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I tedeschi – recensione di Antonello Saiz su Satisfiction

I tedeschi – recensione di Antonello Saiz su Satisfiction

«A volte sognavamo che un giorno la nonna avrebbe ripreso piena coscienza, guarita e con una memoria perfetta, e ci avrebbe raccontato tutto quello che volevamo sapere. Non ci passava neanche per la testa che i suoi segreti li avrebbe voluti preservare, che avrebbe potuto rannicchiarsi intorno a essi, circondarli con le braccia e non lasciarci passare; che non avrebbe voluto condividere. Con un retrogusto amaro, sentivamo che la sua appartenenza dalla nostra famiglia ci desse il diritto di insinuarci nel suo passato.

Jakuba Katalpa, I tedeschi. Una geografia della perdita, traduzione di Alessandro De Vito, Miraggi Edizioni 2021

ultimo nato nella collana di narrativa ceca NováVlna di Miraggi edizioni, curata da Alessandro De Vito, è giunta al dodicesimo titolo con I tedeschi di Jakuba Katalpa, romanzo intriso di tematiche di grande valore sociale e individuale.

Ricordiamolo, NováVlna è la collana di letteratura ceca che prende il nome dalla Nouvelle Vague cinematografica attiva negli anni della Primavera di Praga. Una letteratura portatrice di freschezza e innovazione, spesso dal carattere ironico, grottesco e surreale, sia quando si tratta di opere di autori contemporanei – come in questo caso, visto che l’autrice è nata nel 1979, sia quando recupera testi preziosi ingiustamente dimenticati o mai tradotti.

Il libro di Jakuba Katalpa, che ha esordito nel 2006, è stato pubblicato nel 2012 collezionando diversi importanti premi, come il Premio Josef Škvorecký 2013 e il Premio Libro Ceco dell’Anno 2013, più una nomination al Magnesia Litera 2013 categoria Prosa. Inoltre è stato tradotto in cinque lingue e ora, finalmente, giunge ai lettori forti italiani nella precisa e fluida traduzione di Alessandro De Vito.

L’autrice crea con I tedeschi una indagine privata e familiare che affonda le radici nella storia del nostro Novecento, riuscendo anche nella non facile impresa di essere originale in una materia su cui molto è stato scritto. Interessante il focus sul punto di vista dei “tedeschi ”, fino a quel momento dominatori del mondo e qui ritratti in un momento storico preciso, ovvero quando si ritrovano allo sbando, come individui e come popolo.

Fin dalle prime pagine siamo testimoni della costruzione di una “geografia della perdita”, come recita il sottotitolo. Del resto è il romanzo stesso che si apre con una perdita importante.

Siamo nel 2002 e a Praga muore Konrad, padre di tre ragazzi e di una ragazza che vive in Inghilterra. È lei che diventa la voce narrante di questa epica familiare. Suo fratello Martin vive in California, Pavel in Australia, solo il più piccolo Daniel esercita la professione di medico nella Repubblica Ceca e si è laureato in coincidenza con la morte della madre.

Tutti perdono qualcosa in questo libro e sembrano destinati a perdere altro nella complessa giostra della vita. Ma il dilemma iniziale della giovane protagonista è se avvertire o meno della morte del padre i parenti tedeschi indicati nel titolo. I fratelli vi si oppongono fermamente, al fine di onorare le volontà del padre.

Per loro quei parenti rappresentano l’altro, il diverso, qualcuno con cui non c’è niente da condividere, che non va accolto anzi, verso cui si erige una ulteriore barriera.

Da qui parte un viaggio alla scoperta di una complessa verità. Veniamo a sapere col procedere delle pagine che per anni – a partire dal 1947 e fino alla caduta del muro, nel 1989 – questa famiglia praghese ha ricevuto pacchetti di piccoli doni dall’Ovest. Contenevano dolciumi, cioccolata, confetture in barattoli di lusso e orsetti gommosi. Il loro arrivo era cessato con la caduta della cortina di ferro. A spedirli fino ad allora era stata Klara Kolmann Rissmann. Li mandava al figlio da cui si era separata poco dopo la nascita, alla fine della guerra, quando aveva fatto ritorno in Germania. Prima aveva insegnato alcuni anni nel villaggio di Rzy, vicino a Ticky Brod nel Protettorato dei Sudeti.

