1) Michele, Sandra e il nome impronunciabile della figlia deciso tramite la Rete. Marco Lazzarotto ma tu cosa pensi dei social oggi? Insomma, a cosa stai pensando?
Sto pensando che i tre personaggi che hai nominato incarnano il mio rapporto con i social. Da un lato c’è la diffidenza di Michele, che nonostante sia iscritto a diversi social non li usa perché dubita della loro utilità – o quantomeno, all’inizio del romanzo. Poi c’è Sandra, invece, che è ossessionata dal numero dei mipiace e crede che prima o poi possano cambiarle la vita, ma per il momento si limita a invidiare il successo (cioè i tanti mipiace) altrui. Infine, il fatto che il nome della loro figlia sia stato deciso da un sondaggio online rappresenta l’importanza che oggi ha la rete, di come il virtuale confermi il reale – insomma, quante volte mi è capitato a un concerto di voler condividere una foto, altrimenti avevo l’impressione di non esserci stato davvero?
2) Un giorno, mentre sta attraversando le strisce pedonali, Michele rischia di essere travolto da un’auto di passaggio. Non succede nulla, ma lui ha una reazione violenta e, trovato un sampietrino per terra, lo scaglia contro la vettura. È un po’ la rabbia inaspettata dei buoni?
Spesso mi è capitato di leggere romanzi che culminavano in un gesto violento ed estremo del protagonista, più o meno inaspettato. A cosa stai pensando invece è proprio così che comincia, rovesciando il meccanismo. La reazione di Michele è la rabbia inaspettata di chi crede di essere buono, ma che da quel momento in avanti passerà le giornate a domandarsi chi sia veramente. È stato un episodio, o dentro Michele si nasconde qualcos’altro, o qualcun altro? Messa così, il romanzo potrebbe sembrare un horror, ma niente di più lontano: si tratta di una commedia.
3) MorganaScrive, la blogger nemica, è un po’ la voce della coscienza, anche se noir, e animata più dalla sete di scoop che da quella di verità. Il tema dell’alter ego nei tuoi libri è la tua personalissima chiave per indicarci le sfaccettature delle umane personalità?
È un tema che ho già affrontato nel Ministero della Bellezza, ma lì i social non c’erano; in A cosa stai pensando sì, e infatti Michele non ha un solo alter ego ma, creando diversi profili falsi per cavarsi d’impaccio da situazioni complicate, fa sì che la sua personalità si moltiplichi, si rifranga, permettendogli di sperimentare nuovi lati di se stesso.
4) Tre aggettivi tre per descrivere il tuo romanzo?
Vorrei che il mio romanzo fosse divertente e inquietante. Di sicuro è social.
1) Re Eremita figura leggendaria che ha origine nella Magna Grecia, diventa qui il punto di partenza di una favole nera. Da dove nasce questa idea?
Il Re Eremita in realtà non esiste, né lui né la leggenda. Tutto prende vita da un racconto di mia madre su un lontano parente che si ritirò fra i monti a fare “‘u remita” dispensando opere di bene tanto che ci sono pellegrinaggi verso i suoi luoghi in cerca di miracoli. Il collegamento fra questa figura positiva realmente esistita e le figure legate alla ‘ndrangheta che utilizzano comunque i contrafforti della Sila come rifugio è stato automatico anche se paradossale.
2) Il tuo romanzo è sicuramente una voce corale al femminile, un femminile che protegge, nasconde e accomuna. Sono unite, nella tua anima, esclusivamente per la necessità di tutelarsi o anche per la forza che l’unione femminile può fornire?
Bella domanda. La verità è che quella unione è quella da me auspicata, perché in Calabria, la Calabria che io conosco, c’è questo strano dualismo tra complicità femminile e assoluto egoismo. Si paga il prezzo di un retaggio antico, in cui le donne solidarizzavano solo per certe faccende, per il resto era l’uomo di casa a dettare le regole. Certe forme di omertà ne sono l’esempio. Poi è anche vero che le lotte più importanti, quelle che possono cambiare la sostanza della vita, si verificano all’interno di nuclei familiari allargati, dove le donne si sostengono e si ribellano, ma c’è ancora molta strada da fare.
3) Una sola figura maschile appare nei passaggi significativi del romanzo: Giuseppe Esposito, che altri non è se non l’anima nera di Sant’Eustachio Belvedere. Paradossale e reale protagonista della narrazione. Io sono Calabrese come te. Quanto c’è della nostra Calabria nella descrizione dei luoghi?
C’è molto. Sant’Eustachio non esiste – almeno che io sappia – ma per la descrizione io mi sono ispirata al mio paese di nascita che somiglia a tanti, tantissimi paesi della costa ionica. L’abusivismo edilizio, i servizi non funzionanti, le amministrazioni colluse. Tre mesi dopo aver finito la prima stesura del romanzo c’è stata l’operazione Stige…
Giuseppe Esposito rappresenta la somma di tante nefandezze che la criminalità organizzata calabrese continua a perpetrare, nascoste da un perbenismo di facciata necessario alla sopravvivenza. Questa estate mi è capitato di passeggiare per le strade del mio paese e sentire gente che di lamentava del fatto che il “lavoro” avesse risentito di tutti gli arresti eccellenti che ci sono stati. Le cose stanno ancora così.
4) Tre aggettivi tre per descrivere il tuo romanzo.
È sempre difficile trovare aggettivi per un romanzo, figuriamoci tre! Dovendolo fare direi doloroso, paradossale, liberatorio.
1)“Musica solida”, cioè la musica incisa su supporto fisico, che sia ceralacca, vinile o cd, contrapposta a quella attuale, liquida o, come uno dei discografici intervistati nel volume la definisce efficacemente, gassosa. Quanto presente c’ è nella musica del passato?
Direi che nella musica del passato c’è tanto del presente: basta andare in un’edicola e vedere quante collane di ristampe di dischi in vinile ci sono, alcune con molto successo di vendite. C’è quindi da un lato la riscoperta (e per i giovani la scoperta) del repertorio dei grandi gruppi e solisti del passato, e dall’altro il rilancio di un supporto, il disco in vinile, che negli anni ’90 si pensava definitivamente morto e sepolto e che per molti motivi, non tutti strettamente musicali, sembra che stia tornando in auge, in primis nei paesi anglosassoni. E pare che non ci si stia fermando qui, visto che sta iniziando anche la riscoperta delle audiocassette. A questo punto, mi aspetto la rivincita dei nastri Stereo 8.
2) E’ un lavoro antologico il tuo. Quanto tempo ti ha richiesto?
Contando la ricerca delle fonti, sia cartacee che orali (interviste a vari personaggi che, in ruoli diversi, hanno vissuto il periodo d’oro della discografia italiana), dieci anni esatti. Invece il lavoro di scrittura vera e propria è durato poco meno di un anno.
3) Raccontaci l’aneddoto più divertente e quello più malinconico collegato alle storie che hai raccontato in Musica Solida
Purtroppo di aneddoti malinconici ce ne sono, perché alcuni dei personaggi intervistati, già avanti in età, dopo poco tempo sono scomparsi: mi vengono in mente nomi come Alberto Testa, Giorgio Calabrese, Franco Cassano e Alfredo Rossi. Proprio quest’ultimo mi ha raccontato il motivo per cui, alla fine degli anni ’80, mise in vendita l’Ariston, ed è legato a un suo problema di salute che non aveva mai raccontato prima. Sempre ad Alfredo Rossi è legato un aneddoto divertente: quando alla fine degli anni ’50 lanciarono, in collaborazione con le Cartiere Fedrigoni, le Fonocartoline, con lo slogan “la cartolina che canta”, dopo qualche tempo furono costretti a interrompere la pubblicazione perché avevano smarrito la formula di questa carta particolare e, inoltre, non avevano pensato di brevettarla.
4) Se dovessi descrivere Musica solida con tre aggettivi?
Tre aggettivi sono veramente pochi…mi vengono in mente: appassionante, rigoroso, leggero (come la musica).
Il nuovo romanzo di Daniele Zito, Uno di noi (Miraggi Edizioni), scritto con lo stile della tragedia greca incrociato al tema della “disumanizzazione”, è un’analisi precisa e cristallina dei tempi che imperversano. Nato a Siracusa, classe 1980, Daniele Zito ha studiato a Catania, dove attualmente vive e lavora. Ha esordito nel 2013 con La Solitudine di un riporto (Hacca edizioni), cui sono seguiti Robledo (Fazi Editore), pubblicato anche in Francia e Catania non guarda il mare (Laterza).
Chi sarebbe l'”Uno di noi” esplicitato nel titolo?
«Forse quella parte di noi che non riesce ad accettare alcune regole basilari della democrazia. Forse il fascista che ci portiamo dentro, nostro malgrado.»
Com è nata quest’opera?
«Non pensavo fosse pubblicabile, sia per la forma che per i contenuti. Uno di noi, infatti, è un romanzo singolare: al suo interno convivono assieme poesia e pièce teatrale, due generi che non hanno molta fortuna editoriale. Ho finito di scriverlo tra il 2016 e il 2017. Da allora, sono trascorsi quasi tre anni e dora eccolo qui, finalmente in libreria, grazie all’aiuto del mio agente, Patrizio Zurru.»
Lo stile si rifà all’ouverture del precedente Robledo, con inserimento della tragedia greca.
«Mi interessava utilizzare un elemento presente il Eschilo, Euripide e Sofocle: nelle loro opere nessuno è innocente. Tutti sono colpevoli, anche quelli che cataloghiamo come personaggi “positivi”. E la distribuzione generale e generica della consapevolezza, per paradosso, rende tutti innocenti. Se tutti sono colpevoli, nessuno lo è sino in fondo. Un aspetto che secondo me può essere applicato alla realtà italiana di questi anni.»
Quattro uomini per burloneria incendiano un campo rom provocando il coma di una bimba. L’unico che ha una famiglia torna a casa turbato. Qual è il senso?
«Non è la storia di un pentimento, ma – come dici tu – di un turbamento. Il protagonista non si pente per la sua azione scellerata. Molto più prosaicamente ha paura di essere scoperto. Quando scopre che ciò non accade, comincia finalmente a capire la reale portata delle proprie azioni. Non prova mai una vera “solidarietà” con la vittima, bensì pena – questo sì – perché è un padre anche lui. Anche lui ha una figlia, ma nulla di più. È turbato, mai pentito.»
A cosa ti sei ispirato?
«A diversi fatti di cronaca. È triste da dire, ma nel nostro Paese c’è tantissima gente che compie gesti disumani, oltre che xenofobi, forte della consapevolezza di farla franca, ed è palese che lo Stato non si affanna troppo per risalire la catena delle responsabilità. Nel mio libro, quattro uomini, tutti di età compresa tra 40 e 50 anni, bruciano una baraccopoli in maniera quasi spensierata, dopo una partita di calcetto. Perché ciò possa accadere deve esistere un contesto che li legittimi, ecco che racconto proprio quel contesto, ossia l’insieme di dispositivi retorici e meccanismi collettivi di rimozione che rende possibile quel particolare tipo di disumanità.»
Nella narrazione emergono diversi punti di vista.
«Sì, è l’unico modo per descrivere realmente il contesto: utilizzare diversi punti focali. Racconto l’infermiere che soccorre la bimba, le dichiarazioni di un ministro, etc. Come in Robledo, il mio precedente romanzo, per buona parte del libro la storia emerge dalla contrapposizione di questi punti di vista.»
«Ci vogliono le ruspe»: dicono alcuni personaggi del tuo romanzo. Lo dice anche Salvini. Che pensi di lui?
«Salvini è un politico mediocre. La recessione e un diffuso malcontento verso le forme di democrazia rappresentativa hanno aperto uno spazio politico enorme. Lui ha il merito di averlo riempito con parole d’ordine prese di peso dal repertorio dell’estrema destra. Un azzardo politico che ha funzionato per un po’, ma che ora mostra tutti i suoi limiti. Sono convinto che la sua parabola sia ormai discendente. Il problema non è Salvini in quanto tale, ma il sentimento che ha cavalcato, che purtroppo si è innestato nelle nostre comunità. Se prima era impensabile che dei naufraghi potessero morire senza essere aiutati, adesso non lo è più. Salvini ha sdoganato un modo assai antico di essere disumani, spacciandolo per qualcosa di nuovo. Molti lo considerano un fascista, io penso che rappresenti invece una deriva post-fascista tipica di alcune forme di populismo reazionario. Come altri in Europa, ha rielaborato alcuni dei contenuti del fascismo storico a suo uso e consumo, approfittando di un consenso politico che è stato enorme.»
Ciò si rivela anche in altre forme?
«Il post-fascismo, purtroppo, è un’ideologia pervasiva. Ha preso piede, inutile illudersi del contrario. C’è chi, timoroso delle conseguenze dei propri atti, si limita a pubblicare commenti vergognosi su Facebook quando compare la notizia dell’ennesimo naufragio, e chi scende in strada per far da sé. Personalmente ritengo entrambe le categorie estremamente pericolose. Per tutto il libro non faccio che pormi un’unica domanda: Cosa c’è nelle loro teste che legittima tanta disumanità?»
1) Uno di noi è il resoconto di una fine, strutturato come se fosse una tragedia greca. Quattro amici di vecchia data, al termine di una partita di calcetto, decidono di dare fuoco a una baraccopoli. Sono uomini mediocri, padri di famiglia, essere umani rabbiosi.
Leggendolo mi è sembrato di riscontrare i loro volti nel quotidiano. Mi vuoi dare una tua visione su di loro? Chi sono?
Sono persone ordinarie divorate da alcuni dispositivi retorici estremamente persuasivi. Roba del tipo “prima gli italiani”, “padroni a casa nostra”, “fermiamo l’invasione”, “stop buonismo”, ho omesso i punti esclamativi per rispetto dell’intelligenza dei lettori.
Grazie a questi slogan, molti di loro si sentono arruolati in un’enorme guerra immaginaria contro chiunque sia diverso, chiunque, cioè, non rientri in quel “noi” immaginario che spacciano per identità.
Da fuori sembrano persone ordinarie, conducono vite ordinarie – giocano a calcetto, tornano a casa dalla compagna, si riscaldano la cena, rimboccano le coperte ai loro figli – in realtà agiscono, pensano, combattono come dei soldati.
Sono in trincea. Hanno l’ordine di sparare su qualunque cosa si muova.
E in guerra, secondo la loro logica, tutto è permesso, compreso infliggere ogni tipo di dolore al nemico.
Siamo tutti vittime di un uso politico spregiudicato della crudeltà. La crudeltà viene esibita in ogni modo possibile nel tentativo di creare consenso. Le vicende della Diciotti, della Sea Watch, dello sgombero di Primavalle, delle barricate di Casal Bruciato hanno legittimato e propagandato un’idea disumana di convivenza, sono state dei veri e propri spartiacque. L’Italia che stiamo vivendo è una delle italie peggiori di sempre.
Uno di noi è il tentativo di raccontare tutto questo in prima persona e dal punto di vista di chi fa le barricate contro gli ultimi.
2. “Lì proprio in quel punto X c’era una bambina”. Forse, di tutto il testo, questo è il punto che mi ha richiesto un momento di pausa per l’estrema veridicità dell’immagine della scena, probabilmente anche alla luce del periodo storico che stiamo vivendo. Qual è stato il passo più duro da scrivere?
Raccontare il dolore del padre della vittima.
Sono padre anch’io, ho due figli, mi sono immedesimato col suo dolore, col suo smarrimento, col buco nero che una vicenda di questo tipo spalanca nel cuore di un genitore. Non è stato facile. Non è stato per niente facile. Nel libro è l’unico punto in cui ho dovuto prendere delle pause per respirare, calmarmi, provare ad andare avanti.
3. Come descriveresti Uno di noi con tre parole, tre?
Buongiorno Daniela! Grazie di essere con noi di LiveCinema&Libri; le congratulazioni sono d’obbligo, per il bellissimo risultato di essere arrivata in finale con il tuo romanzo Matelda cammina lieve sull’acqua, al premio Un libro per il cinema, edizione 2019. Vorremmo conoscere tutto di te, della tua vita da scrittrice, o almeno il possibile, adesso: perciò, che cosa ti ha spinto a diventare scrittrice? Qual è stata la scintilla che ti ha messo davanti un foglio di carta, o una tastiera del PC per cominciare a scrivere?
Buongiorno Loredana! Sì, sono molto felice di questo risultato raggiunto, non mi sembra ancora vero, sono veramente molto emozionata. Grazie per questa bellissima domanda: che cosa mi ha spinto a diventare scrittrice? Credo che scrivere sia una necessità che nasce con noi, e che va comunque di pari passo con la lettura. Io sono sempre stata una lettrice molto esigente; le mie letture sono cresciute con me: da cose più semplici, fino ad arrivare poi a tutti i testi dei mostri sacri che mi hanno fatto venire voglia di provare a mettere sulla carta emozioni che loro riuscivano a scatenare. Ho sempre letto quello che mi capitava; per questo parlo di crescita parallela a me.
Hai fatto bene a nominare la carta, perché scrivere per me presuppone questo passaggio importantissimo: è sulla carta che nascono i personaggi, è lì che devo sentire l’odore dell’inchiostro, il pigiare sulla penna a seconda delle emozioni che mi arrivano. Soprattutto le prime volte che scrivi qualcosa, non è facile mostrarlo; è per questo che ci ho messo un bel po’ di tempo a farlo, pur scrivendo da bambina. E se guardo le prime cose che scrivevo, mi sembrano molto semplici, ma all’epoca rappresentavano quella che ero, perché, poi, per crescere ho dovuto studiare moltissimo. È vero che è importante che ci sia la passione, una certa dote, ma tutto questo, senza la tecnica, non sta in piedi. Esistono anche casi eccezionali, pochissimi, che senza aver studiato niente riescono comunque a scrivere dei capolavori… ma per quanto mi riguarda, c’è bisogno che qualcuno ti metta sui binari giusti. Questa passione di scrivere mi spinge poi verso la tastiera, e quando sono lì sono certa di avere in testa tutto lo storyboard di quello che voglio dire, le parole vengono fuori da sole, e i personaggi si creano, mi prendono per mano e, in realtà, mi portano dove vogliono loro.
È molto bello quello che dici perché c’è molto spazio: leggere e scrivere, per te, sono soprattutto crescere. Da quello che ho compreso la lettura è stata importante per te, poiché siete cresciute insieme, ma anche lo scrivere. Leggere e scrivere sembrano due attività opposte, in apparenza, ma sono strettamente legate. Che apporto ha dato la lettura alla tua crescita, e quale la scrittura?
Di sicuro, a scoprire nuovi mondi, a ritrovare il passato o leggere scrittori che ipotizzano il futuro. Io adoro i classici, e anche la letteratura contemporanea; mi piacciono quegli autori che rompono gli schemi e quelli che raccontano fedelmente il loro tempo. Per migliorarmi, crescere interiormente, non ho fatto solo corsi di scrittura, pur avendo frequentato diverse scuole. A posteriori, posso dirti che il personaggio di riferimento è sicuramente il mio mentore, Paolo Restuccia, regista, autore e mio maestro; è la figura con mi sono trovata meglio e con cui continuo a confrontarmi. Non ho solo utilizzato queste, ma anche molta scuola di recitazione, con il metodo Stanislawski, che ti aiuta a cercare i personaggi e le emozioni dentro di te. Dentro di noi, c’è tutto, il personaggio iper romantico e, perché no, anche il serial killer: c’è un arcobaleno di emozioni immenso, e se guardi bene, puoi riuscire veramente a trovare tutto quello che ti serve. Ho fatto, poi, anche due anni di doppiaggio e quella è stata un’altra esperienza che ha mi ha fatto approfondire ancora di più questa ricerca. Dover incollare, attraverso le parole, le tue emozioni ad un già recitato, mi ha dato un ulteriore scatto, come frequentare dei Master con Mamadou Dioume, un personaggio molto vicino a Peter Brook, che fa master bellissimi dove ritrovare il contatto con te, guardandoti dentro, quasi come se fosse una forma di meditazione. La meditazione è qualcosa cui mi dedico da quasi trent’anni. In tutto questo, ovvero il desiderio di migliorarmi nello scrivere, la voglia di comprendere gli scritti mi è sempre rimasta, tant’è che una delle cose cui tengo di più è fare da relatore per altri scrittori. Il fatto di essere una scrittrice mi aiuta molto ad entrare nella psicologia del romanzo che poi devo presentare… per riassumere, sì, lettura e scrittura sono sicuramente strettamente collegate. Non conosco nessuno scrittore, del resto, che non abbia un buon bagaglio di lettura. Il resto, non vorrei che sembrasse come una cosa presuntuosa, è vocazione, un desiderio che nasce da dentro. E se anche all’inizio puoi dire di no a questo desiderio, arriva un momento in cui non ci riesci più: questo significa che quella è la tua strada. Se poi ti porta ad avere dei buoni risultati, molto bene per te, ma di sicuro ti porta verso te stesso, e questo, per me, è già molto, molto importante.
Si può dire che tu sei entrata davvero nel libro, e non solo come creatura di carta, con la lettura, la scrittura, la presentazione, ma sei entrata in tantissime sfumature di quello che vuol dire leggere e scrivere, raccontare, narrare, attraverso anche altre strade che sembrano lontanissime, come il doppiaggio, o il teatro. Sono entrambe esperienze bellissime, davvero. Partiamo da qui, da questo ambito sfumato, dove due arti diverse, ma simili, come due sorelle, come la narrazione attraverso i libri, e quella attraverso i film, si incontrano; come vedi il rapporto tra cinema e libri, l’arte di narrare con le immagini e quella che usa carta, inchiostro, macchina da scrivere, PC?
Sì, mi piace l’idea di assimilarle a due sorelle che si tengono per mano, narrare con i libri e con i cinema. Come vedo questo rapporto? Non credo sia molto facile fare una trasposizione di un libro, per quanto ci siano esempi eccellenti… tanto per fare un esempio italiano e uno straniero, io ho amato moltissimo la trasposizione de La macchia umana di Philip Roth, peraltro uno scrittore che mi suscita sempre tantissime emozioni, e dove si affrontava un argomento veramente importante. Ovviamente la trasposizione è stata facilitata da due mostri sacri come Nicole Kidman e Anthony Hopkins, e quello è stato un caso. In seguito mi ha veramente colpito, per la cinematografia italiana, Non ti muovere di Margaret Mazzantini. A parte qualche piccolo cambiamento, senza entrare nel particolare, credo che sia stata davvero eccezionale. È anche vero che i due hanno un rapporto parentale molto stretto, poiché Sergio Castellito è il marito di Margaret Mazzantini e ha saputo rappresentare esattamente quello che lei voleva trasmettere. C’è anche da considerare il ruolo di Penelope Cruz che, non so se è vero o una leggenda, si presentò al provino già calata nei panni di Italia, un personaggio particolare, fragile, che scatena una vera tempesta nella vita dell’uomo. È un lavoro estremamente difficile tirare fuori un film da un libro, ma per farlo esistono anche figure estremamente competenti, che riescono a far emergere spunti e idee interessanti nella stesura della sceneggiatura. Esistono anche dei casi in cui la trasposizione cinematografica non è andata a buon fine, e qui preferirei non fare nomi…
E come due sorelle, ogni tanto possono avere dei contrasti, possono litigare o possono magari dire la stessa cosa in modo diverso, senza rendersene conto. Hai parlato di due grandi esempi di trasposizioni cinematografiche che ti sono rimaste dentro, e si tratta di due grandi titoli, due grandi autori, da cui si sono ottenuti film giganteschi. Esiste, invece un libro che tu avresti voluto vedere sullo schermo e che per qualche motivo non ci è ancora arrivato? Uno o più di uno, s’intende…
Intanto, vorrei partire dal fatto che per me tutti i libri sono film: mentre leggo me li vedo proiettati nello schermo della mia mente. Io amo quei libri dove non definiscono del tutto un personaggio, perché mi piace immaginarlo. Ed è qualcosa che cerco anch’io di fare, quando scrivo. Se penso ad un titolo, me ne viene in mente uno di letteratura indipendente che amo molto: Eudeamon, di Erika Moak, un’autrice americana, pubblicata da Zero91. Questo libro parla di un futuro distopico, in cui i criminali non venivano rinchiusi nelle classiche prigioni, ma ricoperti di una tuta di latex che li rendeva tutti uguali e non potevano comunicare con il resto della società. Questa cosa all’inizio era molto forte, molto crudele: se ci pensi è veramente crudele non poter aver contatti con nessuno ed essere praticamente invisibili. Ma in questi personaggi, questa pena destava un contatto veramente fortissimo con sé stessi. Nel libro si parla di una giornalista che voleva capire come mai, tutte queste persone, allo scadere della loro pena, facevano in modo di rinnovarla, commettendo di nuovo qualche reato. Perciò si rende colpevole di un piccolo misfatto, si fa imprigionare in questa tuta di latex e in questo modo scopre che questo isolamento forzato la porta al contatto vero e proprio con sé stessa, fino a trovare una grandissima pace interiore. Un altro libro che vedrei benissimo come film è Ogni coincidenza ha un’anima, di Fabio Stassi, edito da Sellerio, che ho avuto l’onore di presentare. È un libro che ho voluto moltissimo perché volevo parlare con lui del suo personaggio principale, un biblioterapeuta che di lavoro ascolta le persone consigliando libri che possano aiutarli nel percorso per risolvere le loro problematiche. Parte da un personaggio particolare, la sorella di un uomo malato di Alzheimer, che dice che il fratello ha solo pochissimi e ricordi. In questa occasione lui comincia a chiedersi: nel caso ci venisse a mancare la memoria, qual è il ricordo che vorremmo fortemente conservare, quella cosa che ci è vitale? E andando a fondo nella storia, scoprendo tramite dei passaggi molto interessanti la vita e i rapporti di questo uomo, il biblioterapeuta imparerà a conoscere sé stesso, perché è questo il vero discorso alla base del libro. A volte mi domando se leggendo si vogliano cercare risposte che non si riescono a trovare da soli… è vero che questo accade con la scrittura perché scrivere è un elaborare a voce alta.
Meraviglioso! Dobbiamo davvero leggerlo e… poi chissà, trasformarlo in un film, vedremo! Ora, siamo arrivati all’ultima domanda. Matelda cammina lieve sull’acqua: la facciamo camminare lievemente verso un film? Che cosa renderebbe particolarmente idonea Matelda e la sua camminata lieve ad essere trasposta in un film, secondo te?
Questa forse è la domanda più difficile, perché mi riguarda da vicino. La storia di Matelda ci parla di conflitti generazionali: il bisogno di difendere i propri spazi e le proprie idee e di mettere in discussione i pregiudizi, che sono spesso legati al sesso e all’età. Ci ricorda di come gli anziani di oggi sono stati i ragazzi di ieri e sono cresciuti attraverso le stesse complicazioni e i conflitti delle generazioni attuali. Si sottolinea come tutti abbiamo il diritto quasi di sbagliare, se poi, attraverso l’elaborazione dei nostri errori, arriviamo a crescere interiormente. E torna quell’argomento che mi è così caro. Matelda cammina lieve sull’acqua percorre tutto il secolo, quindi prende visione di tutto quello che accade: si passa dalle difficoltà della Seconda Guerra Mondiale, al boom della ripresa economica italiana. Con Matelda si scopre la televisione, si va al concerto dei Beatles come evento internazionale, si assiste alla conquista della Luna… si osserva proprio il cambiamento del ruolo della donna e si abbattono tutti quei tabù legati alla non conoscenza, ma sempre passando attraverso quella famosa ricerca di sé che mi è così cara. Diciamo che è un libro che ci coinvolge in un percorso che riconcilia le generazioni, ricordandoci di come spesso si sia presuntuosi della propria giovane età, della propria saggezza, e magari ci si dimentica della propria ribellione. Il libro è ambientato interamente a Roma e ci racconta, appunto di tutti i cambiamenti sociali, politici, economici dell’intero territorio. Matelda è un personaggio che amo molto perché è un personaggio imperfetto; si arma delle proprie debolezze per raggiungere la consapevolezza. Ha tre figli, un marito… non tutto è come desideriamo ma, come dicevo prima, se ci si guarda dentro si può scoprire una grande forza. È la forza del nostro pensiero, del desiderio di quello che vogliamo diventare che rende tutto possibile. È una storia commovente, per certi versi, ma è anche la storia di grandi personalità e della storia della vita. Il titolo, tra le altre cose, ha un riferimento alla Matelda della Divina Commedia, che accompagnerà Dante da Beatrice attraverso il fiume Lete. La Matelda del libro è una nuotatrice, non solo nelle acque del Tevere, ma anche in quelle della vita, che percorrerà controcorrente. Soffrirà, gioirà, e soffrirà di nuovo, ma scoprirà presto di aver ricevuto in dono una vita piena d’amore.
Grazie di questo racconto gioioso di te e del tuo personaggio: in bocca al lupo per la finale del premio, e arrivederci a presto!
Tra i tanti libri che mi arrivano in visione da vari editori, spesso di genere, per fare cassetta, più o meno omologati, ogni tanto me ne capita tra le mani qualcuno fuori dagli schemi, bizzarro, spumeggiante, originale. E allora la vita mi torna a sorridere, provo la sensazione di stringere un gioiellino tra le mani e me lo tengo stretto. È il caso di questo romanzo: “Lo Straordinario” di Eva Clesis, pubblicato dalla piccola Las Vegas edizioni. Già il nome della casa editrice rimanda alla memoria un mondo scintillante e fibrillante di colori, gioiosità, brillantezza, dissolutezza anche. E la storia raccontata dalla Clesis è in perfetta sintonia con tutto ciò. Un romanzo fresco, giovanile, esuberante; quasi frenetico direi. Letteratura pura che non guarda agli indirizzi di mercato e se ne frega altamente, con la strafottenza propria di chi sa che, con una penna in mano, è in grado di conquistare il mondo. È incredibile cosa possa inventarsi uno scrittore dalla fantasia straripante, coma riesca a rendere verosimile una storia che nella realtà non potrebbe esistere. Eva Clesis, con leggerezza e delicata ironia, senza mai strabordare, senza mai volgarizzare, gioca con le infinite sfaccettature dell’animo umano per creare una storia che tende al magico realismo di stampo bontempelliano. I dialoghi sono frizzanti, con battute a effetto che inducono al sorriso, la trama solida, personaggi caratterizzati, tutto l’impianto narrativo regge alla perfezione. Un coro di voci in sintonia come un’orchestra, che sprigiona musica creata con le parole. Lea, la protagonista del romanzo, si è lasciata con il suo ragazzo, ha perso il lavoro presso una rivista di moda, sogna una carriera da giornalista d’assalto, ha una sorella gemella di successo e una madre che sembrano perennemente sapere come affrontare la vita, a differenza sua, che si trova in difficoltà ad ogni bivio. Lea è alla ricerca di una casa in affitto. Ne troverà una speciale; anzi “straordinaria”, in un condominio che sembra la proiezione dell’Eden sulla Terra: canone di affitto straordinariamente basso, sveglia al mattino col canto degli uccelli, musiche soavi e profumo di gelsomini, pavimento riscaldato, persino il frigorifero riempito di leccornie da mani misteriose; coinquilini gentilissimi e premurosi di esaudire ogni suo desiderio. È un sogno? O un incubo? Forse le premure sono un po’ troppe! Forse le invadenze sono eccessive! C’è qualcosa di stonato in tanta generosità. Un campanellino d’allarme si fa largo nella mente della ragazza. Lea sembra avvolta da una coperta calda che lentamente la stritola, fino ad asfissiarla. Non si raccapezza più. È andata a finire in una gabbia di matti? È vittima di un complotto? È caduta nelle mani di una setta satanica, decisa a immolarla durante un rito sabbatico? E poi c’è quell’uomo dagli incredibili occhi verdi che contribuisce a farle girare la testa. Come andrà a finire? Bisogna arrivare alla fine del libro per saperlo.
Eva Clesis, non ho letto gli altri tuoi romanzi, ma questo l’ho trovato “straordinario”, di una grande forza. Mi è sembrato di cogliere la volontà di presentare o di deformare la società in cui viviamo attraverso un aspetto grottesco e paradossale. È così?
Direi di presentarla, non di deformarla. La vita per come ho avuto modo di conoscerla io è spesso grottesca. Ci sono momenti di felicità, molti momenti di noia in cui ci impegniamo a costruire qualcosa, e la paura che basti un niente a portarci tutto via, perché forse intuiamo che la giustizia non è di questo mondo e perché esistono il dolore e l’incertezza. E, d’altra parte, siamo aperti al magico anche quando ci sforziamo di essere logici. Forse per questo la storia di Lea intriga. Condividiamo le sue incertezze e in parte abbiamo vissuto le sue sfortune: sappiamo che la fregatura è dietro l’angolo, soprattutto davanti ad atti di gentilezza. Ci è stato insegnato che i regali non esistono, eppure sogniamo che non sia (sempre) così.
Quanto è importante il senso dell’ironia nella scrittura e nella vita?
Direi fondamentale. Mio marito tempo fa mi ha detto che io sono quasi sempre una persona divertente. Non lo faccio per piacere agli altri, sono proprio così di natura. L’ironia è un po’ la mia forza, un po’ la mia corazza, e non a caso sono attratta anche dalle scritture brillanti, o con qualche guizzo di ironia anche se hanno trame piene di conflitti. Sono ironica anche con me stessa, non solo quando scrivo. L’ironia è un controcanto che mi ha permesso e mi permette tuttora di affrontare situazioni spiacevoli, a volte tragiche. Immagino che ci siano altri modi per vivere bene o scrivere meglio. Io, che spesso non trovo un senso nel vivere, tutelo il mio modo.
Esiste una scrittura al femminile? Ed esiste, a tuo parere, un pregiudizio che in qualche modo penalizzi i libri scritti dalle donne?
Esiste ed esisterà una scrittura femminile quando ci metteremo d’accordo su cosa voglia dire “femminile”. Poiché non trovo un significato univoco, non mi piace parlare di scrittura al femminile. Ci sono buoni o cattivi libri. Chi li scrive per me non conta un accidente. Considero inconsistenti i pregiudizi sui libri scritti dalle donne. “Scrivi come un uomo” è una cosa che mi dicono spesso. Mica ho capito cosa vogliono dire, però. E infatti quando lo chiedo mi danno risposte differenti, a parte due particolari. L’idea che la scrittura al femminile sia una scrittura sentimentale, e l’idea che la scrittura al femminile sia lagnosa o ombelicale. Ma io conosco tantissime donne che non sono né sentimentali né lagnose. Non capisco perché con una penna in mano dovrebbero cambiare carattere.
So che di recente è uscito il tuo ultimo romanzo: Amor, pubblicato da Miraggi edizioni. Ce ne vuoi parlare?
Amor è un romanzo per me molto sofferto. Può anche essere il mio ultimo romanzo, e in tal caso ne andrei comunque fiera. Vorrei che fosse letto da più persone possibili, perché dice qualcosa di diverso dagli altri romanzi, e lo dice in una lingua diversa. Infatti è un romanzo che possiamo definire esistenzialista. C’è una donna che si interroga sul senso che una serie di eventi tragici ha avuto sulla sua vita, e nel frattempo deve anche sparire, perché un pazzo la sta cercando. Se prima la sua depressione era una scusa per nascondersi, adesso è costretta a farlo. Ma come fai a identificare il tuo nemico se negli ultimi anni tutto ti ha fatto paura?
Sei mai stata in Sicilia? Se sì, che impressioni ne hai riportato?
Mi piacciono molto i siciliani e la Sicilia, ma la conosco a metà. Mi manca, e vorrei visitare al più presto, la metà che comprende Agrigento, Trapani e Palermo. Insomma, un bel pezzo! Sono stata invece più volte a Messina, Catania, Ragusa e Siracusa. Vivendo a Reggio Calabria da anni, considero Messina una città parallela alla mia città adottiva, la vedo praticamente ogni volta che passeggio sul lungomare, assieme all’Etna. Proprio stamattina ero tentata di fare l’ennesima foto del panorama siciliano al di là del mare. Dalla mia posizione la Sicilia è un’isola non isolata, amica, e con tanta bellezza e passione da offrire. Sono sempre contenta di prendere l’aliscafo e tornarci. Ma negli anni mi ricordo interminabili spostamenti, tra bus, treni e auto, e purtroppo in questo la Sicilia, come anche il mezzogiorno peninsulare, sono penalizzati. I meridionali vanno al nord facilmente, ma dal sud al sud è sempre un’impresa spostarsi.
Una volta ho conosciuto un tizio californiano che aveva dei parenti siciliani da parte del padre, a Noto. Ma essendo orfano pensava di non poterli rintracciare, mentre per me non esisteva cosa più triste di avere origini siciliane e non essere mai stati in Sicilia. Alla fine riuscii a metterlo in contatto con loro. Gli traducevo le loro lettere e ai parenti traducevo le sue, e alla fine decise di andarli a trovare. Nonostante non si capissero, l’ospitalità e il calore di quella famiglia ritrovata lo commosse moltissimo: scoprì l’infanzia di suo padre, la sua storia prima dell’America, i suoi luoghi, i sacrifici dei genitori per farlo studiare. Al ritorno mi scrisse che quel viaggio, restituendogli il passato di suo padre, gli aveva cambiato la vita.
L’autostop di Massimo Anania è uno spaccato sociale che mai cambierà – L’intervista
L’autore pubblicato da Miraggi edizioni, da un anno è sempre sul pezzo col suo romanzo
Chi ha scritto Autostop per la notte l’ho incontrato alla XXXII edizione del Salone Internazionale del libro di Torino. Piemontese di Piossasco (To), che però vive lontano dalla sua amata terra, è uno degli emergenti più noto al pubblico italiano.
Con Autostop per la notte, pubblicato da Miraggi edizioni, Massimo Anania, firma il testamento del cambiamento che mai avviene, e delle volte è pure gradevole, anche se ti scarica in problemi legali. Libro interessante, che spiega il successo itinerante da oltre un anno.
La vicenda narra di uno studente universitario che fa autostop per raggiungere gli amici in centro a Torino. Chi lo carica, lo trascinerà con sé a un festino al quale partecipa la Torino bene. Droga, gioco, donne belle e facili. Lo studente si apparterà con una di queste e nel momento dell’apice dell’erotismo… scopre essere un travestito. I due litigano, perché il ragazzo non si sente di aver rapporto con un trans. Vi è uno snodo: il ragazzo fugge scoprendo di essere vittima di una raggiro in cui è implicato un pericoloso personaggio. Chiederà aiuto ad un amico, parecchio ambiguo, ma molto affidabile. Fino ad un colpo di scena che spiega il successo di questo bravissimo autore sul quale ha puntato Miraggi edizioni.
Il tuo successo non annunciato, lo è però diventato: è anche il tuo esordio?
«Autostop per la notte è il mio esordio letterario in assoluto. Ho collaborato per una decina di anni con un quotidiano della provincia di Belluno e con alcuni periodici di genere e diffusione, ma il romanzo pubblicato per Miraggi è il mio debutto assoluto».
(In foto Massimo Anania)
Miraggi edizioni, 10 anni di editoria indipendente, lanciatasi nel firmamento, come sei arrivato a questa straordinaria realtà?
«Un giorno una mia amica mi disse di leggere un libro, che mi prestò- Era rivestito di carta da pacchi e con un disegno stilizzato e un buco attraverso il quale si intravedeva la copertina reale. Il libro era molto bello, con una struttura non facile e con immagini potenti. Quel libro era “Cacciatori di frodo” di Alessandro Cinquegrani e quel giorno ho desiderato propormi a Miraggi. Dopo aver inviato il testo, dopo un anno e mezzo mi sono ritrovato nelle librerie, a conferma dell’onestà intellettuale di questa realtà italiana».
Come spiegheresti in poche parole il tema del romanzo?
«Autostop per la notte è una sguardo alla società, da un angolazione diversa. Un ragazzo ancora troppo ingenuo per la sua età, la sua voglia di vita e di trasgressione si scontrano con individui poco puliti e pronti a fregare il prossimo nel nome del dio denaro».
Cosa ti ha spinto a scrivere di questo tema e perché e per chi lo hai scritto?
«Scrivo per quell’esigenza spietata di raccontare una storia, inventare, creare luoghi, personaggi e azioni. Credo che creare qualcosa sia una delle più grandi soddisfazioni della vita, c’è qualcosa di divino nel creare, è come se l’essenza divina si mescolasse all’uomo.
Non mi chiedo mai chi leggerà i miei libri. Voglio scrivere ciò che sento e trattare gli argomenti che preferisco. In questo momento mi attira la parte oscura dell’individuo e finisco per descrivere situazioni al limite e pensare cose non sempre condivisibili. Ognuno di noi ha qualcosa da nascondere: una paura, una debolezza, un difetto, un vizio o un fatto da non raccontare e sono queste le cose che mi attraggono e i meccanismi psichici che li governano».
(In foto la cover della copertina del libro)
Le candidature a premi importanti ti hanno emozionato? Hai sperato di uscirne vittorioso?
«Le candidature fanno piacere ma non pensavo di vincere e non me ne sono preoccupato. Le cose più belle sono arrivate dai lettori. Molti mi hanno scritto in privato per darmi le loro impressioni, qualcuno mi ha mandato una sua foto con il libro. Poi sono arrivate tante segnalazioni e tante recensioni da lettori che curano o collaborano con siti che trattano libri e gruppi di lettura».
La tecnica, la struttura, anche questa è stata una bella novità…
«Sicuramente il ritmo del libro ha molto colpito il lettore. Volevo che questo libro fosse veloce dall’inizio alla fine. Desideravo che il lettore non smettesse di leggerlo ed arrivasse alla fine. Il romanzo è scritto in seconda persona e questa è la caratteristica che più ha incuriosito. Mi piace scrivere così e lo farò ancora. Nel corso della narrazione ho inserito diversi flussi di coscienza scritti in prima persona per portare il lettore direttamente nella testa del protagonista con un cambio improvviso. Credo che sia l’unico romanzo che finisce senza il punto».
Anche una flou chart è stata la sorpresa…
«Sì, alla fine della narrazione c’è un capitolo intitolato Se fosse un film, che contiene la colonna sonora del libro. Un brano per ogni capitolo, selezionato da Walter Moroni. E ancora, nella versione e-book e dopo la prima ristampa, sono stati inseriti alcuni disegni tra un capitolo e l’altro. Questi sono di Luca Ferrari batterista dei Verdena, Fabrizio Berti, Sharon Colli, Michela Roffaré, Farbod Ahmadwand e mio figlio Samuele. E tengo a ringraziare anche Eric Lot, che è l’autore delle foto di copertina».
Sono ambientati quasi tutti nella sua Siracusa i sei racconti di “Santi, poeti e commissari tecnici” (Miraggi Edizioni), la nuova fatica letteraria del libraio e scrittore aretuseo, metafora del mondo provinciale legato al pallone come racconto di una città-mondo
I racconti di Meloni sono sei luoghi di rappresentazione di un’antropologia ai limiti della plausibilità e che vive tra compassione e compromesso, tra disincanto e rapacità: «In Italia la vera religione è il calcio. I miei personaggi sono perdenti con un cuore grande»
Angelo Orlando Meloni
Santi, poeti e commissari tecnici (Miraggi edizioni) è il titolo del nuovo libro di Angelo Orlando Meloni, scrittore e libraio di Siracusa, anzi libraio e scrittore perché tiene a sottolineare «Non mi sento un letterato, sono un libraio che ogni tanto scrive qualcosa». Ogni tanto scrive libri empatici dove l’oggetto rappresentato – in questo caso la bulimica fede degli italiani per il calcio – è la metafora di uno stato d’animo che zooma lo spazio geografico su una città, la sua Siracusa, e nello stesso tempo dà espressione a tutti i tic della nostra mente. Il titolo è indicativo della scrittura di Meloni che usa la cifra della distopia e del surreale e li condensa nel registro umoristico. I racconti sono sei luoghi di rappresentazione di un’antropologia ai limiti della plausibilità e che vive tra compassione e compromesso, tra disincanto e rapacità.
Santi, poeti e commissari tecnici può dirsi una raccolta di sei racconti sulla metafora del calcio di provincia come racconto di una città-mondo?
«Sì, i miei sono racconti con una valenza universale, che possono essere letti ovunque, anche se la maggior parte delle storie è ambientata a Siracusa».
I santi e i commissari tecnici in Italia sono un binomio. Ma i poeti?
«In Italia non siamo cattolici, il cristianesimo è un’abitudine e quasi nessuno legge la Bibbia. La vera religione è il calcio, con i calciatori al posto dei santini. I poeti? La nostra è una nazione di mancati lettori che si sono autoproclamati scrittori e che pubblicano a pagamento libri brutti».
Il racconto Ode al perfetto imbecille a dispetto del titolo racconta una storia piena di pietà, nel senso più nobile del termine. Cosa rappresenta questo racconto nel progetto del libro?
«È il momento spartiacque in cui divento tragico: una storia di ordinaria ingiustizia e classismo che probabilmente molti avranno subito o cui avranno assistito, perché la nostra è una società ingiusta. È una storia dal ritmo rock: i pezzi rock possono essere commoventi e parlare dell’amore tra padre e figlio, di tutto quel carico di silenzi e di parole mancate che quell’amore lì a volte si porta appresso».
La costruzione del personaggio nel libro è centrale. C’è davvero tanta “mostruosità” nell’uomo? Quanto si arrabbieranno i siracusani a vedersi rappresentati così?
«Questa ondata di odiatori seriali, razzismi camuffati, collassi cognitivi, nazionalismo (che per me è il male nel mondo) ci costringono a concludere che l’umanità faccia schifo. I miei personaggi, invece, sono dei perdenti con un cuore grande, più umani degli umani incazzati sul web. Circa i miei concittadini siracusani, li descrivo con pregi e difetti, come dovrebbe fare qualsiasi scrittore onesto».
Sostieni che non c’è una letteratura ma tante letterature. In quale metteresti questo libro?
«Dovremmo venire a patti con l’idea che ci sono tanti canoni letterari, che ognuno di noi forma durante un percorso di lettura lungo una vita. Il mio libro è uno spaghetti-fantasy: realismo magico con la granita siciliana al posto degli spaghetti».
L’ultimo racconto è Il campionato più brutto del mondo e ha una conclusione quasi apocalittica. Un’apocalisse per liberarci dalla dittatura del senso comune?
«Senza dubbio. Dedico il mio libro a tutti quelli che non ne possono più di 4-3-3 di Juve, Inter e Milan, di retorica patriottarda d’accattonaggio fatta di inni, gagliardetti, coreografie, striscioni. Come cantava Rino Gaetano, anche io Nuntereggaepiù…».
MARCO PROIETTI MANCINI: “IO SCRIVO SEMPRE DI GETTO E DI ISTINTO”
Marco Proietti Mancini ha da poco pubblicato un nuovo libro di racconti, Non serve nascondersi (Miraggi edizioni), dopo diversi romanzi e altre raccolte. Romano, ama scrivere storie nelle quali oltre a lui si riconosce facilmente anche il suo pubblico, come la trilogia Da parte di Padre, Gli anni belli, Il coraggio delle madri e i romanzi Oltre gli occhi e La terapia del dolore. Instancabile, fa anche il curatore di antologie e il giurato nei premi letterari. Ci è venuta voglia di ascoltarlo, leggendo i suoi racconti che vogliono prendere posizione con forza in una realtà sempre più oscura e difficile da sopportare.
La tua raccolta di racconti si apre con una dedica suggestiva: “Questo libro è dedicato a tutti quelli che si sentono diversi. Siete diversi, siamo diversi, siamo unici. Siamo ricchi”. A parte il contenuto dei racconti che in effetti la giustifica, perché hai scelto di rivolgerti a chi si sente “diverso”, e che intendevi con questa parola?
Sono partito da una riflessione tutta interiore e – temo – molto poco originale. L’umanità (e quindi gli individui che la compongono) ha bisogno di secoli per progredire e invece le bastano pochi anni, a volte mesi, per tornare indietro. Quello che sembrava fino a pochissimo tempo fa un modello avviato e consolidato di integrazione ed accettazione della “varietà”; termine che gradisco molto di più di “diversità”, è stato totalmente rimesso in discussione con una involuzione a tutti i livelli, sociale, politica, scientifica.
Ho voluto dimostrare che la varietà è una ricchezza, un’opportunità, una realtà umana inequivocabile e innegabile. Nasconderla, negarla, vietarla, è l’ipocrisia maggiore. I miei “diversi”, a vario titolo, sono la dimostrazione di un’esistenza forte, che non può e non deve essere cancellata in un’omologazione che – quella sì – mi spaventa.
Non sono i “diversi” che mi fanno paura, sono gli “uguali” forzati.
Nel primo racconto fai un paragone di grande effetto tra chi arriva sui barconi oggi e chi si muoveva più o meno nello stesso modo in altre epoche. È una storia che si ripete sempre, ma c’è chi dice che un tempo era un’altra cosa. Non hai paura di essere attaccato da una parte del pubblico?
Veramente più che una paura, la mia è una speranza. Quel racconto non è altro che una “cronaca”, tanto inventata quanto verosimile (e quel che in un libro è verosimile, diventa “il vero”). Che mi attacchino per aver scritto una storia che è LA storia. Sarà così che attaccheranno loro stessi.
Il complimento più bello ricevuto per quel racconto?: “Ma quello non l’hai scritto tu, è un documento originale, come mai non hai messo la fonte?”
In questi racconti utilizzi spesso una struttura a rivelazione finale, fai crescere la tensione lasciando sconosciuti alcuni particolari decisivi per il lettore e li riveli proprio all’ultimo, come nella busta che viene consegnata a uno dei protagonisti. Ti è venuto naturale costruirli così oppure l’hai deciso a tavolino?
Non riesco a “costruire a tavolino” neanche i romanzi, figurati se potrei farlo con i racconti, che sono l’istantanea di un’emozione, il fermo immagine di una storia immediata, che rappresentano poche ore di una vita, a volte pochi minuti.
Mi rendo conto che i puristi delle tecniche narrative inorridiranno, ma io scrivo sempre di getto e di istinto, lasciando alle fasi di revisione le verifiche di congruità e il controllo temporale degli avvenimenti. Certo è che la maggior parte di questi racconti sono stati scritti in un arco temporale breve, due, tre settimane, quindi è venuto naturale assecondare una struttura narrativa abbastanza simile.
Tra i “diversi” che popolano queste storie c’è spazio anche per gli animali, c’è un cane molto amato. Qual è il tuo rapporto con il mondo dei nostri “fratelli” pelosi?
È un rapporto fisico, animale. Un rapporto naturale di relazione corporea. Il cane che vive con noi è parte integrante della famiglia. Dorme con me, giochiamo insieme, ci guardiamo negli occhi e – secondo me – chi soffre nel “non capire” sono io. Perché lui mi capisce benissimo.
Sono convinto di quel che ho scritto nel racconto in cui parlo di lui, sono esseri “migliori” nel loro essere diversi (vedi, perché c’è un racconto sul mio “figlio diverso”?), sono capaci di amore incondizionato e quindi purissimo. I loro calcoli, se pure il loro fosse un amore interessato, sono calcoli basati su istinto e natura, mai su convenienza.
Molto del tuo immaginario in queste storie si regge sulle relazioni che toccano i sentimenti essenziali dell’uomo. Ti offenderesti se qualcuno ti definisse sentimentale?
Ne sarei orgoglioso. È una definizione positiva, che porta con se valori e ricchezza. Anche qui, credo che bisognerebbe essere capaci di rivalutare al positivo etichette come – appunto – “sentimentale” emancipandosi da snobismi e cinismi di facciata.
Io scrivo di sentimenti, le persone vivono di sentimenti. Ci può essere qualcosa di più bello di cui vivere e di cui scrivere?
Altri personaggi delle tue storie sono i bambini, bambini in difficoltà, a rischio in questa vita, oppure chiusi nel loro autismo, come in Dondolo. Sei colpito dalla loro fragilità?
Sono colpito e provo pulsione a proteggere qualsiasi fragilità, dei bambini, degli anziani, dei disabili, degli animali, delle donne violate. Nel caso dei bambini c’è un’ulteriore motivazione, più estesa e sociale di una pulsione emozionale e immediata; i bambini di oggi saranno gli adulti di domani, trascurarli oggi, diseducarli, violarli, produrrà una società peggiore. Mi viene da pensare alla risposta alla prima domanda, se la società è imbarbarita e peggiorata, forse è anche colpa di una diseducazione dei bambini degli anni ’70 e ’80. Forse.
Mi ha molto colpito in un racconto la definizione “uomo di merda” che il padre del protagonista riserva a un personaggio squallido della storia, questa definizione è dovuta alla rabbia del momento oppure secondo te esiste davvero qualcuno che merita in modo assoluto queste parole?
Esiste davvero, esistono davvero. La rabbia del momento è quella che ti fa pronunciare quelle parole e ti fa battere i pugni dalla frustrazione. La lucidità è quella che ti permette – consapevolmente e coscientemente – di riconoscere questi uomini di merda, di evitarli, di controllarli, se possibile di metterli in condizione di non esercitare la loro natura e di non trarne vantaggi. Durante una delle presentazioni mi è stato chiesto “quindi per te la diversità è un valore assoluto?”. La risposta è no; ovviamente, no. Ci sono diversità che sono negative, disvalore, pericolo. Un pedofilo è un diverso che va messo in condizione di non nuocere, come un uomo violento, come un sadico, eccetera.
Uomini di merda, appunto.
Quanto c’è di autobiografico nelle tue storie? O meglio, quanto c’è di inventato? Perché sembri essere forse il protagonista di tutti questi racconti.
Bellissimo complimento, sai? Significa che il mio personalissimo “Metodo Stanislavskij” secondo il quale applico un transfert (naturale e non studiato) tra scrittore e protagonista, funziona bene. Comunque, per essere concreto; ci sono storie che sono di ispirazione “autobiografica” nel loro spunto iniziale; “Il natale di Antonio”, “Uomini di merda” e “Figlio mio”, quest’ultimo in realtà molto più che nell’ispirazione.
Tutte le altre sono pura invenzione e immedesimazione.
C’è pure un racconto erotico (per quanto alla fine si scopre che i due…), c’è stato qualcuno che ti ha guardato in un modo diverso dal solito dopo averlo letto?
A parte mia moglie, dici? No, o almeno io non l’ho notato, anche se immagino che qualcuno debba essere rimasto spiazzato dalle parole che ho usato e dalle scene che ho descritto in quel racconto (per quanto alla fine si scopre che i due…)
E alla fine c’è un racconto con i dialoghi in romanesco anche se fuori contesto visto che gli eroi sono greci… Cos’è per te Roma?
Roma è tante cose ed è tutto. È vita ed è morte, è felicità e sorpresa ed è incazzatura feroce, è frustrazione ed è speranza. È disincanto, cinismo, ironia feroce ma anche romanticismo.
Di questi ultimi, tristissimi tempi, respiro anche un sentimento che nei miei primi cinquantotto anni di vita non avevo mai assorbito; la rassegnazione. A Roma c’era il fatalismo, che significava dire “tanto ha da passa’“; ma il fatalismo è lo scrollare di spalle e il dire “sopravviveremo anche a questi e torneremo grandi”. Adesso noto la resa che si fa trascuratezza, l’abbandono, la perdita della voglia di incazzarsi e combattere. Perfino quella di risolvere tutto con una battuta e una risata, perché alla fine “Sémo romani, ma ‘sticazzi!”
Riguardo al racconto, dopo tredici storie tutto sommato, almeno nelle intenzioni, impegnative, volevo appunto regalare un sorriso e una risata. E come farlo meglio se non, appunto, spruzzando di spirito romanesco un racconto, parodiando quei seriosi dei greci?
Dimitri Ruggeri dialoga con Lorenzo Bartolini, artista che fa della parola il suo mestiere.
D.R. Come mai hai avuto la necessità di “emancipare” la poesia portandola a teatro?
L.B. Urca! No, no. Io alla Poesia non ho fatto niente.
La Poesia è un’anziana, elegante signora millenaria che non ha assolutamente bisogno di emanciparsi. Sono stato io ad aver bisogno di lei.
A un certo punto mi sono trovato a scrivere diverso. A scrivere in versi.
Faccio teatro-canzone o canzone-teatro, a seconda degli spettacoli, da 15 anni. Prima omaggiando Giorgio Gaber e poi con spettacoli originali con il duo Formazione Minima in cui canto e recito.
Poi, dal punto di vista della scrittura, ho messo per un po’ da parte le canzoni e ho cominciato a scrivere poesie.
In realtà me l’hanno detto che erano poesie: io avevo molta paura a chiamarle così.
A un certo punto, nel 2015, mi son preso la responsabilità di quello che stavo facendo e ho costruito e cominciato a proporre il mio primo spettacolo di teatro-poesia dal titolo “Anche se”.
Mi presentavo alla mia piccolissima fetta di pubblico e a un pubblico tutto nuovo con una forma d’arte non ancora sviluppata in Italia. L’ho fatto mettendo, in qualche modo, le mani avanti. Per questo “Anche se”. Anche ora non siamo in tanti a fare questo tipo di spettacolo.
Mi ha insegnato Che non si porta il rancore. Verso quelli che gli vuoi bene non si porta. T’arrabbi sì, sbatti gli sportelli della cucina, sì, le porte, fai gli urli forte, sì, ma il rancore non si porta verso quelli che gli vuoi bene. Non si porta perché pesa troppo. Che non c’è bisogno di fare il muso. Si porta il perdono. Senza dir niente. Senza tante parole. Che il voler bene si fa più che si dice.
Questo m’ha insegnato la Leonarda, la mia mamma. E non me l’ha mai detto.
D.R. Nei tuoi spettacoli, il teatro è solo un luogo fisico oppure influenza anche il linguaggio/struttura della rappresentazione?
L.B. Il teatro per me non è mai solo un luogo fisico. Anzi. Il teatro per me è innanzitutto una relazione fra persone in ascolto. Uno spettacolo si fa sempre insieme. Si può far teatro in un prato in montagna se c’è un pubblico che ha voglia di ascoltare e un attore che ha voglia di darsi. Esiste una scenografia migliore?
D.R. Il teatro si compone di spazio, tempo, gesti, corpo e di molte altre discipline. Come strutturi i tuoi spettacoli di Poesia? Qual è il processo creativo? Ti avvali di una regia, sceneggiatura o cosa?
L.B. Parto sempre dalla poesia. Poi costruisco un monologo che la anticipi, che possa preparare il pubblico alla miglior fruizione di quel testo. Il monologo è al servizio della poesia. Il tutto sta dentro a un discorso più ampio, a una narrazione che lega: c’è una sorta di drammaturgia. Non è un semplice reading, dunque. L’alternanza di monologhi e poesie mi permette, poi, di utilizzare ritmi differenti al fine di rendere lo spettacolo più dinamico.
D.R. Raccontaci qualche aneddoto che ti ha particolarmente segnato in questo percorso.
L.B. Uno su tutti. Spettacolo all’aperto, d’estate, nel giardino di una villa contadina sui colli romagnoli.
Scenografia: le mie poesie appese a un filo teso fra due alberi; sullo sfondo, antico monastero diroccato, in lontananza, illuminato da una luna splendida.
Faccio lo spettacolo. Pubblico caloroso ed entusiasta. Anche io felicissimo.
Una ragazza mi chiede se può “rubarmi” una poesia. I fogli sono per terra, sull’erba. Su quello che era il mio palco.
Altre persone, vedendola raccogliere il testo, si accalcano per raccogliere a loro volta.
Mi portano via tutte le poesie: rido!
La prima ragazza torna da me e mi chiede se può ricontattarmi via mail. Le dico: “Certo, con piacere!”
Da quel giorno comincerà una collaborazione che porterà i miei testi a essere studiati alla Duke University, negli Stati Uniti, da più di cento studenti per il corso di italiano di primo e secondo grado. Poi si è fatto anche l’incontro con l’autore via skype: un’esperienza incredibile che ancora mi imbarazza e mi emoziona.
D.R. La tua esperienza nei poetry slam si può dire che è ritornata utile per maturare questo percorso o lo hai intrapreso da prima?
L.B. Io facevo teatro-poesia prima di partecipare a uno Slam. Il poetry slam è una forma d’arte affascinante e complessa. Molto utile a chiunque voglia salire su un palco e voglia scrivere testi da recitare. A me è servita tanto. Lo Slam ti costringe a ritmi e tempi che ti permettono di comprendere quanto un tuo testo sia, più o meno, efficace. Scrivere a voce alta è molto difficile. Le parole dicono quello che vogliono, non quello che vogliamo far dire loro. Il Poetry Slam è bello per questo. Ti ridimensiona. Ti costringe per poi, eventualmente, darti i mezzi per imparare a liberare le parole a voce.
D.R. Cosa ti ha fatto decidere di pubblicare “Senti cosa ho scritto”? Sono testi scritti per essere rappresentati “vocalmente” nei reading?
L.B. In realtà non avevo mai pensato alla pubblicazione. I ragazzi di Miraggi mi hanno contattato e chiesto se potesse interessarmi. Ho tergiversato un po’. Poi, dopo un anno di lavoro sui testi che già avevo, è uscito il libro. Il libro è diviso in tre sezioni a seconda della lunghezza. E’ un libro che finisce. Per capirci: nell’ultima sezione ci sono haiku. A parte questi, tutti gli altri testi sono scritti per essere detti. Sono testi per il mio teatro-poesia. Hanno il ritmo della mia voce, del mio recitato.
D.R. Cosa intendi quando si parla in generale di “performance” poetica o poesia performativa?
L.B. Ci sono tanti e diversi modi di dire poesia. Io li intendo tutti. A me interessa soprattutto la bellezza. Stimo performers molto diversi fra loro. Faccio alcuni nomi, in ordine sparso: Mercadini, Petrosino, Agrati, Sandron, Tricarico, Fabiani, Burbank, Miladinovic, Gironi, Balestra, Racca, Monti, Bravuomo, Cancian, Savogin, Di Genova, Garau, Socci, Catalano.
Sono poeti performers distanti nella scrittura e nel modo di stare sul palco.
Quello che mi importa è la relazione. E’ l’effetto emergente della relazione messa in atto con parole belle. Quando succede questo, son felice!
*
Lorenzo Bartolini scrive canzoni, monologhi e poesie. Dal 2004 è cantattore dei Formazione Minima, duo di teatro-canzone.
Fa spettacoli di teatro-poesia in solitaria o in compagnia. Fa monologhi e reading. Tiene corsi di Scrittura A Voce Alta. Hanno inserito le sue poesie nel programma di studi di Lingua Italiana alla Duke University (USA), Department of Romance Studies, Fall 2016.
Ad Aprile 2017 è uscito il suo primo libro di poesie, “Senti cosa ho scritto”, per Miraggi Edizioni. Nel 2018 è relatore al Convegno “Crescere attraverso il Teatro” dedicato a Gianfranco Zavalloni. Ha una rubrica su YouTube dal titolo “ESPRESSO POESIA”.
I più, penso, resteranno lì, non vedranno altro oltre l’insolente insolazione della ‘denuncia’, al sole del ‘neorelismo’ di facciata, che sfacciati. Insomma, la scrittrice dei drogati, della periferia di Siracusa, che è poi anima di catrame, l’isolamento dell’uomo, catabasi, catarsi, etc. etc. Sarebbe come considerare Il processo di Kafka un legal thriller e Moby Dick un baldo romanzo d’avventure a bordo di baleniera e l’Ulisse di Joyce una guida turistica della città di Dublino, che idiozia. Con Mazzarrona (Miraggi Edizioni, 2019) Veronica Tomassini – già autrice di libri importanti, cito solo Sangue di cane e L’altro addio – va al di là del gergo linguistico di Altri libertini, è in esilio dalla ‘denuncia’ – propria dei burocrati della provvidenza, dei puri di cuore – redige l’implacabile epica dei rimpianti, dei persi senza pianto, dei tossici, degli indifesi, degli indegni, degli indimenticabili dannati senza aura, senza beneficio di pietà (senti qua: “I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera”). Ci sono tante frasi da sottolineare e una bellezza così candida – del candore che si ottiene soltanto dopo il massacro – in questo romanzo, lo prendi ed è come se un pezzo d’ombra e un pezzo di sole fossero conficcati sotto i mignoli, a spalpebrare il senso del tatto. Ma non è questo. Veronica Tomassini scrive facendo scempio di sé, come i pittori d’icone che murano la propria vita nel carcere del Volto – per Veronica, ogni volta, scrivere è sudario, pazienza, perdizione – si scuoia per dare grammatica di fiamme al nostro caos. Ne parlo, è certo, con un giudizio sghembo, di Veronica, perché ho il privilegio di dialogare con lei, fino a sfinirci, fino all’ultimo lembo emblematico di fiato. Veronica significa colei che ‘porta la vittoria’, ma il nome, storpiato, ha a che fare con la vera immagine (icona) di Cristo. Il volto è vittoria; lei porta il tuo volto con una grazia indecente. Attraversi Veronica per trovare te stesso – e l’esperienza non è indolore. (d.b.)
Cosa bisogna avere per scrivere, per te: compassione o ferocia? Amore per sé o desideri per gli altri? Necessità di perdersi, definitivamente, o di risorgere, luminosamente?
La compassione è lo sguardo che finisce dove gli altri lo tolgono; la luce che si fa strada dove per tutti ripara l’ombra. L’ombra e non le tenebre. Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi, è la grande lezione russa, il dolore non si ribadisce, lo devi mortificare, ignorare, così lo esalterai nel suo potere di salvezza. È il riso con il suono del singhiozzo, persino, capace di seppellire il lettore nello sgomento e nella tristezza. Il dolore nella pozzanghera mirgorodiana di Gogol’. E alla fine l’uomo risorge, sì. E tuttavia non per questa ragione io sia nobilitata, migliore, dedicata all’altro, no, si può essere creature mostruose, fuori quello sguardo, fuori la scrittura.
Tu sei la santa dei sottosuoli, la regina virginea degli inferi della periferia: con un linguaggio visionario, da apocalisse gnostica, garantisci una consistenza narrativa a quella “loggia di sbandati” che è l’umanità di Mazzarrona. Mi pare, però, che la tua lucidità non preluda a una facile ricerca di ‘riscatto’. Dimmi. Dimmi perché quei luoghi sono la tua materia narrativa.
Racconto solo la mia vita. Tranche de vie. Non so fare altro. Sono finita nei luoghi sbagliati, tra gli imperdonabili, fino ad amarli. Io stessa lo sono, imperdonabile. Sono fuori dal mondo colpevolmente, una brutta copia della Bess di Von Trier de Le onde del destino. Ho letto Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino a nove anni. Mi ha cambiato la vita, forse me l’ha rovinata. Da allora quello sguardo di cui ti dicevo “deragliava”, illuminava i segreti e la laidezza della vita, mi sembrava di averla già conosciuta così marcia e finita a pochi anni. Ero preparatissima, a pochi anni conoscevo già l’abbecedario del tossico. Gropiusstadt, Haus der Mitt, il Sound, David Bowie, il trip, l’acido che devi calare con un succo di ciliegia, Sense of doubt. Era il mio paesaggio a nove anni. Allora ho capito che c’era una verità, dovevo trovarla, non l’ho ancora trovata. Devo capire ancora, non so cosa, quel tossico forse con l’ago infilato nel collo, Riboldi Gino chino sul cesso di un bagno pubblico (In exitu, Testori) o l’altro che muore steso su una panchina. Così è andata. E da adolescente e poi da adulta sono stata fedele a una militanza funesta, una vita in pezzi forse. E invece no, perché poi tutto mi è stato restituito, gloriosamente, tutto è diventato scrittura. Sono diventate parole, quelle parole che a Mazzarrona non si usavano, erano ridicole, troppo lunghe.
Ami dal culmine dell’abbandono, forse perfino in una compiaciuta estremità ed eresia. Il narcisismo dei perduti. È così? Contestami.
Sì, amo dal culmine dell’abbandono. L’amore è il grande assente. Il narcisismo dei perduti: mi piace. Mi sta bene. Ma devo essere perdonata e voglio solo perdonare in fondo, così sopravvivo.
C’è più denuncia sociale, rivolta civica o atto sacro, liturgia dell’amare e dell’accettare nel tuo romanzo, nelle tue intenzioni?
No, non c’è una denuncia sociale, mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa. Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così.
“Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”: che cosa significa?
Eroinomani, creature esangui. Erano la negazione della vita, una provocazione, un parto cieco. Frequentare eroinomani, sentir parlare solo di ‘roba’, di overdose, spade, rota, Aids, mi aveva fatto ammalare. Frequentare l’ignoranza che per me equivale a una volgarità morale, una volgarità tout court. Mi aveva fatto ammalare. Dimagrivo, avevo smesso di mangiare, non del tutto però. Non vedevo altro, solo questo orizzonte, pesto, greve. Solo la morte. Non c’era leggerezza. Era un castigo.
Da dove arriva questo tuo linguaggio che brucia i cliché di certa narrativa contemporanea, che affila il coltello con cui ti punisci? Che cosa leggi, intendo? Che cosa ti piace leggere, dell’oggi?
Oggi leggo solo testi sacri o classici dello spirito. Ho amato molto i russi, il neorealismo, alcuni autori americani, ma se vai a vedere scopri che sono poi russi o giù di lì, tipo Saul Bellow (origini lituane).
Ora cosa ti attendi? Lo Strega, un nuovo libro, uno che ti porti via da tutto bruciando i ponti, niente, tutto?
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