IL LAGO di Bianca Bellová – recensione di Chiara Meistro su Exlibris20

IL LAGO di Bianca Bellová – recensione di Chiara Meistro su Exlibris20

NAMI E IL LAGO
Summer lovers #20

Prima di iniziare a leggere Il lago di Bianca Bellová, è utile soffermarsi sulle considerazioni della traduttrice Laura Angeloni, riportate sui risvolti di copertina. Sono parole vibranti, cariche di emozione, capaci di preannunciare gli stessi stati d’animo che vivrà il lettore non appena si addentrerà nelle vicissitudini di Nami, il protagonista del romanzo.

Se Angeloni ricorda i «giorni in cui vai avanti a tradurre fino a notte fonda, perché […] non puoi addormentarti prima di averlo portato in salvo, almeno per ora, almeno per un po’», il lettore si troverà in una situazione del tutto simile. La drammatica progressione di avversità che si abbattono su Nami crea un coinvolgimento emotivo talmente forte da rendere impossibile l’idea di allontanarsene. Non si può far altro che proseguire la lettura, nella speranza che riesca finalmente ad assaporare una felicità piena e inviolabile, o la sicurezza di un legame affettivo duraturo. «Quel bambino, poi adolescente, poi ragazzo, ti viene da prenderlo per mano e non lasciarlo più».

La prima volta che lo si incontra, Nami ha tre anni. È stato portato alla spiaggia del lago che lambisce Boros, il villaggio dove vive insieme ai nonni. Non si tratta di un giorno qualunque: è l’unica volta in cui è presente anche sua madre. Di lei conserva soltanto il nebuloso ricordo dei tre triangoli rossi del bikini, il potere calmante del suo canto e la dolcezza con cui lo ha assistito durante un attacco di vomito conseguente al bagno fatto nel lago.

La tossicità di quelle acque diventa presto evidente. La pelle degli abitanti di Boros viene marchiata con eczemi cronici e cominciano a nascere bambini deformi. I segni di un massiccio inquinamento ambientale permeano l’intera narrazione, con riferimenti puntuali e ricorrenti al disastro dell’Aral; tuttavia, a questi dati di realtà si affianca una dimensione animistica altrettanto pervasiva. Lo Spirito che dimora sul fondo del lago è arrabbiato e sta punendo il villaggio per una colpa che sembra riguardare anche Nami.

Il lago prende la vita di suo nonno durante una tempesta e, in un secondo momento, anche l’esistenza della nonna giunge a termine tra le sue acque. Da questo episodio straziante, in cui si mescolano riti sciamanici e metodi da regime totalitario – si può avvertire l’eco de La fattoria degli animali di George Orwell –, prende avvio il percorso di formazione di Nami, che passa attraverso prove sempre più terribili.

Il presidente del kolchoz si insedia in casa sua, trattandolo alla stregua di un servo. Quando le circostanze peggiorano a tal punto da privarlo di ogni dignità e affetto rimastogli, Nami decide di andarsene da Boros e raggiungere la capitale.

In città, le sue giornate sono scandite dagli insalubri lavori di fatica in cui viene impiegato, mentre nei momenti liberi gira per le strade e i locali pubblici con l’irrealistica speranza di imbattersi in sua madre. Sull’asfalto fresco che deve stendere attorno alla fabbrica di zolfo Nami «disegna di nascosto il suo dolore; le grandi mani della nonna, la curva di un corpo femminile, le galline nel pollaio puzzolente, i tre triangoli».

Non appena lo sfiora un po’ di umanità e tenerezza, arriva una nuova batosta. La Vecchia Vergine inghiotte tutto, lettore incluso. L’impatto della scena è devastante e viene ulteriormente rafforzato dallo stile letterario di Bellová. La sua scrittura scarna, cruda, priva di qualsiasi raffinatezza o eufemismo arriva diretta e lancinante come una coltellata, accordandosi alla perfezione all’andamento narrativo. A questo punto del romanzo, il timore che Nami non sia destinato a trovare pace comincia a profilarsi in modo netto, raggelante.

Quando entra a servizio del losco e facoltoso Johnny, la violenza delle vicende in cui viene coinvolto è talmente estrema da caricarsi di contorni surreali e raggiunge l’apice in quella corsa disperata, zigzagante fino al dorso della collina, dove rotola in cerca di riparo. Bellová, con una maestria letteraria indiscutibile, aveva già mostrato un episodio analogo, quando Nami era ancora a Boros, ma la sua valenza è ora del tutto diversa. Non si tratta più della fuga di un ragazzino impotente e sconfitto dagli eventi; la crescita interiore di Nami è in atto, ormai sta imparando a reagire ai soprusi e a difendersi.

La sua ribellione segna una svolta quasi fiabesca; viene infatti accolto dalla Vecchia dama che, come una fata madrina in piena regola, conosce tutto di lui e lo guida verso una nuova tappa del suo viaggio.

Nello svelamento finale, Bellová riconferma il suo talento: una prefigurazione di quanto sarebbe accaduto era già stata messa davanti agli occhi di Nami, quand’era ancora quel ragazzino di Boros che adesso non esiste più.

La sensazione è che non sia possibile conoscere quale sia davvero la verità. O, forse, una versione non esclude l’altra. Al lettore la scelta. Una cosa è certa: lo Spirito del lago è arrabbiato, e a ragione. Tuttavia, qualcosa può essere ancora recuperato e chissà se non spetterà proprio a Nami un intervento risolutivo.

Chiara Meistro

 

 

Miraggi edizioni sta portando avanti un programma editoriale di pubblicazione e ripubblicazione di autori della Repubblica Ceca, grazie all’interesse e alla cura di Alessandro De Vito.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Nami e il lago

PONTESCURO “La vita spezzata, la ballata triste di Ragagnin” – recensione di Margherita Ingoglia su LuciaLibri

PONTESCURO “La vita spezzata, la ballata triste di Ragagnin” – recensione di Margherita Ingoglia su LuciaLibri

Una vita spezzata, la ballata triste di Ragagnin

Luca Ragagnin

Come un cantastorie Luca Ragagnin scrive una storia dagli echi deandreiani, che restituisce l’eco di un tempo sospeso e la risata degli Ultimi: una ragazza bellissima e chiacchierata, raccontata dal coro greco delle malelingue, e un destino segnato…

«Mi chiamo Dafne Casadio e avrò per sempre ventiquattro anni. Sono morta da sette ore»

Pontescuro (160 pagine, 16 euro) di Luca Ragagnin, edito da Miraggi, con illustrazioni a cura di Enrico Remmert, (qui abbiamo scritto del suo La guerra dei Murazzi) attraverso voci, sentimenti e caratteri dei personaggi, ricama con filo noir una storia di morte e leggenda. Proprio come un cantastorie, un cantautore o forse un puparo capace di mettere in scena soggetti apparentemente privi di anima e sangue, quella raccontata dallo scrittore torinese (qui abbiamo scritto del suo Agenzia Pertica) è una splendida ballata triste dagli echi deandreiani capace di restituire al lettore l’eco di un tempo sospeso e la risata degli Ultimi.

La figlia scandalosa

A Pontescuro poche vicende, e di rado, sopraggiungono per sconvolgere il naturale fluire del tempo, eppure quando qualcosa accade, banale o eccezionale che sia, diviene per tutti il pretesto per discuterne a lungo, aggiungendo o accorciando la trama a discapito del risvolto desiderato, ciascuno a Dio giurando di non proferirne parola con nessuno.

« (…) gli uomini e le donne di Pontescuro avevano bisogno di vedere la sfortuna, la miseria e la stupidità premere sulle spalle di qualcun altro(…).»

Un giorno però, del 1922, la serenità del piccolo paese viene turbata dalla morte della scandalosa figlia del padrone locale, Cosimo Casadio. La giovane, bellissima e assai chiacchierata Dafne, bionda e dall’aspetto luminoso, decisamente fuori luogo per un borgo inghiottito dalla malsana nebbia e soffocato dalle vesti a lutto delle donne che lo abitano, a causa della sua condotta esuberante e scabrosa, troppo presto rimasta orfana di madre, già all’ età di sedici anni, per il coro dalle malelingue del villaggio, diventa la ninfetta che si concede a tutti, “la sgualdrina”. Lei, la Bocca di rosa .

«Dopo pochi mesi (…) il paese incominciò a disprezzarmi dritto negli occhi. E forse, se fossero stati almeno un poco intelligenti, tutti avrebbero capito dall’unico sorriso ebete, che ogni giorno cambiava volto ma non caratteristiche, chi era stato l’ultimo a slacciarsi la cinghia».

Un capro espiatorio?

Quando il suo corpo viene trovato senza vita lungo le sponde del torrente, proprio come la Marinella di De Andrè, nessuno prova rimorso nel puntare il dito contro Ciaccio, lo scemo del villaggio («perché al villaggio lo scemo deve essere maschio») che da qualche tempo, con fare sospetto, ha stretto amicizia con la troppo bella per lui, Dafne Casadio. L’accusa trova tutti concordi nel giudicare il taciturno Ciaccio, unico colpevole dell’atroce delitto. Pensano infatti che l’ingenuo si fosse invaghito della giovane e che, insoddisfatto nell’avere da lei forse solo la compassionevole amicizia, avesse preso con forza ciò che naturalmente non avrebbe mai potuto ottenere. Dunque, in un raptus di follia, l’avesse uccisa.

In questo coro di voci greche intente a ricostruire la vicenda intervengono tutti, anche coloro che a quel delitto non hanno preso parte e che quindi possono solo supporre le dinamiche. La verità però, come spesso accade, è affidata a chi non ha autorevolezza per farla emergere: ai pazzi, agli scemi, alla nebbia.

«Felice di essere una ghiandaia, lo scemo del villaggio e la sgualdrina ribelle. Felice di non avere soldi ma solo corde, stupore e aria, maledetti o compatiti da tutti. Felici di farci scappare il tempo dalle mani e dalle ali senza accorgerci nemmeno il tonfo che fa cadendo per terra».

Tragedia e poesia

Pontescuro di Ravagnin è una storia tragica raccontata col garbo della poesia, il rosso dello scandalo, la primitiva innocenza del bosco, intricato e voluttuoso come Dafne (il cui nome è un chiaro riferimento alla leggenda), la libertà delle ghiandaie e il coraggio degli Ultimi che inconsapevolmente osano sfidare la nebbia, varcare i ponti e andare oltre.

Una vita spezzata, come un paese spezzato necessita di strade per riunire ciò che è rimasto nella nebbia, in sospeso così, durante il cammino, mentre si va incontro al sole, affidare al vento la magia di un’ultima risata.

«Tutto ciò che si smarrisce o si vuole dimenticare, le parole scartate, i passi non compiuti, le scelte non fatte, un giorno emergeranno dalla corda dell’orizzonte e prenderanno il posto del sole».

