fbpx
La perlina sul fondo – recensione di Marco Archetti su Il Foglio

La perlina sul fondo – recensione di Marco Archetti su Il Foglio

Lo spartito di Hrabal, che ha fatto melodia della cacofonia del mondo

Secondo la moglie, i suoi racconti erano come il cibo precotto: una volta a casa, uno deve finire di cuocerlo perché diventi commestibile – “Sono racconti raggrumati,” diceva, “un po’ come quando si rapprende il latte.” Secondo il regime comunista, che aveva bloccato la pubblicazione del suo primo libro di poesie, “La strada perduta”, si trattava di uno scrittore mediocre – “Vogliamo davvero pubblicare una porcheria del genere?”, avrebbe detto lo zelantissimo direttore della casa editrice ČCekoslovenský spisovatel a proposito della sua raccolta “Allodole sul filo”, peraltro già rimaneggiata e accomodata alla ricerca di un compromesso col partito. Secondo alcuni critici, erano “quasi racconti”. Secondo i detrattori, era più francamente “uno schifoso maiale, un maniaco, un autore di una letteratura letamaio” e meritava la forca – il libro “Ballata su una pubblica esecuzione” riporta numerosi passaggi di lettere anonime di questo tenore. Secondo Angelo Maria Ripellino, che in Italia l’ha portato, la magia dei suoi testi risiedeva in quel “brulichio del parlato” che li gremiva. Parliamo dello stesso Angelo Maria Ripellino che però nel 1967, cioè quattro anni dopo la sua clamorosa uscita in Cecoslovacchia, sconsigliò a Einaudi la pubblicazione della prima raccolta di – appunto – Bohumil Hrabal, “La perlina sul fondo”, che possiamo leggere per la prima volta solo da quest’anno, e il merito va a Miraggi editore (250 pp., €20 euro).

I racconti di questa raccolta angolare, inevitabilmente polifonica e dunque hrabaliana al massimo grado, sono la migliore rappresentazione della forgia dello scrittore praghese, la parata numero uno dei suoi calchi, e l’occasione di vedere entrare in scena, per la prima volta nel teatro dei suoi pábitelé, una figura che assumerà poi tratti mitologici: quella dello zio Pepìn. Che cosa significhi, al netto delle semplificazioni, pábitelé, lo spiegò molto bene proprio A. M. Ripellino, parlando di sbruffoni, piccoli fantasticatori, svitati, parassiti, stramparloni da birreria, cialtroni.

E sì, sono loro: pullulano anche in questa raccolta, anzi, qui debuttano, e come per ogni debutto sono tirati a lucido. La letteratura di Hrabal è, infatti, letteratura di personaggi. Ogni personaggio si tira dietro il proprio teatro, non accade mai il contrario. Hrabal non allestisce la scena, mette solo i personaggi in condizioni di agire – cioè di parlare – e così è lo spartito intertestuale delle chiacchiere che si sovrappongono, è il loro accavallarsi, il loro rievocare disordinato che fa la scena, che fa il teatro. Sono racconti impalpabili in cui si palpa il midollo di una lingua che si rigenera nei dialetti, nelle gergalità, nei neologismi popolari. In Hrabal tutti parlano. Sempre. Dovunque. Di qualsiasi cosa. Quando un personaggio di Hrabal non parla con qualcuno, parla con se stesso, e col pensiero cuce ciò che non si potrebbe cucire, dramma e comicità, profondità e idiozia, vanvere e verità, ed ecco che i significati si rimescolano, il tessuto si smaglia e rimaglia di continuo, il mondo si piega e si sbilancia al punto che esiste solo chi sta raccontando per come lo sta raccontando, aedo repentino, cantore istantaneo di gesta inutili e buffonesche, di tutta la vita in grande che sogna l’uomo piccolo, l’uomo che ha solo l’energia della propria fantasia e si rivolge a chi? Forse a nessuno, forse a tutti, sempre a una scomposta platea di altri parlatori che gli parlano sopra e attraverso e durante, e alla fine, tutti insieme, compongono lo spartito inimitabile di Bohumil Hrabal, uno scrittore che ha fatto melodia dalla cacofonia, che ha osato un linguaggio e che dal linguaggio ha fatto germogliare un mondo.

Il racconto più bello di questa raccolta che ne annovera molti (“Corso serale”, “I bei tempi andati”, “Il battesimo 1947”) è “La morte del signor Baltisberger”. E’ ambientato a Brno nel corso del Gran Premio di motociclismo culminato nella morte del corridore tedesco Baltisberger. E’ un compendio perfetto del hrabalianesimo intersezionale: più raccontatori prendono spunto dal racconto di altri per poi slacciarsene e andare altrove, ognuno delirando con la propria aneddotica e sovrapponendosi di continuo, mentre la corsa impazza, un altoparlante tra il fogliame dà informazioni di prassi, e due giovani non faranno in tempo a vedere il loro eroe, morto in curva. Perché la vita è quel che accade mentre accade qualcos’altro, ma quel qualcos’altro siamo noi che chiacchieriamo, sempre in primo piano, sempre di sfondo.

