Perché tutto dovrebbe essere migliore: l’intervista con Alessandra Perna

Perché tutto dovrebbe essere migliore: l’intervista con Alessandra Perna

Tutto dovrebbe essere migliore” è il titolo con cui Alessandra Perna debutta con Miraggi Edizioni nella collana Golem. Trentatré racconti che farebbero pensare alla musica: Alessandra scriveva i testi, suonava il basso e cantava con i Luminal, “un gruppo art-punk, se fossimo stati negli Usa”, osserva lei. Trentatré come un 33 giri, per chi ormai ha una certa età. Ma è niente di tutto questo: “È assolutamente casuale, avrebbero dovuto essere 30 poi sono diventati 33. Ma è invece vero come io sia personalmente appassionata di numeri, mi piace ragionarci sopra. Mi è capitato l’altro giorno col numero 2, io sono nata il 2 febbraio. Metti insieme il caso, la fortuna, alla fine vedi che certe cose corrispondono, che si arriva a una vaga idea della realtà”.

Perché ha scelto i racconti?
“Perché è sempre stata la forma che ho utilizzato. Mi piacciono la sintesi, la brevità: scrivevo e scrivo canzoni. Il racconto mi fa esprimere bene quanto voglio dire. Pensavo a una storia, la immaginavo dall’inizio alla fine. E tutto si compie. Questa con Miraggi è la mia seconda raccolta, la prima è uscita con un altro editore e si chiamava “Non farti fregare di nuovo”. Ho impiegato anni per completarla perché volevo imparare a scrivere, e a scrivere bene. Per questo ho letto tutto il possibile. “Tutto dovrebbe essere migliore” è invece nato e scritto nel giro di un anno perché avevo deciso di chiudere con i racconti. Sto provando con il romanzo e penso di essere sulla buona strada”.

E perché questo titolo?
“C’è un filo conduttore, con un doppio motivo. Il primo: ho passato l’ultimo anno e mezzo alle prese con una brutta malattia psichiatrica. Io di solito sono molto forte, ho sempre fatto quello che volevo. Questa malattia mi ha spezzato le gambe, per la prima volta nella mia vita ho avuto paura. Passavo il tempo a domandarmi: “Che cosa sono diventata?” E sempre mi ripetevo: “Tutto dovrebbe essere migliore”, per tornare a rimettermi in carreggiata. Il secondo motivo è invece legato all’interazione con le persone, soprattutto con gli sconosciuti: quelli che incontri sui mezzi pubblici, che incroci in un locale o per strada. Ti capita di parlargli, ti dicono delle cose, anche senza un perché. Ecco per curarmi, oltre ai farmaci, mi sono fatta ispirare da queste persone”.

Nei racconti ritornano spesso la quotidianità e la fragilità.
“Sono l’una legata all’altra. In questo paese è difficile essere “diversi”. Anche dire semplicemente che suoni oppure scrivi. Manca una sensibilità nei confronti di quelli che vengono concepiti come comportamenti non comuni, manca a cominciare dai tuoi coetanei. Non rientri nelle caratteristiche che vengono codificate dalla società, negli stereotipi. Per quello che facevo ero considerata la pecora nera della famiglia: “Sì, scrivi, ma poi trovati in lavoro serio…”. Mi sentivo attaccata anche in maniera violenta. Era come trovarsi in film di Monicelli: dietro l’apparenza, dietro la patina piccolo borghese c’era altro. Mi sono difesa con l’arte”.

E il libro ne è stata una conseguenza.
“Rispondo con una frase che mi piace molto: “Ci sono persone che vincono, ci sono persone che perdono e ci sono persone che resistono, dei combattenti”. Io mi sento una combattente. Dopo quello che ho passato pensavo di non essere più capace a fare niente. Pubblicare un libro ti dà invece fiducia, capisci di saper ancora combinare qualcosa. Un anno fa ero chiusa in casa con pensieri catastrofici, oggi è tutto diverso. In positivo. Non che vada tutto va bene, ma ci stiamo lavorando…”.

Quale racconto sente più vicino?
“Quello ispirato a una persona che amo molto e che sintetizza il mio ultimo anno. Parla di una coppia che vive in un appartamento, lui esce tutte le notti e lei non sa perché, fino a quando l’uomo non le dice: “La prosa non è un urlo ma disciplina”. E spiega che tutte le notti si siede su una panchina, fissando una finestra a caso. Quando uno accende la luce, lui si sente pronto a scrivere: “Impari cosa sia la pazienza”, le dice. Ed esce. La donna accende la luce, va sul balcone e vede che lui è lì fuori, che la sta osservando”.

Ed è quello che le è capitato?
“Scrivere è un’azione solitaria ma quando qualcuno ti dà fiducia le cose migliorano. È il senso di una citazione di Stephen King. Mi sentivo sola, questa persona ha sempre creduto in me anche quando stavo male: è diventata la mia fonte di ispirazione personale”.

 

Perché tutto dovrebbe essere migliore: l’intervista con Alessandra Perna

“Tutto dovrebbe essere migliore”: il racconto-intervista di Alessandra Perna su italiansbookitbetter.wordpress.com

Il percorso per la felicità è costellato di paure, angosce e un bel po’ di buio.

Che poi cosa sarebbe sta felicità?

Credo abbia a che fare con l’essere liberamente se stessi. Non è cedere a chi ti vuole nascosto, non è inseguire un ideale imposto che non senti tuo, non è cancellare timori e debolezze, non è aver paura del dolore. È imparare a stare soli, è far cadere le nostre barriere solo quando siamo pronti, è essere diversi senza sentirsi sbagliati, è correre per sentire il proprio corpo vivo, è leggere le storie negli occhi degli altri, è cercare qualcuno in un posto sconosciuto per fargli sentire che ci sei. È essere vivi magari incasinati ma liberi di scegliere la propria strada verso la libertà. È l’incontro più difficile da realizzare: quello con sé stessi.

I trentatré racconti di “Tutto dovrebbe essere migliore” di Alessandra Perna (Miraggi edizioni) sono tutto questo e molto di più. Sono le tracce di una colonna sonora che accompagna chi sta per spiccare il volo.

Mi sono fatta raccontare da Alessandra quali sono i libri e la musica che hanno ispirato il suo libro.

La cosa che più mi ha colpito della musica di Salmo, oltre ai beat grassi e ad un flow stupendo, è l’assenza del concetto di perdono: le cose peggiori e migliori si pensano e si fanno senza nessuna retorica. Forse è per questo che ti apre la testa come se ci fosse appena esplosa una bomba dentro.

“Ogni maledetto giorno” di Mostro è un disco dalle emozioni forti, vissute senza mezza termini. Ero viva solo mentre scrivevo, ma fra un racconto e un altro non rimaneva nulla, e questo mi spaventava a morte. Mi ricordo che lo ascoltavo mentre camminavo, e avevo la sensazione che qualcuno cercasse di spingermi in avanti.

Ho ricordi vaghi della stesura di questo libro, mi ricordo che per lunghi giorni era difficile anche alzarmi dal letto. Mi ricordo che ascoltavo hip hop mentre stava esplodendo, e mi ricordo che ad un certo punto mi apparse davanti agli occhi Happy Days di Ghali. Non so perché ma l’ascolto di quel disco è legato a quelle poche cose belle che avevo in quei giorni: l’odore della coperta del letto dove mi nascondevo, l’odore del caffè che mi preparavano, la luce che entrava dalla porta d’ingresso, una sigaretta fumata sotto il sole del giardino.

La Trilogia di K. è un libro glaciale. I due personaggi principali t’insegnano ad uccidere tutto ciò che è superfluo nella vita: piangere, soffrire, spaventarsi, stancarsi. La storia ti spezza il cuore: tu non puoi far altro che accettare che sia così e basta. La prosa è perfetta, non c’è mai una parola in più o in meno. Mi sono rivista in quei due gemelli che cercano in tutti i modi di non soffrire, stringendo i denti e ignorando il sapore del sangue fra le gengive.

Il mago di Earthsea di Ursula Le Guin è un personaggio dolcissimo, furioso e pieno di ambizione, ma anche gentile e intelligente. Nella saga di Terra Mare impara a capire cosa sia il male, e impara che ci vuole grande pazienza per saper gestire la propria forza. È un personaggio che mi ha letteralmente abbracciato in un momento in cui volevo solo che qualcuno mi stringesse a sé.

La danza della realtà di Jodorowsky è uno di quei libri che hanno la capacità di cambiare i meccanismi del cuore. Ci sono troppe cose che interpretiamo in maniera sbagliata, affidandoci all’intelletto senza tener conto dell’istinto e dell’intuito. Ci insegnano a vivere in un certo modo, ma non è detto che quel modo sia adatto a noi: ecco perché dobbiamo imparare a spezzare quei meccanismi imparando a vivere secondo le nostre regole. Anche il suo film, “Poesia senza fine” racconta questo: non siamo colpevoli di vivere come vogliamo.