Konrad è infatti cresciuto con un’altra donna, Hedvika, che da suo marito Jaroslaw non poteva averne, di figli. Solo con l’approssimarsi di un tumore, nell’età adulta del figlio, gli confessa che quei pacchi erano della vera madre.

La figlia di Konrad, dopo la morte del padre, mentre si occupa dello svuotamento della casa paterna trova delle bretelle per la cura della displasia dell’anca. Da quel preciso momento decide di intraprendere un percorso di ricerca. Dopo il ritrovamento la ragazza va sulle tracce degli sconosciuti parenti tedeschi per scoprire almeno un barlume di verità su quel particolare dramma famigliare. Così facendo arriva, con sua figlia Dorotka, nella casa a due piani di Gertrude, una delle due figlie che Klara ha avute da un architetto sposato nel 1949 a Lahnstein.

Con lei ripercorreremo la vita di Klara, immersa nel flusso spesso tragico della storia tedesca ed europea del Novecento. Scopriremo inoltre che questa signora nata nel 1912 è ancora viva, ma avendo l’Alzheimer è ricoverata in un istituto.

A questo punto, tutto il libro comincia a ruotare intorno alla figura della vera protagonista, Klara, donna ribelle ed emancipata che sceglie di andare a insegnare nei Sudeti, dove è percepita come estranea e nemica

Sempre avvolta nella nuvola di fumo delle sue sigarette, prova a cercare indipendenza in una società maschile e maschilista, dibattendosi tra l’attrazione verso un brutale tassidermista, il disagio e il male di vivere del padre di Konrad, il poetico insegnante Erich Fuch.

È un libro potente e dal ritmo incalzante I tedeschi, composto da nove macrosezioni, ognuna portatrice di un titolo evocativo e suddivisa in tanti piccoli capitoli sui rapporti familiari incrinati e sulle assenze ingiustificate, che diventano perdita e ferita sanguinante. Una perdita legata soprattutto alla maternità. Infatti, siamo in presenza di un romanzo di donne e di madri: Klara, Hedvika, Anna, Franziska, Gertrude, Joanna. Donne buone o cattive, madri mancate o defraudate, a seconda dei punti di vista.

Dunque un romanzo anche sulla memoria, quella che tende a svanire senza rimedio, tra le cose non dette e la cattiva coscienza, ma soprattutto un romanzo storico sugli effetti del nazismo e del declino dei suoi valori in anni di terribili deportazioni. Un libro di grande Storia, che incontra le storie minime dei familiari. Come quella di nonna Anna Mary o dei genitori di Klara, Franziska e Karl o dei nuovi coloni Barbora e Martin Levicka. Una storia di traumi e disagi che investono i personaggi maschili: Melman, Fuch, Malke.

Attraverso lo spessore e l’analisi di ogni singolo personaggio si comprende chi è il vero nemico della specie umana.

Sullo sfondo della Grande Storia, che inevitabilmente va a influenzare le storie minime dei singoli e le loro scelte, è il lettore a essere scosso e interrogato sul senso della vita e sul potere della cattiveria umana. La cronaca è ritmata dalla scelta stilistica di un linguaggio pulito, lineare, essenziale, capace di far risaltare potentemente la narrazione storica.

Sulla ragione ignota di un abbandono che fa da innesco alla storia ci si interroga continuamente, tra fenditure temporali e declino, tra disgregazioni familiari e crepe profonde della Storia. Un romanzo complesso intorno a un trauma originario e alla ricerca di possibili spiegazioni e verità, dove spesso nulla è come sembra.