QUI l’articolo originale:

https://www.ilfoglio.it/cultura/2020/08/16/news/lo-spartito-di-hrabal-che-ha-fatto-melodia-della-cacofonia-del-mondo-330989/

La perlina sul fondo – recensione di Stefania Medda su Mangialibri

La perlina sul fondo – recensione di Stefania Medda su Mangialibri

L’istruttore smonta dalla Java 250 a doppio manubrio, si accende una sigaretta e guarda il suo allievo in maniera truce. Non ci siamo proprio, pensa, mentre il ragazzo tenta in modo frenetico di mettere in folle la moto: è stato un vero disastro, soprattutto in prossimità degli incroci. Quand’è che si deciderà seriamente a studiare il codice della strada? L’esame è alle porte, e sono ormai nove mesi che frequenta le lezioni. Il pomeriggio, al rientro dal lavoro, sarebbe un buon momento per dedicarsi allo studio, azzarda l’istruttore. Ma tra il pisolino, la lettura di un libro mozzafiato da cui non riesce a staccarsi – Il bruto dottor Quartz e la leggiadra Zanoni, è fortissimo, se vuole glielo porto! – e le uscite con la sua ragazza super accessoriata (che tutti gli invidiano), il giovanotto non avanza neanche un briciolo di tempo. Rimane la notte, ma a quel punto è così carico di adrenalina, che il miglior modo per rilassarsi è accendere la radio: Bing Crosby, Eartha Kitt, Luis Armstrong… musica che graffia il cuore! Ad ogni modo, il ragazzo promette che l’esame verrà superato con successo. Ora tocca ad Hrabal: lui è un uomo attempato, già pratico di moto, suo padre le ha guidate per una vita intera. Viscosità, compressione, pistoni, camera a scoppio. Hrabal sa tutto, ma l’istruttore, sebbene compiaciuto, lo mette in guardia: “Si accorgerà presto che gli zucconi, completamente a digiuno di teoria, guidano da dio, mentre lei prima o poi farà una bella caduta”… Quasi mezzanotte. All’acciaieria, dopo aver predisposto tutto per il sistema di colata, Kudla, Jenda e il caposquadra si concedono una pausa. Jenda si appresta a mangiare le sue fette di pane imburrato, e Kudla, tolti dalla sua borsa forbici e macchinetta, è pronto a tagliare i capelli al caposquadra. Accomodatosi su una cassa di cromo vuota, l’uomo si raccomanda: niente taglio drastico, che poi rischia di sentire freddo in testa. Kudla opta per un taglio all’americana, più corto ai lati, mentre Jenda asserisce a gran voce che mai nessuno toccherà i suoi capelli tranne Theodor Olivieri, il francese che lavora al “Parrucchiere dei giovani”. Quello sì che è un grande: un vero maestro, un uomo elegante, e che fa esattamente ciò che gli viene richiesto. Nel raccontare Jenda si toglie il berretto e china la testa, così da mostrare le morbide onde fattegli da Olivieri. Non l’avesse mai fatto: Kudla ne approfitta per soffiare via dal rasoio i capelli del caposquadra, che finiscono dritti a farcire il pane di Jenda. Panino che tra l’altro, si è riempito di polvere poco prima, quando Kudla, togliendo da sotto il sedere la cassetta a Jenda, lo ha fatto ruzzolare a terra. Per Jenda va così, ormai è abituato ad essere lo zimbello: ridono sul suo modo di approcciare le donne, sul suo piedino piccolissimo, sui suoi capelli da fraticello. E quando qualcuno in acciaieria urla, Jenda è sempre convinto che ce l’abbiano con lui… Il ragazzo entra in birreria e ordina trenta sigarette e una birra. Nessuno sa chi è: è un bel giovane, indossa un maglione di lana pesante, di quelli fatti ai ferri; al collo ha annodato un fazzoletto rosso e la sua chioma corvina splende. Da quando è entrato è chino su un libro, niente lo distoglie dalle pagine, nemmeno il chiasso degli avventori esaltati, che sostano al locale prima di dirigersi allo stadio a vedere la partita. Lo guardano tutti con disprezzo, convinti che stia leggendo un libro pornografico o qualche storia sanguinaria. Che gioventù, eh? Intanto il volto del giovane assorto passa invariabilmente dalle lacrime alle risa. Qualcuno gli dà pure della femminuccia, ma il giovane non se ne cura, non interrompe la lettura nemmeno quando va in bagno…

Ironica, grottesca, vivace, anticonformista: la narrativa di Bohumil Harabal (Brno 1914 – Praga 1997) è spiazzante, e difficilmente confinabile in un preciso canone letterario. Sproloqui da taverna che dicono tutto e il contrario di tutto, monologhi sfiancanti che apparentemente non portano da nessuna parte, ma che danno vita a storielle esilaranti; è interessante vedere come racconti banali sul calcio, il sesso o i motori riescano a raggiungere una dimensione quasi epica attraverso le bocche di personaggi stralunati. Sono i pábitel: i cosiddetti sbruffoni, gli straparloni tanto cari ad Hrabal, protagonisti indiscussi di tutte le sue opere. “Quando non scrivo, è allora che scrivo di più. Quando passeggio, quando cammino, quando faccio un monologo interiore, quando assorbo non solo quello che sento e che è interessante ma anche ciò che matura dentro di me… E allora di nuovo esco e vado in giro per le birrerie, è solo nella taverna che i discorsi si muovono”. Assiduo frequentatore delle taverne praghesi, uomo dai mille mestieri – “Ho escogitato per me stesso la teoria del destino artificiale, mi sono andato a cacciare lì dove non avrei mai voluto essere. Io, timido, offrivo assicurazioni sulla vita, vendevo cosmetici, lavoravo nelle miniere, e continuavo a scrivere e scrivere” – Hrabal si è nutrito della vita vera e della creatività della gente comune, riportando sulla carta il linguaggio della strada, fatto di slang ed espressioni dialettali. “Ho reso umani i pettegolezzi da ballatoio e il vituperio e l’ingiuria, ho lanciato in situazioni estreme lo splendore dei chiacchieroni e il loro sollazzarsi, che talvolta finisce alla polizia o all’ospedale”. Una scrittura colorita, palpitante, priva di orpelli letterari a lungo riposta nel cassetto, imbrigliata nel grigio conformismo del regime socialista a partire dal 1948 (anno in cui viene bloccata, a spese dell’autore, la pubblicazione delle sue prime poesie) poi liberata con forza prorompente, proprio con La perlina sul fondo, nel 1963, anno in cui la cultura riprende a respirare e le opere di Hrabal cominciano finalmente a circolare alla luce del sole: l’autore ha quasi cinquant’anni, e per quindici di essi ha vissuto, narrativamente parlando, come un clandestino. Fortissime, le reazioni di alcuni lettori di fronte all’originalità delle sue opere: gli hanno dato del maniaco, del pervertito, del maiale, invocando addirittura la forca. Una narrativa osteggiata da più parti, a ben vedere, un successo arrivato in tarda età, ma che non ha impedito a Bohumil Harabal di diventare a pieno titolo uno dei più acclamati scrittori cechi del Novecento. Diverse sue opere sono state trasposte a teatro e al cinema, e gli è stato intitolato persino un asteroide (Hrabal, n°4112). Un consiglio ai lettori: un approccio troppo leggero ai racconti può essere destabilizzante, necessitano di totale concentrazione per essere davvero apprezzati. Infine, da leggere anche le preziose note al testo della traduttrice, Laura Angeloni, e l’accurata postfazione di Alessandro Catalano, curatore della raccolta: l’esperienza sarà completa.

