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La perlina sul fondo – recensione su La Repubblica, Robinson Libri

La perlina sul fondo – recensione su La Repubblica, Robinson Libri

I tesori nascosti dentro di noi

È una grande tradizione letteraria, quella ceca. Al centro, ora, di una collana – intitolata NováVlna – lanciata dalle edizioni Miraggi. E tra i classici recuperati spicca La perlina sul fondo di Bohumil Hrabal (1914-1997), debutto di uno dei massimi scrittori novecenteschi del Paese. Pubblicata originariamente nel 1963, è una raccolta di racconti centrata su una galleria di figure apparentemente minori, spesso perdenti. Ma che come quasi tutti noi custodiscono, nell’intimo, un piccolo tesoro, una bellezza nascosta: una perlina sul fondo, appunto.

Dodici storie per dodici personaggi: ci sono tra gli altri il giovane lavoratore in acciaieria, il traslocatore, la fornaia, il cacciatore di frodo… Un repertorio umano che illumina il mondo dell’autore, noto per romanzi come Treni strettamente sorvegliati, da cui è stato tratto il film omonimo di Jiří Menzel che vinse l’Oscar per il film straniero nel 1996.

Ecco l’articolo originale uscito sabato 14 novembre 2020

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Massimo Romano su LA VOCE E IL TEMPO

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Massimo Romano su LA VOCE E IL TEMPO

Hrabal, la perla sul fondo dell’essere umano

«Ho inchiodato rotaie, fatto il capostazione, offerto polizze assicurative, ho lavorato come commesso viaggiatore, operaio di acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale. Quello che volevo era sporcarmi con l’ambiente, con la gente comune, e trovarmi a vivere, ogni tanto, l’esperienza sconvolgente di scorgere la perla sul fondo dell’essere umano».

Così scrive Bohumil Hrabal (1914-1997), il più grande scrittore ceco del secondo Novecento insieme a Kundera, nella breve introduzione al suo esordio nella narrativa, «La perlina sul fondo» (1963), ora tradotto da Laura Angeloni in prima edizione italiana e ottimamente curato da Alessandro Catalano per una piccola e coraggiosa casa editrice torinese dal nome promettente, Miraggi, con una collana dedicata ad autori cechi, dove spicca un titolo ormai introvabile, «Il brucia cadaveri» di Ladislav Fuks, che uscì nei Coralli di Einaudi negli anni ’70 tradotto dalla moglie di Angelo Maria Ripellino, ora riproposto in una nuova ed efficace versione da Alessandro De Vito.

Hrabal pubblicò questo libro abbastanza tardi, a 49 anni, approfittando del venir meno del rigido realismo socialista degli anni Cinquanta, quando i suoi racconti circolavano soltanto in samizdat, e del disgelo dei primi anni Sessanta, prima che la Primavera di Praga venisse stritolata dai carri armati sovietici.

Si tratta di dodici racconti che segnano una novità nel grigiore culturale dell’epoca: Hrabal riproduce i discorsi della gente comune, con il gusto per il racconto orale, per le situazioni surreali create dalla lingua parlata degli avventori delle birrerie, degli operai di un’acciaieria, e un montaggio quasi cinematografico.

Qui ci sono già i personaggi dei capolavori successivi, «Vuol vedere Praga d’oro?» (1964), «Treni strettamente sorvegliati» (1965), «Ho servito il re d’Inghilterra» (1971) e «Una solitudine troppo rumorosa» (1976), quelli che Hrabal definisce «stramparloni», chiacchieroni che raccontano storie di donne e di calcio, di motori e di caccia. Corredano il volume una bibliografia e una preziosa filmografia con l’elenco di tutti i film tratti dalle opere di Hrabal.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Anna Cavestri su Letto, riletto, recensito!

Questa perla di libro, pubblicato nel 1963 a Praga e appena pubblicato in Italia da Miraggi è davvero una bella sorpresa. Bisogna immergersi, fino in fondo per trovare la perlina e in ognuno dei racconti che lo compone si trova sempre splendente. Sono 12 racconti di gente comune, di lavoratori in diversi ambiti, acciaierie, deposito di carta da macero, assicuratori, racconti di gente comune dentro qualche birreria, ad assistere ad una gara di macchine in corsa, che prendono lezioni di guida e sono racconti nei racconti. Tutti hanno qualcosa da raccontare, tutti hanno ricordi che emergono, ognuno va a ruota libera perché per ognuno è importante quello che ha da dire, il bello è che ognuno può dirlo ed è pure ascoltato. E l’umanità che ne scaturisce è “ la perlina “ ,laddove magari non ci si fa caso. Sono personaggi marginali, a volte sopra le righe un po’ sbruffoni o timidi oppure un po’ strani ed incompresi. La scrittura di Hrabal, ci permette di andare oltre quello che appare ovvio, è una scrittura fluida, che attrae, a volte ironica, ricca di metafora e poetica. Sono pennellate di poesia quelle che nell’ immersione fanno entrare in empatia e permettono alla perlina di luccicare. Hrabal scrive di cose che conosce ed ha vissuto, i lavori di cui parla sono lavori che lui personalmente ha svolto quando nel 1939 la Cecoslovacchia, suo paese d’origine viene invasa dalla Germania nazista e lui deve abbandonare gli studi e mantenersi. 