QUI l’articolo originale:

GRAND HOTEL – recensione di Antonello Saiz su Satisfiction

GRAND HOTEL – recensione di Antonello Saiz su Satisfiction

Da qualche settimana il mondo non è più quello che conoscevamo. Siamo stati costretti dall’emergenza a chiudere e a lasciare da parte tutte quelle attività che ci sembrava impossibile accantonare e anche lo svago e le uscite con gli amici si sono bruscamente interrotte. Una quotidianità mutata, e mentre un esercito di medici, infermieri e ricercatori stanno tentando senza sosta di arginare una tragedia, noi tutti, chiusi nelle nostre case, siamo alla ricerca spasmodica di un antidoto per spezzare la noia. L’emergenza straordinaria e questa quotidianità sospesa da settimane, inevitabilmente, ci porta ad avere emozioni insolite da gestire e da elaborare. Nel tempo, anche, della socialità fisica ridotta, la lettura può venirci in soccorso per allentare tensioni e trascorrere qualche manciata di minuti distesi, rilassanti. Lettura che si trasforma in una finestra che si apre sul mondo e proprio nel momento in cui noi siamo reclusi nelle nostre case. Un libro, adesso più che mai, può diventare una risorsa preziosa e la lettura una attività preziosa per comunicare con l’esterno. Ritornare a essere curiosi, attraverso la lettura. Già, perché la lettura può servire a incuriosirci e a sollecitare domande su questo strano presente che stiamo vivendo, proprio come accade a Fleischman, il protagonista acchiappanuvole di Grand Hotel. Romanzo sopra le nuvole.

Grand Hotel è il pluripremiato romanzo surreale di un ragazzo stritolato dalle difficoltà, un disadattato con una vita a ostacoli. Ma Fleischman sa, proprio come il buon acchiappanuvole di una canzone di Luigi Tenco, non solo comprendere le nuvole ma pure i misteri dei venti e delle stagioni. Romanzo pubblicato in Italia da Miraggi Edizioni con traduzione della giovane Yvonne Raymann, sesto titolo della Collana NováVlna curata da Alessandro De Vito. Il suo autore è Jaroslav Rudiš. Uno scrittore ceco originario di Turnov, classe 1972, del quale in Italia erano già stati pubblicati due libri precedentemente, quello di esordio, datato 2002, Il cielo sotto Berlino, e poi l’amaro e malinconico Helsinki, dove il punk si è fermato. Rudiš è un autore eclettico, musicista e apprezzato sceneggiatore di graphic novel. Da questo suo romanzo è stato tratto un film, Grandhotel di David Ondříček nel 2006, con la sceneggiatura dell’autore.

Si tratta di un racconto in prima persona con episodi personali, aneddoti e personaggi alquanto bizzarri. Siamo nei Sudeti, al confine tra Repubblica Ceca, Polonia e Germania, in cima al monte Ještěd, nella Boemia del nord, nel villaggio di Liberec, quella che era vecchia Reichenberg per i tedeschi. In questo triangolo di terra si staglia verso il cielo, a 1012 metri sul livello del mare, il Grand Hotel del titolo, un moderno e gigantesco albergo dalla costruzione futuristica rotonda e a forma di astronave (realmente esistente) che sovrasta la città. Qui dove finisce la terra e comincia il cielo vive e lavora, da molti anni, il trentenne Fleischman, portiere tuttofare dell’edificio. Il Grand Hotel è solitario e isolato proprio come la piccola città di confine e gli unici amici del protagonista sono gli eccentrici personaggi che popolano l’albergo. Rimasto orfano da ragazzino, avendo perso i genitori in un incidente, deve fare i conti con una vita che è un fallimento. Superstite, non è mai piaciuto a nessuno e non è riuscito in nulla. Non ha mai lasciato la sua città e neppure ha mai avuto una ragazza. Dal racconto che fa alla sua dottoressa, dovrebbe essere andata così, l’incidente e poi adottato da un vecchio cugino sin là sconosciuto. Adottato con poco amore e tanto calcolo, il solitario e frustrato Fleischman trascorre le sue giornate in compagnia di tutta una serie di strani rituali e quell’unica passione per la meteorologia. Accetta di vivere in quel posto solo per essere il più possibile vicino al cielo e poter osservare e comprendere le nuvole che corrono libere. Misurare la temperatura tre volte al giorno e aggiornare il suo grafico, calcolando gli effetti dei fronti caldi e freddi, le alte e le basse pressioni e le direzioni dei venti, e, poi, tornare a osservare quelle nuvole che corrono libere nel cielo. La sua vita è tutta in quei diagrammi che appende al muro e in cui annota il tempo atmosferico e lo scorrere del tempo. Fleischman, che non conosce nemmeno il nome proprio, in questo luogo magico, si rende conto che potrà trovare una via d’uscita dalla sua città e dalla sua stessa vita solo attraverso le nuvole. Con la testa tra le nuvole coltiva, infatti, il suo sogno segreto: trovare una ragazza da amare e avventurarsi oltre il confine e poter volare via da Liberec, abbandonando la sua misera esistenza. Si è cucito un pallone aerostatico per volare oltre le nuvole, ma quando è pronto ad andarsene irrompe la cameriera Ilja, che un giorno arriva come un’apparizione alla reception dell’hotel:

«La mia dottoressa dice che la vita delle persone sia come un mosaico. Dice che non la ricordiamo mai tutta intera. Che del passato vediamo sempre e solo dei frammenti. Dei bagliori. Dei lampi».

La dottoressa di Fleischman pensa che la vita delle persone sia come un puzzle, composta da tanti pezzi e da tante storie, e forse per questo che lui ha dimenticato certe storie, o le ha confuse. È un libro che merita di essere letto perché ci invita a osservare meglio le cose che abbiamo intorno e anche a rivolgere più sguardi al cielo, per imparare ad ascoltare noi stessi e le persone che ci vivono accanto, ma pure ad ascoltare i luoghi e il posto in cui viviamo e le persone che ci ha preceduto in quei luoghi. Un libro che ci aiuta a riflettere, in questo nostro presente sospeso, e a ricomporre pezzi di puzzle e mosaico che ci siamo persi nella fretta dell’altra vita. Un libro adatto, insomma, a tutti gli acchiappanuvole come me…

«…Non devi credere, no, vogliono far di te

Un uomo piccolo, una barca senza vela

Ma tu non credere, no, che appena s’alza il mare

Gli uomini senza idee, per primi vanno a fondo

Ragazzo mio… un giorno i tuoi amici ti diranno

Che basterà trovare un grande amore

E poi voltar le spalle a tutto il mondo

No, no, non credere, no, non metterti a sognare

Lontane isole che non esistono

Non devi credere, ma se vuoi amare l’amore

Tu, …non gli chiedere quello che non può dare

Ragazzo mio, un giorno sentirai dir dalla gente

Che al mondo stanno bene solo quelli che passano la vita a non far niente

No, no, non credere no,

Non essere anche tu un acchiappanuvole che sogna di arrivare

Non devi credere, no, no, no non invidiare

Chi vive lottando invano col mondo di domani»

Luigi Tenco, Ragazzo mio

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Con gli occhi gonfi di lacrime e il cuore che batteva forte, l’incontro con Tereza Boučková e il suo  “La Corsa Indiana” di Antonello Saiz

Con gli occhi gonfi di lacrime e il cuore che batteva forte, l’incontro con Tereza Boučková e il suo “La Corsa Indiana” di Antonello Saiz

