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“Il lago”: la recensione su La Nuova Sardegna

“Il lago”: la recensione su La Nuova Sardegna

La storia narrata dalla scrittrice ceca Bianca Bellovà è quella di un ragazzino, orfano, allevato dai nonni in un piccolo villaggio sulle rive di un grande lago nel cui si specchio si riconosce la vicenda del lago Aral, una delle più grandi catastrofi ambientali del pianeta. La morte improvvisa dei nonni spinge il piccolo protagonista, Nami, a partire dalla ricerca della mamma che è convinto sia ancora viva. Un viaggio epico in un mondo duro e surreale che forgerà il carattere del giovane. Un romanzo ricchissimo a metà tra il racconto di formazione e la fiaba gotica.

“Il lago”: la recensione di Gianfranco Franchi su mangialibri.com

“Il lago”: la recensione di Gianfranco Franchi su mangialibri.com

Boros è un paesotto poggiato su un lago. Il lago è la ragione di vita del paese. Dalle parti del lago c’è un allevamento di storioni, e poco oltre c’è una fabbrichetta, per la lavorazione del pesce. Nel paese c’è una strada principale, la chiamano Via dei Pescatori, puntinata da casupole di uno o due piani, in muratura. Alla fine della via ci stanno un chiosco con le aringhe e un altro coi semi di girasoli. In una di quelle casette sta il piccolo Nami. Sta crescendo coi suoi nonni. Di suo padre non c’è traccia, di suo padre nessuno parla. Di sua madre nemmeno l’ombra, i nonni non vogliono dire niente – ma qualcosa della madre Nami se la ricorda. Si ricorda qualcosa di quando era piccolissimo, si ricorda che una volta aveva un costume rosso e lo consolava mentre stava male con lo stomaco. Se ne ricorda abbastanza per rifiutare l’idea che sia morta. Se n’è andata, chissà dove, tanto tanto tempo fa. Sua nonna ha fianchi ampi e ossuti e una pancia morbida morbida. Su quella pancetta Nami spesso s’addormenta, e allora la nonna gli accarezza i capelli e gli racconta le storie. Le storie dello Spirito del Lago e dei guerrieri dell’Orda d’Oro, che dormono da un pezzo sulla rupe di Kolos e aspettano che un grande guerriero torni a svegliarli. “Sono io il grande guerriero?”, si domanda Nami. “Sì, piccolo”, risponde sempre la nonna. “Sarà la provvidenza a mostrarti la strada”. A quel punto Nami s’addormenta tranquillo. Per quanto tranquillo puoi essere quando cresci senza mamma, si capisce. Ogni tanto, al mattino, si sveglia col sole che batte sul letto. Se si siede sul letto, può vedere il lago. Poi un giorno il nonno prende la barca, con altri pescatori, e si ritrova disperso, nel lago, e non torna più indietro. E la nonna fa tanta fatica in più a crescere quel bambino. E quando Nami è adolescente capisce bene che c’è qualcuno che tende a chiamarlo “figlio di puttana”, ed è tanto dolce quando un giorno una signora gli dice che sua mamma invece era meravigliosa, che sembrava di porcellana, e che non sa proprio cosa possa esserle capitato, magari se ne è andata in città, lontana dal lago, perché tutti se ne vanno in città. “Dovresti andartene da qui, finché puoi”…