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Una vita spezzata, la ballata triste di Ragagnin

MAZZARRONA – recensione di Fabio Dell’Armi su Mangialibri

MAZZARRONA – recensione di Fabio Dell’Armi su Mangialibri

MAZZARRONA

AUTORE: Veronica Tomassini

GENERE: Romanzo

EDITORE: Miraggi 2019

ARTICOLO DI: Fabio Dell’Armi

 

“Romina fumava il fumo delle case gialle, che era sempre buono, diceva. Smetteva. Poi riprendeva a fumare. Le promesse non si mantengono. Non a Mazzarrona”. Mazzarrona è un quartiere alla periferia di Siracusa fatto di case popolari, condomini miseri di panni stesi al sole, le case dei Mao Mao e un sentiero irto di cardi, graffi per i polpacci, verso un mare negato che serve solo a fissare un punto lontano. Le baracche con il tetto di eternit dove ci si buca, le fabbriche in lontananza ed una ferrovia che inquieta. Un’Apecar abbandonata, copertoni e una collina di lamiere. Ad attraversarlo c’è una ragazza ed è lei, ormai donna, a raccontare i pomeriggi con Romina, che dell’adulta ha la concretezza e la disillusione amara. E i giorni di scuola persi aspettando Massimo: “Massimo, quando mi amerai?”. Massimo, pallido e gentile che ha un’altra amante che lo divora. La ragazza lo accompagna al Sert o alle case gialle dove si spaccia, oppure alle baracche dove la spada entra in vena e Massimo torna all’abbandono dei suoi sonni apatici. Nei giorni perduti di Mazzarrona la ragazza è in compagnia costante di un senso di inadeguatezza e la disperata rivendicazione di un’assenza indecifrabile. Romina smette di studiare presto per andare a lavorare, lei invece ha il suo liceo, le sue letture adulte e le compagne alla moda dalle quali si tiene in disparte. Ma poi torna sempre a Mazzarrona dove il cielo non è mai azzurro ma solo accecante biancore. È azzurro solo alcune mattine di gennaio, il mese più crudele. “Massimo, quando mi amerai?”…

“Sedevo all’ombra del sicomoro, guardavo il mare. Guardare un punto lontano laggiù verso la fine del mondo sbagliato era la mia giovinezza”. Procedendo con abili manovre cronologiche, alternando marcia avanti e motori indietro, Veronica Tomassini muove l’imponente nave del racconto tra adolescenza e giovinezza come solo un Capitano esperto sa fare. E da Capitano navigato sa benissimo che di parole non ne servono molte: servono solo quelle giuste. E l’autrice le trova tutte, sempre. È per questo che in ogni pagina la narrazione risulta autentica e intensa, arrivando a passi di grande letteratura pervasa di poesia. Senza neanche un fronzolo. Nella lettura riesce a regalarci gli occhi sofferenti della protagonista aiutandoci con le suggestioni di una mente acuta che sa osservare le cose ed un cuore che sa patire. Sapendo, ormai donna, che l’esperienza è quello che rimane quando s’è perso tutto il resto. “Ero ridicola, rivendicavo attenzione, calpestavo gramigna, in un cimitero di eroinomani”. No. La protagonista non è mai ridicola eppure sa trasmetterci quel senso di incertezza e goffaggine che pervade chi ama e rivendica qualcosa che sfugge. Una storia minima come ce ne sono tante in una Mazzarrona come ce ne sono mille diventa un racconto che è difficile non amare profondamente. Bellissimo.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

http://www.mangialibri.com/libri/mazzarrona

 

L’AMORE PUZZA D’ODIO – recensione di Eleonora su Once Upon a Time a Book

L’AMORE PUZZA D’ODIO – recensione di Eleonora su Once Upon a Time a Book

Segnalazione L’Amore Puzza D’Odio di Massimiliano Boschini

E adesso lettori miei voglio parlarvi di L’amore puzza d’odio che è un ossimoro solo apparente: dove l’amore stravolge i sensi e la ragione, l’odio verso l’oggetto amato non è che l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro della luna, un apostrofo nero nel rosa del romanticismo.
È un poemetto d’amore, di poco meno di 100 pagine. Premetto che nel bene e nel male, non è il “solito” libro di poesia, ma mescola musica, fumetti, società.
L’inizio è un po’ straniante, ma è come l’amore, un po’ ruffiano e se visto da fuori, anche comico.
L’AMORE PUZZA D’ODIO
L’Amore Puzza D’Odio di Massimiliano Boschini

Titolo: L’Amore Puzza D’Odio
Autore: Massimiliano Boschini
Editore: Miraggi Edizioni
Genere: Poema
Pagine: 96
Data di uscita: 2 Novembre 2019
Prezzo ebook: 5,49 €  | Link acquisto
Prezzo cartaceo: 10,00 € | Link acquisto

L’amore puzza d’odio è un ossimoro solo apparente: dove l’amore stravolge i sensi e la ragione, l’odio verso l’oggetto amato non è che l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro della luna, un apostrofo nero nel rosa del romanticismo. “L’amore puzza d’odio” racconta dal punto di vista maschile la nascita, la passione, il declino e la fine di una storia d’amore, attraverso la scansione allegorica delle stagioni. E con il passare del tempo, lo stile muta, invecchia e si ripiega su se stesso: da scanzonate e romantiche, le pagine virano al nero, alla tristezza e alla rabbia, senza perdere di vista quella spudorata ruffianeria che spariglia le carte e fa saltare i canoni classici della poesia. Musica, arte, fumetti, romanzi, cultura pop, il retaggio di mille emozioni e immagini conservate in qualche angolo polveroso dell’animo, fanno capolino tra le righe accompagnando il lettore dove nemmeno Charles Bukowski si spinse: a parlare di amore e di stelle.
AUTORE

L’Amore Puzza D’Odio di Massimiliano Boschini

Massimiliano Boschini nasce a Mantova a metà degli anni Settanta. Inquieto, curioso, pigro, eterno indeciso, è abituato a imbrogliare le carte, i pixel e le parole. Le etichette gli stanno strette: per questo non ama definirsi fotografo né poeta, preferendo di gran lunga il termine di “agitatore”, con il quale si confronta con il resto del mondo. È solito affermare che in un’ipotetica sfida con un “poliedrico artista” si darebbe alla fuga dopo qualche minuto, intimorito da ogni possibile “continua evoluzione”, nonché dalle virgolette.
Mi raccomando non lasciatevelo scappare, come sempre vi abbraccio.
Eleonora
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
UNO DI NOI. “È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro” – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

UNO DI NOI. “È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro” – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Daniele Zito – Uno di noi – Miraggi

Le emozioni in LIBRIrtà
Le novità
A cura di Salvatore Massimo Fazio
 
 
Quando Fabio (che è il signor Miraggi Edizioni) mi telefonò per dirmi che “Uno delle tue parti, ma lo conoscerai già”, aveva scritto qualcosa di potente, durissimo, proprio ad hoc “per la tua penna spietata quando recensisci”, risposi subito se potevo averlo in anteprima.
«Te l’ho appena inviato in e-book». Dico lui di darmi qualche minuto che sto sistemando dei piani terapeutici, però prima di riattaccare incalzo chiedendo il nome:
«Zito, Daniele Zito.»
«Minchia!»
«Che c’è?»
«Una storia breve ma intensa, ho un divieto di tag e lo rispetto, insomma parla col suo agente, sa tutto, prima ancora che gli dicessi la mia. Va bene Mendo, a dopo. Ciao»
«Ciao».
 
Otto i piani terapeutici che dovevo sistemare, possono aspettare, la consegna è per fine settimana. Apro la mail, scarico l’e-book. Inizio. Mi trovo davanti lo stile della tragedia, doppia: greca e contemporanea. Questa non è una recensione in LIBRIrtà, rubrica di questo blog del giovedì. È una emozione di disagio che questo libro, da candidare al Nobel, mi ha mosso dentro.
Due ore, per mandare al diavolo i precedenti dello stesso autore, che, attenzione a me son piaciuti e pure tanto. Cosa fare o non fare. Chiamo Patrizio, esordisco cosi:«Zito». Mi chiede se lo voglio leggere, «L’ho appena finito, sono sotto shock», è forte mi dice, lo so, replico. 129 pagg. di ciò che accade, costantemente.  Lo saluto, mi saluta.
Parole, stupide e ignoranti quelle della derattizzazione annunciata da uno dei protagonisti di una tragedia (una su tante, non nel libro, ma nel reale, in Italia, come altrove). L’autore è chiaro e diretto, riprende usi e modus dicendi che non possono passare inosservati, che sono spinta all’esame di coscienza, a ricordare che le parole sono importanti. Le azioni ancora di più. Si spalancano porticati a emozioni, cariche di rabbia.  Si leggono fittizi perbenismi, costanti, ogni giorno, a non poterne più, sempre la stessa cosa.
Come l’uomo, maturo si direbbe, con i figli a casa, la moglie pure, la famiglia modello può dopo aver giocato a calcetto con un gruppo di amici e per concludere in bellezza dimentica quanto indegno è l’odio, la stupidità. Che ti trovi in un casino, che hai edificato, distruggendo, ambienti, uomini, bimbi… bimba.
Certo chi non ha paura in una città a camminare vicino le stazioni, luoghi per persone che non hanno nulla e cercano riparo per riposarsi. Dormono a terra, impauriti. Le stazioni, anche luoghi di spaccio. Spaccio? Lo spaccio è anche accanto la porta di casa, altro che minchiate! E l’indomani, la notizia, un campo rom incendiato, una bimba è in coma.
“Certo che dispiacere, se non sono stati loro stessi, ma chi? ma come chi? I rom, gli immigrati. Le loro guerriglie interne. La loro disperazione. Meglio così, respirano la nostra aria, calpestato le nostre strade. Ci hanno tolto il lavoro, ci hanno tolto il lavoro, lavorano loro ovunque. Ci hanno tolto il lavoro!”
Certo magari un pò sfruttati, ma fa bene il governo/stato [lo scrivo in minuscolo che rende merito nella merda in cui siamo almeno da 40 anni], prima veniamo noi, senza lavoro, perché ce lo hanno tolto. Ci hanno tolto il lavoro.
No, non è così, è lo stato (sempre minuscolo), toglie tutto. Un commerciante apre una attività e il 47% lo deve versare allo stato (ter minuscolo), e un’altra percentuale la deve versare ai tronfi della spocchiosità malavitosa, il pizzo signori, il pizzo! Non possono, ne riescono a mantenere lavoratori, non rimane nulla a loro. Allora andiamo sugli immigrati.
Non tutti però sono così, c’è chi li mette in regola, gli fa realizzare il sogno di un, leibnizianamente, mondo migliore. C’è il ristoratore, che lo assume come lavapiatti, frattanto l’immigrato apprende guardando lo chef, poi lo chef va via, e il ristoratore scommette su di lui, e gli aumenta la paga, quella dello chef, per lui, che italiano non è, che è educato, che apprende la lingua, che sorride. Ma non va bene. Perché?
Ma cazzo chissà che ci fa mangiare sto tunisino. Poi mangi, rimani sorpreso e felice, «Voglio conoscere lo chef», glielo presentano, chi rimane fermo e recita un tipico “complimenti”, chi si alza dalla sedia, abbraccia lo chef e il ristoratore. Clienti che vanno, clienti che torneranno sempre.
La paura, e il senso di colpa, una bambina è in coma, il campo bruciato. La moglie al rientro del marito gli chiede perché è pensieroso, «avete perso, perdete sempre». Hanno perso un’altra occasione per farsi fuori loro. Canaglie.
Ancora se ne parla, quella bambina è in coma, poveretta, ti rendi conto cosa fanno questi? Vengono qui e litigano fra loro e si uccidono fra loro. Sarebbe bene usare le ruspe, così vanno a casa loro, e queste cose le fanno a casa loro. Gliele racconteranno ai propri figli e ai figli di chi ha incendiato il campo roma: i roma stessi. La loro mente è obnubilata.
Il mistero della pagina 67 di Uno di noi  di Daniele Zito, pubblicato per Miraggi Edizioni, è la pagina seguente, pagina 68. Tutto sta li e non hai più voglia di scrivere, recensire, attenerti a forme del linguaggio, non vuoi far nulla. La riporti, come dato di angoscia quotidianamente.
La riporto.
Una bambina è una creatura lieve, corpuscolare
dalla consistenza impalpabile
il dolore
porto le sue uova in corpo
le nutro col mio calore
 
in una sola covata
sono riuscita ad alimentare
anche sei o sette dolori differenti
li ho portati tutti alla schiusa
come una madre renitente
 
col tempo però i dolori sono morti
me ne è rimasto soltanto uno
il più forte
quello più tenace
 