Il buon scrivere può ancora in qualche modo sorprenderci, se solo lo lasciassimo succedere! Ma possono sorprenderci anche le testimonianze dirette, quelle in cui si dicono parole. Non è il caso di opporre resistenza alle belle parole. Per questo, bisogna sempre seguire il consiglio di leggere cose belle e ascoltare parole importanti. Mercoledì 10 aprile ai Diari è accaduto di ospitare un evento di caratura internazionale con la presentazione del libro “La corsa indiana”, esordio nel 1990 di Tereza Boučková,tradotto in Germania, Olanda e Ungheria e per la prima volta in Italia da Miraggi edizioni nella Collana Novàvlna.
Una testimonianza forte, intensa anche se la lingua era il ceco. Con due occhi luminosi come laghetti e un sorriso costante, fermo questa donna, dissidente e figlia di dissidenti, anche quando il racconto diventava duro e di forte emotività ha toccato il cuore di tutti noi. Si parlava di padri assenti, grandi letterati, grandi politici, grandi ideali. Si parlava di occupazione e carri armati. Di sogni di libertà stroncati. Di figli persi nella droga e nella Libertà. Quella testimonianza di vita spezzava le vene delle mani, in un silenzio irreale, che neanche i colpi di tosse miei e di Laura Angeloni andavano a intaccare. Il nostro angolo di cultura, succede sempre più spesso, che schiude in queste circostanze orizzonti, aggancia ricordi, richiama eventi. Dovevamo presentare un libro, “La Corsa Indiana”, e invece tutti si sono ritrovati con gli occhi gonfi di lacrime e il cuore che batteva forte.
Con l’autrice la sua sua voce italiana Laura Angeloni, molto conosciuta tra i nostri lettori per aver tradotto precedentemente un altro libro parecchio apprezzato, “Il lago” di Bianca Bellová, sempre della stessa Collana di Miraggi, NovàVlna. Si tratta di nuova collana italiana di letteratura ceca che prende il nome dalla “Nouvelle Vague” cinematografica ceca degli anni della Primavera di Praga.In passato come oggi la letteratura ceca è stata molte volte portatrice di freschezza e innovazione, col suo carattere ironico, grottesco e surreale, e la capacità di immergersi nelle profondità esistenziali. Questo carattere di “nouvelle vague permanente” è disseminato in tutta la sua storia: alle opere di nuovi autori si affiancheranno in un progetto organico recuperi di testi preziosi ingiustamente dimenticati e altri incredibilmente mai giunti al pubblico italiano.

“La Corsa Indiana” è un romanzo breve o racconto lungo come più ci aggrada chiamarlo, fu pubblicato per la prima volta nel 1988 in un’edizione samizdat e vinse nel 1990 il prestigioso premio letterario Jiří Orten.
Narrata in prima persona è una prosa vivace, originale e riccamente autobiografica che segue la vita della protagonista dalla nascita fino all’età adulta. Quando l’autrice è la figlia di Pavel Kohout, noto intellettuale dissidente, scrittore e drammaturgo, attivo nel circolo delle persone più in vista dell’underground di quegli anni, una storia autobiografica non è esattamente quel che si dice innocua, specialmente se la narrazione si attiene ai fatti accaduti non risparmiando le personalità più note (nel racconto compare, col soprannome di Monologo, anche l’ex presidente Vaclav Havel che la Boučková ha avuto modo di conoscere da vicino), pur celandole sotto ironici soprannomi. Una scrittura catartica che ripercorre l’infanzia vissuta con la madre Alfa e i due fratelli Luna e Raggio di Sole, dopo che il padre, qui chiamato l’Indiano, li abbandonò per trasferirsi all’estero con Musa, la sua nuova donna, dimostrando verso di loro un disinteresse quasi assoluto. E poi la giovinezza, gli amori e le difficoltà della madre Alfa, il matrimonio, la ricerca disperata di un figlio. Infine l’adozione di due bambini, le gioie e difficoltà della nuova vita, e finalmente, inaspettato, un ventre che germoglia. “Il tuo libro è pieno di rabbia e bugie. Mi auguro che non lo pubblicherai così. Ecco l’Indiano, che dopo dodici anni è tornato a casa”. Ma Tereza Boučková il suo libro lo pubblicò. Esattamente come l’aveva scritto.

Articolo originale qui: http://www.giudittalegge.it/2019/04/25/nello-zaino-di-antonello-il-buon-scrivere/