I più, penso, resteranno lì, non vedranno altro oltre l’insolente insolazione della ‘denuncia’, al sole del ‘neorelismo’ di facciata, che sfacciati. Insomma, la scrittrice dei drogati, della periferia di Siracusa, che è poi anima di catrame, l’isolamento dell’uomo, catabasi, catarsi, etc. etc. Sarebbe come considerare Il processo di Kafka un legal thriller e Moby Dick un baldo romanzo d’avventure a bordo di baleniera e l’Ulisse di Joyce una guida turistica della città di Dublino, che idiozia. Con Mazzarrona (Miraggi Edizioni, 2019) Veronica Tomassini – già autrice di libri importanti, cito solo Sangue di cane e L’altro addio – va al di là del gergo linguistico di Altri libertini, è in esilio dalla ‘denuncia’ – propria dei burocrati della provvidenza, dei puri di cuore – redige l’implacabile epica dei rimpianti, dei persi senza pianto, dei tossici, degli indifesi, degli indegni, degli indimenticabili dannati senza aura, senza beneficio di pietà (senti qua: “I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera”). Ci sono tante frasi da sottolineare e una bellezza così candida – del candore che si ottiene soltanto dopo il massacro – in questo romanzo, lo prendi ed è come se un pezzo d’ombra e un pezzo di sole fossero conficcati sotto i mignoli, a spalpebrare il senso del tatto. Ma non è questo. Veronica Tomassini scrive facendo scempio di sé, come i pittori d’icone che murano la propria vita nel carcere del Volto – per Veronica, ogni volta, scrivere è sudario, pazienza, perdizione – si scuoia per dare grammatica di fiamme al nostro caos. Ne parlo, è certo, con un giudizio sghembo, di Veronica, perché ho il privilegio di dialogare con lei, fino a sfinirci, fino all’ultimo lembo emblematico di fiato. Veronica significa colei che ‘porta la vittoria’, ma il nome, storpiato, ha a che fare con la vera immagine (icona) di Cristo. Il volto è vittoria; lei porta il tuo volto con una grazia indecente. Attraversi Veronica per trovare te stesso – e l’esperienza non è indolore. (d.b.)
Cosa bisogna avere per scrivere, per te: compassione o ferocia? Amore per sé o desideri per gli altri? Necessità di perdersi, definitivamente, o di risorgere, luminosamente?
La compassione è lo sguardo che finisce dove gli altri lo tolgono; la luce che si fa strada dove per tutti ripara l’ombra. L’ombra e non le tenebre. Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi, è la grande lezione russa, il dolore non si ribadisce, lo devi mortificare, ignorare, così lo esalterai nel suo potere di salvezza. È il riso con il suono del singhiozzo, persino, capace di seppellire il lettore nello sgomento e nella tristezza. Il dolore nella pozzanghera mirgorodiana di Gogol’. E alla fine l’uomo risorge, sì. E tuttavia non per questa ragione io sia nobilitata, migliore, dedicata all’altro, no, si può essere creature mostruose, fuori quello sguardo, fuori la scrittura.
Tu sei la santa dei sottosuoli, la regina virginea degli inferi della periferia: con un linguaggio visionario, da apocalisse gnostica, garantisci una consistenza narrativa a quella “loggia di sbandati” che è l’umanità di Mazzarrona. Mi pare, però, che la tua lucidità non preluda a una facile ricerca di ‘riscatto’. Dimmi. Dimmi perché quei luoghi sono la tua materia narrativa.
Racconto solo la mia vita. Tranche de vie. Non so fare altro. Sono finita nei luoghi sbagliati, tra gli imperdonabili, fino ad amarli. Io stessa lo sono, imperdonabile. Sono fuori dal mondo colpevolmente, una brutta copia della Bess di Von Trier de Le onde del destino. Ho letto Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino a nove anni. Mi ha cambiato la vita, forse me l’ha rovinata. Da allora quello sguardo di cui ti dicevo “deragliava”, illuminava i segreti e la laidezza della vita, mi sembrava di averla già conosciuta così marcia e finita a pochi anni. Ero preparatissima, a pochi anni conoscevo già l’abbecedario del tossico. Gropiusstadt, Haus der Mitt, il Sound, David Bowie, il trip, l’acido che devi calare con un succo di ciliegia, Sense of doubt. Era il mio paesaggio a nove anni. Allora ho capito che c’era una verità, dovevo trovarla, non l’ho ancora trovata. Devo capire ancora, non so cosa, quel tossico forse con l’ago infilato nel collo, Riboldi Gino chino sul cesso di un bagno pubblico (In exitu, Testori) o l’altro che muore steso su una panchina. Così è andata. E da adolescente e poi da adulta sono stata fedele a una militanza funesta, una vita in pezzi forse. E invece no, perché poi tutto mi è stato restituito, gloriosamente, tutto è diventato scrittura. Sono diventate parole, quelle parole che a Mazzarrona non si usavano, erano ridicole, troppo lunghe.
Ami dal culmine dell’abbandono, forse perfino in una compiaciuta estremità ed eresia. Il narcisismo dei perduti. È così? Contestami.