L’onesto contribuente si azzarda a pensare che magari fa un favore a loro stessi, le ruspe, cosi se ne vanno e non succedono più tragedie come queste.
Nella mia mente, l’immagine del funerale, i dolore, dentro. Uno di noi, è quello che ognuno di noi ha, l’odio, hai voglia di psicoterapia per togliere quanto inutile è la creatura di Dio, eppur ci credo. L’ignoranza genera. L’odio lo erediti. Ti vuoi vendicare, perché vuoi il mondo migliore, o quello che ti aspettavi.
Alla scuola rimane il compito di far capire che non possono esistere posizioni politiche che migliorino il mondo, alla scuola, di far capire quale posizione politica può migliorarlo, alla scuola il compito di spiegare che aria, sangue, cellule e atomi, possono diversificarsi per condizioni ambientali, ma che hanno tutti una matrice.
Nella forma della tragedia greca Daniele Zito ha scritto questo libro, nei cori amplifica il tormento che almeno io ho provato. E ho sfanculato dai pensieri la domanda, che spesso mi son fatto, su quella breve ma intensa sofferenza di quel non capire cosa accadde tra me e Daniele Zito, me lo ha detto, non lo dirò. Ma oggi sono sereno.
La prima nazionale di “Uno di noi” si terrà all’interno di  “Etnabook -Festival internazionale del libro e della cultura”, giovedì 19 settembre alle ore 19:30 presso la Legatoria Prampolini, in Via Vittorio Emanuele II, 333, Catania.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:
Daniele Zito, ospite d’onore a Etna Book con “UNO DI NOI”

Daniele Zito, ospite d’onore a Etna Book con “UNO DI NOI”

L’ETNA BOOK, L’ANTIFASCISMO E IL NUOVO DANIELE ZITO. Si svolgerà dal 19 al 21 settembre a Catania il Primo Festival Internazionale del Libro e della Cultura.

La tematica scelta è quella dell’antifascismo, che non poche polemiche ha destato. Il direttivo spiega che la posizione è quella di confrontarsi non contro una o un’altra ideologia, quanto ciò che vive nella contemporaneità il Paese, dove retaggi politico culturali di epoche trascorse vengono posti in essere a uso e consumo da un partito che sino a qualche anno fa desiderava la scissione dal Bel Paese, umiliando così vittime di tutti i regimi despoti e dittatoriali.

In merito cadrà a fagiolo l’incontro con l’ospite che già da più parti è definito d’onore, infatti a ridosso del festival esce con la sua quarta opera edita da Miraggi Edizioni, scritto nella forma della tragedia greca, il nuovo libro di Daniele Zito. Dopo i successi, nel breve periodo di 5 anni circa, con editori del calibro di Hacca, Fazi e La Terza, lo troveremo negli scaffali con il pamphlet “Uno di noi”, schiacciante e crudo riflesso della contemporaneità, dove l’autore va ben oltre ciò che è morto nel 1945, raccontando una storia che quasi ogni giorno di simili ne sentiamo, ma dopo qualche ora dimentichiamo.

La premiére nazionale di “Uno di noi” si terrà proprio all’interno di Etna Book, presso la resuscitata Legatoria Libreria Prampolini delle sorelle Sciacca.

POEMA PER VOCE SOLA su Il Pickwick – Scritto da Alida Airaghi

POEMA PER VOCE SOLA su Il Pickwick – Scritto da Alida Airaghi

La voce narrante di questo Poema bianco di Pasquale Panella è femminile (come dichiara in apertura l’autore), e scandisce in tre sezioni di versi liberi una lunga e silenziosa riflessione in cui si confondono rimpianto e ironia, elegia e sarcasmo, logicità e insensatezza: a sottolineare una storia di amore e disamore, fedeltà e stanchezza, nel suo nascere crescere finire. Non assistiamo a una pièce teatrale destinata a un pubblico di spettatori, né a un dialogo che attenda risposte da un interlocutore privilegiato. Piuttosto rileviamo la volontà esplicita di districare, in un soliloquio lucidamente controllato, i fili aggrovigliati della mente, illuminando zone oscure del cuore e della memoria.

Il bianco citato nel titolo rimanda sia al candore sia al vuoto, alla pagina ancora da scrivere come a quella cancellata, a un’esigenza di chiarezza interiore o al bisogno di silenzio. Il poema pare invece riferirsi alla forma che assume sulla pagina questo monologo, un vero e proprio flusso continuo di versi, in cui i segni di interpunzione sono dati da virgole-virgolette-parentesi, e assidui, incalzanti punti di domanda. Nessun esclamativo, e un unico punto fermo conclusivo, dopo la parola “Fine”.
Pasquale Panella, che nella sua vita artistica ha consegnato parole importanti a musiche altrettanto importanti, sembra anche qui voler dar voce a una sonorità di base che, sviluppandosi da armonie attutite e terse, si spezzano frequentemente in improvvise dissonanze, in brusche alzate di accenti, in ribadite sottolineature. Così il tono colloquiale, lo scherno, la battuta ironica irrompono ad alterare o prosaicizzare il carattere più delicato e nostalgico della profferta amorosa rivolta a un assente.
In un lunedì sera piovoso di un mese imprecisato, alle otto meno dieci, una “lei” parla a se stessa e di se stessa, parla a un “lui” e parla di lui, pur diffidando di qualsiasi possibilità di comunicazione, in un rapporto che per entrambi è diventato indifferenza, incomprensione, accusa reciproca, rancore: “Quando il telefono non squilla / sei sempre tu / che non mi chiami”, “Tutto accade quando tutto è finito / Anzi, prima di finire / non è nemmeno tutto, / diventa tutto quando / è finito tutto, appunto”, “Noi, ci siamo mai dati del Noi?”.
L’amore c’è stato, e affiorano i ricordi (“Ma quante ombre / abbiamo fatto insieme”, “Respiravamo e basta / Le mani come il vento che si calma / sul ventre, su una coscia, su una spalla / Il viso ritornava a fare il viso, / il profilo la prora / di una barca incagliata”), insieme alle tracce di un passato che si intende smitizzare attraverso un uso giocoso della lingua, con l’utilizzo di ripetizioni, assonanze, calembour: “Io ero la tua vita nella mia vita / che era la tua vita / Ero quella parola che ti volevo dire / Ero il mio amore / E tu eri l’amore mio / Insomma tu eri io”.
L’idea platonica di fusione di due corpi e due anime torna a tentare insidiosamente il personaggio narrante, ma viene respinta beffardamente come lusinga ingannatrice: “Parlarsi da vicino come quando / parliamo da soli / a chi siamo, noi, l’altro / (ecco il Noi, lontano) / che non c’è (ma lo siamo)”.
Ingannevole appare anche lo scambio di ruoli sessuali programmato dall’autore del testo, e svelato da chi si proclama donna sapendo di non esserlo: “La voce è femminile, certo, / perché tu sei vile / Ti scrivi come se io / ti avessi scritto / Poi credi che l’abbia fatto per davvero”, “noi siamo fatti / di contraddizione e corpo umano”. Le contraddizioni, le incoerenze, le insicurezze che minano il rapporto tra due amanti svelano il sospetto nutrito nei riguardi di tutta la realtà (“Non è questione di realtà, / l’esistenza / È questione di credulità”), e addirittura del linguaggio: “Dalla sfiducia nelle parole / nasce la sperimentazione / o il loro gioco”, “C’è questo difetto / nella descrizione: / che sembra sempre / un compito copiato”.
Il poeta con voce di donna si diverte a usare gli strumenti del mestiere soprattutto quando ironizza sull’uso-abuso della rima, artificio cui i versi e le canzoni ricorrono da sempre per blandire occhio e orecchio di chi legge o ascolta: “Mi piacciono le rime con gli accenti / alla fine, baciate, per esempio: me con te”, “(le rime facili, sì, che sono rime, / le difficili, sì, che sono fisime)”, “(La facilità delle rime / è dovuta alla spontaneità delle parole in ente)”, “O è colpa delle rime: / le rime, penso,/ spesso fanno il senso”.
Alla “storia” raccontata nella prima sezione del Poema bianco segue “l’antistoria” della seconda parte (aggiunta dieci anni dopo la prima pubblicazione: “Versi esclusi, inclusi / qui / per togliermeli di torno”), un redde rationem in cui Pasquale Panella ritrova, passata la pioggia, il sole; dopo il lamento e la recriminazione, il sorriso indulgente e la leggerezza del divertissement. Un addio al dolore sentimentale, con la decisione di rivolgere le proprie attenzioni più alla scrittura e alla sua diffusione che ai tormenti del cuore (“L’amore era l’amore, / adesso è il mio editore”, è scritto in epigrafe). L’esperienza di coppia vissuta diventa terreno di riflessione disincantata e graffiante, riconsiderata nei suoi momenti di noia, delusione e incomprensione reciproca: “E siamo al romanzesco coniugale / (che non se ne può più recentemente) / tutto cavilli, distinguo inguinali, / pignolerie meticolose orali anali, / tutto un detto stradetto e ritrattato”. La liberazione dai ricatti affettivi si compie quindi proprio sulla pagina scritta, e nella terza sezione del Poema Panella conclude “Che scrivere è farla / finita con la storia”, una sorta di terapia programmata per guarire dal mal d’amour, esorcizzando fantasmi e sensi di colpa, e riproponendo un foglio vergine su cui vergare parole nuove.
“Il rischio dello scrivere è uno solo: / essere letti / Lo dicevi anche tu / Anche tu chi? Tu, io // E allora finiamoci, / o lettrice, / amore mio, / mia lacrima / di lettura fuor degli occhi // E fine”.
Rimangono ancora i rumori, nella conclusione del libro, quelli prodotti e ascoltati da chi si muove nella solitudine di un appartamento dopo che il compagno o la compagna se ne è andato: i passi sul pavimento, la doccia, le sedie spostate, il frigo aperto, la pasta che si cuoce nella pentola. Rumori che sono echi di una presenza eclissata, quando le parole non servono più a niente, e si riducono a un’impalpabile esalazione di fiato: “Il soliloquio, questa intima piazzata, questo comizio, questo convenire, qui, di un’oratrice che ha solo se stessa a ascoltarla, a ascoltarsi, a sentirsi regnante sul silenzio”.
Eppure anche le parole della donna solitaria a cui Pasquale Panella ha prestato voce ci hanno fatto compagnia, prima di dissolversi nel fumo: “vedi il fumo di tutte le parole / (vedilo, fa’ il favore).