 La pubblicazione di questo libro nella sua terra nel 1963 appunto, ha portato una grande novità nella letteratura ceca, dove non c’è l’eroe ma l’umanità comune con le sue peculiarità “imperfette “. Si trova in questo libro una lucida analisi di una società complessa. Dopo la Primavera di Praga, nel 68, il regime ha censurato totalmente le opere di Hrabal, i suoi libri circolavano clandestinamente, erano un antidoto alla al regime di Stalin , nonostante ciò ha ottenuto un buon successo come scrittore anche fuori dai confini della sua nazione. Merita una nota di plauso la traduttrice , lo dice lei stessa nella nota a fine libro, che non ha avuto un lavoro facile da fare, il linguaggio che ha usato lo scrittore è quello della lingua parlata, piena di modi di dire e sottintesi e semplificazioni che tradurre e rendere bene in italiano è per chi è bravo ( questo lo dico io). Una postfazione molto interessante di Alessandro Catalano anche curatore del libro, arricchisce e porta a conoscenza lo scrittore e le sue opere . È un libro da leggere è un libro che arricchisce e fa riflettere. È uno scrittore da leggere (e approfondire almeno per me) per la capacità di far dialogare collettivamente e ad alta voce , anche quelli che non hanno potuto farlo. Miraggi ha fatto ancora un bel canestro.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details?post=84308

LA PERLINA SUL FONDO. L’ANIMA DEGLI UOMINI COMUNI – recensione di Luigi Colucci su La Repubblica

LA PERLINA SUL FONDO. L’ANIMA DEGLI UOMINI COMUNI – recensione di Luigi Colucci su La Repubblica

Esordio letterario tardivo ma folgorante di un quarantanovenne che fino a quel momento svolse i lavori più disparati e meno lirici, da manutentore ferroviario a capostazione, assicuratore, commesso viaggiatore, operaio in acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale. “La perlina sul fondo” di Bohumil Hrabal esce per la prima volta in italiano, con una postfazione di Alessandro Catalano. Tradotto da Laura Angeloni per la collana dedicata alla letteratura ceca, è il regalo di compleanno della casa editrice torinese Miraggi ai suoi lettori, per festeggiare il decennio della sua nascita.

Considerato uno degli autori più importanti del Novecento, lo scrittore ceco raccoglie in questa sua prima antologia di racconti, datata 1963, i ritratti di uomini comuni, che nascondono in fondo all’animo, come tra le valve di un’ostrica, una perla, una scintilla di essenza umana. Personaggi marginali, sbruffoni e sinceri, scovati nei bassifondi e ai margini, in luoghi affollati e vitali, tra officine e birrerie, la fabbrica, le strade, le bettole malfamate. Ognuno coinvolto in situazioni che appaiono spontanee e nelle quali il dialogo, un lessico variopinto, tra slang e dialetto, prosa moderna e a tratti surreale, è investito dal potere straordinario che solo la realtà sa conferirgli.

QUI L’ARTICOLO ORGINALE:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Alessandra Bernocco su Verba Manent

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Alessandra Bernocco su Verba Manent

La perlina sul fondo, un libro contro la solitudine della quarantena

“Ho escogitato per me stesso la teoria del destino artificiale, mi sono andato a cacciare lì dove non avrei mai voluto essere. Io, timido, offrivo assicurazioni sulla vita, vendevo cosmetici, lavoravo nelle miniere, e continuavo a scrivere e scrivere”.

Così  Bohumil Hrabal, scrittore ceco tra i più significativi del Novecento, amato, censurato, boicottato, a seconda delle pieghe che prendeva la storia della sua  Cecoslovacchia, tra conati di libertà, compromessi e normalizzazione.

C’è, a monte della sua scrittura, una ribadita volontà di contaminazione, volontà spinta ai limiti della sfida, che attraversa sostanzialmente tutti i suoi scritti, dagli esordi fino alla fine. Una sorta di masochismo funzionale, verrebbe da dire, se è vero che si è ‘andato a cacciare dove mai avrebbe voluto essere’.

In Italia Hrabal è conosciuto soprattutto per i romanzi Treni strettamente sorvegliati, da cui è stato tratto l’omonimo film di Jiří Menzel (Oscar miglior film straniero 1966), Ho servito il re d’InghilterraUna solitudine troppo rumorosa, ma è anche nei numerosi racconti raccolti in svariate edizioni, alcune delle quali uscite epurate dalla censura (o ricalibrate a causa di essa), che ci viene incontro il manovale-scrittore, pronto a sporcarsi le mani frequentando i bassifondi di una Praga non proprio magica, fatta di bische clandestine e birrerie, e delle sue periferie di campagna  percorse in sella a moto da corsa o grazie a fortunosi passaggi in macchina.  

Soffermandosi a osservare e ascoltare o cacciandosi dentro, appunto, mimetizzato e confuso tra gli operai di un’acciaieria,  di un deposito di carta da macero,  o dietro le quinte di un teatro a manovrare la scena, mentre si sta rappresentando Delitto e castigo, alla ricerca di un po’ di luce e bellezza che esiste e resiste anche dietro la scorza greve degli ultimi.

Anche a questo serve la scrittura, a scovare la perlina che riposa sul fondo di ognuno di noi, a raccontarla e farla brillare.  

Si intitola La perlina sul fondo il primo libro di Hrabal pubblicato con successo a Praga nel 1963 e appena pubblicato in Italia  da Miraggi edizioni nella collana NováVlna dedicata alla letteratura ceca, primo step di un progetto virtuoso che mira a compensare le lacune di traduzione di questo autore, di cui mancano ancora alcune opere fondamentali.