QUI l’articolo originale:

https://www.mangialibri.com/la-perlina-sul-fondo

La perlina sul fondo – recensione su La Repubblica, Robinson Libri

La perlina sul fondo – recensione su La Repubblica, Robinson Libri

I tesori nascosti dentro di noi

È una grande tradizione letteraria, quella ceca. Al centro, ora, di una collana – intitolata NováVlna – lanciata dalle edizioni Miraggi. E tra i classici recuperati spicca La perlina sul fondo di Bohumil Hrabal (1914-1997), debutto di uno dei massimi scrittori novecenteschi del Paese. Pubblicata originariamente nel 1963, è una raccolta di racconti centrata su una galleria di figure apparentemente minori, spesso perdenti. Ma che come quasi tutti noi custodiscono, nell’intimo, un piccolo tesoro, una bellezza nascosta: una perlina sul fondo, appunto.

Dodici storie per dodici personaggi: ci sono tra gli altri il giovane lavoratore in acciaieria, il traslocatore, la fornaia, il cacciatore di frodo… Un repertorio umano che illumina il mondo dell’autore, noto per romanzi come Treni strettamente sorvegliati, da cui è stato tratto il film omonimo di Jiří Menzel che vinse l’Oscar per il film straniero nel 1996.

Ecco l’articolo originale uscito sabato 14 novembre 2020

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Come Musica su Goodreads

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Come Musica su Goodreads

In questa raccolta di dodici racconti, Bohumil Hrabal fa parlare la gente comune che lavora, passeggia, prende il sole, beve birra; gente comune che, in una parola sola, vive e che proprio nell’atto stesso di vive, racconta.
Scrive la traduttrice Laura Angeloni: “è attraverso la parola che cercano di emergere dall’invisibilità in cui sono relegati e svelano la loro identità più profonda, composta di ciò che sono e che sono stati, ma anche di ciò che avrebbero voluto, o hanno sognato, di essere. Ed è in quel momento che il riflettore di Hrabal li illumina, mostrandoceli nell’attimo in cui « si sono strappati di colpo la camicia e mi hanno mostrato il cuore ».”

Hrabal quindi da scrittore diventa un trascrittore, taglia e monta dialoghi, per riprodurre “i discorsi della gente comune, assemblandoli in un susseguirsi di voci che con la tipica genuinità e vivacezza della lingua orale danno vita alla polifonia di ciascun racconto.”

Scrive lo stesso autore alla fine dei racconti: “La perlina sul fondo non racconta le avventure di un orecchino di perla precipitato sul fondo di un pozzo secco, né di un uomo soprannominato Perlina che ha toccato il fondo. La perlina sul fondo non contiene nemmeno testi che nel loro sovratesto e sottotesto nascondono allegorie o simboli. E tanto meno racconti che si basano su un punto di svolta. Piuttosto ne La perlina sul fondo ho spostato la perlina al di là del fondo del libro. Volevo piuttosto indurre il lettore a riflettere sul fascio di luce di questi racconti, in cui le persone entrano all’improvviso per poi uscirne altrettanto all’improvviso, come se, avendo percorso insieme un pezzo di strada sul tram, da frammenti di conversazione e pochi gesti fossimo riusciti a conoscerli in profondità. Lasciando poi al lettore, nel caso ne abbia voglia, il compito di depositare sul proprio fondo le proprie perline. Grazie a quest’esperienza così forte i valori delle biblioteche universitarie riprendono vita e ogni più incredibile avventura umana rappresenta di per sé un’allegoria, un simbolo, e nasconde il punto di svolta e la perlina sul fondo anche al di là del suo fondo.”

Non avevo mai letto Bohumil Hrabal prima di questo libro.
A ben predispormi nei confronti di questa lettura è stato il fatto che ami sia gli scrittori cechi sia leggere racconti.
Leggerò sicuramente altro di questo autore.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.goodreads.com/review/show/3312664959

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Massimo Romano su LA VOCE E IL TEMPO

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Massimo Romano su LA VOCE E IL TEMPO

Hrabal, la perla sul fondo dell’essere umano

«Ho inchiodato rotaie, fatto il capostazione, offerto polizze assicurative, ho lavorato come commesso viaggiatore, operaio di acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale. Quello che volevo era sporcarmi con l’ambiente, con la gente comune, e trovarmi a vivere, ogni tanto, l’esperienza sconvolgente di scorgere la perla sul fondo dell’essere umano».