Pasquale Panella
Poema bianco
Miraggi Edizioni, Torino, 2018
pp. 144

Pubblicato in Letteratura
L’AMORE PUZZA D’ODIO – recensione di Maxim Walker su Tutto in vetrina

L’AMORE PUZZA D’ODIO – recensione di Maxim Walker su Tutto in vetrina

L’AMORE PUZZA D’ODIO di Massimiliano Boschini

Buonasera,
nemmeno in agosto si va in vacanza, nonostante Gennaro me lo abbia ripetuto di continuo “fallo, fallo”, ma dove vado? Manco a mare posso andare!
Tanto vale rimanere a rompere le scatole qui.
Che poi oggi vi va di lusso, perché vi presento un libro che mi ha regalato parecchi sorrisi, qualcuno amaro, e anche qualche occhietto lucido:

Trama: L’amore puzza d’odio è un ossimoro solo apparente: dove l’amore stravolge i sensi e la ragione, l’odio verso l’oggetto amato non è che l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro della luna, un apostrofo nero nel rosa del romanticismo. “L’amore puzza d’odio” racconta dal punto di vista maschile la nascita, la passione, il declino e la fine di una storia d’amore, attraverso la scansione allegorica delle stagioni. E con il passare del tempo, lo stile muta, invecchia e si ripiega su se stesso: da scanzonate e romantiche, le pagine virano al nero, alla tristezza e alla rabbia, senza perdere di vista quella spudorata ruffianeria che spariglia le carte e fa saltare i canoni classici della poesia. Musica, arte, fumetti, romanzi, cultura pop, il retaggio di mille emozioni e immagini conservate in qualche angolo polveroso dell’animo, fanno capolino tra le righe accompagnando il lettore dove nemmeno Charles Bukowski si spinse: a parlare di amore e di stelle.

Edito da Miraggi Edizioni.

L’autore mi ha contattata e mi ha chiesto se ero interessata a recensirlo. Ora, non so cosa lo abbia spinto a farlo, se il numero esiguo dei nostri seguaci su instagram, oppure ha letto qualche recensione e gli sono stata simpatica o ancora sapendo che amo follemente la poesia con tutto il suo buon cuore ha deciso di farmi un regalo.
Non lo so, ma lo ringrazio tanto, le poesie sono una cosa bella, soprattutto per me.

Il libro, come anticipato dalla trama, sì contiene poesie ma è anche articolato come se fosse una storia romanzata, quasi una fiaba con una bella spruzzata di pepe, uno o due bicchieri lisci di cinismo, un po’ di sconcerie che non guastano mai e beh, tenerezza, un po’ c’è.

Mi fa sorridere il modo in cui proprio le poesie come forma d’arte somiglino ai quadri, cambiano molto a seconda degli occhi di chi legge. Ad esempio, nella trama si parla di Charles Bukowski, probabilmente per accostarlo allo stile e richiamare qualche fan del suddetto ed avvicinarlo al libro; io, invece, quando mi sono ritrovata  a parlare di queste poesie con Gennaro (sempre lo faranno santo per come mi ascolta anche per ore in queste cose) ho usato queste esatte parole “sì è cinico ed anche parecchio sarcastico ma ci leggo della malinconia, un po’ di tenerezza. Mi fa tanto Leopardi che -come diceva una mia vecchia amica- tutti dicono depresso, triste, pessimista, quando in realtà nelle sue parole si legge una ricerca disperata della felicità, di una speranza a questo mondo, a me da un po’ quell’idea.”
Anche se a dirla tutta, tutto quello che ho appena scritto è riconducibile anche al pensiero che ho delle poesie di Bukowski, quindi ci sta.
Tornando a noi e specificando, non sto dicendo che ci cola il miele tra le pagine eh, dico solo che oltre alle cosa sopracitate ci leggo anche l’amore, che magari puzza di odio, ma amore resta. Che poi non sta scritto da nessuna parte che l’amore debba tenere esclusivamente un’accezione positiva, proprio come l’autore ci fa leggere, spesso e volentieri non è affatto così.
Probabilmente l’ossimoro di questo libro si potrebbe spiegare così: non essendo la realtà poesia, quest’ultima di fa realtà, il che rende tutto… molto poetico.
Mi piace il punto di vista maschile, la sua schiettezza cruda, quasi al sangue, col pizzico di zucchero e mi piace ogni singola citazione, sopratutto quella agli Aristogatti, Boschini sa dove si trova il mio cuore e sa colpirlo.
Sfiziosa l’idea di nascita con la primavera e il susseguirsi della stagioni, come la vita, così l’amore.

Ho adorato moltissime poesie di questa raccolta ma non potendovele scrivere tutte (anche perché poi voi che vi leggete acquistandolo?) mi prendo il permesso, che spero non dispiaccia all’autore, di scriverne due, anche per avvalorare il mio pensiero precedente sulla malinconia e sarcasmo, e in più per darvi un assaggino, giusto per farvi venire un po’ di bava alla bocca:

Che magia.

Magia,
ti svegli senza trucco,
di lunedì mattina;
quando svegli nel letto
ti chiedo dove sia
la regina di cuori del giorno prima.

Magia,
mi svelo col trucco,
di domenica sera,
quando col mazzo truccato
tramuto conigli in grandi leoni,
chiamami Re di bastoni.

 

Stringarti

Per trovarti sempre,
anche quando non mi vorrai,
ti stringo in una parola,
forte come un abbraccio,
poetica come un bacio,
debole come un laccio da scarpe.

Stringarti per ritrovarti sempre,
nodo da tendere ad ogni risveglio,
col timore che si spezzi come il nostro legame,
tirato oltre ogni misura:
con un palmo di mano stringerò invano,
calde lacrime d’amore.

 

Devo dirlo, è stato difficile sceglierne solo due, ce ne sono che mi sono piaciute e mi sono salvata per rileggermele quando voglio sul cellulare, come faccio sempre con cose che mi piacciono molto.
Non sapete quanto è bello trovare parole dolci, simpatiche che colpiscono al cuore anche se struggenti e con parole stronze, ma fanno star bene dopo una pessima giornata.
Massimiliano sa fare il suo mestiere, le sue poesie mi piacciono molto, così come il modo in cui sceglie di comporle ma qualcosa mi dice che può fare molto di più e mi auguro in futuro di poterlo leggere ancora per poter confermare questo mio pensiero.
Vi consiglio caldamente questo libro, ha anche delle splendide illustrazioni che accompagnano i versi, sono davvero deliziose.
Ringrazio ancora l’autore per averci pensati ed averci regalato il suo libro, ed avermi emozionata.

Ci rileggiamo presto.
Maxim Walker.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.tuttoinvetrina.com/2019/08/04/lamore-puzza-dodio-di-massimiliano-boschini/

L’IMPERATORE DI ATLANTIDE – recensione di Andrea Cabassi su Giuditta legge

L’IMPERATORE DI ATLANTIDE – recensione di Andrea Cabassi su Giuditta legge

di Andrea Cabassi

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SOLO SOPITO È IL FUOCO, NON ESTINTO!

Recensione al libro di Victor Ullmann e Petr Kien

con la cura di Enrico Pastore

L’imperatore di Atlantide (Miraggi)

Jacques Austerlitz, il protagonista del romanzo di Sebald “Austerlitz” (Adelphi. 2002) e uomo alla ricerca delle sue origine parla al suo interlocutore in questo modo del  viaggio che lo ha portato a Theresienstadt (Terezin) e delle sue impressioni:

“La cosa più sorprendente in quel luogo, e di cui a tutt’oggi non riesco a capacitarmi, disse Austerlitz, fu per me sin dall’inizio il suo vuoto. Sapevo da Vera che, ormai da parecchi anni, Terezin era di nuovo un comune a tutti gli effetti, e nondimeno passò quasi un quarto d’ora prima che, giunto dall’altra parte dell’isolato, vedessi finalmente una persona, una figura curva in avanti, la quale procedeva con infinita lentezza appoggiandosi a un bastone, e tuttavia mi bastò distoglierne per un attimo lo sguardo perché svanisse all’istante. Per il resto, nel corso dell’intera mattinata, non incontrai nessuno lungo le strade diritte e deserte di Terezin, tranne uno squilibrato con l’abito lacero, nel quale mi imbattei sotto i tigli nel parco della fontana; in preda a grande agitazione, questi mi raccontò non so che storia in una specie di tedesco farfugliato, prima di sparire anche lui come inghiottito dal terreno, mentre si allontanava a balzelloni con in mano la banconota da cento corone che gli avevo dato” (Pag. 204).

Terezin, una città fantasma e con presenze spettrali. Continua Austerlitz:

“Non riuscivo a immaginare, disse Austerlitz, chi – o se in generale qualcuno – potesse mai vivere in quei desolati edifici, benché, d’altra parte, mi fosse balzato all’occhio, che nei cortili interni c’era un gran numero di bidoni per la cenere, numerati in rosso alla bell’e meglio e disposti lungo un muro, Particolarmente inquietanti mi parvero però le porte e i portoni di Terezin, che sbarravano tutti l’accesso, come credetti di avvertire, a una oscurità non ancora violata, nella quale – così pensai, disse Austerlitz – nulla più si muoveva tranne l’intonaco che si sfalda dalle pareti e i ragni che secernono i loro fili, corrono sulle assi con le loro zampette veloci veloci o restano sospesi alle tele in fiduciosa attesa” (Pag.204-207).

Il testo, come accade sempre nei libri di Sebald, è accompagnato da foto inquietanti e che rendono bene lo spaesamento del protagonista che prosegue nel suo percorso fino ad arrivare al Museo dove trova la custode di età indefinibile che lavora all’uncinetto:

“Alla mia domanda, se quel giorno fossi l’unico visitatore, rispose che il museo era stato aperto di recente e perciò da fuori venivano in pochi, soprattutto in quella stagione e con quel tempo. Quanto agli abitanti di Theresienstadt, non ci vengono comunque, disse, e riprese in mano il fazzoletto bianco che stava orlando con degli occhielli a forma di petalo” (Pag. 213).

Austerlitz, poi, si sofferma  davanti ai vari pannelli:

“… ho fissato le riproduzioni fotografiche, ma non volevo credere ai miei occhi e ripetutamente ho dovuto distogliere lo sguardo e volgerlo, attraverso una delle finestre, al giardino retrostante – per la prima volta messo di fronte alla storia della persecuzione che il mio sistema difensivo aveva così a lungo tenuto lontano da me, storia che ora, in quella casa, mi circondava da ogni parte” (Pag. 213-14).