Si tratta di dodici racconti tradotti da Laura Angeloni, che ha compiuto un lavoro tutt’altro che semplice di adattamento di umori, slang, espressioni idiomatiche, gergo tecnico attinto a professioni, mestieri, ambienti diversi, anche ostici, non familiari, eppure vissuti e abitati come gli unici possibili.  

Viceversa, la lettura richiede ad un tempo sospensione e immersione. Per questo leggerli in questi giorni di quarantena è stata una gran bella distrazione. Distillando e tornando più volte su alcuni di essi, soffermandomi su passi e momenti nodali, ho imboccato una via sterrata  e laterale, liberandomi dal torpore ansiogeno della strada maestra. 

Sono racconti che al plot principale affiancano e intrecciano storie secondarie, squarci di vita che tornano alla mente e prendono corpo in modo improvviso, a volte rocambolesco, nel bel mezzo di un incontro, tra le battute di un dialogo tra due sconosciuti,  nei ricordi che decollano e subito planano quando meno te l’aspetti, mentre il racconto procede sicuro e con esso il lettore, ora a strattoni, ora ascoltando e scrutando senza fare domande, ora scartando di lato per cercare di scoprire qualcosa che ancora non gli è stato detto, dentro  un tracciato fitto di riferimenti e rinvii e qualche sorpresa.

Difficile concentrarsi su un racconto soltanto, difficile rendere giustizia all’intera raccolta.

Perché in questo coro ininterrotto di voci che affabulano, stordiscono, raccontano e se la raccontano, tutte meritano ascolto e attenzione; in questo museo in divenire di facce, di corpi, di gesti, tutti chiedono di esser guardati, sorpresi, smascherati.

Il giovane dell’acciaieria che in mezzo ai ratti e al pane nero imburrato cascato  a terra e ripulito alla meglio, racconta del parrucchiere che lo invita a scegliere tra l’acqua di colonia normale o alla violetta. I due moribondi sul letto di morte che non si può dire di più, ma sono un irresistibile monumento ai sepolcri imbiancati di tutti i tempi. Il traslocatore dalle mani callose e possenti che col palmo avvolge il bicchiere come se fosse un uccellino. La voluttuosa fornaia che morde rumorosamente le mele dopo averle strofinate sui seni. L’imballatore di carta da macero che finge di leggere l’editoriale di un vecchio giornale. Il povero diavolo disposto a vendere il suo scheletro alla scienza per racimolare due soldi che gli permettano di riallacciarsi alla corrente elettrica, o l’altro povero diavolo vittima di un assicuratore che non gioca pulito. Il cacciatore di frodo che si scoprirà essere altro, ma non si può dire. Resta l’immagine del capriolo ucciso al bordo di una strada, un brutto colpo andato a segno raccontato in presa diretta dal passeggero Hrabal, seduto di fianco.

E sono molte le scene che sembrano vissute in diretta, vivide e precise come note d’autore di una sceneggiatura che lascia poco al regista, e il lettore sta lì, intento a osservare, come lo spettatore di un film o il visitatore di una mostra di quadri.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Alessandra Bernocco su Articolo UNO

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Alessandra Bernocco su Articolo UNO

La perlina sul fondo, un libro contro la solitudine della quarantena

“Ho escogitato per me stesso la teoria del destino artificiale, mi sono andato a cacciare lì dove non avrei mai voluto essere. Io, timido, offrivo assicurazioni sulla vita, vendevo cosmetici, lavoravo nelle miniere, e continuavo a scrivere e scrivere”.

Così Bohumil Hrabal, scrittore ceco tra i più significativi del Novecento, amato, censurato, boicottato, a seconda delle pieghe che prendeva la storia della sua Cecoslovacchia, tra conati di libertà, compromessi e normalizzazione.

C’è, a monte della sua scrittura, una ribadita volontà di contaminazione, volontà spinta ai limiti della sfida, che attraversa sostanzialmente tutti i suoi scritti, dagli esordi fino alla fine. Una sorta di masochismo funzionale, verrebbe da dire, se è vero che si è ‘andato a cacciare dove mai avrebbe voluto essere’.

In Italia Hrabal è conosciuto soprattutto per i romanzi Treni strettamente sorvegliati, da cui è stato tratto l’omonimo film di Jiří Menzel (Oscar miglior film straniero 1966), Ho servito il re d’InghilterraUna solitudine troppo rumorosa, ma è anche nei numerosi racconti raccolti in svariate edizioni, alcune delle quali uscite epurate dalla censura (o ricalibrate a causa di essa), che ci viene incontro il manovale-scrittore, pronto a sporcarsi le mani frequentando i bassifondi di una Praga non proprio magica, fatta di bische clandestine e birrerie, e delle sue periferie di campagna  percorse in sella a moto da corsa o grazie a fortunosi passaggi in macchina.

Soffermandosi a osservare e ascoltare o cacciandosi dentro, appunto, mimetizzato e confuso tra gli operai di un’acciaieria, di un deposito di carta da macero, o dietro le quinte di un teatro a manovrare la scena, mentre si sta rappresentando Delitto e castigo, alla ricerca di un po’ di luce e bellezza che esiste e resiste anche dietro la scorza greve degli ultimi.

Anche a questo serve la scrittura, a scovare la perlina che riposa sul fondo di ognuno di noi, a raccontarla e farla brillare.

Si intitola La perlina sul fondo il primo libro di Hrabal pubblicato con successo a Praga nel 1963 e appena pubblicato in Italia da Miraggi edizioni nella collana NováVlna dedicata alla letteratura ceca, primo step di un progetto virtuoso che mira a compensare le lacune di traduzione di questo autore, di cui mancano ancora alcune opere fondamentali.