Così scrive Bohumil Hrabal (1914-1997), il più grande scrittore ceco del secondo Novecento insieme a Kundera, nella breve introduzione al suo esordio nella narrativa, «La perlina sul fondo» (1963), ora tradotto da Laura Angeloni in prima edizione italiana e ottimamente curato da Alessandro Catalano per una piccola e coraggiosa casa editrice torinese dal nome promettente, Miraggi, con una collana dedicata ad autori cechi, dove spicca un titolo ormai introvabile, «Il brucia cadaveri» di Ladislav Fuks, che uscì nei Coralli di Einaudi negli anni ’70 tradotto dalla moglie di Angelo Maria Ripellino, ora riproposto in una nuova ed efficace versione da Alessandro De Vito.

Hrabal pubblicò questo libro abbastanza tardi, a 49 anni, approfittando del venir meno del rigido realismo socialista degli anni Cinquanta, quando i suoi racconti circolavano soltanto in samizdat, e del disgelo dei primi anni Sessanta, prima che la Primavera di Praga venisse stritolata dai carri armati sovietici.

Si tratta di dodici racconti che segnano una novità nel grigiore culturale dell’epoca: Hrabal riproduce i discorsi della gente comune, con il gusto per il racconto orale, per le situazioni surreali create dalla lingua parlata degli avventori delle birrerie, degli operai di un’acciaieria, e un montaggio quasi cinematografico.

Qui ci sono già i personaggi dei capolavori successivi, «Vuol vedere Praga d’oro?» (1964), «Treni strettamente sorvegliati» (1965), «Ho servito il re d’Inghilterra» (1971) e «Una solitudine troppo rumorosa» (1976), quelli che Hrabal definisce «stramparloni», chiacchieroni che raccontano storie di donne e di calcio, di motori e di caccia. Corredano il volume una bibliografia e una preziosa filmografia con l’elenco di tutti i film tratti dalle opere di Hrabal.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Questa perla di libro, pubblicato nel 1963 a Praga e appena pubblicato in Italia da Miraggi è davvero una bella sorpresa. Bisogna immergersi, fino in fondo per trovare la perlina e in ognuno dei racconti che lo compone si trova sempre splendente. Sono 12 racconti di gente comune, di lavoratori in diversi ambiti, acciaierie, deposito di carta da macero, assicuratori, racconti di gente comune dentro qualche birreria, ad assistere ad una gara di macchine in corsa, che prendono lezioni di guida e sono racconti nei racconti. Tutti hanno qualcosa da raccontare, tutti hanno ricordi che emergono, ognuno va a ruota libera perché per ognuno è importante quello che ha da dire, il bello è che ognuno può dirlo ed è pure ascoltato. E l’umanità che ne scaturisce è “ la perlina “ ,laddove magari non ci si fa caso. Sono personaggi marginali, a volte sopra le righe un po’ sbruffoni o timidi oppure un po’ strani ed incompresi. La scrittura di Hrabal, ci permette di andare oltre quello che appare ovvio, è una scrittura fluida, che attrae, a volte ironica, ricca di metafora e poetica. Sono pennellate di poesia quelle che nell’ immersione fanno entrare in empatia e permettono alla perlina di luccicare. Hrabal scrive di cose che conosce ed ha vissuto, i lavori di cui parla sono lavori che lui personalmente ha svolto quando nel 1939 la Cecoslovacchia, suo paese d’origine viene invasa dalla Germania nazista e lui deve abbandonare gli studi e mantenersi. 

 La pubblicazione di questo libro nella sua terra nel 1963 appunto, ha portato una grande novità nella letteratura ceca, dove non c’è l’eroe ma l’umanità comune con le sue peculiarità “imperfette “. Si trova in questo libro una lucida analisi di una società complessa. Dopo la Primavera di Praga, nel 68, il regime ha censurato totalmente le opere di Hrabal, i suoi libri circolavano clandestinamente, erano un antidoto alla al regime di Stalin , nonostante ciò ha ottenuto un buon successo come scrittore anche fuori dai confini della sua nazione. Merita una nota di plauso la traduttrice , lo dice lei stessa nella nota a fine libro, che non ha avuto un lavoro facile da fare, il linguaggio che ha usato lo scrittore è quello della lingua parlata, piena di modi di dire e sottintesi e semplificazioni che tradurre e rendere bene in italiano è per chi è bravo ( questo lo dico io). Una postfazione molto interessante di Alessandro Catalano anche curatore del libro, arricchisce e porta a conoscenza lo scrittore e le sue opere . È un libro da leggere è un libro che arricchisce e fa riflettere. È uno scrittore da leggere (e approfondire almeno per me) per la capacità di far dialogare collettivamente e ad alta voce , anche quelli che non hanno potuto farlo. Miraggi ha fatto ancora un bel canestro.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details?post=84308

LA PERLINA SUL FONDO. L’ANIMA DEGLI UOMINI COMUNI – recensione di Luigi Colucci su La Repubblica

LA PERLINA SUL FONDO. L’ANIMA DEGLI UOMINI COMUNI – recensione di Luigi Colucci su La Repubblica

Esordio letterario tardivo ma folgorante di un quarantanovenne che fino a quel momento svolse i lavori più disparati e meno lirici, da manutentore ferroviario a capostazione, assicuratore, commesso viaggiatore, operaio in acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale. “La perlina sul fondo” di Bohumil Hrabal esce per la prima volta in italiano, con una postfazione di Alessandro Catalano. Tradotto da Laura Angeloni per la collana dedicata alla letteratura ceca, è il regalo di compleanno della casa editrice torinese Miraggi ai suoi lettori, per festeggiare il decennio della sua nascita.