Sì, amo dal culmine dell’abbandono. L’amore è il grande assente. Il narcisismo dei perduti: mi piace. Mi sta bene. Ma devo essere perdonata e voglio solo perdonare in fondo, così sopravvivo.
C’è più denuncia sociale, rivolta civica o atto sacro, liturgia dell’amare e dell’accettare nel tuo romanzo, nelle tue intenzioni?
No, non c’è una denuncia sociale, mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa. Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così.
“Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”: che cosa significa?
Eroinomani, creature esangui. Erano la negazione della vita, una provocazione, un parto cieco. Frequentare eroinomani, sentir parlare solo di ‘roba’, di overdose, spade, rota, Aids, mi aveva fatto ammalare. Frequentare l’ignoranza che per me equivale a una volgarità morale, una volgarità tout court. Mi aveva fatto ammalare. Dimagrivo, avevo smesso di mangiare, non del tutto però. Non vedevo altro, solo questo orizzonte, pesto, greve. Solo la morte. Non c’era leggerezza. Era un castigo.
Da dove arriva questo tuo linguaggio che brucia i cliché di certa narrativa contemporanea, che affila il coltello con cui ti punisci? Che cosa leggi, intendo? Che cosa ti piace leggere, dell’oggi?
Oggi leggo solo testi sacri o classici dello spirito. Ho amato molto i russi, il neorealismo, alcuni autori americani, ma se vai a vedere scopri che sono poi russi o giù di lì, tipo Saul Bellow (origini lituane).
Ora cosa ti attendi? Lo Strega, un nuovo libro, uno che ti porti via da tutto bruciando i ponti, niente, tutto?
Uno che mi porti via da tutto, bruciando i ponti.
Qui l’articolo originale: http://www.pangea.news/sono-stata-fedele-a-una-militanza-funesta-fino-a-strapparsi-le-ossa-verbali-con-veronica-tomassini



Duttile, spietata e demistificatrice è, appunto, la scrittura di Veronica Tomassini. E aggiungerei straziante, limpida, commovente, insolente, vorticosa. Linearità e irregolarità sono i contrasti del linguaggio di Tomassini, mimesi di quell’impasto di purezza e marciume che è Mazzarrona. L’antitesi è tanto nella storia (non si può redimere l’irredimibile né si può sfuggire alla circolarità del destino, dentro o fuori Mazzarrona) quanto nella scrittura che innesta nel vortice delle analogie le tracce di vita “Torpori lontani, simili a bisbigli. Romina non faceva tante storie come me, non so come facesse a sopportarmi così piagnucolosa. Sedevo sopra la gomma di automobile nel cortile di Mazzarrona, guardavo i soliti brutti visi, torvi e diffidenti, presi dai loro impicci, mai a guardare su il cielo che non smetteva di tuonare con la sua bellezza una possibilità diversa di esser felici o di esistere”. Tocca alla scrittura ricucire i contrasti, ridefinire gli orli sdruciti dell’esistenza. Allora accade che Mazzarrona sia spazio di movimento e di memoria e nello stesso tempo simulacro dell’io narrante; accade che la ragazzina ossuta e dagli occhi di gatto cangianti nei giorni di pioggia trovi le parole, prima nei libri degli altri poi nei suoi, e magari il segreto dello slang di Mazzarrona “mai capito il dialetto, maledizione, il mio stupido accento anonimo era la ragione che mi impediva di essere a parte di un segreto, di essere dentro veramente le cose, le complicità”. La complicità: forse è qui il punto d’arrivo (se un approdo è necessario) di “Mazzarrona”. La complicità con il passato vuol dire appropriarsi della parola, unico espediente per ritornare e riconoscersi. “E questo succedeva con la scrittura, rendeva me migliore, gli altri, le cose. Non riconoscevo alcun potere in essa, non ancora, la scrittura era nascosta segretamente nei giorni che avanzavano a Mazzarrona, nel silenzio della mia stanza, nei rimpianti dei pochi desideri”. Parola che ingurgita cose e personaggi e li rigetta in pagine limpide e prive di svenevoli intimismi, come raramente capita di leggere. È un errore vedere nel romanzo di Veronica Tomassini, che avrebbe ben figurato nella dozzina dei finalisti del premio Strega di quest’anno, solo una storia di emarginazione o la narrazione di un milieu senza scampo, sebbene sia il quartiere di Siracusa, in questi giorni al centro di un progetto di riqualificazione finanziato da Renzo Piano, il centro del romanzo. Ma è un centro in fuga. Verso almeno quattro stupendi e laceranti camei di personaggi, delle loro paure e dei loro disgraziati sogni. Verso la scrittura, che forse non salva ma anche sì. Se ogni luogo fisico o mentale che la parola trattiene non sia abisso ma luce “Una sera, sulla punta dell’abisso, a Mazzarrona, vidi una luce lontana, era un faro alla fine dei tempi, lampeggiava per me, mi aveva avvertito, nell’alternanza del suo chiarore, così sarebbe stato tutto molto breve, ora l’una ora l’altra riva, del bene e del male. Come la luce e la notte. Come ogni opposto.”
La scheda del libro