Si tratta di dodici racconti tradotti da Laura Angeloni, che ha compiuto un lavoro tutt’altro che semplice di adattamento di umori, slang, espressioni idiomatiche, gergo tecnico attinto a professioni, mestieri, ambienti diversi, anche ostici, non familiari, eppure vissuti e abitati come gli unici possibili.

Viceversa, la lettura richiede ad un tempo sospensione e immersione. Per questo leggerli in questi giorni di quarantena è stata una gran bella distrazione. Distillando e tornando più volte su alcuni di essi, soffermandomi su passi e momenti nodali, ho imboccato una via sterrata e laterale, liberandomi dal torpore ansiogeno della strada maestra.

Sono racconti che al plot principale affiancano e intrecciano storie secondarie, squarci di vita che tornano alla mente e prendono corpo in modo improvviso, a volte rocambolesco, nel bel mezzo di un incontro, tra le battute di un dialogo tra due sconosciuti, nei ricordi che decollano e subito planano quando meno te l’aspetti, mentre il racconto procede sicuro e con esso il lettore, ora a strattoni, ora ascoltando e scrutando senza fare domande, ora scartando di lato per cercare di scoprire qualcosa che ancora non gli è stato detto, dentro  un tracciato fitto di riferimenti e rinvii e qualche sorpresa.

Difficile concentrarsi su un racconto soltanto, difficile rendere giustizia all’intera raccolta.

Perché in questo coro ininterrotto di voci che affabulano, stordiscono, raccontano e se la raccontano, tutte meritano ascolto e attenzione; in questo museo in divenire di facce, di corpi, di gesti, tutti chiedono di esser guardati, sorpresi, smascherati.

Il giovane dell’acciaieria che in mezzo ai ratti e al pane nero imburrato cascato a terra e ripulito alla meglio, racconta del parrucchiere che lo invita a scegliere tra l’acqua di colonia normale o alla violetta. I due moribondi sul letto di morte che non si può dire di più, ma sono un irresistibile monumento ai sepolcri imbiancati di tutti i tempi. Il traslocatore dalle mani callose e possenti che col palmo avvolge il bicchiere come se fosse un uccellino. La voluttuosa fornaia che morde rumorosamente le mele dopo averle strofinate sui seni. L’imballatore di carta da macero che finge di leggere l’editoriale di un vecchio giornale. Il povero diavolo disposto a vendere il suo scheletro alla scienza per racimolare due soldi che gli permettano di riallacciarsi alla corrente elettrica, o l’altro povero diavolo vittima di un assicuratore che non gioca pulito. Il cacciatore di frodo che si scoprirà essere altro, ma non si può dire. Resta l’immagine del capriolo ucciso al bordo di una strada, un brutto colpo andato a segno raccontato in presa diretta dal passeggero Hrabal, seduto di fianco.

E sono molte le scene che sembrano vissute in diretta, vivide e precise come note d’autore di una sceneggiatura che lascia poco al regista, e il lettore sta lì, intento a osservare, come lo spettatore di un film o il visitatore di una mostra di quadri.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Luigi Mascheroni su Il Giornale

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Luigi Mascheroni su Il Giornale

Bettolacce, risate e Bohème. Le perle più belle di Hrabal

C’è un racconto di Bohumil Hrabal che si intitola Gli impostori. Fa parte del libro di esordio dello scrittore, nella Cecoslovacchia del 1963, dal titolo La perlina sul fondo e che appare oggi per la prima volta in Italia (Miraggi edizioni, pagg. 256, euro 20; trad. Laura Angeloni, a cura di Alessandro Catalano). Parla di un giornalista e di un cantante d’opera ricoverati nella stessa stanza d’ospedale che si confortano a vicenda raccontandosi i loro più grandi successi in carriera, scoop e trionfi. Cambio di scena (Hrabal nel montaggio dei suoi racconti è sempre molto cinematografico, ed è molto amato dal cinema): i due sono cadaveri, sul tavolo dell’obitorio, e dai pettegolezzi scambiati tra il barbiere che li sta rasando prima della sepoltura e l’addetto alla camera mortuaria si viene a sapere che il giornalista non era proprio una grande firma, al più uno scribacchino della cronaca locale; e il cantante non era proprio un divo, semmai una terza fila del coro… Ah, poi c’è il barbiere che dopo aver biasimato i due impostori, uscendo dall’obitorio col camice bianco svolazzante, si compiace nel farsi scambiare dai pazienti dell’ospedale per un dottore… Del resto «è pieno di gente che confonde quello che avrebbe voluto essere con quello che è davvero».

Ecco, Bohumil Hrabal (Brno, 1914 – Praga, 1997), uno dei massimi scrittori cechi del ‘900, non ha mai confuso le due cose. È sempre stato quello che voleva essere, non ha mai voluto sembrare quello che non era. Ed è stata la fortuna della sua scrittura: fatta di naturalezza, istinto, spontaneità. Ciò non toglie che si trovasse bene con gli impostori, e i balordi, chiacchieroni, sbruffoni, fantasticatori. Erano il suo mondo, a cui non fingeva di non appartenere. E nel quale sguazzava, come uomo e come scrittore. Nella sua brevissima introduzione alla raccolta di racconti La perlina sul fondo Hrabal confessa: «Ho inchiodato rotaie, fatto il capostazione, offerto polizze assicurative, ho lavorato come commesso viaggiatore, operaio di acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale. Quello che volevo era sporcarmi con l’ambiente, con la gente comune, e trovarmi a vivere, ogni tanto, l’esperienza sconvolgente di scorgere la perla sul fondo dell’essere umano». E la «perla» è quella cosa che alla fine ci salva.

