di Tommaso Pincio

DALLA REPUBBLICA CECA Generata da una «fredda rabbia», la performance satirica che Pavel Kohout inscenò in un salotto praghese ebbe un tale successo da convertirsi in romanzo: «La carnefice», da Miraggi

Quando venne espropriato del suo alloggio a Praga, l’11 maggio 1977, Pavel Kohout se ne andò con la moglie, un bassotto, un parrocchetto e una macchina da scrivere che era stata di suo padre, confortato soltanto da una promessa fatta a sé stesso. Si sarebbe vendicato due volte. Come prima cosa avrebbe  smesso di fumare, per sopravvivere ai suoi persecutori. Poi, avrebbe portato a termine, vivendo da errante, come un circense ricercato dalla polizia, il suo romanzo più importante, La carnefice (era uscito a cura di Elisa Biancospino, pseudonimo dietro cui si celava Ela Hlohová Ripellino, nel 1980 per gli editori Riuniti, lo ripubblica ora Miraggi nella versione di  Alessandro De Vito, pp. 507, € 29,90).

La prima vendetta ha senz’altro avuto l’esito che l’aveva ispirata. Tra un paio d’anni Kohout compirà un secolo, il che ne fa un sopravvissuto in molti sensi. Non ha avuto infatti la meglio soltanto sui persecutori, ma anche sulla Storia del Novecento e del suo paese, che ha attraversato e incarnato in ogni suo aspetto, inclusi i più contraddittori. Figlio della generazione di cecoslovacchi che all’indomani della Seconda guerra mondiale ha scelto in piena libertà, ovvero col voto, di andare verso il comunismo, perché si sentiva tradita da un Occidente che aveva consegnato il paese ai nazisti, Kohout è passato dall’essere un poeta ufficiale dello stalinismo alla Primavera di Praga, diventando prima un dissidente e poi un esule. È passato cioè dal sentirsi parte della «generazione più felice che abbia mai abitato questo pianeta» al vedersi privato della cittadinanza per aver danneggiato gli interessi della Cecoslovacchia.

Il tutto non ha mai assunto la forma di un percorso lineare, né sul piano pubblico e culturale né su quello privato e affettivo. Non per niente la sua vita è stata oggetto di riflessioni e rappresentazioni multiformi e basta il titolo del riferimento biografico principale a dirla lunga in proposito, Fenomén Kohout, dove il «fenomeno» dello scrittore, nonché drammaturgo e attivista, appare come un ritratto in continuo divenire, mai davvero definitivo, mai davvero somigliante al vero Kohout, se mai ne esiste uno vero.

Significativa in questo senso è stata la pubblicazione, nel 2006, di ampi stralci del fascicolo che la polizia ceca gli ha dedicato nel corso di un ventennio di intercettazioni telefoniche e ambientali: migliaia di pagine che costituiscono «uno dei più vasti dossier mai aperti nei confronti di un intellettuale cecoslovacco e permettono di seguire le strategie di sorveglianza, isolamento, provocazione e controllo adottate dal regime nei confronti di una delle figure più rappresentative del dissenso. Più che una semplice raccolta documentaria – osserva giustamente Alessandro Catalano nella sua postfazione a La carnefice – rappresenta una sorta di biografia parallela».

Su un piano completamente diverso si pongono invece le testimonianze di Tereza Boučková, dove l’esistenza di Kohout, condotta all’insegna della Storia, mostra il suo lato più nascosto, fatto di ferite e contrasti familiari mai sanati. Forse proprio per questa impossibilità di sciogliere certi nodi in maniera definitiva, di marcare una separazione chiara tra pubblico e privato, Storia e racconto, La carnefice si distacca dall’opera drammaturgica di Kohout, preferendo la dimensione dell’assurdo a quella del pamphlet politico esplicito. Di certo aura senz’altro pesato che la prosa narrativa non godeva della possibilità di raggiungere a stretto giro il pubblico straniero, come accadeva per le pièce teatrali, rappresentate un po’ ovunque in Europa, soprattutto negli anni ’70.

