Leggere Bohumil Hrabal significa entrare in un mondo narrativo che sfugge alle etichette, dove la vita quotidiana si trasforma in materia letteraria pura, e il racconto diventa un flusso ininterrotto di voci, ricordi, digressioni, eccessi e improvvise epifanie. Scrittore ceco amatissimo dai lettori più attenti, Hrabal è uno di quegli autori che non si “consumano”: ogni rilettura apre nuovi significati, nuove sfumature, nuovi cortocircuiti emotivi.
Hrabal resta un autore necessario proprio perché complesso, libero, ironico e profondamente umano. Tra le sue opere, Pabitele e Compiti per casa rappresentano due accessi privilegiati al suo universo: il primo attraverso la finzione narrativa, il secondo entrando direttamente nel suo laboratorio creativo e intellettuale.
2 Libri per conoscere meglio lo scrittore ceco Bohumil Hrabal
Bohumil Hrabal è uno scrittore che non si legge per moda, ma per necessità. Pabitele e Compiti per casa rappresentano due facce complementari del suo universo: la narrazione come flusso vitale e la riflessione come atto di resistenza. Sono libri che parlano di libertà, di marginalità, di eccesso, e soprattutto di umanità.
Se ami la letteratura che non addomestica la realtà ma la attraversa con ironia e dolore, Hrabal è un autore che devi assolutamente leggere. E, una volta entrato nel suo mondo, difficilmente riuscirai a uscirne davvero.
Hrabal (1914-1997) è stato uno degli scrittori più originali della Mitteleuropa del Novecento. Cresciuto nella Cecoslovacchia attraversata da nazismo, stalinismo e censura, ha costruito una letteratura apparentemente leggera e ironica che, in realtà, contiene una critica potentissima ai sistemi di potere, all’omologazione e alla violenza della Storia.
Con “I dieci passi di Nick Drake”, Luca Ragagnin firma un romanzo biografico atipico, poetico e radicale, che restituisce la figura di Nick Drake evitando ogni tentazione celebrativa o cronachistica. Non siamo di fronte a una semplice ricostruzione della vita del musicista inglese, ma a un racconto che sceglie una prospettiva audace: quella di una voce che parla da un altrove indefinito, da una zona di confine tra memoria, sogno e post-morte.
Nick Drake, autore di soli tre dischi ignorati in vita e diventati nel tempo capisaldi del folk-rock britannico, ripercorre la propria esistenza come un flusso di coscienza frammentato e lirico. Emergono l’infanzia, la scoperta della musica, l’inadeguatezza nei confronti delle regole del mercato discografico, la difficoltà di abitare il mondo al di fuori della canzone. Ragagnin costruisce un testo delicato e feroce insieme, in cui la figura dell’artista assoluto appare fragile, isolata, irriducibile a qualsiasi etichetta.
Il romanzo si muove per immagini oniriche e rivelazioni improvvise, prendendo spunto da un dettaglio reale e quasi leggendario: l’unico brevissimo filmato esistente di Nick Drake, dodici secondi sbiaditi in cui il cantautore si allontana di spalle tra la folla di un festival mai identificato dei primi anni Settanta. Sono proprio quei “dieci passi” prima di uscire dall’inquadratura a diventare la metafora centrale del libro: uno spazio minimo in cui si concentra un’intera visione del futuro, non solo di Drake, ma anche di chi continua ad ascoltarlo e a riconoscersi nella sua voce a mezzo secolo di distanza.
Da un saggio che analizza la nuova creator economy al memoir dell’artista statunitense David Wojnarowicz, tra fotografia e AIDS, passando per riflessioni sull’accostamento della fisica quantistica alle filosofie orientali, su come indagare la vita sottomarina ci aiuti a capire cosa significhi “vivere” e sull’Italia oltre l’immagine dell’overtourism, ecco cosa abbiamo letto a settembre 2025.