Considerato uno degli autori più importanti del Novecento, lo scrittore ceco raccoglie in questa sua prima antologia di racconti, datata 1963, i ritratti di uomini comuni, che nascondono in fondo all’animo, come tra le valve di un’ostrica, una perla, una scintilla di essenza umana. Personaggi marginali, sbruffoni e sinceri, scovati nei bassifondi e ai margini, in luoghi affollati e vitali, tra officine e birrerie, la fabbrica, le strade, le bettole malfamate. Ognuno coinvolto in situazioni che appaiono spontanee e nelle quali il dialogo, un lessico variopinto, tra slang e dialetto, prosa moderna e a tratti surreale, è investito dal potere straordinario che solo la realtà sa conferirgli.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Alessandra Bernocco su Verba Manent

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Alessandra Bernocco su Verba Manent

La perlina sul fondo, un libro contro la solitudine della quarantena

“Ho escogitato per me stesso la teoria del destino artificiale, mi sono andato a cacciare lì dove non avrei mai voluto essere. Io, timido, offrivo assicurazioni sulla vita, vendevo cosmetici, lavoravo nelle miniere, e continuavo a scrivere e scrivere”.

Così  Bohumil Hrabal, scrittore ceco tra i più significativi del Novecento, amato, censurato, boicottato, a seconda delle pieghe che prendeva la storia della sua  Cecoslovacchia, tra conati di libertà, compromessi e normalizzazione.

C’è, a monte della sua scrittura, una ribadita volontà di contaminazione, volontà spinta ai limiti della sfida, che attraversa sostanzialmente tutti i suoi scritti, dagli esordi fino alla fine. Una sorta di masochismo funzionale, verrebbe da dire, se è vero che si è ‘andato a cacciare dove mai avrebbe voluto essere’.

In Italia Hrabal è conosciuto soprattutto per i romanzi Treni strettamente sorvegliati, da cui è stato tratto l’omonimo film di Jiří Menzel (Oscar miglior film straniero 1966), Ho servito il re d’InghilterraUna solitudine troppo rumorosa, ma è anche nei numerosi racconti raccolti in svariate edizioni, alcune delle quali uscite epurate dalla censura (o ricalibrate a causa di essa), che ci viene incontro il manovale-scrittore, pronto a sporcarsi le mani frequentando i bassifondi di una Praga non proprio magica, fatta di bische clandestine e birrerie, e delle sue periferie di campagna  percorse in sella a moto da corsa o grazie a fortunosi passaggi in macchina.  

Soffermandosi a osservare e ascoltare o cacciandosi dentro, appunto, mimetizzato e confuso tra gli operai di un’acciaieria,  di un deposito di carta da macero,  o dietro le quinte di un teatro a manovrare la scena, mentre si sta rappresentando Delitto e castigo, alla ricerca di un po’ di luce e bellezza che esiste e resiste anche dietro la scorza greve degli ultimi.

Anche a questo serve la scrittura, a scovare la perlina che riposa sul fondo di ognuno di noi, a raccontarla e farla brillare.  

Si intitola La perlina sul fondo il primo libro di Hrabal pubblicato con successo a Praga nel 1963 e appena pubblicato in Italia  da Miraggi edizioni nella collana NováVlna dedicata alla letteratura ceca, primo step di un progetto virtuoso che mira a compensare le lacune di traduzione di questo autore, di cui mancano ancora alcune opere fondamentali.

Si tratta di dodici racconti tradotti da Laura Angeloni, che ha compiuto un lavoro tutt’altro che semplice di adattamento di umori, slang, espressioni idiomatiche, gergo tecnico attinto a professioni, mestieri, ambienti diversi, anche ostici, non familiari, eppure vissuti e abitati come gli unici possibili.  

Viceversa, la lettura richiede ad un tempo sospensione e immersione. Per questo leggerli in questi giorni di quarantena è stata una gran bella distrazione. Distillando e tornando più volte su alcuni di essi, soffermandomi su passi e momenti nodali, ho imboccato una via sterrata  e laterale, liberandomi dal torpore ansiogeno della strada maestra. 

Sono racconti che al plot principale affiancano e intrecciano storie secondarie, squarci di vita che tornano alla mente e prendono corpo in modo improvviso, a volte rocambolesco, nel bel mezzo di un incontro, tra le battute di un dialogo tra due sconosciuti,  nei ricordi che decollano e subito planano quando meno te l’aspetti, mentre il racconto procede sicuro e con esso il lettore, ora a strattoni, ora ascoltando e scrutando senza fare domande, ora scartando di lato per cercare di scoprire qualcosa che ancora non gli è stato detto, dentro  un tracciato fitto di riferimenti e rinvii e qualche sorpresa.

Difficile concentrarsi su un racconto soltanto, difficile rendere giustizia all’intera raccolta.

Perché in questo coro ininterrotto di voci che affabulano, stordiscono, raccontano e se la raccontano, tutte meritano ascolto e attenzione; in questo museo in divenire di facce, di corpi, di gesti, tutti chiedono di esser guardati, sorpresi, smascherati.

Il giovane dell’acciaieria che in mezzo ai ratti e al pane nero imburrato cascato  a terra e ripulito alla meglio, racconta del parrucchiere che lo invita a scegliere tra l’acqua di colonia normale o alla violetta. I due moribondi sul letto di morte che non si può dire di più, ma sono un irresistibile monumento ai sepolcri imbiancati di tutti i tempi. Il traslocatore dalle mani callose e possenti che col palmo avvolge il bicchiere come se fosse un uccellino. La voluttuosa fornaia che morde rumorosamente le mele dopo averle strofinate sui seni. L’imballatore di carta da macero che finge di leggere l’editoriale di un vecchio giornale. Il povero diavolo disposto a vendere il suo scheletro alla scienza per racimolare due soldi che gli permettano di riallacciarsi alla corrente elettrica, o l’altro povero diavolo vittima di un assicuratore che non gioca pulito. Il cacciatore di frodo che si scoprirà essere altro, ma non si può dire. Resta l’immagine del capriolo ucciso al bordo di una strada, un brutto colpo andato a segno raccontato in presa diretta dal passeggero Hrabal, seduto di fianco.