Comunque, Hrabal pubblicò il suo primo libro abbastanza tardi, a 49 anni, nel 1963. Sfruttò la stretta finestra di disgelo culturale che si aprì in Cecoslovacchia, Paese satellite di Mosca, tra il rigido realismo socialista degli anni Cinquanta e il nuovo giro di vite post ’68, quando la Primavera di Praga appassì sotto i cingoli dei carri armati sovietici. Insomma, infilandosi tra stalinismo e normalizzazione riuscì a pubblicare i primi libri. Certo, molto aveva scritto, tra poesie e narrativa, in gioventù, ma era rimasto alla stato di Samizdat, tra censure e circolazione underground, e il primo saggio critico sull’opera di Hrabal, un libro clandestino che girava tra i circoli intellettuali alternativi di Praga, è firmato addirittura da un giovanissimo Václav Havel, futuro presidente del Paese dopo la caduta del Muro… Ed ecco quindi i racconti, popolari e popolareschi, ai quali diede il titolo La perlina sul fondo. Che accesero – e lo spiega molto bene Alessandro Catalano nella lunga postfazione – una vera luce nel grigiore socialista. Nella letteratura ceca all’improvviso esplode una nuova lingua, uno nuovo stile, nuovi temi: ecco i «discorsi della gente», l’inventiva linguistica, il «parlato quotidiano», lo slang, il goliardico, la creatività popolare dei suoi personaggi, che facevano i mestieri che aveva fatto lui: apprendista in uno studio notarile, magazziniere in una cooperativa di ferrovieri, operaio nelle acciaierie Poldi, addetto in un deposito di carta (dove si maceravano i libri bloccati dalla censura…), macchinista di scena e comparsa a teatro… Qui c’è già tutto lo Hrabal successivo, l’autore di libri amatissimi come Vuoi vedere Praga d’oro? o Treni strettamente sorvegliati (che, portato sullo schermo da Jiří Menzel, vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1968), Ho servito il re d’Inghilterra o Una solitudine troppo rumorosa (fatti conoscere in Italia da e/o, Einaudi, Guanda e finiti anche in «Meridiano» Mondadori nel 2003) e qui, soprattutto, c’è il gusto per il racconto orale, per la battuta, aneddoti bizzarri, pettegolezzi comici, situazioni surreali. Storie di sesso, crapula e anarchia… È la Praga buffa contro la Praga magica, la Praga delle birrerie contro la Praga dei caffè, la realtà umana contro il realismo socialista.

Bettolacce, risate sfrontate, occhiute polizie segrete, beffe, bische, bravate e un boccale di bohème. Il lato tragicomico dell’esistenza.

Ecco, poi c’è come raccontare il tragico e il comico del quotidiano. E qui Hrabal, che come ha notato Marino Freschi «è riuscito a far ridere la lingua ceca in un periodo in cui non c’era proprio nulla da ridere», costruisce i suoi parlatissimi racconti come matrioske, dove i personaggi principali, protagonisti della storia che fa da cornice, non fanno altro che raccontare a loro volta delle storie, in un dialogo a più voci sovrapposte. Esempi. Corso serale racconta di una spericolata lezione di scuola guida, in moto, per le vie di Praga, in cui l’allievo narra mille impressionanti avventure motociclistiche del padre. Molto amato mette in scena un gruppo di operai chiacchieroni dentro un’acciaieria dai colori infernali che si raccontano storielle di donne e partite di calcio (Hrabal amava il calcio e i motori), con colpo di scena finale. In I bei tempi andati due vecchietti, un birraio e un medico, prendono il sole in uno stabilimento balneare rievocando i loro successi professionali: nessuno dei due ascolta veramente l’altro, entrambi esagerano probabilmente i toni epici nei ricordi. Un pomeriggio uggioso è ambientato in una birreria, alla domenica,: quasi tutti se ne vanno a vedere la partita, un ragazzo silenzioso non fa altro che leggere il suo libro attirandosi l’antipatia degli avventori e i pochi che restano litigano raccontandosi le imprese delle vecchie glorie nazionali. E così via…

Storielle da birreria, si dice. Ma con tutta l’atroce, insopportabile, irresistibile, drammatica, ironica, grottesca realtà che resta, così è la vita, sul fondo del boccale.

LA PERLINA SUL FONDO. HRABAL, LA NARRAZIONE COME VIAGGIO ETERNO NEL MISTERO DELL’UMANO – recensione di Paolo Romano su Quotidiano del Sud

LA PERLINA SUL FONDO. HRABAL, LA NARRAZIONE COME VIAGGIO ETERNO NEL MISTERO DELL’UMANO – recensione di Paolo Romano su Quotidiano del Sud

Le esperienze che ha collezionato diventano figurine di un album. I tanti lavori che ha svolto la materia grezza che la scrittura può plasmare

Finalmente la traduzione in italiano del primo libro di racconti di un autore tanto geniale quanto poco conosciuto. Esce ora per i tipi di Miraggi Edizioni il volume di Bohumil Hrabal “La perlina sul fondo”. L’autore ceco è stato un personaggio camaleontico, un clown della vita, un artista capace di calarsi nei bassifondi dell’esistenza con leggerezza e ironia. Per scrivere ha attinto proprio alla quotidianità, alle esperienze che ha collezionato come fossero figurine di un album, ai tanti lavori che ha fatto e che gli hanno permesso di conoscere storie esistenziali più ricche della stessa fantasia di qualsiasi romanziere.