Ed è qui, in questo luogo, che le storie tragiche delle persone si incontrano con la tragicità della Storia.

La ricerca di Austerlitz non si ferma qui:

“ … l’età media di coloro che erano stati trasferiti nel ghetto dal territorio del Reich superava i settant’anni e, per di più, a queste persone, prima di deportarle, si era fatto credere che sarebbero andate a soggiornare in una piacevole stazione climatica boema di nome Theresienbad, con bei giardini, passeggiate, pensioni  ville, in molti casi, poi, costringendole o convincendole, con l’inganno a firmare contratti per l’acquisto in ricoveri per anziani, di alloggi dal valore nominale di anche ottantamila marchi: a seguito di queste illusioni, subdolamente fatte sorgere in loro, tali persone erano giunte a Theresienstadt con un corredo assolutamente inadeguato, con indosso gli abiti migliori e, come bagaglio, ogni sorta di oggetti e ricordi inutilizzabili nel lager…” (Pag. 255-256).

Austerlitz cita poi, sempre narrando al suo interlocutore, la terribile “Opera di abbellimento” del lager:

“… all’inizio del nuovo anno fu intrapresa in prospettiva della visita di una commissione della Croce rossa, prevista per l’inizio dell’estate del 1944 e considerata dalle alte gerarchie del Reich come un’ottima chance per dissimulare la realtà delle deportazioni – la cosiddetta Opera di abbellimento, nel corso della quale gli abitanti del ghetto dovettero porre mano a un grandioso programma di restauro sotto il comando delle SS: si crearono spazi erbosi, viottoli adatti al passaggio e, nel cimitero, un settore destinato alle urne e un colombario; si collocarono panchine per la sosta, segnavia abbelliti alla maniera tedesca con divertenti intagli e ornati floreali, si piantarono oltre mille rosai, si attrezzarono un asilo nido e una scuola materna dalle gradevoli decorazioni, provvista di spazi  in cui giocare con la sabbia, di una piccola piscina e di giostre; … e adesso c’erano perfino una biblioteca circolante, una palestra, un ufficio postale, una banca in cui la stanza del direttore era dotata di una specie di scrivania da stratega… e – dopo che si era pensato bene di spedire verso est settemilacinquecento persone tra le meno presentabili con lo scopo per così dire di sfrondare le presenze – Theresienstadt si trasformò in un Eldorado di cartapesta, che forse riuscì a persino a incantare qualcuno dei suoi abitanti o addirittura a infondergli qualche speranza”. (Pag. 259-60).

Sostiene Austerlitz che perfino la commissione della Croce Rossa, composta da due danesi e uno svizzero fu ingannata. Fu girato anche un film di cui Austerlitz cerca le tracce. Si tratta del film noto come “Il Führer regala una città agli ebrei” di  Kurt Gerron le cui bobine sono andate quasi interamente perdute, ne esiste solo qualche stralcio. Kurt Gerron fu  l’artista autore di Karoussel, un’ opera di cabaret scritta mentre era internato a Terezin. Girò “Il Führer regala una città agli ebrei” sperando, forse, di aver salva la vita. Disperato e inutile tentativo perché morì ad Auschwitz il 15 novembre 1944.

“Per mesi, così disse Austerlitz, ho cercato qualche traccia di questo film all’Imperial Museum e anche altrove… “ (Pag.261).

Una volta trovato il film, Austerlitz descrive quello che vede, quello che crede di vedere, quello che immagina di vedere tra cui l’esecuzione di veri e propri concerti sinfonici.

La descrizione di Sebald, uno dei più grandi scrittori europei del secondo novecento, del lager di Terezin è una descrizione emozionata, partecipata, impregnata di una grande tensione etica. Limperatore-di-AtlantideIl riferimento ai concerti sinfonici mi dà lo spunto per introdurre il libro che qui si vuole presentare. Si tratta di un documento di grande importanza e di un libro straordinario: “L’imperatore di Atlantide” edito da Miraggi (Miraggi 2019) che ha già pubblicato autori in lingua ceca e significativi narratori italiani. Nel libro possiamo trovare il libretto dell’opera “L’imperatore di Atlantide” composto a Terezin da un musicista e un poeta di origini ebraiche: Victor Ullmann e Petr Kien. Con testo a fronte e ottimamente tradotto da Isabella Amico di Meane. Possiamo trovare un’ampia e approfondita premessa di Enrico Pastore che ha curato il testo. Enrico Pastore è regista teatrale e direttore della compagnia DAF, fondata nel 1998 ed è stato direttore operativo degli Incontri Cinematografici di Stresa dal 2006 al 2011. Nel libro possiamo trovare, ancora, una guida all’ascolto, in realtà un prezioso saggio, di  Marida Rizzuti, musicologa che ha pubblicato testi sui musical di Kurt Weill, sulla musica nel cinema e nel teatro yiddish e che collabora con l’Università IULM di Milano e l’Università di Torino.

Come è citato da Sebald e come si può ritrovare nella bella premessa di Pastore, le rappresentazioni teatrali, i concerti erano parte integrante dell’Opera di abbellimento a cui avevano posto mano i nazisti ai fini di propaganda.

Ma chi erano Victor Ullmann e Petr Kien? Scrive Enrico Pastore:

“Victor Ullmann fu musicista, compositore, direttore d’orchestra e critico musicale di notevole spessore; Petr Kien pittore, poeta e drammaturgo” (Pag. 37).

Ullmann era nato in Slesia nel 1898, era uno degli allievi prediletti di Arnold Schonberg. Al momento del suo internamento, avvenuto l’8 settembre 1942, con la moglie, era già un compositore di discreta fama internazionale.

Petr Kien era nato a Vansdorf,  in Boemia, nel 1919, aveva studiato all’Accademia delle Belle Arti di Praga, ma aveva dovuto interrompere gli studi a causa delle leggi razziali. Fu internato il 5 dicembre 1942.

Musica e libretto furono composti nel ghetto e la prova generale dell’opera avvenne tra il 12 e il 18 settembre 1944. Ci sono voci discordanti se sia mai stata rappresentata a Terezin. Di sicuro dovette esserci un qualche intervento della censura nazista visto il significato di libertà che trapela ad ogni riga del libretto.

Si tratta di un atto unico, quattro quadri, sette personaggi: il Kaiser, l’Altoparlante, Arlecchino, la Morte, il Soldato, Bubikof, il Tamburo e con un organico che prevedeva, secondo quanto scrive nella sua bella e utilissima guida all’ascolto Marida Rizzuti:

“nei fiati: flauto (anche piccolo), un oboe e un clarinetto in Si bemolle, un sassofono alto in Mi bemolle, una tromba in Do; un banjo tenore, che raddoppia la chitarra, un cembalo che raddoppia il pianoforte; nelle percussioni: triangolo, tamtam, tamburino, i cimbali, un quartetto d’archi e un contrabbasso”(Pag. 122).

Come sottolinea Marida Rizzuti la struttura dell’opera ricorda da una parte la Zeitopera (opera di attualità) e dall’altra il Lehrstuck (dramma didattico) molto caro a Bertolt Brecht e a Kurt Weill, forma teatrale e artistica  molto in voga durante la Repubblica di Weimar.

Significativo il titolo che riprende il mito di Atlantide. Quel mito che si ritrova nei dialoghi di Platone Crizia e Timeo: Atlantide è un’isola oltre le Colonne d’Ercole. La stirpe reale di origine divina che regna si fa corrompere dalla natura umana La brama di possesso avvelena la vita degli atlantidei e la punizione degli dei non tarda ad arrivare: una terribile catastrofe si abbatte sull’isola che viene inghiottita dal mare. Si è voluto vedere nelle popolazioni germaniche una discendenza diretta da Atlantide e questa credenza aveva attecchito e messo radici profonde nel Partito Nazista tanto da diventare uno dei miti fondativi dell’ideologia nazista. Anche un altro autore, lontano dall’estrema destra razzista, si era molto interessato ad Atlantide: Rudolf Steiner, fondatore della Società Antroposofica e di cui furono seguaci sia Schonberg, sia Ullmann. E, forse, Steiner, è una delle fonti di Ullmann. Nel libretto il mito ritorna alle origini platoniche: il Kaiser Overall domina una società prima virtuosa, poi corrotta e la guerra di tutti contro tutti porta alla rovina. Perfino la Morte si ribella e non vuole più essere manipolata dal Kaiser. Scrive Pastore:

“Ullmann e Kien hanno voluto opporre alla visione nazista di un impero millenario generato dai discendenti ariani e atlantidei, una visione più vicina a quella di Platone, di un regno corrotto, snaturato, destinato a cadere e inabissarsi in una notte e un giorno” (Pag. 77).

Perfino la Morte, in questa versione del mito, si ribella e non vuole più essere manipolata dal Kaiser. I duetti tra Arlecchino e la Morte, la loro presenza sulla scena non possono non farci tornare alla mente l’allegoria medievale e quella barocca, quell’allegoria a cui dedicò molte ricerche Walter Benjamin che confluirono nella sua opera “Le origini del dramma barocco tedesco”  (Carocci. 2018).

Esistono due versioni del finale. Scrive Pastore:

“Una prima versione presenta il testo di Petr Kien che inizia con le parole ‘Das Krieg is aus’ (‘la guerra è finita’). Le parole di Kien, benché cantino la fine della guerra, lasciano intendere che il ciclo di distruzione tornerà un giorno. ‘Solo sopito è il fuoco, non estinto!’ dice Overall, prima di abbandonarsi al potere della Morte’.

La seconda versione, datata 13 gennaio 1944, benché sia quasi identica a livello musicale, presenta un testo poetico tratto da Tantalos di Felix Baum ed è titolata Des Kaisers Abschied (L’Addio dell’Imperatore). Il testo fu utilizzato in precedenza da Ullmann in una perduta Symphonischen Phantasie risalente al 1925. I toni sono più sereni e ottimistici rispetto a quelli più cupi e negativi di Kien. Anche la versione  dattiloscritta del libretto presenta questa seconda versione” (Pag. 97).

E poco più avanti:

“I due finali possono segnalare che i due autori avessero concezioni differenti. Ullmann, da antroposofo, tendeva ad avere una visione più ottimistica della vita e del futuro della storia umana rispetto a Kien, che, a quanto dato sapere, non aveva orientamenti religiosi o filosofici predominanti” (Pag.  97-98),

Consiglio di ascoltare l’opera  e di seguire contemporaneamente il libretto. Consiglio di ascoltare l’esecuzione della Gewandhausorchester di Lipsia diretta da Lothar Zagrosek e pubblicata dalla Decca dove si possono ascoltare e apprezzare entrambi i finali, esecuzione reperibile anche su Youtube.

Mentre si ascolta l’opera si pensa immediatamente e costantemente alle condizioni e al luogo in cui essa fu composta. Un’impressione che non ci abbandona fino alla fine.

