondi sommersi e accumuliamo ansia e angoscia, che solo fino a un certo punto la musica può alleggerire, fino a quando anche la chitarra non diventa un nemico, uno strumento in mano alle forze che ci stanno annientando.
Ma quello che davvero ti annienta, Nick, è il confronto tra il poco che hai costruito (ma avresti dovuto vivere abbastanza da scoprire che non era affatto poco, da ammirare tu stesso la celebrazione del tuo mito) e la vastità delle opportunità mancate, dei talenti sprecati.
Con l’andatura caracollante di Drake attraversiamo la scena musicale probabilmente più ricca e innovativa della storia: scopriamo talenti in erba, assistiamo alla nascita di capolavori, scriviamo, proviamo, registriamo, riarrangiamo.
Dall’alto del suo metro e novantadue osserviamo tutto con uno sguardo che arriva all’orizzonte, ma sfumiamo i contorni, spaziamo sulla superficie di un mondo in grande fermento, bruciamo con una gioventù ricca di talento, che nel tentativo di uccidere i padri finisce spesso per soffocare sé stessa.
Luca Ragagnin ci fa vivere in prima persona il processo creativo: l’amore per la musica e per Drake è tale da permettergli di penetrare non solo nell’opera finita, di fruirne da appassionato e raffinato ascoltatore, ma nell’animo stesso dell’artista, fino a divenire egli stesso Nick Drake, e Nick siamo anche noi che ci addentriamo nella genesi di Way to blue e sentiamo scorrere questa pioggia fine e leggera e non vediamo più l’artista, ma ne riscopriamo la grandezza, in ogni verso (come in ogni pagina di questo libro), perché in qualche modo è riuscito a raggiungere quello che era forse il suo obiettivo principale (e il suo più grande cruccio): sparire dietro l’opera.
Se Five leaves left è un disco di scomparse, di eccedenze e di lontananze a mano a mano che procede la sua maturazione Drake spinge sempre più all’estremo quella esigenza di ripulire e lasciare al centro solo la musica nella sua essenza. Pura. Scarnificata. Più avanza nel processo creativo, più si avvicina a questa verità, tanto da registrare l’ultimo disco completamente da solo. Solo lui e il tecnico del suono, in assoluto silenzio. Solo voce e chitarra.
I dieci passi di Nick Drake induce a una lettura lenta, fatta di lunghe pause, necessarie per assorbire, ascoltare, rielaborare, ricercare nel presente i semi piantati in quel passato, che seppure solo indirettamente, attraverso l’immortalità, l’universalità della musica, in qualche modo ci appartiene.
Drake naviga in un limbo fatto di vuoto e silenzio, creando frammenti di una musica che è di là da venire. La sua è una silenziosa ribellione a un futuro che non vedrà mai, ma che intuisce e che gli è estraneo ancor più di questo presente in cui già si isola.
Non vuole convincere, non vuole creare proseliti, non è capace di parlare a una generazione che come mai prima (e forse neanche dopo) ha bisogno di credere e di identificarsi in miti viventi. Scrivere e suonare sono il suo mondo. La paura di essere dimenticato si scontra con il terrore di essere riconosciuto, ma se il tuo lavoro, il tuo sacrificio non portano risultati, se con i suoi frutti non sei in grado di sostenerti, finisci col perdere la tua dignità.
Hai fallito e ti è piaciuto, ma poi sei entrato in un loop, ti senti bloccato, sempre più chiuso, isolato, inutile al mondo.
Il silenzio diviene sempre più assoluto, inghiotte tutto e conserva. Diventa totale incapacità di comunicare. Lui c’è ma non c’è. E l’assenza di parole conduce a un’assenza di pensiero. Non sa com’è andata. In fin dei conti non sa nulla e non va nulla, soprattutto le parole, che non ci sono più, sono sparite.
E poi svanisce anche la musica e con lei l’ultimo barlume di lucidità, forse anche di vita.
E non c’è più tempo.
QUI l’articolo originle: https://www.exlibris20.it/nick-drake-e-il-silenzio-della-musica/