“Ho inchiodato rotaie, fatto il capostazione, offerto polizze assicurative, ho lavorato come commesso viaggiatore, operaio di acciaieria, imballatore di carta da macero e macchinista teatrale”, diceva di sé. Uno scrittore ingordo d’una antropologia fatta carne, di esistenze colte nell’attimo stesso in cui sono vissute e tradotte mirabilmente in questi racconti dallo stile indefinibile: “Quello che volevo era sporcarmi con l’ambiente, con la gente comune, e trovarmi a vivere, ogni tanto, l’esperienza sconvolgente riscorgere la perla sul fondo dell’essere umano”. Se quest’ultima frase spiega le ragioni del titolo di questa preziosa antologia di racconti, non dice però dell’originalità di Bohumil Hrabal, capace come pochi di proiettare su carta le pellicole che le persone comuni girano di giorno in giorno. Nemo profeta in patria vale per un autore del quale, in una lettera anonima a lui indirizzata, si chiedeva la forca. “Con i racconti di Hrabal, nel 1963 – scrive il curatore del volume Alessandro Catalano – fanno prepotentemente ingresso nella letteratura ceca i discorsi della gente, l’inventiva linguistica e la creatività popolare di operai delle acciaierie, commessi viaggiatori, ferrovieri, assicuratori, notai, impiegati del macero della carta, macchinisti teatrali, che, attraverso un lessico colorito, espressioni dialettali e slang professionali, restituivano alle pagine dei libri la vivacità dell’osteria e lo splendore dei chiacchieroni e il loro sollazzarsi”. Nell’ottima traduzione dal ceco di Laura Angeloni si coglie al meglio le potenzialità di una scrittura sempre sul confine tra reale e irreale, comico e grottesco, di una tale naturalezza da sembrare surreale. Il lettore se ne accorge sin dalle prime battute del primo racconto “Corso serale”, dove le lezioni di scuola guida per motocicletta si trasformano in un pretesto per produrre una narrazione orale, di spaccati esistenziali. Mentre si legge la scena si staglia nel palcoscenico degli occhi tanto da far dimenticare in maniera così forte che sia soltanto un racconto breve e non un romanzo. Lo stesso avviene con “Un pomeriggio uggioso”, dove la vita si beve come uno dei freschi boccali della birreria dove è ambientato. Qualcuno si ricorderà di Hrabal indirettamente, forse per aver visto la versione cinematografica del suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati”, una pellicola del 1965 in bianco e nero, passata alla storia per la scena del capostazione che trascorre una notte a stampare timbri ferroviari sul fondoschiena della fidanzata. Altri romanzi celebri di Hrabal sono: “Ho servito il re d’Inghilterra”, “Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare”, “La cittadina dove il tempo si è fermato”, “Spazi vuoti” e “Uno solitudine troppo rumorosa”.

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Gennaro Serio sul Venerdì di Repubblica

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Gennaro Serio sul Venerdì di Repubblica

Hrabal. Un boccale pieno di racconti

Prima edizione italiana per il Libro d’esordio dello scrittore ceco che per tutta la sua avventurosa vita raccolse le voci delle strade – e delle birrerie – nella sua Praga

Ecco un breve résumé delle principali occupazioni svolte da quattro grandi scrittori cechi del secolo scorso. Franz Kafka: impiegato presso l’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro del regno di Boemia. Jaroslav Hašek: impiegato di banca. Vladislav Vančura: medico. Karel Čapek: giornalista. Ed ecco invece un elenco, senza pretesa di esaustività, delle principali occupazioni svolte da Bohumil Hrabal: copista notarile, capostazione ferroviario, telegrafista, assicuratore, commesso viaggiatore (articolo trattato, giocattoli di seconda mano), operaio metalmeccanico, cameriere, magazziniere, addetto alla preparazione del malto in una fabbrica di birra, “assemblatore” di blocchi di libri pressati da mandare al macero su disposizione della censura sovietica (!), comparsa teatrale. Nel tempo libero scrittore e gran bevitore di birra Pilsner.

Per Hrabal, nato a Brno nel 1914, curriculum letterario ed esistenziale coincidono perfettamente: i racconti di La perlina sul fondo ne sono una nitida testimonianza. Li porta per la prima volta nelle librerie italiane – per ora solo in quelle virtuali – l’editore Miraggi (con la cura e postfazione di Alessandro Catalano e la traduzione di Laura Angeloni), presso cui hanno trovato casa già diversi titoli interessanti di letteratura ceca di nuova proposta e non solo (da ultimo il sommo e da tempo introvabile Bruciacadaveri di Ladislav Fuks).

Primo libro pubblicato da Hrabal a Praga nel 1963, La perlina sul fondo era rimasto inedito finora in Italia, dove sono state privilegiate sin da subito le opere successive, come Ho servito il re d’Inghilterra o Una solitudine troppo rumorosa. Scrittore-grammofono, Hrabal mostra in questi aneddotici racconti una compiuta maturità dello sguardo, e le intenzioni della sua letteratura sono già dichiarate: invitare il lettore a un giro senza meta sulla linea di un tram praghese, ascoltarne il brusio indistinto e imparare a distinguere le voci. Ma senza affezionarsi troppo perché si scende subito, le voci proseguono il loro viaggio mentre il lettore aspetta la prossima corsa (il prossimo racconto). Un vero e proprio Presepe praghese – titolo del racconto che chiude la raccolta – da attraversare guardando da vicino quegli uomini semplici e chiacchieroni che Hrabal aveva ribattezzato con amore «stramparloni» (pabitel), tra i quali si collocava lui stesso e con i quali volentieri si ubriacava di parole e non solo nelle taverne e soprattutto nelle birrerie della città (il protagonista di Una solitudine proverà a stilarne un memorabile elenco – questa volta sì, con pretesa di esaustività).