Se entriamo nel dettaglio affiorano le influenze di altri musicisti. In primis Schonberg di cui Ullmann fu allievo. Sia per i riferimenti alla luna che non possono non farci ricordare il Pierrot Lunaire, sia per le reminiscenze atonali e seriali che compaiono già dalle prime battute. In secondo luogo Mahler con una citazione, come fa giustamente notare Enrico Pastore, dal Das Lied  von der Erde. Su Mahler vorrei soffermarmi un istante. Non si tratta solo di citazioni, ma anche della struttura dell’opera. Mahler si trovò, ad un certo punto della sua vita artistica, in difficoltà con la forma sinfonica della sua epoca. Era come se gli stesse stretta. Per allargarne le maglie inserì marcette, musica popolare, accordi che apriranno la strada alla dodecafonia. Nella stessa epoca Robert Musil fece quasi la stessa cosa in campo letterario, erodendo dall’interno la forma romanzo con “L’uomo senza qualità” che divenne, non a caso un romanzo interminabile.

Ritornando a Ullmann, anche nel “L’ Imperatore di Atlantide” ci sono citazioni, ci sono riprese da motivi popolari, c’è Suk, c’è Dvorak, c’è il canto corale luterano, c’è  il Jazz, c’è tutta quella musica che fu definita dai nazisti “degenerata” perché, come fa notare giustamente Pastore:

“L’Imperatore di Atlantide venne concepito fin dall’inizio come un atto politico di resistenza e tale intento si esplica in ogni fase della creazione a partire dalla scelta delle parti e dei collaboratori provenienti dalle diverse comunità nazionali presenti nel ghetto. Un messaggio di unità nella diversità, un superamento delle divisioni alimentate dalla politica nazista nella gestione del ghetto” (Pag. 109).

Prima di partire per Auschwitz Ullmann lasciò le sue partiture a Emil Utitz, direttore della Biblioteca di Terezin perché le consegnasse al professor Hans Gunther Adler. Sia Utitz sia Adler sopravvissero ai campi di sterminio e così le partiture sono arrivate sino a noi. Ed è stata una grande fortuna perché se, come scrive con angoscia Paul Celan in “Aureola di cenere”,

“Nessuno/Testimonia per il/Testimone” ci troveremmo avvolti dalle nebbie dell’oblio e le tenebre di una Storia inabissata.

Utitz e Adler hanno testimoniato per il testimone. Tocca a noi adesso perché “solo sopito è il fuoco, non estinto!” Monito di cui dobbiamo fare tesoro in un’epoca che tende all’oblio, in un epoca in cui i valori di umanità, solidarietà fratellanza sono messi costantemente a repentaglio e, troppo spesso, negati.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Lo Scaffale di Andrea: L’imperatore di Atlantide

IL BRUCIACADAVERI, STORIA DI UN NAZISTA PICCOLO PICCOLO – recensione di Alessandro Vergari su Zona di disagio

IL BRUCIACADAVERI, STORIA DI UN NAZISTA PICCOLO PICCOLO – recensione di Alessandro Vergari su Zona di disagio

IL BRUCIACADAVERI, STORIA DI UN NAZISTA PICCOLO PICCOLO

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Siamo in uno zoo, a Praga, nel 1938. Un po’ di pazienza, e percepiremo le auguste parole di Kopfrkingl, pronunciate nel dialogo tra lui e Lakmé, sua graziosa consorte, un dialogo che tende a farsi subito monologo. Kopfrkingl, ossequioso, affettato, ampollosamente garbato, ricorda alla bella moglie dai capelli neri le circostanze del loro primo incontro, davanti alla gabbia del leopardo. «Mi sa proprio, Lakmé, che qui in questi diciassette anni non è cambiato niente». Un dettaglio curioso non può sfuggirci e non sfugge nemmeno a Kopfrkingl. Il serpente è là, nel padiglione delle belve feroci, attorcigliato a un albero, proprio come allora. Nulla è cambiato. È mai possibile? Osserviamo il signor Kopfrkingl prodigarsi in frasi leziose e sdolcinate e in promesse di un futuro migliore lastricato di piccole, graduali conquiste.

Il bruciacadaveri, tradotto da Alessandro De Vito per Miraggi Edizioni,è un romanzo di Ladislav Fuks (1923-1994), tra i maggiori scrittori cechi del secolo scorso. La prima pubblicazione in patria risale al 1967, poco prima di quella rivoluzione sognata, tradita, quindi soffocata nel sangue dai carri armati sovietici. Una rivolta di popolo e di intellettuali insieme, cui, peraltro, Fuks assiste con ambigua indifferenza. Autore defilato dal contesto politico, Fuks si rifugia in silenzi e reticenze riguardo all’occupazione militare-ideologica del suo Paese, tanto da firmare l’Anticharta, in polemica con chi, attraverso il celebre manifesto Charta77, dissente dall’opprimente realismo socialista. In questo, il Fuks cittadino avrebbe potuto essere un personaggio del Fuks scrittore.

Al netto della scomoda biografia, Il bruciacadaveri è un capolavoro del Novecento. L’ottima postfazione di Alessandro Catalano reca, a mo’ di sottotitolo, un commento bruciante che è già un giudizio sull’indirizzo e le intenzioni dell’opera: metafora della patologia collettiva del nazismo. Fuks adotta un punto di vista in partenza autonomo, slegato e indipendente dalle riflessioni monologheggianti di Kopfrkingl. Tuttavia, il flusso di coscienza e di parole del protagonista assorbe via via ogni altra voce e angolatura prospettica, in un crescendo di tensione degno di un thriller à la Michael Haneke. Un processo maestoso e perverso, di totale dissoluzione della realtà nel delirio psicotico di una mente pericolosa.

Kopfrkingl è impiegato al crematorio. È un maestro di cerimonie, fedele ai gesti della professione, meccanici e precisi. È diligente e compie il dovuto senza sbavature. A casa, vicino alla finestra, ha appeso ad un cordino nero una tabella, copia di un’altra tabella esposta alle anemiche pareti del luogo di lavoro. Suddivisi in dieci turni, mattutini e pomeridiani, vi sono indicati, con chiarezza inappellabile, i turni della cremazione. Avviciniamoci a lui mentre parla a un operaio fresco di assunzione: «Non si spaventi della tabella, signor Dvořák, è una sorta di nostro orario, un orario di viaggio della morte. In fondo è davvero il più sublime orario di viaggio che esista al mondo». Molti personaggi de Il bruciacadaveri hanno nomi di compositori, altri di animali. I nomi non significano nulla. I nomi significano tutto.

Velocità, decoro, adesione incondizionata alla tecnica, efficienza nel servizio, restituzione al prossimo di ciò che gli spetta dalla nascita, ovvero la serenità, o meglio ancora il sollievo da ogni sorta di sofferenza: questi sono gli imperativi etici, deontologici, forse religiosi, di Kopfrkingl. Il culmine è il riscatto ‘estatico’ dall’arbitrio capriccioso della Volontà, la quiete totale. «La temperatura deve essere superiore ai 950gradi. La manteniamo sui 1000 gradi, la si controlla bene. Il massimo ammissibile è di1020 gradi. Se si superasse questo limite le ossa si tramuterebbero in una materia vetrosa nerastra, e addio cenere. Sarebbe una grande disdetta, signor Dvořák, dato che lo scopo di tutto questo meccanismo è che l’uomo si tramuti in cenere». Meccanismo-funzione-meccanismo-funzione. L’uomo perfettamente realizzato, per Kopfrkingl, è l’uomo annichilito. Ogni piega della realtà, palpito, desiderio o ambizione aspira ad un nulla che il bruciacadaveri assiste e propizia.

È una lezione drammatica e attuale. Gli idioti, è noto, disertano, con esplicito diletto, le cime della cultura. Chiusi in una irrimediabile piccineria, invidiano il genio altrui. Meschini, si nutrono di frustrazioni, di lamentele, di dettagli malevoli, di idiozie domestiche, di pregiudizi agitati per difendersi dal mondo “grande e terribile”. Cova, nei mediocri, il desiderio di incatenare il prossimo ad una normalità livellatrice. Il pensiero non si eleva oltre l’asticella della moderazione politica ed estetica, riassunta in “perbenismo”. Questa è, in estrema sintesi, l’analisi genetica di ogni insorgente fascismo. Kopfrkingl è destinato a vestire i panni di feroce nazista ‘piccolo piccolo’.

Osserviamo Kopfrkingl impegnato, in un pranzo di affari, con il signor Strauss. «Che ne direbbe di proporre a quelle care persone, oltre ai prodotti della sua ditta di dolci, anche qualcos’altro? Non si tratterebbe di merce, ma di loro stesse, di quelle garbate, amabili, brave persone… ma non abbia paura… nessuna assicurazione, nessuna polizza, qualcosa di completamente diverso. Dovrebbe, quando propone loro i suoi dolci, mettere di nuovo la mano nella borsa ed estrarne il modulo d’iscrizione per la cremazione. Cinque corone di provvigione per ogni sottoscrizione». Il ristorante si chiama ‘Al cofanetto d’argento’, ma Kopfrkingl lo ribattezza, per tutti, ‘Al pitone’. «Se lo si chiama Al pitone, è subito chiaro. E tutti sanno già prima che cosa aspettarsi da un pitone, lo dice il nome stesso, per quanto sia un pitone addomesticato e addestrato. Ho letto non da molto sul giornale di un pitone ammaestrato, capace di contare, divideva per tre. Ma un cofanetto d’argento, quello è un mistero». I nomi non significano nulla. I nomi significano tutto.

I misteri non sono inquadrabili nel perimetro di una soluzione. I misteri sono oltre l’orizzonte del pensiero del bruciacadaveri. Lakmé, la bella moglie, all’anagrafe è Maria. Lakmé è la tragica protagonista di un’opera di Léo Delibes. Kopfrkingl, che ascolta alla radio le arie di Verdi e di Donizetti, adotta atomi di erudizione, elevandoli ad ancore di salvezza, a verità ultime e definitive. Kopfrkingl, prototipo antropologico del piccolo borghese, abolisce ogni dissonanza, intollerabile per la ristretta portata della sua mente, tra nome e cosa. I nomi significano tutto. I nomi non significano nulla. Il crematorio diventa il ‘Tempio della Morte’. Il presidente del Nicaragua, ritratto in un quadro acquistato presso un rigattiere, diviene, nella sua fantasia alterata, un ministro delle pensioni francese, Louis Marin… Presto, l’intero suo linguaggio, muta. Kopfrkingl è mistificante e mistificato. Subentrano rapidamente termini e riferimenti di una lingua nuova, il tedesco. Siamo all’alba della seconda guerra mondiale e i nazisti sono pronti a marciare sui Sudeti.