D’altro canto, è lo stesso Kohout a ricordare come La carnefice sia scaturita dalla lettura clandestina in un salotto praghese di una sua novella scritta per l’occasione e con al centro una bellissima e silente fanciulla che non riesce a entrare nelle scuole per cui ha fatto domanda e decide pertanto di diventare una carnefice, ovvero una boia, anziché una fornaia o una giardiniera. La lesse in quel salotto come se fosse un’opera fatta e finita, la performance satirica di una serata tra intellettuali dissidenti, ma «le reazioni mi dissero che ero incappato in una vena d’oro».

Il suo racconto ricorda un po’ quelli in cui Max Brod descrive le letture tenute agli amici da Franz Kafka, letture da cui emergeva che testi come Il processo avevano per l’autore una pronunciata vena comica. Certe pagine di Kafka infatti, in particolare Nella colonia penale, insieme a Jaroslav Hasek, riecheggiano, com’è naturale che sia, nel romanzo di Kohout. Tra gli elementi che rendono La carnefice ancora attuale, malgrado la sua pubblicazione risalga ormai a quasi mezzo secolo fa, vi è ovviamente il provocatorio ribaltamento di genere, per cui un mestiere tradizionalmente maschile ed estremo, disgustoso e diciamo pure ottuso qual è quello del boia viene svolto da una donna, che a sua volta non sembra brillare per acume e sensibilità.

Prima di imputare all’autore intenzioni sessiste o misogine più o meno striscianti, è opportuno tenere a mente il sentimento di vendetta, la «fredda rabbia», sempre per stare alle parole di Kohout, che è all’origine del romanzo e spiega almeno in parte perché il personaggio sia bello, giovane, ingenuo, taciturno, privo di un mondo interiore inaccessibile al narratore e dunque al lettore; in una parola freddo, come la rabbia da cui ha preso forma. Basta questo a risolvere gli aspetti problematici? Probabilmente no, e ancora più probabile è che Kohout per primo non volesse risolvere alcunché. In un’intervista dell’epoca osservava che il boia è un tipo umano mediocre nella sua ambiguità: «uccide ordinatamente a tutela di leggi scritte o magari di costumanze transitorie, non viola nulla, al contrario!, e la sua coscienza è inviolabile e immacolata».

Va inoltre considerato un caso emblematico quanto macroscopico, quello di Gustáv Husák, condannato all’ergastolo anziché alla pena di morte, prima di diventare presidente della Cecoslovacchia e capo del partito comunista. Un paradosso che rivela quanto la pena capitale sia insensata e perversa: «in fondo bastava che un criminale non fosse giustiziato, perché potesse, dopo anni e per anni, diventare il Presidente dei suoi accusatori, giudici e potenziali boia». Ma proprio perché la sua protagonista è elusiva e inaccessibile, La carnefice non ritrae un tipo umano al limite dell’assurdo, ma se ne serve quale pilastro su cui poggiare un’architettura fatta di una miriade di altri personaggi non meno sfuggenti, dettagli e situazioni che rendono credibile un mondo in tutto e per tutto inventato, dove la realtà è soltanto allusa, lasciata alle associazioni del lettore.

Forse è più corretto dire che a essere inventati e poco verosimili sono i personaggi, a cominciare dalla boia Lízinka, mentre i meccanismi perversi, la mediocrità del male cui questi partecipano sono veri, perché sono gli stessi che governavano e ancora governavano la storia umana, tanto in paesi piegati da un regime quanto nelle nostre e ormai pressoché presunte democrazie. Basta guardarsi attorno, basta vedere in quanti aspirano a fare giustizia o farsi giustizieri in nome di sacri e irrinunciabili valori, per capire quanto La carnefice resta attuale, quanto ci parli ancora e continuerà a parlarci a lungo.

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