E dire che avrebbe anche potuto vestire i panni del tranquillo avvocato di provincia, Hrabal, ma la storia ha immaginato per lui qualcosa di diverso: si è appena iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Praga quando i carri armati del Reich sconfinano in Cecoslovacchia. Da lì in poi il destino suo e quello di Milan Kundera – che pure è stato nella stessa scuola a Brno qualche anno dopo di lui – si distanziano vistosamente. Niente università dopo la guerra, niente carriera accademica o gruppi di poesia d’avanguardia, e soprattutto nessun autoesilio a Parigi: Hrabal resta per tutta la vita in mezzo alla sua gente, quella da cui apprende le storie che finiscono nei suoi racconti, e grazie alla quale potrà costruire uno degli stili più riconoscibili (e imitati) di tutta la letteratura europea del Novecento. Una lingua a metà strada tra argot céliniano e un certo tocco surreale, favorito da quella «ironia praghese» di cui Hrabal parlerà a lungo nell’intervista al suo traduttore Sergio Corduas pubblicata in appendice a Treni strettamente sorvegliati (edito in Italia da E/O nel 1982; il romanzo, storia di un ferroviere boemo durante l’occupazione nazista, ha ispirato il film di Jiri Menzel premiato con l’Oscar nel 1967).

Fin dal dopoguerra, oltre a cimentarsi nel lavori più strambi, Hrabal non si fa mancare i problemi con il regime: nel clima ostile dello stalinismo, i suoi racconti circolano soltanto come samizdat, autopubblicazioni non registrate. Poi nel ’63 esce La perlina e diventa un piccolo best seller.Dura poco: con la fine della Primavera di Praga i suoi libri passano dall’essere venduti e apprezzati a essere vietati espressamente dalla censura sovietica, tanto che vengono fatti stampare all’estero e avventurosamente contrabbandati in patria. Paradossalmente – si direbbe per qualunque scrittore, ma non per lui – comincia il periodo più felice della sua produzione letteraria, fino al 1976, anno della «riabilitazione» da parte del regime.

Come tutta la sua vita, anche la sua morte è avvolta nella leggenda: a 83 anni, quando è ormai da tempo un autore canonizzato e celebrato in tutta Europa, cade dal quinto piano di un ospedale praghese, dove è ricoverato per i postumi di una caduta. Si è buttato – dicono – o forse voleva allungarsi verso un piccione che si era posato sulla balaustra. Tutte le possibilità erano già contemplate nella sua letteratura, comunque; in un libro del 1989 si legge: «Quante volte avrei voluto buttarmi dal quinto piano, dalla mia casa, in cui tutte le camere mi fanno male, ma l’angelo all’ultimo momento mi salva sempre, mi tira indietro, come dal quinto piano voleva buttarsi il mio dottor Franz Kafka, dalla Maison Oppelt».

Si è fatto seppellire in una cassa di quercia con sopra inciso il nome di una fabbrica di birra. Era il luogo dove sua madre aveva conosciuto l’uomo che avrebbe fatto da padre adottivo al piccolo Bohumil. Ma è anche l’estrema burla praghese con cui Hrabal si congeda dal mondo – dopo aver raccolto dal fondo della strada l’ultima perlina sporca di fuliggine.

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Bruno Ventavoli su Tuttolibri

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Bruno Ventavoli su Tuttolibri

Bohumil Hrabal. Un genio troppo rumoroso

Eccola lì, la provocazione in forma di refuso che ha reso leggendario Hrabal. Si legge in fondo a La morte del signor Baltisberger, che racconta un pomeriggio motociclistico a Brno, nel 1956. Durante la corsa delle 250 Hans Baltisberger, come davvero successe, ha un incidente mortale. La sua moto, Nsu Sport-Max, viene coperta da un telo come il corpo dello sfortunato pilota. Il buon Bohumil, che se ne infischiava del potere e dei suoi mostri sacri, aggiunse una «r». E scrivere che Ma(r)x giace cadavere in un fosso poteva essere pericoloso anche se a Praga cominciava a tirar una lieve aria di «primavera». La casa editrice se ne accorse in ritardo e costrinse sette solerti ragazze a cancellare a mano quella «r» malandrina, con un puntino di penna su tutte le copie già stampate. Lui se la rideva e si vantava della bravata in birreria (e poi nel libro Spazi vuoti). Fu con quella beffa, e con altri racconti di degna iconoclastia, che Hrabal debuttò nel panorama letterario praghese. E che per la prima volta, ora, escono in italiano, tradotti da Laura Angeloni, con dotta postfazione di Alessandro Catalano.

Il titolo, La perlina sul fondo, allude a quella gemma preziosa di umanità che brilla negli abissi di ogni essere, anche il più reietto, anche il meno fedele alla linea. Fannulloni, sabotatori, mascalzoni sbruffoni, piccoli fantasticatori, svitati, parassiti (li definiva Ripellino). Quei tipi che nel capitalismo sono la manifesta conseguenza dell’alienazione. Ma che nel paradiso dei lavoratori diventati padroni dei mezzi di produzione, e quindi di se stessi, non possono esistere, perché sarebbero un ossimoro, la dimostrazione che il marxismo fa cilecca. Hrabal invece non solo li incontrava nelle birrerie, nei parchi, ovunque si potesse sbevazzare e «stramparlare», ma li trasformava in (anti) eroi simpaticissimi del sottobosco praghese.