E sono molte le scene che sembrano vissute in diretta, vivide e precise come note d’autore di una sceneggiatura che lascia poco al regista, e il lettore sta lì, intento a osservare, come lo spettatore di un film o il visitatore di una mostra di quadri.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Alessandra Bernocco su Articolo UNO

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Alessandra Bernocco su Articolo UNO

La perlina sul fondo, un libro contro la solitudine della quarantena

“Ho escogitato per me stesso la teoria del destino artificiale, mi sono andato a cacciare lì dove non avrei mai voluto essere. Io, timido, offrivo assicurazioni sulla vita, vendevo cosmetici, lavoravo nelle miniere, e continuavo a scrivere e scrivere”.

Così Bohumil Hrabal, scrittore ceco tra i più significativi del Novecento, amato, censurato, boicottato, a seconda delle pieghe che prendeva la storia della sua Cecoslovacchia, tra conati di libertà, compromessi e normalizzazione.

C’è, a monte della sua scrittura, una ribadita volontà di contaminazione, volontà spinta ai limiti della sfida, che attraversa sostanzialmente tutti i suoi scritti, dagli esordi fino alla fine. Una sorta di masochismo funzionale, verrebbe da dire, se è vero che si è ‘andato a cacciare dove mai avrebbe voluto essere’.

In Italia Hrabal è conosciuto soprattutto per i romanzi Treni strettamente sorvegliati, da cui è stato tratto l’omonimo film di Jiří Menzel (Oscar miglior film straniero 1966), Ho servito il re d’InghilterraUna solitudine troppo rumorosa, ma è anche nei numerosi racconti raccolti in svariate edizioni, alcune delle quali uscite epurate dalla censura (o ricalibrate a causa di essa), che ci viene incontro il manovale-scrittore, pronto a sporcarsi le mani frequentando i bassifondi di una Praga non proprio magica, fatta di bische clandestine e birrerie, e delle sue periferie di campagna  percorse in sella a moto da corsa o grazie a fortunosi passaggi in macchina.

Soffermandosi a osservare e ascoltare o cacciandosi dentro, appunto, mimetizzato e confuso tra gli operai di un’acciaieria, di un deposito di carta da macero, o dietro le quinte di un teatro a manovrare la scena, mentre si sta rappresentando Delitto e castigo, alla ricerca di un po’ di luce e bellezza che esiste e resiste anche dietro la scorza greve degli ultimi.

Anche a questo serve la scrittura, a scovare la perlina che riposa sul fondo di ognuno di noi, a raccontarla e farla brillare.

Si intitola La perlina sul fondo il primo libro di Hrabal pubblicato con successo a Praga nel 1963 e appena pubblicato in Italia da Miraggi edizioni nella collana NováVlna dedicata alla letteratura ceca, primo step di un progetto virtuoso che mira a compensare le lacune di traduzione di questo autore, di cui mancano ancora alcune opere fondamentali.

Si tratta di dodici racconti tradotti da Laura Angeloni, che ha compiuto un lavoro tutt’altro che semplice di adattamento di umori, slang, espressioni idiomatiche, gergo tecnico attinto a professioni, mestieri, ambienti diversi, anche ostici, non familiari, eppure vissuti e abitati come gli unici possibili.

Viceversa, la lettura richiede ad un tempo sospensione e immersione. Per questo leggerli in questi giorni di quarantena è stata una gran bella distrazione. Distillando e tornando più volte su alcuni di essi, soffermandomi su passi e momenti nodali, ho imboccato una via sterrata e laterale, liberandomi dal torpore ansiogeno della strada maestra.

Sono racconti che al plot principale affiancano e intrecciano storie secondarie, squarci di vita che tornano alla mente e prendono corpo in modo improvviso, a volte rocambolesco, nel bel mezzo di un incontro, tra le battute di un dialogo tra due sconosciuti, nei ricordi che decollano e subito planano quando meno te l’aspetti, mentre il racconto procede sicuro e con esso il lettore, ora a strattoni, ora ascoltando e scrutando senza fare domande, ora scartando di lato per cercare di scoprire qualcosa che ancora non gli è stato detto, dentro  un tracciato fitto di riferimenti e rinvii e qualche sorpresa.

Difficile concentrarsi su un racconto soltanto, difficile rendere giustizia all’intera raccolta.

Perché in questo coro ininterrotto di voci che affabulano, stordiscono, raccontano e se la raccontano, tutte meritano ascolto e attenzione; in questo museo in divenire di facce, di corpi, di gesti, tutti chiedono di esser guardati, sorpresi, smascherati.

Il giovane dell’acciaieria che in mezzo ai ratti e al pane nero imburrato cascato a terra e ripulito alla meglio, racconta del parrucchiere che lo invita a scegliere tra l’acqua di colonia normale o alla violetta. I due moribondi sul letto di morte che non si può dire di più, ma sono un irresistibile monumento ai sepolcri imbiancati di tutti i tempi. Il traslocatore dalle mani callose e possenti che col palmo avvolge il bicchiere come se fosse un uccellino. La voluttuosa fornaia che morde rumorosamente le mele dopo averle strofinate sui seni. L’imballatore di carta da macero che finge di leggere l’editoriale di un vecchio giornale. Il povero diavolo disposto a vendere il suo scheletro alla scienza per racimolare due soldi che gli permettano di riallacciarsi alla corrente elettrica, o l’altro povero diavolo vittima di un assicuratore che non gioca pulito. Il cacciatore di frodo che si scoprirà essere altro, ma non si può dire. Resta l’immagine del capriolo ucciso al bordo di una strada, un brutto colpo andato a segno raccontato in presa diretta dal passeggero Hrabal, seduto di fianco.