Kopfrkingl ha due figli, Zina e Mili, di sedici e quattordici anni. È un padre-segugio, un padre sensibile alle sofferenze altrui. Accompagniamolo ora nel panopticum, una sorta di museo delle cere a tema, dove sono rappresentate le vicende della morte nera che sconvolse Praga nel 1680. «Nel medioevo seppellivano i morti nelle fosse pubbliche, intendevano le fosse comuni, e li cospargevano di calce per non far diffondere il contagio. Quanto sarebbe stato più saggio se li avessero bruciati. Il contagio sarebbe stato evitato e i corpi straziati si sarebbero tramutati in cenere molto prima… Come sono felice, cara, di potervi offrire almeno un’abitazione migliore di quelle che avevano allora, almeno l’ingresso, il soggiorno con il pianoforte, la sala da pranzo con la radio, il bagno se non altro, ecco, forse anche il resto ora cambierà un pochino con quel buon signor Strauss. Con un pretesto gli darò la metà della provvigione». Ah, la morte, che business, che liberazione

Un padre, Kopfrkingl, che desidera dare di più. Le sue parole smascherano un sentimento di inadeguatezza nei confronti della moglie dai capelli neri. Qualcuno ha già l’automobile, come il pregevole dottor Rubinstein del piano di sopra, e loro, al piano di sotto, no. Kopfrkingl si reca dal medico per farsi visitare, con sospetta frequenza. È timoroso di un contagio. L’impiegatuccio ostenta, nelle pubbliche conversazioni, la sua refrattarietà al vizio. «Sono astemio, non bevo, non fumo, e se dovessi far del male a mia moglie in questo modo, mi sparerei». (In questo modo…) E allora, cosa teme il bruciacadaveri, che tutto riduce in cenere? Cosa pensa delle donne? Cela forse una segreta inclinazione per l’adulterio? Perché costringe un’inserviente del ‘Tempio’ a rassegnare le dimissioni? Chi è, per lui, Maličká di U Malvaze, definita una prostituta delle peggiori? E i suoi commenti sulle belle ragazze venute a mancare per qualche orrenda disgrazia, che giustificazione hanno? Perché Kopfrkingl sembra già conoscerle?

Intanto, il mondo è assediato da ombre cupe. Un orrore crescente invade le strade, nelle forme di un fascino discreto: una seduzione mortale. Strauss e Rubinstein sono ebrei. Brave persone, è il giudizio di Kopfrkingl. Ebrei… E intorno la debolezza sociale dilaga. Fenek, accucciato in guardiola, è morfinomane. Il signor Prachař, del terzo piano, eccede con la bottiglia. Povera moglie, povero figlio di Prachař, dice spesso a sé e agli altri, il nostro buon Kopfrkingl. Sarà mai possibile sanare tali incresciose situazioni? Kopfrkingl, guarda tuo figlio. Mili è uso vagabondare per i campi ove si intrattiene… non sappiamo con chi. Questo figlio che secondo alcuni è effeminato, diverrà mai un uomo? Vi sono però, in compenso, personalità forti, e vicine, tanto che non te lo aspetti.

Willi, amico di vecchia data, si è iscritto al Partito tedesco dei Sudeti. Willi sa che i tedeschi si devono rialzare. Com’è sicuro nei suoi discorsi e quanti viaggi con destinazione Berlino può fare! E chissà che bella vita conduce nel Casino tedesco, quanto lusso, e forse, lussuria si sprigiona tra quelle mura… Willi, figura inseparabile dal suo emblematico cappello tirolese, intraprende una brillante carriera politica filohitleriana, e poi, ad occupazione avvenuta, si associa organicamente al Nazismo. Willi si insinua dialetticamente nella vita del bruciacadaveri, inducendo in lui una metamorfosi che, a ben vedere, era già presente in potenza. La prima missione per Kopfrkingl è simile a un rito di iniziazione: spionaggio presso la sinagoga, travestito da pezzente…

Un anziano ometto grasso col colletto bianco inamidato e il farfallino rosso. Una donna con un cappello con la piuma e al collo una collana di corallo. Un uomo, accanto a quest’ultima, basso e grasso, che tiene tra le gambe un bastone. Una giovane ragazza dalle guance rosse col vestito nero. Kopfrkingl incontra sempre le stesse persone, in contesti differenti. Connotate sempre dal medesimo abbigliamento. Caricature. Modelli. Spettri? Forse sono le uniche persone, nella moltitudine, sulle quali riesce ad ancorare l’attenzione, alla spasmodica ricerca di punti di riferimento nella complessità del reale. Non è forse connaturato ad una certa condotta esistenziale miserrima, da plebei del pensiero, il bisogno di ricorrere alle semplificazioni estreme? In un parossimo da autentico feticista, Kopfrkingl apparecchia la casa con corbellerie da rigattiere e ammenicoli insulsi, colleziona croste e memorabilia di scarso valore, esaltandone il risvolto pedagogico. Nel kitsch avvertiamo la ricerca del decoro, l’aura farlocca degli oggetti senz’anima, il culto della piccola borghesia di ogni tempo e luogo per la bruttezza elevata a standard.

La biblioteca personale di Kopfrkingl è ricca, eppure ricorda le librerie artefatte, finte, in cartongesso. Due soli, d’altronde, sono i volumi che gli sono cari, sfogliati con assiduità maniacale, «il delizioso, affascinante libro sul Tibet, sui monasteri tibetani, sul Dalai Lama e le sue reincarnazioni», e la legge sulla cremazione del 7 dicembre 1921 (e del decreto esecutivo del 9 ottobre 1923…). Entrambi, fatti rilegare con cura. L’idea della trascendenza perseguita il bruciacadaveri. Depurare, espellere, sollevare, alleviare, disintegrare: è un nirvana privato che desertifica la pluralità del vivente. Non si può ardere senza metodo! E nessuno è metodico come l’impiegato modello del ‘Tempio’. Willi, cultore della lingua tedesca, penetra senza sforzi tra gli abissi di un cervello già corrotto dall’ebetudine del conformismo. Nel linguaggio declassato a slogan matura, appunto, il tracollo di Kopfrkingl.

«Affermi che tutti siamo sorti dalla stessa polvere e in quella ritorneremo, che tra le ceneri umane non vi sono differenze, di questo sei un esperto… E dovresti diventare direttore. Il senso della tua vita sta forse nel regolare in eterno il cammino delle bare nel forno crematorio e nel misurare la temperatura? A noi quindi non interessa l’origine, bensì il risultato. E il risultato è che gli ebrei sono contro il Führer, contro di noi, contro il Grande Reich Tedesco. Ostacolano la nostra felicità, minacciano l’ordine europeo del Führer, la nostra missione, il fatto che noi tutti siamo degli eletti, compreso te». Il bruciacadaveri pone la pace e la giustizia in cima ai valori da sostenere e perseguire. E ora, l’umanità intera reclama di essere purgata, pulita, messa al riparo da debolezze e fragilità, mondata da zecche e parassiti. Everything in its right place…

Nemici interni, nemici subdoli che dall’interno scarnificano i corpi e le coscienze. La moglie è per metà ebrea. Il figlio, un sanguemisto di secondo grado. Eh si, proprio Mili, incapace di reggere lo sguardo davanti a un incontro di boxe, e poi, per giunta, quasi una rivalsa beffarda!, scoperto nel suo essere troppo amico di un pugile a sua volta troppo ostile al popolo tedesco. Tutto il romanzo è un susseguirsi di miniature dense di allegorie, di messaggi cifrati, di rimandi metaforici, di “criptomutazioni” e richiami “metamorfici”, di geroglifici affioranti sulla superficie di una psiche stravolta, di presagi minacciosi che attendono di sbocciare in verità oscena. Il concetto si determina nella concretezza delle azioni, e il nazismo si esprime in ciò che essenzialmente è: un crimine aberrante. Le parole… le parole innescano una escalation di violenza banale e inenarrabile. Le parole… «A Sparta», sibila il serpente Willi, «signori e signore uccidevano i bambini malati. Ad alcune persone sensibili potrebbe sembrare crudele. Ma in realtà era un beneficio per gli stessi bambini, come avrebbero sofferto nella vita… e poi era salutare per il popolo. Ha contribuito molto a rendere migliore Sparta e a condurla al suo posto nella storia…». In fondo, non è per la SALUTE dei migranti, se qualcuno, oggi, consiglia di non farli partire dalle coste libiche?

I nomi non significano nulla. I nomi significano tutto.

Alessandro Vergari

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

Il bruciacadaveri, storia di un nazista piccolo piccolo

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Milena Privitera su SoloLibri.net

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI – recensione di Milena Privitera su SoloLibri.net

“Santi, poeti e commissari tecnici” di Angelo Orlando Meloni

Cos’è il calcio, il fantacalcio, la Federcalcio, il campionato di calcio per gli italiani? Cos’è il calciatore, il portiere, l’attaccante, l’arbitro per gli italiani? Beh, Angelo Orlando Meloni in “Santi, poeti e commissari tecnici” (Miraggi Editore, 2019) ce ne parla in maniera ironica e anche dissacrante. Siamo una nazione dove il calcio ha avuto un ruolo essenziale, riempito le pagine dei rotocalchi, presenziato in molte trasmissioni televisive e radiofoniche. È stato motivo di divorzi all’italiana e discussioni violente tra amici e parenti. Avevamo proprio bisogno che qualcuno ne raccontasse il lato comico o ne dissacrasse certe storture.

Il romanzo inizia con il racconto che dà il titolo al libro, una storia sul miracolo della statua votiva della beata Serafina, che all’improvviso suggerisce al parroco del paese la strategia per stravincere il campionato. E finisce con “Il campionato più brutto del mondo” che addirittura porterà alla chiusura della serie A. In mezzo ci sono le storie vere e fantasiose di un calciatore alcolizzato e di un’intera comunità illusa di avere il calciatore più forte del mondo e di un arbitro tutto d’un pezzo durante l’ultima partita della sua vita e del poveraccio che su quella partita ha fatto una scommessa folle, che gli farà rischiare la vita; la storia, infine, di una stella della serie A e della sua vendetta contro lo scarpone che gli ha stroncato la carriera.
Tante poi le storie dei tifosi che sognano, s’illudono, sperano, vivono e respirano di calcio. L’autore con la vena narrativa e descrittiva che lo contrassegna ha creato una serie di personaggi a volte caricaturali e macchiette di sé stessi ma certamente tipologie di italiani reali. E così Marina di Vezze diventa metafora e simbolo di tutti i paesini italiani che giocano in campionato e lottano insieme a tutta la comunità per superare la promozione, non rimanere in eccellenza e attraversare velocemente la serie C, B e giungere infine alla A.

Il mondo del calcio viene in questo esilarante romanzo descritto anche nelle sue storture e le tristezze di un mondo che si è lasciato trascinare spesso, troppo spesso, in scandali e illegalità che gli hanno tolto il fascino di un tempo. E Fausto, Ignazio, Maurizio, Santo, Ninni, Padre Ruggero e Romualdo -non quello ma un altro- sono tipi o stereotipi di personaggi di fantasia la cui personalità, il cui linguaggio e i cui comportamenti si basano su tipologie culturali, stereotipi o cliché facilmente individuabili tra i nostri amici e parenti. Questi personaggi sono istantaneamente riconducibili ad un dato ambito culturale “il pallone” e tutto quello che ruota intorno a esso. Ci siamo molto divertite a leggere “Santi, poeti e commissari tecnici”, ma soprattutto, come accade spesso nelle migliori commedie di costume o nei romanzi di parodia, abbiamo molto riflettuto su questo nostro Bel Paese.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE:

https://www.sololibri.net/Santi-poeti-e-commissari-tecnici-Meloni.html?fbclid=IwAR0YfYMVhu8IOk0fB7RrG9neR64ZSM7bPV1TY-Qg-PcDtkHOIRY8Uhbo97A

 

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

SANTI, POETI E COMMISSARI TECNICI. Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna – recensione di Salvatore Massimo Fazio su Letto, riletto, recensito!