Anche se le maglie della censura si erano allentate dopo la morte di Stalin e la denuncia dei suoi crimini, la reazione della critica fu dura. Estenuanti, le trattative con l’editore per smussare toni e situazioni. Dopo la pubblicazione arrivarono a decine le lettere di proletari indignati. A quel tempo (meraviglia!) gli haters erano costretti a spargere la loro bile sulla carta e con la penna. Ma i toni non erano granché differenti dagli odierni post sul web. «Sporco maiale, quando la smetterai di avvelenare le anime umane con le tue perversioni disgustose!». «Sulla forca!, La letteratura è un letamaio, un allevamento per la produzione in serie di perversi assassini bestiali». La sua colpa era raccontare la «realtà» non il «realismo» socialista. Praga vera, per niente magica. Bordelli, bische clandestine, acciaierie dove si cazzeggia invece di imitare il compagno stakhanov, piloti di tram che abbandonano il mezzo per bere un caffè e lo lasciano girare pericolosamente senza guida al capolinea.

Nel ’63, quando il libro uscì, Hrabal era già abbastanza attempato. 49 anni. Non aveva mai pubblicato nulla, a parte qualcosina in samizdat, eppure, sempre per quelle meravigliose contraddizioni del socialismo reale, era stipendiato per fare lo scrittore. Prima, però, aveva inchiodato rotaie, fatto il capostazione, offerto polizze assicurative, era stato commesso viaggiatore, operaio, macchinista teatrale. Perché voleva «sporcarsi» con la gente comune per raccontarla meglio.

Fu anche, imballatore di carta da macero. Da cui nacque il meraviglioso Una solitudine troppo rumorosa. L’Haňťa, che lavorava alle presse e, involontariamente, si istruiva con Nietzsche, Goethe, trattati di micologia, compare già qui, nel racconto Il barone di Münchhausen, e corteggia tutte le donne che incontra regalando romanzi rosa salvati dal macero. Fa impazzire il suo principale. E con il candore saggio dei paria spiega cos’è che manda a ramengo la società totalitaria e rende la burocrazia un mostro potentissimo. «Sa signor capo, a volte abbiamo solo bisogno di sentire di aver un potere sugli altri. Non dev’essere un potere eccessivo, ma un pochino, giusto per fargli abbassare un po’ la cresta». Era per questo che qualunque burocrate, funzionario, graduato, stellato, falcemartellato, con un sadismo tanto inutile, quanto deleterio rendeva ogni cosa un’avventura kafkiana (il Franz del Processo, con Hasek, si colloca nello stesso filone di Hrabal).

Hrabal sapeva esattamente quanti gradini bisogna scendere o salire per accedere a tutte le birrerie di Praga; come è bello sfrecciare in motocicletta e provocare incidenti; giocare a rugby e fare il tifo ai derby Sparta-Slavia; abbracciare le donne con seni grandi. Insomma raccontava la vita normale, che non può e non vuole essere redenta dal partito perché ci pensa da sola a redimersi con un boccale di birra o una bigliettaia con il rossetto sulle labbra. E soprattutto insegnava che il potere, qualunque esso sia, si scioglie di fronte all’assurdo come burro al sole. Prendete quel ragazzo che si chiamava Gangala.

«Quanto fa tre più tre?», gli ha chiesto un giorno il maestro. E Gangala ha risposto sette. Si è beccato un paio di sberle e di nuovo: «Quanto fa tre più tre?», e lui di nuovo sette. E tutta la classe ha dovuto fustigarlo a turno con la verga… e: «quanto fa tre più tre»? e sempre sette. Gangala sembrava così sicuro di sé che il maestro è andato di corsa nella sala professori a contare col pallottoliere. E ha continuato a chiudersi lì dentro per tutto l’anno e alla fine dubitava persino del pallottoliere. Ed è finita che Gangala e quella semplice addizione lo hanno fatto impazzire».

Hrabal se ne andò nel ’97 cadendo da una finestra del quinto piano. Secondo la versione ufficiale si era sporto troppo per cibare i piccioni, come un protagonista di qualche suo libro. E ne scrisse di meravigliosi, (Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, Treni strettamente sorvegliati, Ho servito il re d’Inghilterra…). Leggetelo e rileggetelo. E capirete che nulla va preso sul serio. Perché su questa umana terra non è affatto vero che 3+3 non faccia sette. Né tantomeno che la scienza sappia come debellare un minuscolo virus.

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Bohumil Hrabal
LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Gaetano Moraca su Style del Corriere

LA PERLINA SUL FONDO – recensione di Gaetano Moraca su Style del Corriere

Tradotto finalmente in italiano grazie a Miraggi esce il libro d’esordio di Bohumil Hrabal, il maggiore scrittore ceco della seconda metà del Novecento. Vissuto facendo mille umili mestieri, ampiamente testimoniati nella sua opera, Hrabal pubblica La perlina sul fondo a 49 anni, nel 1963. Nello spettro dell’interesse dello scrittore rientrano le persone bastonate, quelle che appaiono sbruffone perché preferiscono nascondersi dietro un atteggiamento spavaldo piuttosto che mostrare i propri sentimenti, la gente che macina slang contribuendo alla formazione di una lingua nuova. Hrabal riesce a coglierne l’essenza, la perlina celata in ognuno di essi. In questa prima raccolta di racconti si trova tutta l’umanità dei bassifondi e dei margini che l’autore ceco investigherà nell’opera successiva.