E sono molte le scene che sembrano vissute in diretta, vivide e precise come note d’autore di una sceneggiatura che lascia poco al regista, e il lettore sta lì, intento a osservare, come lo spettatore di un film o il visitatore di una mostra di quadri.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Luigi Mascheroni su Il Giornale

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Luigi Mascheroni su Il Giornale

Bettolacce, risate e Bohème. Le perle più belle di Hrabal

C’è un racconto di Bohumil Hrabal che si intitola Gli impostori. Fa parte del libro di esordio dello scrittore, nella Cecoslovacchia del 1963, dal titolo La perlina sul fondo e che appare oggi per la prima volta in Italia (Miraggi edizioni, pagg. 256, euro 20; trad. Laura Angeloni, a cura di Alessandro Catalano). Parla di un giornalista e di un cantante d’opera ricoverati nella stessa stanza d’ospedale che si confortano a vicenda raccontandosi i loro più grandi successi in carriera, scoop e trionfi. Cambio di scena (Hrabal nel montaggio dei suoi racconti è sempre molto cinematografico, ed è molto amato dal cinema): i due sono cadaveri, sul tavolo dell’obitorio, e dai pettegolezzi scambiati tra il barbiere che li sta rasando prima della sepoltura e l’addetto alla camera mortuaria si viene a sapere che il giornalista non era proprio una grande firma, al più uno scribacchino della cronaca locale; e il cantante non era proprio un divo, semmai una terza fila del coro… Ah, poi c’è il barbiere che dopo aver biasimato i due impostori, uscendo dall’obitorio col camice bianco svolazzante, si compiace nel farsi scambiare dai pazienti dell’ospedale per un dottore… Del resto «è pieno di gente che confonde quello che avrebbe voluto essere con quello che è davvero».

Ecco, Bohumil Hrabal (Brno, 1914 – Praga, 1997), uno dei massimi scrittori cechi del ‘900, non ha mai confuso le due cose. È sempre stato quello che voleva essere, non ha mai voluto sembrare quello che non era. Ed è stata la fortuna della sua scrittura: fatta di naturalezza, istinto, spontaneità. Ciò non toglie che si trovasse bene con gli impostori, e i balordi, chiacchieroni, sbruffoni, fantasticatori. Erano il suo mondo, a cui non fingeva di non appartenere. E nel quale sguazzava, come uomo e come scrittore. Nella sua brevissima introduzione alla raccolta di racconti La perlina sul fondo Hrabal confessa: «Ho inchiodato rotaie, fatto il capostazione, offerto polizze assicurative, ho lavorato come commesso viaggiatore, operaio di acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale. Quello che volevo era sporcarmi con l’ambiente, con la gente comune, e trovarmi a vivere, ogni tanto, l’esperienza sconvolgente di scorgere la perla sul fondo dell’essere umano». E la «perla» è quella cosa che alla fine ci salva.

Comunque, Hrabal pubblicò il suo primo libro abbastanza tardi, a 49 anni, nel 1963. Sfruttò la stretta finestra di disgelo culturale che si aprì in Cecoslovacchia, Paese satellite di Mosca, tra il rigido realismo socialista degli anni Cinquanta e il nuovo giro di vite post ’68, quando la Primavera di Praga appassì sotto i cingoli dei carri armati sovietici. Insomma, infilandosi tra stalinismo e normalizzazione riuscì a pubblicare i primi libri. Certo, molto aveva scritto, tra poesie e narrativa, in gioventù, ma era rimasto alla stato di Samizdat, tra censure e circolazione underground, e il primo saggio critico sull’opera di Hrabal, un libro clandestino che girava tra i circoli intellettuali alternativi di Praga, è firmato addirittura da un giovanissimo Václav Havel, futuro presidente del Paese dopo la caduta del Muro… Ed ecco quindi i racconti, popolari e popolareschi, ai quali diede il titolo La perlina sul fondo. Che accesero – e lo spiega molto bene Alessandro Catalano nella lunga postfazione – una vera luce nel grigiore socialista. Nella letteratura ceca all’improvviso esplode una nuova lingua, uno nuovo stile, nuovi temi: ecco i «discorsi della gente», l’inventiva linguistica, il «parlato quotidiano», lo slang, il goliardico, la creatività popolare dei suoi personaggi, che facevano i mestieri che aveva fatto lui: apprendista in uno studio notarile, magazziniere in una cooperativa di ferrovieri, operaio nelle acciaierie Poldi, addetto in un deposito di carta (dove si maceravano i libri bloccati dalla censura…), macchinista di scena e comparsa a teatro… Qui c’è già tutto lo Hrabal successivo, l’autore di libri amatissimi come Vuoi vedere Praga d’oro? o Treni strettamente sorvegliati (che, portato sullo schermo da Jiří Menzel, vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1968), Ho servito il re d’Inghilterra o Una solitudine troppo rumorosa (fatti conoscere in Italia da e/o, Einaudi, Guanda e finiti anche in «Meridiano» Mondadori nel 2003) e qui, soprattutto, c’è il gusto per il racconto orale, per la battuta, aneddoti bizzarri, pettegolezzi comici, situazioni surreali. Storie di sesso, crapula e anarchia… È la Praga buffa contro la Praga magica, la Praga delle birrerie contro la Praga dei caffè, la realtà umana contro il realismo socialista.