Sul filo della Lama di David Wojnarowicz (Miraggi edizioni)
“Vivere ai margini dei margini”. È così che David Wojnarowicz, artista, scrittore, fotografo e attivista statunitense morto nel 1992 a 37 anni, avrebbe descritto la sua vita. Ed è proprio in quei margini che si muove Sul filo della lama. Memorie della disintegrazione, il suo memoir finalmente tradotto anche in Italia. Un testo che non è un libro ordinario, né per forma né per contenuto: è una testimonianza carnale, rabbiosa, spesso lirica, della vita ai margini, della solitudine, dell’identità queer vissuta in un contesto ostile, della crisi dell’AIDS negli anni Ottanta e dell’arte come strumento di sopravvivenza e resistenza. Wojnarowicz scrive alternando frammenti autobiografici, riflessioni politiche, visioni oniriche, sogni e incubi urbani in una struttura spezzata, non lineare, che rifiuta le forme canoniche del memoir. La disintegrazione del titolo è non solo fisica – legata alla malattia, alla perdita, all’emarginazione – ma anche narrativa: ogni tentativo di comporre una linearità viene distrutto dall’urgenza di dire, di denunciare, di ricordare. Anche la sua arte è così. Lavora con ogni mezzo: pittura, fotografia, collage, video, scrittura. Il suo immaginario è fatto di simboli ricorrenti – il volto di Rimbaud usato come maschera, uomini con la testa di toro, cartine geografiche, animali, simboli religiosi, corpi spezzati, immagini pornografiche – sempre intrecciati con riflessioni feroci su sessualità, identità, religione, capitalismo, morte.
Wojnarowicz racconta l’infanzia segnata da abusi in famiglia, la vita da sex worker adolescente, le prime esperienze sessuali vissute in un’America che criminalizza il desiderio omosessuale, le morti degli amici, la presenza costante dell’AIDS come spettro e come condanna. Non cerca né pietà né espiazione: scrivere per lui è un atto di militanza e insieme di disperata affermazione di sé. Eppure dentro questa ferita che è esistere pulsa una forma di amore profondo, per la vita, per la bellezza, per chi non ha voce. Dopo aver scoperto di essere sieropositivo, trasforma il corpo malato in uno strumento di denuncia. Attacca frontalmente l’omofobia istituzionalizzata, il silenzio del governo Reagan, la complicità della Chiesa e delle case farmaceutiche. Usa l’arte come forma di lotta, con performance e opere che gridano indignazione, pietà, furia. Il suo diario personale, infatti, si fa eco di urgenze ed esigenze collettive, in cui l’arte, soprattutto, non è solo denuncia ma anche cura, alleanza, gesto di connessione, tentativo disperato ma tenace di spezzare l’isolamento del singolo. “Trasformare il privato in qualcosa di pubblico è un’azione che ha ripercussioni enormi nel mondo preconfezionato”, diceva. E aveva ragione, lo è ancora oggi.
Nel 2018, in occasione di un’importante mostra al Whitney Museum a lui dedicata, avevo scritto un articolo sulla riscoperta di David Wojnarowicz, avvenuta forse anche per merito di Olivia Laing, che nel suo bellissimo libro Città sola, uscito nel 2017, dedicava alla difficile vita dell’artista e alle sue opere alcune delle pagine più belle.
Oltre che per i suoi film (uno appena proiettato al MoMA nella sua rassegna di cinema queer) e per le sue opere tra fotografia e perfomance (ad esempio la bellissima serie degli anni Settanta “Arthur Rimbaud in New York”, che ritrae i suoi amici mentre girano per la città indossando una maschera che riproduce il famoso ritratto del poeta, caricando così di eternità, mistero e poesia quelle che erano le loro attività quotidiane), Wojnarowicz è l’autore di un piccolo e potente libro, Close to the Knives: A Memoir of Disintegration, un “memoir” pubblicato nel 1991, un anno prima della sua morte per Aids, che in realtà è una raccolta di testi molto diversi tra loro scritti con un tono mutevolissimo – delirante, erotico, umoristico, ingenuo, feroce, malinconico – in cui l’artista prova a catturare i momenti più intensi della sua vita e della New York sporca e oscura in cui trascorreva le sue giornate e, soprattutto, nottate. Oggi finalmente questo libro arriva in Italia grazie a Miraggi edizioni, con un’introduzione di Chiara Correndo, che l’ha tradotto, e una postfazione di Jonathan Bazzi. Parlando degli anni in cui Wojnarowicz scrisse Sul filo della lama, Correndo scrive: «Dietro gli schermi che i media e le istituzioni ogni volta srotolano e su cui proiettano il film di un’America bianca, ricca, imperialista, cristiana ed eterosessuale, ci sono i cadaveri impilati dei morti per Aids, le popolazioni ridotte alla fame dalla politica imperialista statunitense, i suicidi dei giovani e delle giovani omosessuali che si vedono negato ogni spazio di esistenza, la violenza della polizia». Per fortuna oggi alcune cose sono cambiate, ma l’atmosfera non sembra poi così diversa. E infatti Wojnarowicz continua a parlare agli artisti di oggi: la locandina del nuovo film di Ari Aster, Eddington, è una sua opera, la stessa usata dagli U2 nel 1991 per il loro singolo “One”.
Scenografia e location, ma anche contesto e funzione allegorica. La città nel cinema ha aspetti nascosti e mai scontati che Sere d’Estate di Ivrea analizza con un evento promosso dall’Archivio Nazionale Cinema Impresa, dall’Associazione Rosse Torri e dalla Libreria Mondadori. L’appuntamento è fissato mercoledì, dalle 18.30 nella sede dell’Archivio in viale della Liberazione 4 a Ivrea, in compagnia di Giorgio Scianca e Alessandra Comazzi, autori di Torino – Fil-mopolis, e da Anna Rowinski, autrice di Torino adagio (Enrico Damiani Editore). Se in Filmopolis (Miraggi Edizioni) Comazzi si concentra sul fenomeno (in crescita) delle serie televisive girate in città, Scianca ripercorre e riflette su oltre un secolo di «apparizioni» cinematografiche del capoluogo sabaudo.
Tratto dagli articoli pubblicati dal 2023 sulle pagine del Corriere Torino, il volume non si limita a una cronologia di titoli e set ma esamina, piuttosto, l’evoluzione architettonica e sociale della città attraverso una galleria di siti, situazioni e spazi (fisici e mentali) in continua evoluzione. Diviso in 4 stagioni me-taforiche, Filmopolis permette così di monitorare spazi architettonici pubblici e istituzionali (gallerie, scorci e piazze, ma anche tram, locali di ritrovo e di divertimento) che, filmati nel corso del tempo — e talvolta scomparsi –, consentono un’inconsueta visione prismatica sulla città, preziosa per storici e cinefili, del presente e del futuro.
La serata prosegue con Italo Calvino nelle città realizzato da Davide Ferrario in occasione del centenario della nascita dello scrittore. Nel documentario che raccoglie rari documenti filmati e letterari di Calvino, si ripercorre la vita dell’autore de Le città invisibili attraverso il suo rapporto con i luoghi in cui ha vissuto e lavorato e che lo hanno ispirato nella creazione dei suoi immaginifici universi. A introdurre il film sarà Steve Della Casa, oggi conservatore capo della Cineteca Nazionale; insieme al presidente anche Arrigo Tomelleri, ripercorrerà la tradizione cinematografica di Ivrea, che in Adriano Olivetti e i suoi cineforum ha un’origine storica ben precisa, e della ristrutturata sala cinematografica che – finalmente – sta per risorgere in città.
Infine, a proposito di visioni sospese tra cinema e arte pura, andrà in scena Film/a/ To di Ugo Nespolo, opera sperimentale che, con la partecipazione «in corpo e voce» del poeta Edoardo Sanguineti, offre un approccio originale alla grande storia cinematografica torinese.
In Europa tra fine ‘800 e inizio ‘900, per poi oltre proseguire, esplode, dentro una concezione borghese del patriarcato che riproponeva i consueti schemi di subordinazione e sudditanza ma insieme paradossamente li smentiva nel trionfo della libertà personale e individuale, la contraddizione del femminile proprio per la sua (del femminile) nascente indisponibilità a farsi imprigionare in quegli schemi.
È innanzitutto la drammaturgia nordica ma non solo, tra l’altro quasi esclusivamente maschile, a farsi portatrice dei quella contraddizione e di quella indisponibilità che lo sguardo appunto maschile ‘pativa’ anche angosciosamente mentre, secondo l’insegnamento szondiano, contribuiva non poco alla crisi, speculare a quella sociale, del dramma moderno. Questo bel libro di Enrico Pastore affronta però il tema da un punto di vista diverso, quello delle artiste cioè, oggi diremmo performer, che non furono solo oggetto di quella mutazione ma se ne fecero concretamente carico subendone anche gli effetti. Non solo personaggi, da Salomè all’Olympya di Hofmannsthal, ma veri e propri corpi alieni che ribaltavano la percezione del femminile, incidendo sulla struttura stessa della rappresentazione. Nomi di artiste, da Sada Yacco a Cléode Mérode, da Edith Craig a Valentine de Saint-Point e Emmy Hennings, non a caso, come spesso capitava e ancora capita a molte artiste, praticamente dimenticate nonostante l’impulso essenziale che hanno saputo dare al rinnovamento del teatro. Ma non è un bagno di memoria, è soprattutto un riconoscimento di valore, dovuto e comunque tardivo. Forse altrettanto importante di quello che in precedenza segnò l’esordio sulla scena della donna, non solo come personaggio ma in carne ed ossa, e così capace di modificare anche il senso stesso del personaggio teatrale. Un lavoro importante e approfondito, come testimoniato dalla corposa bibliografia, quello di Enrico Pastore, definito da Renzo Francabandera nella sua prefazione non solo un’operazione di rottura, ma soprattutto di condivisione capace di dare l’avvio a forme sempre più complesse, nel Teatro e nella Società. Una dimostrazione ulteriore di come l’attività di quelle artiste ‘eversive’ non fosse rivolta esclusivamente alle donne nel teatro ma anche, modalità questa tipica del femminile, all’intero teatro e inevitabilmente alla intera Società. Un volume ricco e articolato da consigliare perché parlando del passato parla soprattutto al nostro presente.
Scianca e Comazzi raccontano i luoghi dove è nato e prospera il cinema in Italia
Quando si che un luogo, conosciuto e vissuto, è diventato un set, Un rapporto tra realtà e finzione assume un senso metafisico che incrocia essere e apparire. La finzione simula la realtà, a volte la supera, e appare in scala inferiore se è ricostruita. Ma Torino Filmopolis (Miraggi Edizioni) racconta i set autentici, non ricostruiti, proprio quelle strade,
quelle piazze, i monumenti, i palazzi. Se ne incontrano tanti, in città, di
set. E l’atmosfera è sempre un po’ da Truman Show. Ti aspetti che a un certo punto spengano il sole finto, o che laggiù si veda il mare.
È stato Giorgio Scianca, architetto, e, per inciso, pure mio marito, ad avere l’idea. Appassionato di cinema fin dai tempi dei cineforum al liceo Sociale, ha incrementato la passione occupandosi di architetti nei film, trovando e analizzando circa duemila pellicole dove Nei130 anni della settima arte non mancano le serie egli sceneggiati tv l’architetto è protagonista o c’entra comunque qualcosa, la vertigine della lista, come dice Umberto Eco. Ne erano nati due libri, La recita dell’architetto e Quo vadis, architetto. E adesso un altro grande scrittore ha fatto nascere Torino Filmopolis: Italo Calvino. Dice Scianca: «Nella mia formazione e nella vita di architetto, non di critico cinematografico e nemmeno di scrittore, i libri di Calvino sono sempre stati una fonte di ispirazione e di metodo. Se scrivessi un romanzo, il titolo sarebbe Se una notte d’inverno un architetto. Le città invisibili sono quelle in cui ho vissuto e che ho frequentato. Marcovaldo è stato la suggestione diretta. Ho cercato di raccontare una città con i film girati nelle sue strade, attraverso le sragioni della s1oria e dell’anima, sovrapponendo tempi e luoghi, con tre limiti precisi: i 130 anni del cinema, lo spazio pubblico (niente interni, quelli sono tutta un’altra storia) e i confini metropolitani».
Quindi le quattro stagioni, a cominciare dall’estate, scandiscono il viaggio. Che è un percorso tra i luoghi raccontati dai registi, abitati dagli attori, ammirati, o criticati, dagli spettatori. Se nel libro c’è Scianca che si occupa di film, poi ci sono io che mi occupo di serie tv, sia pure con minore esaustività. Partendo da alcuni temi trattati dal punto di vista cinematografico, tento un’analisi dal punto di vista televisivo. E risulta impossibile non ricordare che Torino è stata, ed è,
ugualmente fondamentale per il piccolo schermo. Accanto ai romanzi sceneggiati, ispirati ai grandi titoli della letteratura italiana, francese, russa, la tv doveva insegnare alle masse, si giravano gli “originali televisivi”, tratti da soggetti inventati apposta: e il primo Rai fu La domenica di un fidanzato, di Ugo Buzzolan, che diventerà poi critico televisivo de La Stampa. La bobina non esiste più. In compenso esiste la memoria. Magari Torino Filmopolis aiuterà un poco a recuperarla. Anche solo per vedere, per ricordare, un passato cittadino che non era così migliore come spesso siamo portati a vagheggiare. Potrebbe essere un’idea esportabile per tutte le città d’Italia che hanno ispirato il cinema.
Alla fine del libro, un QR Code permette di avere l’elenco completo di tutti i 458 film esaminati, con trailer e clip, in modo che il viaggio continui con le immagini. Torino ha visto nascere quest’arte in Italia, ha un Museo del Cinema fondamentale nel mondo, ha una Film Commission tra le più attive in Europa e un bel numero di festival internazionali, primo fra tutti il Tff. Ripercorrere in quaranta racconti, dal 1908 a oggi, i momenti cinematografici vissuti dalla città, significa
ritrovarne l’anima, un “come eravamo” vivente, ma anche un come siamo, pensando a come saremo. Dai tempi del muto, con le comiche del piccolo Robinet, si arriva al fantasmagorico The Opera di Davide
Livermore; passando attraverso pellicole diventate classiche, La donna della domenica, Profondo rosso, Santa Maradona, Dopo mezzanotte, si approda a quelle che raccontano una metropoli nuova, periferica, non banale: Anywhere Anytime dell’iraniano Milad Tangshir, premiato all’ultilno festival di Venezia, Peripheric Love di Luc Walpoth, Amanda di Carolina Cavalli. E scrive Calvino, sempre lui, «la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano».
SALERNO – È Lucie Faulerovà la vincitrice dell’edizione 2025 del Premio Salerno Libro d’Europa, inserito nella 13ª edizione di Salerno Letteratura. Con “Io sono l’abisso” (Miraggi edizioni) Faulerovà si è aggiudicata il primo premio con il riconoscimento della platea dei lettori. Nella terna, selezionata dai comitati direttivi di Salerno Letteratura, Duna di Sale e #fuorifestival, c’erano anche Tom Hofland con “Il cannibale” (CarbonioEditore) e Munir Hachemi con “Cose vive” (La nuova frontiera).
“Io sono l’abisso”, per la traduzione di Laura Angeloni, è stato tradotto in spagnolo, macedone, bulgaro, serbo, ungherese, polacco, croato, lettone, egiziano e sloveno. Passato e presente, realtà e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, e lo stile è un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza. Colpita da una serie di tragedie familiari e abbandoni, la protagonista del romanzo, Marie, si trova a fare i conti col suo passato, nel difficile tentativo di approdare a un futuro. I suoi ricordi, come tasselli di una realtà frantumata che man mano va a ricomporsi, ci presentano il quadro di una famiglia spezzata dall’impeto violento di una malattia. L’amore è il collante su cui i tre membri rimasti si sforzano di ricostruire le fondamenta della loro vita, ma la battaglia più difficile, per la protagonista, è quella con sé stessa, con l’attanagliante senso di colpa che le impedisce di affrontare i propri demoni interiori e di chiedere aiuto. Inizia in treno, questa storia, e in treno finisce, ma nel percorso è condensata una gamma di emozioni infinita. Un vero viaggio nella vita, ma anche nella morte e nel dolore, un dolore che trasuda anche nelle scene che strappano un sorriso e si insinua in ogni piega, perché Marie, la protagonista, non si risparmia e non ci risparmia. Non fugge dalla violenta raffica dei ricordi, forse non ne ha la forza o forse intuisce che il buio del tunnel va attraversato, che indietro non si torna. Ed è proprio nel buio che spiccano maggiormente gli sprazzi di luce, e in queste pagine di sprazzi di luce, pur nella tragedia, ce ne sono tantissimi. I legami di famiglia, l’amore di un cane, un aquilone al vento, un fruscio di foglie, un cielo pieno di stelle, la lieve carezza di un sorriso. Passato e presente, realtà e fantasia, compongono un mosaico di continui chiaroscuri, il viaggio in treno scandisce il ritmo, tra accelerazioni e rallentamenti, e lo stile è un’architettura perfetta: tenero, poetico, ironico, di straordinaria purezza. Lucie Faulerová è nata nel 1989 ed è una della più brillanti giovani autrici ceche. Dopo gli studi di boemistica ha cominciato a lavorare come redattrice editoriale. Il suo romanzo di debutto, Lapači prachu (Gli acchiappapolvere, 2017) è stato nominato ai premi Magnesia Litera e Jiří Orten. Smrtholka, del 2020, il cui titolo letteralmente significa Ragazzamorte, e indica la dea della morte Morana, è stato nominato per il premio Magnesia Litera nel 2021 e nello stesso anno ha vinto il prestigioso Premio dell’Unione Europea.
“Io sono l’abisso” è la sua prima opera tradotta in italiano.
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