di Giovanna Taffetani

Incontriamo Magdalena Blažević a Firenze, durante Testo 2026. Appuntamento allo stand del suo editore Miraggi, poi si va alla caccia di un angolino tranquillo per chiacchierare. Tante le persone che girano per la Leopolda ed è una gioia vedere tanta partecipazione. Anche Magdalena si guarda in giro curiosa, nel pomeriggio avrà l’incontro con il pubblico e i book club, ma Mangialibri è arrivato prima. Troviamo asilo nell’accogliente stand della Regione Toscana e iniziamo l’intervista. 

La scelta di far narrare la storia del tuo In tarda estate a Ivana, una ragazzina, è stata una tua necessità? Che cosa hai in comune con lei? 
Questa storia mi perseguita da trent’anni. Nel 1994 ero una bambina ed ho scritto il primo racconto breve, una specie di diario. Volevo salvare e conservare la storia, la guerra era ancora in corso, temevo che saremmo morti tutti e che nessuno avrebbe saputo cosa ci sarebbe successo. Era così importante per me che ho deciso di raccontarla la guerra, e di farlo dal punto di vista di una bambina. La letteratura est-europea, nei primi dieci anni dopo la guerra, era esclusivamente maschile. Solo dopo qualche anno sono arrivate alcune scrittrici che hanno iniziato a raccontare dal punto di vista femminile la nostra esperienza di donne, che è importante tanto quanto quella degli uomini. L’ho capito subito che sarebbe stata Ivana a narrare, era naturale che fosse lei perché è la vittima più giovane, vede sia i morti che i vivi, guarda i soldati sia come esseri umani che come vittime. È proprio questo l’aspetto più importante da sottolineare.

Il tuo linguaggio è poetico e sognante nel descrivere la natura, come cambia e prende possesso delle cose degli uomini. Come nasce questo stile? 
Il linguaggio è qualcosa che lo scrittore ha già dentro di sé. Tutto influenza il linguaggio: il luogo in cui sei nato e cresciuto, le cose che hai toccato, i libri che hai letto, i film che hai visto. Tutto è esperienza e diventa parte del linguaggio. Il mio è quello dei boschi, delle piante, dei fiumi. Non posso scegliere di scrivere in modo diverso, ho il mio linguaggio e devo usarlo, senza imitare nessuno. Ci sono molte immagini poetiche nel romanzo e ogni interpretazione dipende dal lettore. A volte pur leggendo lo stesso libro si traggono impressioni totalmente diverse e questo è fantastico. 

Colpisce la forza e il carattere di Ilonka nel proteggere suo figlio Karlo, come hai creato questo personaggio? 
In questo romanzo ho usato quasi sempre elementi autobiografici, come ad esempio le persone che vivevano intorno a me quando ero piccola. Ilonka è reale, viveva a qualche metro da casa mia e fin da bambina la vedevo con suo figlio. Non aveva un marito e il padre del bambino, che era del villaggio, non lo aveva riconosciuto come suo. Era molto protettiva con Karlo, lo teneva sotto una campana di vetro, un atteggiamento che ovviamente non è positivo. Allora ero circondata da persone eccentriche e particolari e alcune di loro mi sono sembrate perfette per la letteratura e le ho usate. Forse non avrei dovuto, ma non ho resistito. 

Nonne, zie, mamme con il loro lavoro quotidiano, tenace e silenzioso, si prendono cura della famiglia. È una sorta di matriarcato? 
No, non lo è. Perché c’era la guerra. Gli uomini erano a combattere da qualche parte e le donne stavano con i bambini ventiquattro ore al giorno. Era strano e anche molto noioso. Non c’era elettricità, non c’era né la TV né la radio, nessun divertimento. Avevamo solo i libri e grazie ad essi scoprivamo il mondo. Come amici gli animali domestici, ma i libri erano la nostra vera evasione. In quel periodo ho letto un libro intitolato Due prigionieri di Lajos Zilahy, un famoso scrittore ungherese, una storia d’amore, di sesso e di guerra. Ricordo che la leggevo ad alta voce agli altri bambini solo per poter provare qualcosa, per scoprire un mondo che ci era sconosciuto. Ogni giorno, nel villaggio, arrivava una macchina della polizia per annunciare chi era stato ucciso e noi avevamo paura. Sentivamo una donna urlare da qualche parte e dicevamo: “Ci dispiace, ma almeno non è toccato a noi”. Nel romanzo c’è tutto questo, c’è quest’atmosfera fatta di dicotomie e contrasti. Il lettore entra nella storia, sta lì e non va da nessun’altra parte, nonostante si soffra. 

La vita che conducono le famiglie è spartana e con poche comodità, può essere uno spunto di riflessione per ritrovare una nuova essenzialità? 
Dopo quello che ho vissuto durante la guerra, posso dire che il male esiste, l’ho visto. C’è del buono nel mondo, ma la cattiveria è sempre presente, anche nelle persone che pensavi fossero buone. È in questi momenti che si vede la vera natura dell’essere umano e ci si rende conto di quanto sia spaventosa. 

Ivana però ha il lusso delle Polaroid. È un tuo ricordo di bambina? 
Al padre di Ivana piaceva la fotografia e, anche se non era un professionista, aveva due o tre macchine fotografiche, tra cui una Polaroid e all’epoca erano un vero lusso. Quando vivevamo dall’altra parte del fiume, il padre di Ivana voleva fotografarla mentre era seduta sulla loro macchina rossa con un gatto in braccio. Non sono sicura che il gatto fosse lì, perché a volte non so cosa sia immaginazione e cosa sia realtà, ma la foto la ricordo. Ivana indossava un cappellino in testa, ma lo scatto non era venuto bene. La qualità era pessima, ma è proprio quella l’ultima foto di lei in vita. Sua madre l’ha conservata e noi bambini la guardavamo, cercando di trovarci ogni volta qualcosa di nuovo, come se emergesse un nuovo dettaglio. L’ultima foto di Ivana, in realtà, le è stata scattata all’obitorio ed è stata anche pubblicata sui giornali. Quando l’ho vista, è stato spaventoso. Ce l’ho ancora impressa nella mente e quando ho scritto il romanzo sapevo già che avrei voluto mostrare ogni cosa, perché il crimine è stato commesso alla luce del giorno e tutti dovevano sapere com’era andata. 

La guerra sta arrivando, Ivana e Dunja hanno comunque i loro sogni di ragazze: musica, libertà, un appartamento in città, anche per te è stato così? 
Io sono un modello per il personaggio di Dunja, perché i nostri padri sono fratelli e vivevamo insieme nello stesso cortile. Quel giorno ero lì, ho visto tutto, altre cose me le hanno raccontate. Davanti a casa di nostra nonna c’era un melo e lì sotto le donne si riunivano per bere caffè e chiacchierare; noi bambine ci sedevamo sulla panchina e iniziavamo a fantasticare. A volte immaginavamo di essere su un autobus, altre in un treno, ci piaceva viaggiare in Italia, in Slovenia, in altri posti dove non eravamo mai state. È ironico pensare che il tizio che ha ucciso tutte quelle persone fosse in piedi proprio davanti a quel melo. Era un luogo simbolico. Il nostro luogo di riposo, di divertimento, che in seguito si è trasformato in qualcosa di molto oscuro.

QUI l’articolo originale: https://www.mangialibri.com/interviste/intervista-magdalena-blazevic