Bettolacce, risate sfrontate, occhiute polizie segrete, beffe, bische, bravate e un boccale di bohème. Il lato tragicomico dell’esistenza.

Ecco, poi c’è come raccontare il tragico e il comico del quotidiano. E qui Hrabal, che come ha notato Marino Freschi «è riuscito a far ridere la lingua ceca in un periodo in cui non c’era proprio nulla da ridere», costruisce i suoi parlatissimi racconti come matrioske, dove i personaggi principali, protagonisti della storia che fa da cornice, non fanno altro che raccontare a loro volta delle storie, in un dialogo a più voci sovrapposte. Esempi. Corso serale racconta di una spericolata lezione di scuola guida, in moto, per le vie di Praga, in cui l’allievo narra mille impressionanti avventure motociclistiche del padre. Molto amato mette in scena un gruppo di operai chiacchieroni dentro un’acciaieria dai colori infernali che si raccontano storielle di donne e partite di calcio (Hrabal amava il calcio e i motori), con colpo di scena finale. In I bei tempi andati due vecchietti, un birraio e un medico, prendono il sole in uno stabilimento balneare rievocando i loro successi professionali: nessuno dei due ascolta veramente l’altro, entrambi esagerano probabilmente i toni epici nei ricordi. Un pomeriggio uggioso è ambientato in una birreria, alla domenica,: quasi tutti se ne vanno a vedere la partita, un ragazzo silenzioso non fa altro che leggere il suo libro attirandosi l’antipatia degli avventori e i pochi che restano litigano raccontandosi le imprese delle vecchie glorie nazionali. E così via…

Storielle da birreria, si dice. Ma con tutta l’atroce, insopportabile, irresistibile, drammatica, ironica, grottesca realtà che resta, così è la vita, sul fondo del boccale.

LA PERLINA SUL FONDO. HRABAL, LA NARRAZIONE COME VIAGGIO ETERNO NEL MISTERO DELL’UMANO – recensione di Paolo Romano su Quotidiano del Sud

LA PERLINA SUL FONDO. HRABAL, LA NARRAZIONE COME VIAGGIO ETERNO NEL MISTERO DELL’UMANO – recensione di Paolo Romano su Quotidiano del Sud

Le esperienze che ha collezionato diventano figurine di un album. I tanti lavori che ha svolto la materia grezza che la scrittura può plasmare

Finalmente la traduzione in italiano del primo libro di racconti di un autore tanto geniale quanto poco conosciuto. Esce ora per i tipi di Miraggi Edizioni il volume di Bohumil Hrabal “La perlina sul fondo”. L’autore ceco è stato un personaggio camaleontico, un clown della vita, un artista capace di calarsi nei bassifondi dell’esistenza con leggerezza e ironia. Per scrivere ha attinto proprio alla quotidianità, alle esperienze che ha collezionato come fossero figurine di un album, ai tanti lavori che ha fatto e che gli hanno permesso di conoscere storie esistenziali più ricche della stessa fantasia di qualsiasi romanziere.

“Ho inchiodato rotaie, fatto il capostazione, offerto polizze assicurative, ho lavorato come commesso viaggiatore, operaio di acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale”, diceva di sé. Uno scrittore ingordo d’una antropologia fatta carne, di esistenze colte nell’attimo stesso in cui sono vissute e tradotte mirabilmente in questi racconti dallo stile indefinibile: “Quello che volevo era sporcarmi con l’ambiente, con la gente comune, e trovarmi a vivere, ogni tanto, l’esperienza sconvolgente riscorgere la perla sul fondo dell’essere umano”. Se quest’ultima frase spiega le ragioni del titolo di questa preziosa antologia di racconti, non dice però dell’originalità di Bohumil Hrabal, capace come pochi di proiettare su carta le pellicole che le persone comuni girano di giorno in giorno. Nemo profeta in patria vale per un autore del quale, in una lettera anonima a lui indirizzata, si chiedeva la forca. “Con i racconti di Hrabal, nel 1963 – scrive il curatore del volume Alessandro Catalano – fanno prepotentemente ingresso nella letteratura ceca i discorsi della gente, l’inventiva linguistica e la creatività popolare di operai delle acciaierie, commessi viaggiatori, ferrovieri, assicuratori, notai, impiegati del macero della carta, macchinisti teatrali, che, attraverso un lessico colorito, espressioni dialettali e slang professionali, restituivano alle pagine dei libri la vivacità dell’osteria e lo splendore dei chiacchieroni e il loro sollazzarsi”. Nell’ottima traduzione dal ceco di Laura Angeloni si coglie al meglio le potenzialità di una scrittura sempre sul confine tra reale e irreale, comico e grottesco, di una tale naturalezza da sembrare surreale. Il lettore se ne accorge sin dalle prime battute del primo racconto “Corso serale”, dove le lezioni di scuola guida per motocicletta si trasformano in un pretesto per produrre una narrazione orale, di spaccati esistenziali. Mentre si legge la scena si staglia nel palcoscenico degli occhi tanto da far dimenticare in maniera così forte che sia soltanto un racconto breve e non un romanzo. Lo stesso avviene con “Un pomeriggio uggioso”, dove la vita si beve come uno dei freschi boccali della birreria dove è ambientato. Qualcuno si ricorderà di Hrabal indirettamente, forse per aver visto la versione cinematografica del suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati”, una pellicola del 1965 in bianco e nero, passata alla storia per la scena del capostazione che trascorre una notte a stampare timbri ferroviari sul fondoschiena della fidanzata. Altri romanzi celebri di Hrabal sono: “Ho servito il re d’Inghilterra”, “Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare”, “La cittadina dove il tempo si è fermato”, “Spazi vuoti” e “Uno solitudine troppo rumorosa”.