Giangilberto Monti è uno dei massimi conoscitori di Boris Vian. Con il suo nuovo lavoro – Boris Vian, il Principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés – ha scelto la via del docu-romanzo per raccontare un artista unico (scrittore, poeta, autore di canzoni, musicista: ma soprattutto un genio di un’epoca irripetibile) che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per molti.
Monti, perché oggi Vian è ancora così importante?
«Per la contaminazione tra le arti, la capacità di anticipare la realtà, la lucidità intellettuale. E la grande sperimentazione linguistica».
Qual è stato il tuo primo incontro con Vian?
«Erano i primi anni Novanta. Mi trovavo a casa di Riccardo Pifferi – autore e regista – con il quale stavo scrivendo uno spettacolo. A un certo punto mi ha consigliato di leggere Textes et chansons, un tascabile antologico di Vian. Da lì ho iniziato a interessarmi ai suoi lavori e mi sono reso conto di quanto la mia carriera fosse affine alla sua».
A quali conclusioni sei giunto?
«Intanto che lui è molto più bravo di me… (risata). Diciamo che è diventato una sorta di alter ego intellettuale. Le sue idee sulla musica, sulla politica, sull’arte in genere, sono quelle che ho sempre avuto io. Una specie di specchio. Ma molto più bravo di me…».
Se dovessi indicare a chi non lo conosce come accostarsi a Vian, cosa suggeriresti?
«I romanzi La schiuma dei giorni e Sputerò sulle vostre tombe. E poi ascoltare del jazz. E non avere preconcetti, essere politicamente scorretti. Come diceva Jobs, essere molto affamati».
Vian era affetto da una cardiopatia congenita: sapeva che la sua vita era a tempo. Pensi che questo abbia inciso nel suo inesauribile attivismo?
«Quando hai la percezione della malattia e che il tuo tempo è molto importante, cerchi di riempirlo in tutti i modi possibili perché ogni minuto è prezioso».
Artista ma anche dirigente del reparto discografico jazzistico della Philips: come vivono queste due anime in Vian?
«Un artista vero delega molto difficilmente. Michelangelo trattava personalmente col Papa la propria paga quando gli chiedeva di finire il Giudizio universale. Ma credo sia normale, perché si vuole avere il controllo totale: un artista desidera che appaia esattamente quello che lui ha pensato di far arrivare».
Boris Vian è anche al centro di un tuo spettacolo…
«Sì, riprendo canzoni che ho tradotto e registrato e racconto la sua vita in uno spettacolo di narrazione musicale».
Operazione che stai portando avanti anche con le canzoni di Dario Fo: un libro, pubblicato l’anno scorso, e un disco, che uscirà a marzo.
«E’ la mia cifra stilistica. Sul Dizionario della canzone italiana diretto da Renzo Arbore e edito dalla Curcio, alla voce Monti Giangilberto si legge: Non è mai diventato famoso per la sua scelta di sperimentare continuamente generi e stili musicali e in questo rispecchia la sua generazione, quella cresciuta artisticamente negli anni Settanta. La mia è una concezione totalizzante dello spettacolo: la performance è un evento unico, che mescola tutto. Una sorta di comunicazione incrociata: contaminata, come si usa dire adesso. Ma noi lo facevamo già quarant’anni fa…».
Una sorta di favola moderna, in cui gli elettrodomestici prendono vita. E, al centro di tutto, un frigorifero con la sua saggezza. Andrea Serra debutta per Miraggi con “Frigorifero mon amour”: si parla di cibo e del suo utilizzo, spesso sbagliato, argomento quanto mai importante nella nostra epoca. Ma lo si fa con leggerezza, come racconta l’autore: “Il frigorifero si rivela un attivista del Banco Alimentare: una realtà che ho incontrato e che mi ha spinto ad approfondire i temi legati allo spreco. Nel libro ci rimprovera, fornendo anche dei dati su quanto buttiamo via. Il frigo è la coscienza critica, con i suoi insegnamenti. E lo spreco alimentare è una metafora della nostra società, dove ammuffisce l’umano invece del cibo”. Come è arrivata l’idea del libro?
“In un periodo di “disperazione” familiare, quando sono nate le due bambine, che oggi hanno quattro e otto anni: non dormivano e, di conseguenza, non dormivo io. La notte ho cominciato a scrivere i primi racconti e la vena umoristica è giunta per reazione”. Perché il frigorifero? E perché le carote della copertina?
“Il frigorifero perché è un elemento centrale della nostra casa. Mia moglie, che ha un carattere duro e diretto, lo insulta anche, dicendogli “apriti scemo”. Le carote sono quelle che lei compra a piene mani e che un bel giorno riemergono ammuffite, dopo essere state dimenticate in uno scomparto. Nel libro il frigorifero scappa, arrabbiato per lo spreco di cui è testimone ogni giorno”. Comincia così una sorta di inseguimento.
“Lo racconto in forma di diario perché il protagonista, visto che non riesce a prendere sonno, si rivolge a uno psicologo che gli suggerisce di annotare tutto. La narrazione parte a gennaio e si conclude a dicembre, con una coda rappresentata da una discesa agli inferi per ritrovare il frigorifero perduto”. Sembra una favola di Esopo: là parlavano gli animali, qui gli oggetti.
“L’intento è quello. C’è una poetica degli elettrodomestici, tutti si esprimono: è una favola contemporanea, con una funzione civile e morale”. Per questo è stato coinvolto anche il Banco Alimentare?
“Scrive una postfazione in cui fornisce i numeri sullo spreco di cibo. Al Banco va anche una parte dei proventi dei diritti. Io, poi, oltre alle classiche presentazioni, ho programmato di andare nelle scuole perché, alla fine, “Frigorifero mon amour”, è un testo formativo-informativo. E divertente”.
Vita da editor ha chiesto alle case editrice quali siano stati i loro bestseller del 2017. Ecco l’intervento di Miraggi
Miraggi (Alessandro De Vito, direttore editoriale)
Il libro più venduto del 2017 è stato Parigi XXI, di Iacopo Melio. Ne sono particolarmente fiero perché la sua poesia (eh sì, i primi 6 libri più venduti sono poesia, chi lo direbbe?) ha una forza tenera e dirompente, ma implacabile, che unita al peperino toscano che è lui fa capire molto bene perché sia così seguito (ed è un segnale molto positivo di questi tempi, che in molti seguano e sostengano il suo cuore e le sue sacrosante battaglie). Per il resto, dato che Miraggi ha diverse anime, siamo molto contenti del successo di tutta la collana di traduzioni Tamizdat, il cui bestseller è Memorie di uno psicopatico di Venedikt Erofeev, nome di culto.
«Danilo lavorava alla cooperativa, andava al manicomio due volte alla settimana col furgoncino bianco e il disegno di un sole sulla fiancata con cui portava allegria».
I gesti quotidiani e i movimenti consueti: parlare con un amico, preparare il caffè, spostare un oggetto, riguardare una vecchia vhs. Ogni cosa che facciamo assume quasi sempre valore nel momento in cui proviamo a ricordarla. La vita ci scorre spesso di fianco, restiamo lì, immobili, e troppo spesso ci rendiamo conto di non farne parte, o almeno non nella maniera in cui vorremmo. E poi come una scarica, ci arriva un input, delle volte mentre siamo indaffarati nel fare qualcosa di manuale, ci piomba addosso una storia, un’immagine, un suono, una voce; e siamo costretti a scavare, a trovare elementi di residuo, e quello che ci è appartenuto ci sembra meno sbiadito.
La nostra esistenza non è un atto unico, è composta da momenti, miliardi di momenti che spesso non riescono a restare vicini e se sono gli attimi che danno valore alla vita intera è importante forse riuscire a vivere le nostre emozioni nel durante e non solamente nella memoria, quando tutti sono bravi a dirsi: beh, lì ero proprio felice, e non me ne sono reso conto. Cerchiamo punti di svolta in modo continuo senza, apparentemente, trovarli mai, semplicemente perché quando ci capitano non riusciamo ad accorgercene; tutto diventa chiaro nel momento esatto in cui iniziamo a raccontare un evento, attraverso le parole e la narrazione, elementi che ci sembravano poco lucidi e distorti, trovano come per magia la loro collocazione. Simone Ghelli è nato nel 1975, Non risponde mai nessuno è la sua seconda raccolta di racconti, questa volta pubblicata da Miraggi editore.
I racconti che compongono questo libro ci narrano della commedia umana, del vivere quella vita che come un palcoscenico teatrale ci costringe ogni giorno a entrare in scena, con la speranza di non dimenticare nessuna battuta chiave. Siamo all’interno di vite che non sono nostre, ma che ci rimandano l’eco di qualcosa di familiare, e possiamo provare la sensazione che ogni racconto possa essere un nostro personale ricordo, in una frase, una sfumatura, un’immagine.
E ci ritroviamo con Giovanni e le sue idee dolorose (I tafani del Merse), il suo confronto con ciò che vorrebbe essere e ciò che, in fondo, è realmente. Veniamo catapultati nei ricordi di Paolone, nella sua infanzia (Il missile), nella voglia che ha di mantenere stretto un movimento passato ma mai sbiadito. E questi racconti ci parlano di lutti (Con un figlio così), di impossibilità (Non risponde mai nessuno), di confidenze ed errori (Vedevano tutto il suo dolore).
«Con uno stacco siamo di nuovo fuori dalla Turbina. Zoom lento su tre macchine da scrivere impilate una sopra l’altra e infestate dall’edera. È l’immagine più poetica, la più commovente. Dopo il senso di abbandono che ci accompagna per nove minuti, arriva, improvvisa, questa specie di epifania. È qualcosa di definitivo, un monito con cui fare i conti».
Il modo in cui Simone Ghelli ci accompagna in queste storie è romantico, la sua scrittura procede spedita, non perdendosi mai in inutili preziosismi stilistici; ogni racconto possiede la potenza del reale, la durezza della vita e la sacralità della memoria.
I racconti si alternano tra prima e terza persona, ma il gioco dello scrittore riesce talmente bene che, a un certo punto, anche i racconti scritti in terza persona ci possono sembrare introspettivi come quelli in prima persona.
«A vederli insieme così, in certe domeniche a braccetto, la gente giù in paese diceva che potevano sembrare davvero una coppia felice, che l’abitudine e il dolore non li avevano allontanati. Dopo aver passeggiato per il corso si mettevano seduti al bar prima del ponte sul fiume, e non facevano che ridere e guardarsi in quel modo che soltanto gli innamorati. Ma non erano che quaranta minuti, al massimo un’ora, che poi la vita tornava in carreggiata, affaticata dal peso dei problemi; il lavoro che mancava, un figlio ancora in casa a trent’anni passati, un fratello che non si capiva più dove avesse ficcato la testa.»
Sono poche le pagine che lasciano una speranza, è come se la “terribile” recita umana non possa portare altro che dolore e disperazione e anche lì dove si intravede uno spazio di luce il male, e la consapevolezza della condizione emotiva di ogni individuo, riporta una sorta di sconforto che resta come una macchia indelebile.
Non c’è una regola per vivere, non c’è una soluzione al dramma che ci può piombare addosso senza preavviso, non esiste una legge che possa condurci verso una soluzione; esiste solo la maniera che ognuno di noi ha di vivere la propria esistenza, esiste la possibilità di rifugiarsi nel ricordo quando il presente ci appare troppo duro, meschino ed ingiusto.
E anche se a volte tornare indietro nel posto di ciò che è stato può riempirci di scorie, è importante conoscere a memoria quello che siamo stati, quello che abbiamo subito e ciò che ci ha tagliato a pezzettini, per poter cercare di dare al presente una forma quanto meno diversa.
“Non risponde mai nessuno” segna l’esordio di Simone Ghelli con Miraggi. Dieci racconti con un minimo comune denominatore che deriva da un’esperienza personale dell’autore, quella fatta come obiettore di coscienza presso un ospedale psichiatrico di Siena, città dove si è laureato. “La componente personale è sempre molto forte. Parto da un’esperienza vissuta, poi modifico. In questo caso si parla di gente che soffre una situazione di disagio di varia natura, di persone che si ritrovano abbandonate o si sentono abbandonate”.
Lo definisce bene la prefazione di Wu Ming 2. “Il vero filo conduttore è la vergogna, dei personaggi verso se stessi e dell’autore verso il genere umano di cui fa parte. Si permette che certe situazioni esistano, voltandosi dall’altra parte. Si vive nell’indifferenza, senza fare nulla”.
Come è nato il libro? “All’inizio era molto diverso. Quasi un anno fa mandai la raccolta a Miraggi, era parecchio disomogenea e diversi lavorierano già apparsi su riviste. Non pubblicavo da tanto, avevo bisogno di uscire dal guscio. Hanno letto, è piaciuto, mi hanno fatto sapere che non c’era fretta. Se c’è questo tempo, mi sono allora detto, riprendo il materiale. Per la prima volta avevo la fiducia dell’editore e la possibilità di lavorare senza pressioni. Sono nati altri racconti e, alla fine, dei dieci originali ne sono rimasti la metà”.
Perché la scelta del racconto? “Perché è la forma in cui penso di esprimermi meglio. Ho scritto un paio di romanzi brevi, fatico con la forma più lunga. Come Raymond Carver, che abbandonò il suo romanzo perché si annoiava… In effetti le idee di molti racconti sono tentativi di scrivere romanzi perché ho comunque questa specie di tarlo. Poi ci lavoro sopra, tenendomi l’idea forte”.
E viene fuori un lavoro a tutto tondo, come un disco. “Mi piace l’idea di un libro come un album. Non a caso il titolo è quello di un racconto, come la canzone che dà il titolo a un disco”.
San Francisco Rock è l’opera prima di Marcello Oliviero, laurea in lettere e vita professionale particolarmente intensa. E’ un romanzo che nasce da una passione personale, legata alla musica. Ma con un tema di fondo quanto mai attuale. La musica innanzitutto: “Ho iniziato a scrivere quando ho chiuso con il mio gruppo i Gardening at night. Eravamo in 5, io suonavo la batteria. Facevamo musica indie, siamo andati avanti per tre, quattro anni. Avevo ristrutturato la mia vita, sentivo la necessità di fare qualcosa e ho iniziato a scrivere.Volevo raccontare una storia che mi sta a cuore, di ragazzi che cercano di trovare una strada nella vita. Non potevo ignorare la musica, che è stato uno degli aspetti più importanti della mia esistenza”.
La musica, quindi. Ma anche un filo conduttore che si innesta nella realtà dei nostri giorni, ovvero le fake news. “Sono quattro ragazzi che vogliono emergere. Un giorno fingono di aver trovato un vinile degli anni Settanta, in cui però mettono le loro canzoni. Il trucco nasce come la volontà di ribellarsi a un sistema che non li considera, diventa la necessità di creare una notizia per far sapere che anche tu hai una storia, e qualcosa, da raccontare. Vogliono rendere vivo il loro sogno di suonare. Pubblicano il disco e lo danno in pasto a un universo che, spesso, non sa distinguere la verità tra ciò che non lo è”.
Si può parlare di menzogna a fin di bene? In fondo non fanno male a nessuno… “La storia ruota attorno alla menzogna come necessità di trovare una propria via. La menzogna che si trasforma in una storia rende appetibile la realtà, che – vista da fuori, quella altrui – ci sembra sempre dorata. Noi abbiamo questo problema: sembra che intorno tutto funzioni mentre noi non riusciamo a combinare nulla. Poi ti accorgi che questa perfezione non esiste”.
Quale personaggio impersonifica al meglio quello di protagonista-vittima della menzogna? “Si vede molto in Keith. E’ un vecchio bluesman che ha avuto successo con due canzoni e poi si è bruciato tra droga e alcol, mandando la vita a rotoli. Potrebbe essere un misto tra Mick Jagger e Keith Richards, se non fossero diventati i Rolling Stones. Keith torna alla ribalta accodandosi alla storia dei protagonisti, rendendola così reale: su appropria di questa menzogna”.
San Francisco Rock è una storia corale. “Lo spirito dei quattro è quello di un gruppo, di una collaborazione, con i pregi e i difetti che ci sono nell’equilibrio delle varie pulsioni. La distruzione di una band è sempre dietro l’angolo. Loro trovano l’unità e superano le sfide. Nessuno è meglio di un altro, ognuno porta se stesso”.
E San Francisco Rock è a sua volta parte di un progetto. “Di un progetto creativo. Ci sono io, ovviamente. Poi c’è Giulia Ronzani, una fotografa: due sue immagini sono sulla copertina del libro. E poi c’è Nicola Cavallaro, cantante, arrivato quarto a The Voice France nell’ultima edizione. Lui ci ha messo la voce credendo e condividendo questo sogno. E’ un libro che si trasforma in conoscenze, in relazioni. Fai tutto per gli altri e con gli altri. C’è sempre stata grande condivisione tra noi tre e il libro non sarebbe nato da me solo, anche le canzoni. Magari sarebbero state diverse, ma c’è la forza di far uscire le cose con la creatività degli altri”.
Luca Ragagnin è al quarto libro con Miraggi. Ma questo è speciale, per due motivi: perché si tratta del primo romanzo, e perché con “Agenzia Pertica” Miraggi inaugura la collana ScafiBlù, dedicata solo ad autori italiani. “E sono molto contento di essere il numero uno”, dice Ragagnin, autore di quello che definisce “un tristissimo romanzo comico”.
Perché questo ossimoro?
“Domizio Pertica è un uomo che vuole fare lo scrittore. Pubblica, ma non riesce a vivere di questo lavoro. Perde i lettori, addirittura la critica lo prende in giro. Con un atto rabbioso decide di cambiare vita e apre un’agenzia investigativa. Incontra una giovane praghese, con cui si fidanza, e lei porta da Praga il suo merlo indiano parlante. All’agenzia si uniscono una gazza ladra e un gatto di strada”.
Che razza di agenzia è?
“Sui generis, nessuno ha sostenuto gli esami per ottenere la licenza. E’ una banda di scalcagnati che ha come obiettivo trovare gli alibi per i delinquenti ma che non riesce a combinare nulla. E’ un tristissimo romanzo comico perché c’è un diffuso sentore di cose perdute e di sconfitta. La compiutezza di tutti questi personaggi si avvera nella sconfitta. Pertica perde l’amore per la scrittura. Venus Diomede perde la sua città. Il merlo perde una lingua che conosceva, venendo in Italia. E la gazza è single perché ha ammazzato la sua consorte: le gazze, come le tortore, sono inseparabili”.
E’ comunque una ben singolare compagnia di giro…
“Più che altro è un guscio narrativo, tutto si gioca sulla lingua e sui registri. Su quello che succede tra parentesi in una realtà che non parte mai. Ognuno dice la propria, animali compresi. E il trait d’union che attraverso le vicende è l’alcol, la vodka: bevono tutti come pazzi, anche gli animali tranne il gatto… I registri sono giocati molto sul basso, verso lo scorretto. A fare da contrappunto c’è un’altra voce che irrompe di tanto in tanto, in metacapitoli annunciati. E’ la voce di chi sta scrivendo, non necessariamente dell’autore. Salta fuori il sottofondo dolente, con una lingua diversa. Come un ammonimento al lettore. E’ un gioco di spiazzamento, per instillare dei dubbi. E’ una voce che fa sbalzare il sottinteso talmente coperto dalle vicende che sono comiche. Ti mostra il rovescio della medaglia”.
Parlando di investigazioni uno pensa a un giallo.
“Ci sono delle promesse, ma si capisce subito che non si tratta di quel genere. Le prime trenta pagine sono una lunga tirata del protagonista sul suo fallimento come scrittore. C’è l’affabulazione, tipica di una certa letteratura. La lingua è molto sorvegliata, anche nelle forme sgrammaticate. Ne viene fuori una favola sbilenca, con equilibri spezzati. Un libro anche apparentemente molto misogino, soprattutto in Pertica: parliamo di un cinquantenne incarognito dalla vita”.
Il dramma delle Twin Towers che diventa un’occasione. Meglio, diventa l’occasione. Quella che consente di approfittare a livello personale di un evento che sconvolge il mondo. Chi non culla il desiderio di scappare da una vita che non sente più come sua? Il protagonista di Respira ci prova. Roberto Saporito ci spiega come è nata l’idea del libro: “Da un’ossessione durata anni, sempre legata alle Twin Towers. E’ nata quando sono salito per la prima volta sulle torri: uno è abituato a vedere New York con il naso rivolto verso l’alto, da lassù tutto sembrava più basso. Anche i grattacieli. E poi è ovviamente continuata l’11 settembre 2001, con l’attentato. Ho cominciato a scrivere nel 2011, un brutto compleanno per New York, ed è venuto fuori quasi tutto di getto, in diretta”.
Si parte da New York, si va in Provenza, si passa in Italia, si torna a New York e si rivede l’Italia. Un romanzo di fuga? “Può sembrarlo, in realtà è un romanzo esistenziale. L’idea era quella di sradicare una persona, da italiano che viveva a New York. Vede l’attacco alle Twin Towers in diretta, dove c’è il suo ufficio, e decide in un istante di cambiare totalmente esistenza e luogo in cui vivere. Si costruisce una nuova personalità perché non gli piace quello che fa, decide di scomparire”.
Non è una scelta di facile realizzazione, però. “Perché la sua vecchia vita lo perseguita e tutto diventa più complicato, trasformandosi in un tormentone, per l’appunto, esistenziale. Il passato resta una zavorra, non passa e ritorna. Si comincia dalla Provenza, dove il protagonista pensa di aver trovato una nuova esistenza, idilliaca. Non era una scelta sua, gli ricade addosso”.
Un protagonista di cui non conosciamo il nome. “E’ una fisima mia, dal primo romanzo non ho mai messo il nome a chi si trova al centro del racconto. Era capitato per caso, adesso è una scelta. Diventa un gioco con il lettore, che può diventare a sua volta protagonista. Per questo l’ho scritto in seconda persona”.
La voglia di fuga domina le nostre vite. “Ma io non voglio trasmettere alcun messaggio. Chi legge dovrebbe tirare fuori qualcosa, però potrebbe anche non farlo. Il mio suggerimento è di leggere il romanzo come se fosse una fiction, divertirsi e finirla lì. Non esiste una morale del libro, ognuno se la trova. Il tema fondamentale è quello della costruzione di una nuova identità: morire e rinascere, con tutti i problemi che ne conseguono”.
Senza fare spoiler, la fine del romanzo sembra lasciare aperta la porta a uno sviluppo futuro. “Molti miei romanzi hanno finale aperto, i tre protagonisti dei miei primi tre romanzi li ho poi radunati in un quarto romanzo. Vedremo”.
Un’opera prima, un titolo intrigante. Nicola Manuppelli nella vita è un traduttore che si definisce “talent scout”: si imbatte in un autore (rigorosamente anglofono) e lo spinge, se gli piace. Come fanno gli osservatori per le squadre di calcio, gente che trascorre il tempo a scoprire buoni calciatori sui terreni della provincia. Stavolta, però, Manuppelli è sceso in campo in prima persona. Con le poesie e con quel titolo, che non passa inosservato: “Quello che dice una cameriera”. Il motivo? Eccolo spiegato: “Ho scelto il titolo come facevano i cantautori per gli album, dandogli quello di una canzone contenuta nel disco. La cameriera è una figura che ritorna in tanti pezzi, l’ho incontrata in tante cose che traduco. Io stesso sono stato un cameriere. C’è tutta una filosofia dentro questo mestiere, un mondo che mi affascina molto”.
Per quale motivo? “Perché è un figura femminile e perché vive in un universo di cose fuggitive. Mi piacciono i luoghi di passaggio, come gli alberghi e gli aeroporti. Il cameriere è un lavoro di passaggio. Lo fai per un attimo. Però dietro c’è sempre una possibilità, nasconde altre storie. Una sospensione che mi affascina”.
Come è nato il libro? “Ho cominciato a scrivere quando avevo 18-20 anni, io sono del 1977. Oddio, chiamarle cose del secolo scorso mi fa un certo effetto. Ho iniziato dopo aver letto Yeats. Si tratta di materiale distribuito nel tempo, alla fine avevo 400 brani tra cui scegliere. Sono partito suonando a casa di Fernanda Pivano per farle leggere alcune cose. Doveva essere una cosa da una decina di minuti, si è trasformata in giorni e giorni trascorsi da lei. Un’educazione sentimentale che dura fino a Blue John, scritta poco prima di sposarmi a marzo e prima di un lungo viaggio negli Stati Uniti”.
C’è un filo conduttore? “Mi piace molto immaginare, non raccontare cose mie. E’ una ricerca della bellezza intera, della bellezza pacifica non tormentata. Con un sottofondo molto hollywoodiano, all’inseguimento del lieto fine. Mi ritrovo poco con alcune tendenze attuali, che privilegiano il cinismo. E’ un atteggiamento che non amo. Cerco la bellezza come la descrive Yeats in suo verso: Come posso distinguere la danza da chi danza?”.
Ti piace confrontarti con il pubblico? “L’obiettivo è suscitare emozioni. Avrei voluto fare il cantautore, ma non so suonare. Allora ho usato le parole. Il sogno della mia vita era leggere e scrivere, lavorare con le parole, valorizzarle come facevano le vecchia compagnie di teatro. Leggere la letteratura è la forma di espressione che amo di più: vai in giro, incontri la gente. Questi sono per me i reading, un modo per fare effetto sulle persone: colpire una donna, rendere allegro un amico, avere un pubblico”.
Attore 2.0, in alcune webseries molto popolari: da “The Pills” a “Freaks”, a “L’amore al tempo del precariato”. Attore classico, protagonista della commedia “Spaghetti Story” di Ciro De Caro, oppure Dylan Dog in “Vittima degli eventi” di Claudio Di Biagio. E attore di strada, come racconta Valerio di Benedetto: “Nasco attore perché un giorno papà mi dice che c’è un corso gratuito, vicino casa. Provo e dopo un mese decido che sarebbe stata la mia strada, senza dimenticare lo studio: laurea in scienze motorie sulla postura degli attori in scienza, tanto per restare in tema. Da dieci anni seguo questo doppio percorso. Sono attore di strada perché io e il mio amico Luca Basile volevamo a tutti i costi vivere di questo lavoro. Lui creò questo format innovativo e insieme fondammo la Kyo Art Productions. E’ un teatro itinerante, con visite guidate a Roma in cui interpretiamo i personaggi di cui si parla. Nell’ultimo abbiamo raccontato la vicende di Bernini e Borromini. Abbiano fatto 39 sold out nei fine settimana, per 1.800 persone”.
In quanti siete? “Oggi sono coinvolti 17 attori. Ci siamo trasformati in una compagnia stabile, nel vero senso della parola. Il mio piacere sta nel vedere le persone contente di quello che hanno visto e gli attori perché comunque fanno gavetta. E sono pagati… Abbiamo creato una squadra dove ci fidiamo l’uno dell’altro”.
Perché le poesie di “Amore a tiratura limitata”? “Il libro è nato da una separazione sentimentale, ho provato a canalizzare le sensazioni in altre forme d’arte. Non avevo mai pensato alle poesie, ma ho cominciato a scrivere e alla fine mi sono ritrovato con un volume notevole di materiale. Ho capito che potevo tirarci fuori qualcosa di buono. Non volevo che fosse una forma d’arte fine a se stessa, sterile. L’ho intesa come una missione, per incoraggiare le persone che hanno vissuto una separazione (un amore come un lutto) a riprendere in mano la propria vita. Magari trovando un lato artistico mai approfondito. La separazione è un pretesto per parlare di come ci si rialza, anche facendo cose che si pensava di non saper fare: è una risalita dagli inferi”.
Quando hai cominciato a scrivere? “La prima è del 2 aprile 2015, il fatto era appena successo. Ho scritto per i primi sei mesi, poi ho cominciato ad aggiustare il tiro, rivedendo il lavoro”.
A quali sei legato? “A molte: “Itaca”, “Atlante”, “Come formiche”. Oppure l’ultima, la centesima: “Se sapessi farlo ti scriverei una poesia”, è un modo per dire che non voglio prendermi troppo sul serio”.
Ti sei ispirato a qualche autore? “Michele Mari, ma l’ho scoperto dopo, quando avevo già scritto il settanta per cento del libro… Una mia amica legge una poesia e mi dice: “Sai che mi ricordi tantissimo Mari?”. Mi ha fatto piacere il complimento e mi ha incuriosito. In realtà non conoscevo Mari, ho letto “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, l’unico che ha scritto”. Mi ci sono ritrovato per il percorso interno e per la brevità di testo”.
A chi diresti di leggere il tuo libro? “E’ per chi abbia voglia di fare un viaggio alla scoperta di sé, un viaggio introspettivo. Sono poesie per chi ha deciso di dare il via a una rivoluzione umana”.
Ti sei mai esercitato in letture pubbliche? “No, ma sto preparando lo stand up comico “Vale’, ma che ti reading?” per entrare in un’atmosfera più leggera”.
Rigorosamente in minuscolo. Perché l’espediente scelto per il titolo (“d’Amore. di Rabbia. di Te”) vuole mettere in evidenza i sentimenti e la persona. E’ l’opera seconda di Andrew Faber, dopo “Non ho ancora ucciso nessuno”. Formula vincente non si cambia: poesie e racconti, più o meno brevi. Cambia però, aspetto fondamentale, il filo conduttore di fondo. Come racconta Faber: “E’ il proseguimento del primo libro, uscito a luglio 2016, ma il tono è meno serio. Strizzo l’occhio alla leggerezza evitando di scivolare, spero, nella banalità”.
Che cosa è successo in questi mesi? “Il primo l’avevo scritto dopo essere uscito, in maniera pesante, da una storia lunga. Ero anche andato a vivere da solo. Ora sono più sereno, si vede nella scrittura: più spensierata, più leggera, più libera”.
E’ venuto fuori di getto oppure meditato? “Di getto. Dopo “non ho ancora ucciso nessuno” ho scritto tutti i giorni, pubblicando su Facebook. A marzo mi chiama Miraggi e mi chiede di immaginare un volume che sia pronto in tre mesi. Io rispondo di no. Mi dicono di pensarci sopra, di prendermi qualche giorno. Ho valutato quanto avevo scritto, ho visto che era pubblicabile. In tre mesi ho irrobustito il materiale ed ecco “d’Amore. di Rabbia. di Te”.
C’è un tema che predomina? “L’ho sempre detto: sono un gran fanatico della donna e anche in questo si parla d’amore, sia pure in maniera differente. E’ molto introspettivo e molto più maturo di quello precedente”.
Hai avuto modo di “testare” le poesie prima dell’uscita del libro? “Non immaginando un secondo volume, ci sono cose che portavo negli spettacoli da tempo, conosciute da chi mi segue. Diciamo che ho già verificato sul campo e che è piaciuto”.
“Ultimamente usciamo insieme” è il titolo dell’evento in cui coinvolgi Federico Sirianni, cantautore e scrittore. Come è nato il vostro rapporto? “Io vivo a Roma, ho conosciuto Federico (un genovese) a Torino attraverso Catalano. Poi mi ha invitato a una sua serata quando è venuto nella mia città, ho letto alcune poesie. Ci siamo conosciuti e ci siamo presi. Volevo restituirgli il favore e sono felice che abbia accettato”.
La stand-up comedy in forma scritta: è “Non disturbare”, di Claudio Marinaccio, torinese, scrittore (Linus, Il Mucchio Selvaggio, Gq, Donna Moderna) e lavoratore (ma mantiene il più stretto riserbo su cosa faccia nella vita: nulla di illegale, comunque…). Se negli States si tratta di uno dei generi di maggiore successo – e di maggiore difficoltà, visto che la presa sul pubblico non deve mai calare, uno contro tutti a teatro come negli show televisivi -, in Italia è una forma di intrattenimento ancora poco frequentata, se non ignorata (o evitata) del tutto. Marinaccio ha accettato la sfida, passando dal romanzo d’esordio (“Come un pugno” del 2016) a un libro costruito su descrizioni fulminanti e dialoghi nonsense. Un susseguirsi di ritratti e situazioni nato dalle sollecitazioni su Facebook.
“Scrivevo dei post, in cui prendevo in giro quelli che ti scocciano al citofono oppure al telefono. I Testimoni di Geova che vogliono convertirti o i call-center delle aziende che vogliono farti firmare un contratto. Erano dialoghi surreali. Sono piaciuti, ne ho ideati altri ed è nato il libro. Volevo creare una stand-up comedy scritta. Da noi non tira, negli Stati Uniti va alla grande: c’è un professore di lettere che ha definito la stand-up comedy un genere letterario e la insegna così. E’ libera, racconta la realtà per come è sporca. Negli States sanno ridere di tutto in maniera intelligente, partendo dalle situazioni di vita quotidiana. Come ho provato a fare io”.
Perché il titolo “Non disturbare”? “Siamo sempre in comunicazione 24 ore su 24, tra internet e WhatsApp. Non rimaniamo più da soli. Riceviamo milioni di input, tutti possono avere un’opinione e oggi manca un’intimità dell’opinione. Non sono obbligati a dirmela, invece lo fanno. Adoro una citazione di Palahniuk: “Quando ti chiedono come è andato il week-end è perché non vedono l’ora di raccontarti il loro week-end”.
Riflette il tuo modo d’essere? “Amo stare in mezzo alla gente, la mia famiglia è numerosa e nel libro spuntano nonne e zie. Ma mi piace anche la solitudine in mezzo alle persone, senza uno scambio di parole. Si tratta di spazi vitali da difendere, si deve poter ritagliare la propria solitudine”.
E’ la posizione da cui guardi chi diventa protagonista dei tuoi racconti? “Mi piace osservare quello che succede: entrare in una bar, vedere le persone, anche ascoltarle. Lo adoro. E poi mi piace passeggiare, ti dà la misura della realtà. Ti costruisci un’idea della gente e vedi le cose”.
Riveli una passione per i Testimoni di Geova… “Ora mi scrivono quando al citofono si presentano i Testimoni di Geova. Non ho niente contro di loro ma mi fa ridere questo essere fuori del tempo, questa idea di convertire al citofono”.
E’ stato complicato il passaggio dal romanzo al racconto? “Il romanzo è più vincolante nello sviluppo della trama, i racconti sono molto più liberi. A me sono sempre piaciuti i grandi classici: Hemingway, Dostoevskij, Bukowski. In loro è presente un’ironia di fondo, la mia è più cinica, quella che maggiormente si addice ai pezzetti di vita di “Non disturbare”.
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