Angelo Orlando Meloni – Santi, poeti e commissari tecnici
Estate, mare, sole cocente, spiagge, tatuaggi ritraenti la lupa capitolina o il suo gladiatore Francesco Totti. È così l’estate in Italia, è calcio, bidonate, balle e calciomercato.
Nella lontana estate del 1983, nel decennio che ancora una volta vedeva dominare nel campionato più brutto del mondo, l’altra squadra di Torino, quella che nel 2006 fu spedita dal procuratore Palazzi in serie C2 con meno 30 punti di penalizzazione, che però patteggiò e allora finì in serie B, si ricorda l’approdo a Udine di un fenomeno brasiliano: Zico. Miracolo? No!
Dieci anni dopo, nel 1993, alla Reggiana approda il fuoriclasse Paolo Futre. Altro miracolo? No! Semplicemente il sudore di chi adotta una squadra di una città che per una volta nella propria storia può vantare di aver avuto un fuoriclasse, così come invece nell’impero dei potenti sono cose all’ordine del giorno… e del broglio!
Si ricorda sempre di quella stagione calcistica 1982-83, che l’altra squadra di Torino, dopo una serie di furti nelle stagioni precedenti, ma anche nelle successive, ai danni di Roma e Fiorentina, Torino e Inter, nonostante dominasse, lo scudetto lo perse a favore di una spettacolare Roma, messa in piedi dall’ing. Dino Viola, toscano di Terrarossa, in provincia di Massa-Carrara, ma innamorato di Roma e della Roma, fino a comperarla, nonostante non poteva competere con i giganti del nord, portarla alla vittoria del secondo titolo nazionale, e nella stagione successiva quando si qualificava per giocare la Coppa dei Campioni la sola compagine che vinceva il campionato del proprio paese, addirittura portarla – nuovamente – in finale, contro il Liverpool del pagliaccio Grobbelaar.
E ancora. Della stagione 2006-2007, invece, si ricordano la sconfitta dell’altra squadra ti Torino, contro lo Spezia (in casa), il pareggio contro l’Albinoleffe (in casa), due sconfitte a Mantova, contro il Mantova e in campo neutro contro il Brescia, e altre straordinarie partite che hanno reso onore a quella che fu la stagione del campionato di calcio di serie B più bella del mondo. Si ricorda anche la sconcertante scelta della lega di mettere un trofeo per chi vincesse il campionato di Serie B, e altra sconcertante scelta del mito delle figurine Panini, che per la prima volta nella loro storia curarono le pagine della cadetteia come quelle della serie A, cioè con la icone adesive dei giuocatori nel formato che li riprendeva individualmente per foto e non a coppia, come sempre era stato e come tornò ad essere dalla stagione 2007-2008.
Ho deciso di aprire con il cappello, forse un pò troppo lungo, appena letto, per raccontarvi un libro che avevo nel cassetto da un mese e che per vicende personalissime non ho potuto leggere prima. L’autore è nato a Catania come me, ma sin da subito trapiantato a Siracusa. Di professione libraio e scrittore e ha un nome per 2/3 che ricorda il proletario della vittoria della COPPA U.E.F.A. dell’Inter, nella stagione 1993/94: ecco che chi salì sul tetto d’Europa con la compagine meneghina si chiamava, e chiama ancora, Angelo Orlando (Marco Civoli diceva sempre la provenienza quasi fosse tutto unito: AngeloOrlandoDiSanCataldo: “il gregario proletario”), mentre l’autore del libro ha un terzo in più dato che si chiama Angelo Orlando Meloni e per la torinese Miraggi edizioni, ha pubblicato nel maggio scorso “Santi, poeti e commissari tecnici”.
 
Il libro, articolato in sette racconti a leggerlo è esilarante e molto scorrevole, specie l’ouverture col primo racconto che s’intitola così come il libro, per procedere verso gli altri, in una lettura sempre scorrevole, ma che pian piano spinge ad una acuta riflessione: ma questo calcio, questo sport che in Italia è una religione, perché non riesce a fermare conflitti mondiali, o semplici campanilismi come quello tra le squadre delle città siciliane? E addirittura li alimenta questi conflitti?
Si dia il caso di una Santa di una cittadina, più un paese, diviso in due frazioni, montagna e mare, che ha due squadre di calcio: Vezze sul mare che ha sempre partecipato all’ultima categoria del calcio italiano, dove non si può provare nemmeno l’emozione deludente della retrocessione, dato che ha sempre perso tutte le partite dal giorno della sua fondazione pertanto ha sempre chiuso il campionato in ultima posizione e l’altra, Vezze Marina, che invece ha conquistato anche palcoscenici di livello, vincendo campionati a ridosso del professionismo vero e proprio.
Se del calcio nostrano siamo abituati sistematicamente ogni estate a sapere di brogli, con relative penalizzazioni che se i brogli, anche nolontariamente li ha fatti ad esempio  il Calcio Catania, nel 1993 fu cancellato dal calcio che conta, la serie C, perché il Presidente Massimino, pagò con due giorni di ritardo l’iscrizione al campionato successivo (in verità, le banche di sabato non lavoravano e non si risolse mai il mistero di come accadde che quei soldi bonificati giunsero il lunedì successivo la scadenza); mentre se i brogli li fa una qualunque altra squadra di calcio, ma brogli veri e premeditatamente, si risolve tutto con piccole penalizzazioni (ricordo ad esempio il Milan in quel 2006, quando l’altra squadra di Torino fu graziata con la retrocessione in serie B, che fece brogli gravi, ma gli diedero 30 punti di penalizzazione e rimase in serie A)… dunque, non siamo abituati invece a miracoli veri e propri, se non per chi li acquista questi miracoli.
Ciò per porre in auge con quanta ironia, l’autore, forse in preda ad una luciferina illuminazione, decide di sovvertire la storia di quel centro, Vezze, a favore degli sfigati di una vita: come fa? Con il broglio meno inquisitorio che possa esistere, nonché quello ai quali molti credono e altrettanti sono diffidenti: il miracolo. Ci sono preti di mezzo, presidenti/allenatori/magazzinieri/tuttofare insomma, che non capiscono perché il parrocchiano di Vezze sul Mare, dà le indicazioni il giorno prima delle partite al tetra-mister, sicché giornata dopo giornata, Vezze sul Mare, si ritrova a lottare per vincere il campionato. Come? Vi dico qui per grazia della intercessione della Santa votiva, ma vi invito a leggere il racconto (Miraggi lo ha fatto anche in e-pub pertanto comodamente acquistabile da casa, subito, ora, adesso!), per capir meglio e interrogarsi: il miracolo può essere un broglio? Dilemma al quale non ho saputo rispondere.
Ma non è solo questo “Santi, poeti e commissari tecnici”. Vi sono due racconti che mi hanno lacerato profondamente, forse per deformazione professionale, forse perché vivo la gioia, per gli altri, dell’esistere come una punizione dalla quale non riesco a sfuggire.
 
“Ode al perfetto imbecille” e “Perché no?” sono due racconti, strazianti, che solo la penna illuminata di Angelo Orlando Meloni da Catania e residente a Siracusa, di professione genio,  che mettono in luce ciò che quotidianamente combatto, lo scrivevo prima sotto mentite spoglie, e per – nuovamente – deformazione professionale e per impulso di democraticità.
Ode al perfetto imbecille
Un uomo che ha tanti tic, viene etichettato come “l’uomo dei tic”, ha un figliolo che è un fenomeno calcistico, che per quelle sconcerie che esistono nel calcio, miscelate a sconcerie da malfattori che nel calcio investono e ci sono, non gioca sempre, perché a giocare deve essere il pur bravo, ma sempre, figlio dell’avvocato che cura gli interessi del presidente. È anche vero che l’avvocato padre del bravo calciatore, figlio della borghesia, è un uomo mite, dominato da una moglie carica di pregiudizi.
 L’autore non inventa balle, ma dice ciò che accade realmente e frattanto che leggi, ti pieghi in due dalle risate, e ti rialzi col pianto della commozione e del dolore: perché se un ragazzino ha il papà che è brutto e tanti tic deve essere emarginato e considerato un malato con disagi psichici? Perché è così che va il mondo, e basta. Nasci con etichette e se commetti un errore, magari getti la carta del finestrino dell’auto una sola volta in tutta la tua vita, sarai sempre il malato figlio dell’impiegato al comune, di cui tutti si prendevano gioco e allora vieni messo alla gogna; se invece stupri, picchi, insomma sei un bastardo di animo e lo sei in abbondanza della, ad es., Catania bene (fatti realmente accaduti n.d.r), in certo qual modo ci si impegna a ricordare che sono magari errori di ragazzi, trascinati dalle cattive compagnie.
Perché no?
Quanto siamo bravi a saper essere sportivi in un rettangolo di gioco? Forse rimangono fuori da questa domanda, Astutillo Malgioglio, Damiano Tommasi ed Eusebio Di Francesco, una specie di frati missionari che hanno vestito, manco a farlo, tutti e tre la tonaca giallorossa della Roma; il resto dal contemporaneo Bonucci, all’addomesticato in casa dell’altra squadra di Torino, Pasquale Bruno (un serial killer), anche se poi capì, indossando le casacche di Fiorentina o Torino (in quest’ultima ancora qualche danno lo fece, come le 8 giornate di squalifica che si beccò, perché voleva picchiare un arbitro), al camerata dichiaratamente fascista (tra saluti e tatuggi) Paolo Di Canio, anche se è vero ricordare più di un gesto sportivo: quando militava con il West Ham fermò il gioco, nel momento in cui poteva andare a rete con tranquillità perché un avversario era a terra. E vi ho rifilato questa piccola papella per dirvi del racconto dal titolo Perché no?. Beh, c’entra la città di Catania, c’entra una vendetta che un uomo/calciatore per bene covò negli anni, fino a cercare il suo avversario che gli interruppe la carriera per poi… e lì sta il bello, signori che magia questo autore. Certo non sto qui a raccontarvelo.
Un libro che merita attenzione, dopo averlo “bevuto” in un’ora e mezza, sotto l’ombrellone o alle pendici di una montagna. Il sorriso, e anche le risate sono garantite, gli spunti di riflessioni… ancora di più: pagina dopo pagina, dove incontrerete storie di illustri sconosciuti che approdano ad allenare il Siracusa in serie B (per un attimo ho pensato ad Adriano Cadregari),  e contro il parere della piazza, manda al diavolo un brocco e che fa? Finale shock… perché aveva ricevuto una notizia che lo shokkò! Da leggere in vacanza o a farne uno studio approfondito in qualunque periodo dell’anno. Bravo a questo autore, bravo davvero.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE: