Al termine di un ciclo di convegni all’università di Padova esce un volume che raccoglie gli studi sullo scrittore ceco scomparso nel 2023. Attualissimo per la sua analisi mai banale sul potere.
Nell’ultimo romanzo – forse un po’ sottovalutato, come lo sono spesso le opere senili – Milan Kundera offriva una chiave eccentrica per aprire tutte le porte della sua opera letteraria. Anzi, faceva di più: regalava generosamente le lenti per guardare nella luce più esatta gli autocrati di ieri, di oggi, di domani. Un gruppo di vecchi amici si ritrova a passeggiare e chiacchierare nel Jardin du Luxembourg, a Parigi. Conversano senza prendersi troppo sul serio e finiscono per immaginare i collaboratori di Stalin, tra cui Krusciov, mentre si recano al bagno per scambiarsi commenti in segreto su un episodio volutamente assurdo raccontato dallo stesso Stalin, che, dopo averlo narrato, si ritira nella propria toilette privata. Da dove, in ogni caso, riesce ad ascoltarli. Ma che liberazione poter pensare che i presidenti supremi siano anche o soprattutto poveri fantocci con problemi prostatici. Ne ridimensiona le pretese. Li rende comparse della grandeFesta dell’insignificanza.
Questo il titolo del romanzo con cui Kundera si è congedato dalla scrittura. Lasciandoci in eredità un ultimo distillato della sua opera a metà fra romanzo e saggio; e insieme una fotografia in anticipo dell’epoca in corso, dove vince chi riesce a fare dell’altro un colpevole. «Perderà chi ammetterà di aver torto».
L’universo Kundera vanta ora un suo denso atlante: Kundera without Kundera(Miraggi, a cura di Alessandro Catalano e Alessandro Metlica). Materiali d’archivio, fotografie e saggi che, con l’occasione di una serie di convegni promossi dal Dipartimento di Studi linguistici e letterari dell’Università di Padova, mappano i margini di un’impresa letteraria che in sei decenni è riuscita a diventare un aggettivo: “kunderiano”. Come si direbbe felliniano (e tra Fellini e Kundera ci fu un ammirato e divertito scambio di cui c’è traccia nel volume). Kunderiano è questione di pensosità e distanza ironica, un gioco del rovescio che ci spinge a guardare gli altri e il mondo senza farci ingannare. La verità è sempre relativa, dice ostinatamente Kundera; e di fronte ai totalitarismi del secolo scorso disintegra con la forza della letteratura ogni insensato culto della personalità. Basta uno scherzo, indica il titolo del romanzo del 1967: l’umorismo come antidoto contro la presunzione del potere. Si può opporre uno scherzo a Stalin? E a Putin? A uno come Trump, che non manifesta di suo nessun tratto di serietà?
In uno dei saggi inclusi nel volume, Vera Marson racconta che nel 1966, prima della pubblicazione ufficiale del romanzoLo scherzo in Cecoslovacchia, «una copia dattiloscritta giunse clandestinamente in Francia nelle mani di Louis Aragon». L’illustre collega propose Kundera a Gallimard, che stampò il libro nel 1968, tre settimane dopo l’invasione sovietica di Praga. Marson ricorda che il personaggio principale viene espulso dall’università per avere inviato alla fidanzata una cartolina in cui inneggiava a Trotskij. Un paio di scene del Sol dell’avvenire di Nanni Morettipotrebbero, volendo, fare da pendant: quando il regista, impegnato nelle riprese di un film sull’invasione ungherese del ’56, strappa un manifesto di Stalin e quando, sul finale, si unisce a un corteo che ha in testa la bandiera con l’effigie del rivoluzionario alternativo.
Detto ciò, Kundera fu traumatizzato, più che dalla ricezione critica e politica dello Scherzo, proprio dalla traduzione in francese. Scoprì, studiandola, che il suo romanzo trasparente e affilato era diventato barocco, pomposo, artificiale. Ormai turbato e insospettito, controllò la versione inglese: «Scoprii che l’editore aveva fatto del mio testo un semplice canovaccio per le invenzioni e le manipolazioni più bizzarre. I capitoli erano stati abbreviati, riscritti, semplificati, alcuni perfino omessi». Povero Milan! Si può capire la strategia difensiva che lo scrittore adottò, via via più impermeabile e segnata da manie di controllo, per tenersi lontano dalle pressioni e dagli inganni del mondo.
Il volume curato da Catalano e Metlica ci lascia spiare Kundera nel suo cantiere e riconoscere ansie, nevrosi, tic. Lo osserviamo mentre lavora per scrollarsi di dosso l’etichetta di scrittore dissidente, e più si impegna più avverte l’esigenza di scomparire totalmente e lasciare in campo soltanto l’opera. Finendo con l’essere, come in effetti risulta dai romanzi in modo progressivamente più netto, il manovratore occulto dei personaggi, un deus ex machina per paradosso laicissimo o agnostico, il marionettista invisibile. Il quale, mantenendo una distanza critica dai suoi “pupazzi”, può commentarne le gesta, leggerle alla luce di una filosofia del quotidiano senza paludamenti e eccessi di psicologismo. Kundera costruisce così quel romanzo-saggio che è un marchio di fabbrica, tanto più nel successo planetario, e fin dal titolo, de L’insostenibile leggerezza dell’essere: racconto e riflessione sul farsi stesso del racconto, narrazione e analisi, a ogni modo giocosa.
Se autore e lettore si lasciano trasportare dai dubbi e dalle domande, se non si fidano di nessuna risposta e di nessuna presunta certezza, approdano in uno spazio alternativo a quello occupato dai potenti e dai tiranni in ogni loro incarnazione. Uno spazio franco, libero – all’esatto opposto dei social – dall’obbligo del giudizio, aperto invece allo humour come «lampo divino che rivela tutta l’ambiguità morale del mondo». È l’universo della «relatività romanzesca», come Kundera lo definisce. Là non c’è posto per l’odio («chi scrive un romanzo per saldare i conti con qualcuno o qualcosa è destinato fatalmente a un totale naufragio estetico»); e soprattutto non c’è posto per la semplificazione. Ogni grande romanzo, sostiene Kundera, dice al lettore: le cose sono più complicate di quanto tu pensi.
QUI l’articolo originale: https://www.repubblica.it/cultura/2026/10/31/news/milan_kundera_recensione_libro_paolo_di_paolo_sostenibile_grandezza_essere_kundera-425688140/