Il lago, nelle parole della traduttrice, Laura Angeloni, “è un romanzo di ferite e cicatrizzazioni, perdite e riscatti, brutalità e tenerezza”. È un lavoro profondamente simbolico, probabilmente più psicanalitico che onirico; è narrativa che gioca su due piani, uno di ricerca pura della verità, un altro di scandaglio dell’inconscio. È un libro che descrive un lago che s’ammala, per via della stupidità e dello sfruttamento dell’uomo, e nel tempo si vuota, si fa come deserto di vita; e intanto è la storia d’un bambino che diventa uomo, e per diventare uomo deve superare una formazione dal retrogusto iniziatico; deve accettare che i russi si prendano il suo primo amore, sfregiandolo, e deve accettare che suo padre e sua madre siano persone con una storia e caratteristiche di un certo genere, lontanissime dai suoi sogni di bambino. Deve accettare la loro storia e rispettarne l’essenza, e l’epilogo – deve essere superiore alla sua gente, che ha profanato il lago perché ha perduto il senso della misura, e del limite. E dallo spirito del lago è stata punita; e dal lago non potrà che essere rifiutata, peggio dei soldati russi. L’opera, già tradotta in quindici lingue a soli due anni di distanza dalla prima pubblicazione, è stata salutata dal “Premio dell’Unione Europea per la Letteratura” [2017] e dal prestigioso “Premio Magnesia Litera”, in patria. L’artista, Bianca Bellová, classe 1970, era sin qua inedita in Italia; in bandella troviamo traccia della sua bibliografia: ha esordito nel 2009 con Sentimentální román (Romanzo sentimentale), seguito a ruota, due anni più tardi, nel 2011, da Mrtvý muž (L’uomo morto). Quindi, nel 2013, Celý den se nic nestane (Non succede niente tutto il giorno) e nel 2016 il nostro Jezero (Il lago). A livello editoriale, il libro è felicemente e naturalmente posizionato: si tratta della seconda uscita della fascinosa collana NováVlna, “onda nuova” consacrata alla letteratura ceca, diretta da Alessandro De Vito, anima italo-ceca della Miraggi Edizioni di Torino; la collana intende affiancare recuperi di testi ingiustamente dimenticati ad altri di recente pubblicazione, puntando, qua e là, a restituirci lavori “incredibilmente mai giunti al pubblico italiano”. Il ministero della Cultura della Repubblica Ceca ha dato opportuno sostegno alla traduzione e alla pubblicazione dell’opera.

“Il lago”: la recensione su La Nuova Sardegna

“Il lago”: la recensione di Francesca Maccani su giudittalegge.it

A Palermo la scorsa settimana c’è stata una fiera del libro molto particolare: Una Marina di libri, nella splendida cornice dell’orto botanico. Passeggiando fra gli stand ho conosciuto Fabio di Miraggi edizioni che mi ha parlato benissimo di ” Il lago” (traduzione di Laura Angeloni) dalla copertina bianca e rossa.
Bianca Bellová è considerata una delle più talentuose autrici della Repubblica Ceca.
Quando mi capita fra le mani un gran bel lavoro, in genere lo capisco fin dalle prime pagine.
Così è stato per questo libro.

“Il Lago” è un romanzo incredibile. È la storia di Nami, un ragazzino che viene cresciuto dai nonni e che si trova ad affrontare mille peripezie. Patisce fame e freddo e gliene capitano di tutti i colori.
Ma lui resiste.
E alla fine la sua tenacia viene premiata.
Nella sua ricerca mai paga dei genitori, passa attraverso un doloroso percorso di affrancamento e, suo malgrado, si scontra con un epilogo brutale. Quello del regime che in cerca di capri espiatori, insabbia le scomode verità e sacrifica i più deboli.
Sullo sfondo profumi e colori della campagna che sa di povertà, essenziale ma rassicurante.
Nami dopo la scomparsa dei nonni resta solo, viene picchiato e maltrattato da un sinistro personaggio che occupa con la sua famiglia la sua casa e che dovrebbe tutelarlo.
Il ragazzo si innamora della compagna Zaza, la quale una sera subisce violenza da due soldati russi.
Nami assiste allo stupro, salvo poi fuggire.
Il suo peregrinare è un continuo allontanarsi dai ricordi e dal dolore, unito alla spasmodica ricerca delle sue radici.
Nami lascia il villaggio natio e si avventura oltre l’amato/odiato specchio d’acqua.
Il lago, presenza che la popolazione locale personifica, diviene una sorta di totem o meglio di altare sacrificale al cui spirito le genti del posto fanno offerte e pagano tributi.
In questo lago il protagonista, a 3 anni rischia di affogare, a fine romanzo invece ci si immerge consapevolmente in una sorta di rito battesimale, chiudendo un cerchio che era rimasto aperto.

Un libro intenso, che ti afferra per il bavero e ti costringe ad aprire gli occhi sulle atrocità della politica e le nefandezze del regime sovietico.
Una penna pulita e impeccabile quella della Bellova.
Una prosa asciutta, spietata e marziale.
Da leggere assolutamente.
Per chi ama la qualità.

Lo consiglio a occhi chiusi perché merita davvero molto!

Francesca Maccani

 

NováVlna, una nuova collana per riscoprire i capolavori della letteratura ceca: le recensione di Lorenzo Mazzoni su ilfattoquotidiano.it

NováVlna, una nuova collana per riscoprire i capolavori della letteratura ceca: le recensione di Lorenzo Mazzoni su ilfattoquotidiano.it

NováVlna è il nome dato alla Nouvelle vague cinematografica ceca ai tempi della Primavera di Praga. Un nome appropriato per questa nuova bella collana di Miraggi edizioni, curata da Alessandro De Vito e Laura Angeloni, che vuole far conoscere in Italia le opere di autori cechi inediti nel nostro Paese e altri ingiustamente dimenticati dall’onda quasi mai anomala dello sconfortante mainstream editoriale.
La collana ha iniziato con il piede giusto, sono stati pubblicati due testi straordinari: Il lago di Bianca Bellova (traduzione di Laura Angeloni) e Volevo uccidere J.-L. Godard diJan Nĕmec (traduzione di Alessandro De Vito).

Il lago è, dal mio punto di vista, un autentico capolavoro. Ritmo perfetto, nodi narrativi dosati nei punti giusti, un climax che stravolge completamente la percezione che si fa chiunque sfogli il romanzo, una collocazione geografica inedita e struggente, liquida e grigia come il lago che fa da cornice e coprotagonista alle vicende di Nami, il bambino che diventa uomo e deve continuamente inventarsi la vita e trovare una propria strada.
Come i Balcani immaginari di Zagreb di Arturo Robertazzi o Sniper di Pavel Hak, come l’Ungheria stregata di Ágota Kristóf, Bianca Bellova scrive una storia che affonda gli artigli nella dura realtà di un Paese dell’ex sfera sovietica. Il lago d’Aral, che non viene mai menzionato, tanto che il lettore si chiede continuamente se la vicenda si stia svolgendo in Uzbekistan o in Kazakistan – ma forse il lago non è nemmeno quello e di esso si riprende la tragedia del prosciugamento per colpa di politiche dissennate – è il luogo dove cresce Nami, nella casa dei nonni.
Si tratta di un piccolo villaggio che sopravvive grazie alla pesca. Ma poi i pesci muoiono e i pescatori soccombono allo Spirito del Lago. Rimasto solo, il ragazzino, parte per la capitale dove farà i lavori più disparati, mentre l’acqua del bacino – che ai tempi della sua infanzia ondeggiava tra il turchese e lo smeraldo – è ormai fango putrefatto e opalescente. Rami trasporta zolfo, stende catrame, diventa maggiordomo di un nuovo arricchito modaiolo post-comunista, si fa coccolare da una vecchia nobile decadente. Sempre alla ricerca di una madre perduta, sempre più in profondità nelle bestialità umane e negli orrori che il progresso è in grado di infliggere. L’eco dello Spirito del Lago rimane il richiamo costante, la colonna sonora di questo stupefacente romanzo con un finale altrettanto stupefacente.

Volevo uccidere J.-L. Godard ha tutt’altro ritmo e struttura narrativa. Jan Nĕmec, uno dei più importanti registi cinematografici cechi del Novecento, definito l’enfant terrible della NováVlna, tesse un romanzo a episodi. Racconti scritti tra i primi anni Settanta e gli anni Novanta. Il filo si dipana cronologicamente a partire dalla Praga staliniana dell’elettroshock per i deviati sociali, passa per il jazz d’Oltrecortina, analizza in modo originale e dissacrante gli avvenimenti che hanno preceduto, accompagnato e suonato il requiem alla Primavera di Praga, fino a giungere alla fuga nei “liberi” Stati Uniti dove il narratore si troverà a vivere di stenti.
Autoironico, feroce, sarcastico, rabbioso e geniale, Jan Nĕmec riesce a parlare di un’intera epoca – e dei personaggi incredibili che l’hanno popolata – prendendo spunto dalle sue vicende personali. Critico e violentemente derisorio nei confronti del ’68 occidentale (esemplare il racconto Cannes 1968. La verità su quello che accadde, quando il regista e i colleghi cechi Milos Forman e Jiří Menzel erano in lizza per la Palma d’Oro e il festival venne interrotto da Godard e dagli altri intellettuali barricaderi) e dei suoi miti, prepotentemente coinvolto in diatribe sessuali e alcoliche, tenero e sprezzante nei confronti degli amici, l’autore scrive un libro fatto di tanti potenziali soggetti cinematografici. Un vero piacere leggerli.

Due testi riusciti, due coraggiosi manifesti di buona letteratura. Auguro un grande successo a NováVlna e ai suoi curatori. E non vedo l’ora che vengano pubblicati altri titoli.

Lorenzo Mazzoni